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Indice

Tema n.8:

Tra miseria e varco... La metamorfosi possibile
Intervista di Irene Palladini

Tiziano Scarpa è nato nel 1963 a Venezia dove vive e lavora. Ha pubblicato, per i tipi di Einaudi, Occhi sulla Graticola (1996), Amore® 1998), Cos’è questo fracasso?, Cosa voglio da te (2003), Corpo (2004), Groppi d’amore nella scuraglia (2005). Con Montanari e Nove ha pubblicato Nelle galassie oggi come oggi, covers ( Einaudi, 2001). Per Feltrinelli ha pubblicato Venezia è un pesce. Una guida (2000) e L’inseguitore (2008) e nel 2003 ha pubblicato Kamikaze d’Occidente (Rizzoli). Nel 2006 ha pubblicato, per Fanucci, Batticuore fuorilegge, Amami (con Massimo Giacon, Mondadori, 2007), Comuni mortali (Effigie 2007), Discorso di una guida turistica di fronte al tramonto (Amos, 2008). Stabat Mater è il suo ultimo romanzo (Einaudi, 2008). Scrive su ilprimoamore.com

“Venezia è un imbroglio… che riempie la testa soltanto di fatalità…” (Francesco Guccini, Venezia). Unde origo inde salus: città totemica, “abitata da migliaia di allegorie”, città da toccare, in cui smarrirsi, città tentacolare da riscoprire ogni volta. Venezia, ovvero la metamorfosi di un luogo, di una memoria, di un immaginario…
In un capitolo di Venezia è un pesce ho constatato che Venezia è totemica, abitata da così tanti animali che mi fanno sospettare di trovarmi di fronte ad allegorie viventi. Ma nella realtà è ancora inchiodata al Settecento, in particolare alla triade Vivaldi, Goldoni, Casanova. Tra l’altro è per questo che, nel mio ultimo romanzo Stabat Mater, ho cercato di affrontare proprio la Venezia settecentesca, ossia la Venezia par excellence, spogliandola del solito Settecento di maniera: niente parrucche, cicisbei, ciprie, frivolezza, superficialità, trasgressioni sessuali, adulteri, niente gondole, calli e campielli. Ho ambientato il romanzo in una Venezia notturna, mai nominata direttamente, a tratti inquietante, forse addirittura poco riconoscibile.
Al mio esordio, tredici anni fa, ricordo di aver scritto Occhi sulla Graticola anche per sbarazzarmi della mia città, che finisce per importi il tono e addirittura il genere della scrittura. In Occhi sulla Graticola ho rappresentato una Venezia escrementizia, un mito da satireggiare.


Nel generale sfacelo, nell’abiezione e putredine della civiltà delineata in Kamikaze d’Occidente, l’io narrante, scrittore patetico-spassoso, rivela: “ci considerano minuscoli, irrilevanti, microscopici, superflui, parassitici… il contrario esatto dell’avventura, il contrario esatto della vita”. Nelle galassie oggi come oggi della scrittura: metamorfosi di un autore, nella consapevolezza che “quando si scrive davvero, cioè quando si sta con le dita sulla tastiera, vengono fuori cose che uno non si aspetta” (Kamikaze d’Occidente).
Non inizio a scrivere un’opera con l’intenzione deliberata di spiazzare o disattendere le aspettative del lettore. Indubbiamente dagli esordi ad oggi molto è cambiato nei miei libri, ma progettare una metamorfosi radicale forse è un’utopia: riusciamo a uscire da noi stessi e a trasformarci in altro, con i nostri stessi mezzi? Chissà. Semplicemente non mi piace ripetere cose che ho già scritto. E poi non considero l’opera letteraria come un’emanazione diretta dell’autore: cerco piuttosto di capire com’è fatta la singola opera, quali sono le sue leggi compositive interne. Di solito invece si tende a praticare una lettura “autorialistica” dei libri: infatti diciamo “leggo Kafka, leggo Dostoevskij...” Quando scrivo un libro, è l’opera letteraria a innescare le eventuali metamorfosi del mio stile rispetto ai miei libri precedenti: cerco di capire qual è la legge interna dell’opera, che mi chiede di cambiare il mio modo di scrivere. Questo succede soprattutto quando scrivo in prima persona, cioè cedendo la parola ai miei personaggi. Mi piace pensare alla scrittura come a un trasloco in un’altra persona, in un’altra voce che racconta: è ovvio che anche lo stile cambi di conseguenza, e la mia scrittura patisca una metamorfosi. Quasi una “macchina dell’altro”, così come si dice “macchina del tempo”: non mi trasferisco in un altra data del calendario, ma in un’altra persona, in un personaggio che scrive.

