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Indice

Tema n.15:

La collocazione della paura, uno studio sul lessico

Uno dei modi di prendere coscienza di un fenomeno è analizzarlo, determinando la sua rappresentazione linguistica. Di essa è possibile valutarne la forma e la produttività: la parola che identifica il fenomeno è un sostantivo, un verbo o un aggettivo? A quali altre parole o altri morfemi dà origine? Possiede sinonimi, iponimi, iperonimi e antonimi? È soggetta ai processi di tabuizzazione del linguaggio? Di quali varietà linguistiche fa parte? Come viene collocata all'interno dei testi?
Solitamente i due grandi oggetti a cui si rivolge il fenomeno della paura sono la morte e l'altro rispetto a sé, concepito come fonte di incertezza e dunque di sospetto. Il significato del termine paura è affascinante perché identifica un'emozione molto presente all'interno dell'animo umano e poiché i risvolti connessi possono essere imprevedibili, spaziando dalla frustrazione alla generazione di violenza. Il campo semantico della 'paura' rappresenta per molti individui un tabu linguistico che si tende a superare servendosi di formule perifrastiche, a meno di non rientrare nelle varietà linguistiche infantili.
All'interno della sezione dei sinonimi e dei contrari del Grande Dizionario Analogico della Lingua Italiana UTET diretto da Raffaele Simone (GDA), la paura presenta due accezioni: la prima di spavento e la seconda di preoccupazione. Per quanto concerne la prima, si notano come sinonimi appartenenti al lessico fondamentale - orrore; di alto uso - fifa, terrore, vigliaccheria; comuni - cacarella, spaghetto, spago, strizza, atterrimento, panico, raccapriccio, smarrimento; di basso uso - pavidità; tecnico-specialistici - fobia. Gli antonimi sono coraggio, valore, fegato, animo, ardimento, ardire, audacia, baldanza, eroismo, temerarietà e animosità. La seconda accezione presenta come sinonimi facenti parte del lessico fondamentale - ansia, preoccupazione, pensiero, timore; di alto uso - agitazione, angoscia, allarme; comuni - affanno, angustia, apprensione, inquietudine, trepidazione. Gli antonimi sono calma, serenità, tranquillità, placidità. La differenza fra le due accezioni riguarda in misura rilevante il tabu linguistico rispetto al campo semantico, come emerge significativamente dall'uso di sinonimi colloquiali e popolari per la prima definizione (fifa, cacarella, spaghetto, spago, strizza).
Alcune lingue, come quelle germaniche, tendono a dividere le due accezioni secondo una differenziazione lessicale: ingl. fear/anxiety, ted. Furcht/Angst, rendendo un termine più produttivo dell'altro. Sebbene l'italiano conosca il termine 'angoscia', esso rappresenta solo una minima parte della potenzialità semantica del vocabolo 'paura', mentre per le lingue germaniche le sfere di influenza tendono a essere separate seppure contigue. Il francese tende a marcare maggiormente la separazione fra il timore - crainte, la paura - peur e l'angoscia - angoisse, differenziando il valore semantico in base all'attualità o alla potenzialità dell'emozione. La lingua italiana, probabilmente per ragioni storico-letterarie utilizza il termine 'timore' primariamente per designare il rispetto, la riverenza o la vergogna (timore di Dio) e secondariamente per indicare paure e preoccupazioni.
Il dizionario della lingua italiana di Tullio De Mauro inserisce il vocabolo 'paura' all'interno del lessico fondamentale, definendolo «emozione, spesso improvvisa, che si determina in relazione a situazioni o nei confronti di persone o cose che costituiscono pericolo o che vengono avvertite come minacciose e che comporta turbamento, smarrimento, ansia».[1] Il Grande Dizionario Analogico della Lingua Italiana riporta come definizione della parola paura «stato emotivo di chi si sente insicuro, smarrito e sim., di fronte a un pericolo reale o immaginario».[2] Gli studi lessicografici del GDA attingono dai due grandi vocabolari di sinonimi, uno settecentesco, il Rabbi (Trattato dei sinonimi, degli aggiunti e delle similitudini), e uno ottocentesco, il Tommaseo (Dizionario dei sinonimi della lingua italiana). Entrambi i vocabolari separano nettamente le due accezioni di paura e di preoccupazione/angoscia, mentre nel GDA sotto la voce 'paura' le due definizioni si incontrano, determinando l'allargamento della sfera semantica.
Così la paura secondo il GDA è 1) emozione che si determina in relazione a situazioni o nei confronti di persone avvertite come minacciose, pericolose o tali, comunque, da compromettere più o meno gravemente la sicurezza o la vita stessa, indipendentemente dalla realtà oggettiva o dall'effettiva gravità della minaccia; vi concorrono stati d'animo di turbamento, apprensione, inquietudine, smarrimento, ansia che insorgono repentinamente o progressivamente nell'animo in relazione alle circostanze secondo cui si determina o è avvertita la minaccia; 2) angoscia profonda, costantemente presente nell'animo, inquietudine, turbamento; 3) timore reverenziale che l'uomo prova nei confronti della divinità; 4) aspettativa, accompagnata da un senso d'inquietudine e di preoccupazione, del verificarsi di un evento o di una situazione spiacevole, dolorosa; timore di una conseguenza spiacevole o funesta del proprio operato; 5) ipotesi più o meno fondata o, anche, convinzione che qualcosa si sia determinato o si determinerà in futuro in modo diverso o peggiore da quanto ci si aspetta; 6) considerazione negativa e rifiuto intellettuale di determinate concezioni teoriche, ideologiche, ecc., o anche, di determinati comportamenti o atteggiamenti con i quali si teme di alterare la coerenza del proprio pensiero o la validità delle proprie scelte; 7) region. Essere immaginario creato dalla fantasia popolare e prospettato come spauracchio soprattutto ai bambini; 8) stor. Diffusa inquietudine sociale provocata nella provincia francese, in seguito alla presa della Bastiglia, dalla convinzione generalizzata che l'aristocrazia preparasse una violenta reazione contro i ceti popolari; 9) vet. Isterismo canino; segue una lunga lista di interiezioni, locuzioni e proverbi.[3]

