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Indice

Tema n.8:

Corpo io sono
Intervista di Irene Palladini

Con la luna sbiadita in mezzo al cielo nero
E nessuna voce
(S. Vinci)

Simona Vinci è nata a Milano nel 1970 e vive a Budrio, in provincia di Bologna. Si è laureata in Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Bologna. Nel 1997 pubblica il suo romanzo d’esordio Dei bambini non si sa niente. Sempre per Einaudi sono usciti la raccolta di racconti In tutti i sensi come l’amore (1999) e i romanzi Come prima delle madri (2003), Brother and sister (2004) Stanza411(2006) e Strada Provinciale Tre (2007). Nel 2004, per i tipi di Einaudi, pubblica un racconto in Ragazze che dovresti conoscere. Per i lettori più giovani pubblica Corri, Matilda (E. Elle, 1998) e Matildacity (Adnkronos Libri, 1998). Nel 2007 pubblica Rovina (Edizioni Ambiente).

Stanza 411 si apre con una donna, sola, in una stanza d’albergo. Una donna e uno specchio. E la sua storia fatta di corpi, e cicatrici. I corpi cambiano e hanno imparato a difendersi, a sopravvivere, forse. La tua narrativa, e penso anche alla voce “corpo” in Ragazze che dovresti conoscere, racconta l’inesauribile metamorfosi di un corpo, dei corpi: dalla grazia perfetta dell’adolescenza alla sofferta bellezza dell’età che porta i dolori…Le metamorfosi del corpo nella tua scrittura: perché raccontare le trasformazioni del corpo?
Mi viene subito in mente una frase di Nietzche che continuamente riscrivo e sulla quale non smetto di riflettere, questa: “ Corpo io sono in tutto e per tutto, e anima non è altro che una cosa del corpo”. Parlare dei corpi è parlare di tutto il resto: gli esseri umani sono corpi. E sui loro corpi, specialmente di quelli dei più deboli - dei poveri, dei malati, dei vecchi, delle donne, dei bambini - si sono sempre combattute e si combattono guerre di potere. E’ un tema enorme, questo, sul quale sto raccogliendo materiale da molti anni, mi piacerebbe molto, prima o poi, riuscire a ricavarne un libro, anche se ancora non so di preciso in che forma.

In Brother and sister, favola notturna sulla solitudine e l’abbandono, un bambino si trasforma in capriolo. Mi pare che qui tu abbia recuperato il fascino magico della metamorfosi come da tradizione favolistica. Ma la mia memoria corre anche alla ragazza angelo dalle ali di carne del racconto Cose (In tutti i sensi come l’amore). Perché raccontare di una metamorfosi dai toni da fiaba-incubo? Da dove l’incanto e il sortilegio di questa seduzione?
Come per tutti i bambini del mondo, a tutte le latitudini, le fiabe sono state l’alimento dei primi anni della mia vita. Fiabe raccontate dagli adulti, fiabe illustrate, e finalmente, fiabe lette in autonomia, alla piccola luce di una lampada da notte nella mia cameretta. La raccolta di Fiabe dei Fratelli Grimm è stato il mio ‘testo’ per moltissimi anni. Alcune di quelle storie le ricordo ancora a memoria, quasi frase per frase. E’ da lì, forse, e anche dalle Novelle della Nonna di Emma Perodi – un ramo della mia famiglia è toscano - che mi è nato molto presto un gusto per il gotico, per il racconto di fantasmi, per le storie spaventose e per le metamorfosi. Riuscire a raccontare la realtà utilizzando le categorie percettive distorte del sogno mi è sempre sembrato un modo estremamente ‘libero’ e creativo di rileggere ciò che ci accade - ciò che accade dentro e fuori di noi.