“Lo sguardo che c’è stato fra me e lei è stato qualcosa di minerale, oggettivo, crudo”: così si legge in quel romanzo estravagante ed estroso che è Occhi sulla Graticola: metamorfosi dell’amore fra miseria e varco.
Dell’amore è stato scritto tutto. Eppure l’amore è una delle fissazioni ricorrenti della mia scrittura: forse mi piacerebbe vivere davvero una metamorfosi e scrivere molto più di altri temi! (ride). L’amore degli altri, penso, ha sempre qualcosa di grottesco, comico, teatrale. “Tra miseria e varco”… Sì, mi piace questa definizione dell’amore, Se ci pensi, è una traduzione della definizione platonica: penìa e pòros, miseria e varco. La ritrovo per esempio in Groppi d’amore nella scuraglia. Che però non è soltanto un libro d’amore, parla di tantissime altre cose: la catastrofe ecologica, la rivoluzione mancata del cattolicesimo, il dolore animale...

Il sentimento del tempo e la metamorfosi di un Corpo: “il più inesplorato degli universi portatili”, ovvero dell’arte/mansione di manutenzione del tempo e del corpo, in una “ordalia equilibrista” (Kamikaze d’Occidente) che non rinuncia, forse, alla libertà del riso.
Sì, certo... Corpo… come dire riso. Tutta una tradizione sta lì a raccontarcelo: Rabelais, Bachtin, Camporesi. Corpo… come dire carnevalesco. Però c’è anche la malattia, la morte. Il corpo è anche tragedia. E noi siamo immersi nel corpo. Eppure sembra che solo gli specialisti, oggi, ne possano parlare, e soltanto con un linguaggio specialistico, appunto. Con Corpo ho cercato di riappropriarmi, in primo luogo, della possibilità di parlarne: non è infatti un caso che la parola “mio” (mia, miei, mie, ecc.) sia la più ricorrente, in quel libro, quasi a ristabilire, anche linguisticamente, l’appartenenza del corpo a chi vi è immerso dentro, a chi parla, a chi è quel corpo. Il corpo è mio, anche se, a quanto pare, secondo quest’epoca non sono titolato a parlarne perché non sono un medico, un dietologo, un preparatore atletico, un chirurgo estetico, un estetista, un massaggiatore, uno stilista, ecc.
I corpi cambiano, in un’infaticabile metamorfosi, in un intreccio di tristezza e ridicolo che si tinge dei colori di una tragedia, sì, ma che ha il sapore di un’irresistibile comicità. Il tempo cambia il corpo, e questo produce una bella ferita narcisistica, ma, al contempo, fortifica il carattere, e può provocare grandi passioni e vocazioni. Penso al racconto Il giovane macedone di Pascal Quignard. L’autore qui descrive la muta della pubertà maschile. Con l’adolescenza, in particolare, cambia la voce e, nel racconto, si ipotizza che lo sviluppo maschile del talento musicale abbia a che fare con la nostalgia per la voce dell’infanzia, che i maschi perdono irrimediabilmente con l’adolescenza.