Credo che Come prima delle madri sia un romanzo sulle metamorfosi della memoria e del tempo. Naturalmente penso a un tempo a strappi, tutto ingorghi e stratificazioni e a una memoria impura, tutta sussulti, nient’affatto pacificante. Quale la funzione del tempo e della memoria nella tua narrativa? La memoria salva le metamorfosi del tempo? O relitto si aggiunge a relitto, scoria a scoria?
A volte penso che malattie come l’Alzahimer siano la salvezza dei vecchi. La memoria è anche peso. Stratificazione continua che se non evolve, se non diventa sangue vivo rischia di pietrificarsi e di pietrificare. Per scrivere quel romanzo, ambientato in un periodo storico che non ho vissuto personalmente ma che mi è arrivato in forma di testimonianze – sia verbali che scritte - di parenti e persone anziane che li avevano vissuti, ho dovuto documentarmi e studiare moltissimo. Poi, a un certo punto della stesura, ho capito che quello che volevo scrivere non era un ‘romanzo storico’, ma qualcos’altro, qualcosa che parlava nella stessa misura di un’Italia del passato e di quella del presente, qualcosa che parlava del rapporto tra genitori e figli, tra custodia della memoria storica e capacità di andare oltre e inventarsi un percorso differente, del tutto nuovo, e allora ho cercato in qualche modo di dimenticare tutto, di far sì che quel che avevo imparato si depositasse, come si depositano i fondi in una bottiglia di aceto, di olio o di vino. Ho tenuto a mente quella cosa che scriveva Rilke nei Quaderni di Malte L. Bridge, ossia che prima che dal passato nasca anche un solo verso di poesia, occorre che quel passato ci si depositi dentro, che si mescoli al nostro sangue, che diventi il nostro sangue e il nostro respiro. Naturalmente, non ci sono riuscita, e in effetti, quel romanzo resta il mio libro meno riuscito, quello che mi è costato più fatica e del quale sono meno contenta. Nonostante la parte conclusiva, quella della fuga del ragazzino con il cane, in inverno, che invece amo molto.

In Matildacity la città è al centro della narrazione, con le sue trasformazioni. Qui tutto cambia, incessantemente. E in Rovina, il noir di ecomafia, le metamorfosi della città assumono i tratti dell’orrore della cementificazione selvaggia. Guarda la tua città: quale nuova forma ha assunto?
Più che alla città in senso stretto, letterale, riesco a pensare al ‘territorio’. Bologna, la città nella quale risiedo da due anni non la sento affatto come ‘mia’ e la vivo in realtà molto poco. Sono spesso in viaggio ed è pochissimo il tempo che passo in città. Il mio territorio invece, quello sul quale ho vissuto per gran parte della mia vita è la pianura. Una zona di confine tra città vera e propria e campagna, saccheggiata, distrutta, irreversibilmente mutata dalla mano dell’uomo e senza più un suo carattere. Le storie della nostra terra e le nostre storie sono storie di progressiva mutilazione. Mi interessa moltissimo attraversare quei luoghi sia fisicamente che mentalmente e creativamente.

In Matildacity quando Cat Killer abbraccia Mat è “come se di colpo una foresta ci fosse cresciuta attorno, cancellando case, palazzi, strade (…) trasformando l’aria in profumo di erba e di fiori tropicali”. L’amore è una metamorfosi salvifica? Lo è, almeno, nella tua narrativa?
La verità è che non lo so ancora. Temo che non ci sia niente che possa ‘salvarti’ se non sei tu a metterti in condizione di essere salvato.

In Stanza 411, citi la statua di Giacometti Piccola figura in una scatola tra due scatole che sono due case. Qui sta una donna chiusa in una teca di plexiglas e bronzo. Le due case sono due cubetti vuoti. La donna va in una direzione, ma potrebbe andare dall’altra. Nulla differenzia le due case le due vite. Muoversi, scrivi, è puro pretesto, muoversi significa non cambiare niente. Neppure paesaggio, neppure prospettiva. Delirio, ossessione di immobilità. Non cambiare niente…Ma è davvero possibile? Rientrata a Bologna, dopo il viaggio in Groenlandia (Nel bianco), continui pur sempre a camminare…e a cambiare.
Muoversi fisicamente, e spostarsi nello spazio, è relativamente semplice. E’ muoversi dentro la testa, che è difficile. Sono il cuore e la testa che devono essere in grado di proiettarsi in un altrove e modificare il loro ritmo, altrimenti, puoi ritrovarti catapultato da un aereo in qualunque punto del globo e ritrovarti precisamente nello stesso stato mentale e spirituale in cui ti trovavi prima di partire. E questo lo sa, credo, ogni vero viaggiatore: i viaggi cominciano molto prima di cominciare. Viaggiare ha senso solo se si è disposti a modificare in qualche misura il proprio assetto interno. Vale anche per la vita, per gli incontri con le persone, e per la scrittura, anche, come per qualsiasi tipo di arte. E certo, lasciare che la vita, e gli altri, e gli eventi esterni operino in noi degli slittamenti o delle deflagrazioni tali da costringerci a modificare un assetto magari non felicissimo ma certo abbastanza comodo, non è per niente semplice, né indolore. Forse vale la pena di tentare.

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