Il poetico, irriverente Groppi d’amore nella scuraglia si configura come un bestiario di dolente purezza: “la lucertula”, “lu peccione”, “lu surcio pantecano”, “lu gatto gattaro” sono i protagonisti di un “munno appurcato” che, tuttavia, non ha abdicato alla freschezza sorgiva. Dilucida la metamorfosi, forse nient’affatto regressiva, dell’uomo in bestia, come nella metamorfosi in “bestia impagliata” della Cinghiala in Cosa voglio da te.
Groppi d’amore nella scuraglia è, in effetti, anche un bestiario. Scatorchio, in particolare, vive una discesa bestiale, una kènosis, una vera e propria caduta nel mondo animale. Si autoraffigura come asino e sogna un figlio mostro, un ibrido grottesco, una sorta di Minotauro asinino. In Groppi d’amore nella scuraglia, poi, le bestie sono fortemente umanizzate, sono casi umani, casi clinici animali, funestati da nevrosi e depressioni. Il gatto dorme sempre per dimenticare se stesso, perché si odia, non ha stima di sé; il gabbiano cerca di suicidarsi tuffandosi in picchiata a terra; il cane scodinzola per distogliere l’attenzione dal suo brutto muso...

L’odissea comica di Scatorchio scaturisce dalle felici risonanze di una lingua corposa, tutta cose, che pare scaturire da umori terragni. Un modernissimo Pataffio, di malerbiana memoria, con tanto d’“asenella” “incintata” e “desonurata”. Dilucidi la genesi e le metamorfosi di questa lingua creaturale, edenica-inferica.
Nelle metamorfosi spesso c’è una svolta magica, basta pensare all’Asino d’oro di Apuleio. Forse Groppi d’amore nella scuraglia è il mio libro più magico: ma non per ciò che racconta, bensì per come è stato ideato e scritto. Non saprei razionalizzare da dove mi è uscita una lingua così. È stata la mia esperienza narrativa più metamorfica perché ho scritto in un codice linguistico che non mi appartiene: una specie di abruzzese-napoletano, mentre io sono nato e cresciuto a Venezia. Ma qui lingua e storia sono sgorgate in un nesso indistricabile. Ho scoperto la lingua di Groppi nel corso della scrittura, cioè mentre la scrivevo. Sono partito da semplici intuizioni come le desinenze straniate (“scuraglia” invece di “oscurità”), la memoria etimologica del sostrato latino (“abbio” invece di “ho”) o le ripetizioni come “gatto gattaro”, “notte nottosa”, ecc. La grammatica di questa lingua l’ho scoperta e praticata durante la stesura stessa del libro, con assoluta naturalezza.

Nei poemetti narrativi, argute cover scritte con Montanari e Nove, la riscrittura di If si profila alla memoria. Se l’identità è un’impostura e “decine di inquilini” costellano la nostra personalità, per l’io metamorfizzato il solo esito possibile è l’anarchia identitaria?
If, la cover poetica presente in Nelle galassie oggi come oggi, è senz’altro un testo metamorfico tutto giocato su catene concettuali del periodo ipotetico dell’irrealtà: “Se fossi un lottatore di sumo, ecc.” Lingua e pensiero davvero qui portano in un altrove… Ma è troppo comodo mettersi al riparo di giustificazioni postmoderne sull’io come identità plurima e cose del genere. Penso che, nonostante tutto, occorra assumersi la responsabilità dell’io, quand’anche fosse un’impostura, anche sapendo che la nozione stessa di io è un’impostura. Identità volubile, anarchia identitaria, pseudonimia, anonimia, sono strade interessanti ma si pagano con l’indebolimento della propria presenza: presenza politica e presenza discorsiva. Occorre assumersi il peso del proprio io, del proprio nome e delle sue responsabilità, per dare peso anche alle proprie parole. Se per esempio io firmo una denuncia contro un’ingiustizia, con quella mia firma – sebbene sia consapevole che con il mio nome e cognome mi stia riferendo a un io pieno di limiti e persino mutevole e metamorfico nel tempo – faccio un gesto simbolico e politico che significa che sono pronto a sostenere con tutto me stesso quella denuncia; mi vincolo a quelle parole, e in questo vincolo reciproco c’è una moltiplicazione di forza, di presenza politica.

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