Secondo Firth, si conosce una parola solo quando si padroneggia la sua collocazione all'interno di un enunciato, valutandone le specificità semantiche rispetto agli altri costituenti dei sintagmi.[4] Le collocazioni rappresentano una risorsa per assicurare la coesione testuale per mezzo delle combinazioni lessicali. Generalmente le collocazioni sono frequenti e costituiscono sintagmi semirigidi o rigidi.[5] Il fattore peculiare delle collocazioni è che non esistono ragioni solide per determinare quali componenti debbano collegarsi più o meno rigidamente agli altri; in parte è determinante il ruolo della frequenza e della storicità delle occorrenze e in parte quello della creatività dei parlanti.
Solitamente un termine collocato rigidamente a un altro, lo richiama, contribuendo alla facilitazione del ricordo delle espressioni. Nella mente di un parlante, se consideriamo le associazioni mentali di una parola rispetto alla collocazione, emergerà una lista di occorrenze ordinate tassonomicamente in base alla frequenza. La parola 'gatto' attrarrà immediatamente alcuni verbi: miagola, fa le fusa/fusa, graffia, gioca, mangia, beve, lecca, sbadiglia, dorme, ronfa, salta e in una seconda fase gli altri.
È più facile aspettarsi in un testo una frase come 'il gatto graffia' che non 'il gatto cresce'. La collocazione è un processo di economia linguistica che riguarda tanto la produzione, quanto la ricezione. Il vantaggio della collocazione è di limitare la selezione lessicale rispetto all'ampio bacino di forme, senza compromettere il passaggio di informazione da parte dei riceventi. Le collocazioni rispondono a logiche di solidarietà lessicale, perché i termini si richiamano tra loro secondo una logica associativa, arrivando a permettere anche l'omissione di una parte del sintagma: 'ha fatto solo due gocce (di pioggia/d'acqua)'.
Gaetano Berruto definisce la solidarietà semantica come rapporto di «compatibilità semantica sull'asse sintagmatico […], fondato sulla collocazione preferenziale di un lessema rispetto ad un altro, nel senso che la selezione dell'un termine è dipendente dall'altro»;[6] il significato e il richiamo risultano predeterminati dai lessemi all'interno della collocazione. Non si dovrebbe confondere la collocazione con le parole complesse polirematiche, ovvero composti di due o più termini che non rimandano immediatamente al significato originario combinato, ad esempio 'gatto delle nevi'. Rispetto alla collocazione della parola 'paura', De Mauro cita tra molti esempi: «p. del buio, p. di volare, p. dei cani, p. che piova, p. di dover rifare tutto, p. di arrivare in ritardo».[7] La collocazione del lessema risponde a logiche relative agli studi di frequenza lessicale all'interno dei corpora testuali.
Il Grande Dizionario Analogico della Lingua Italiana permette di inquadrare alcune collocazioni storiche del termine paura, per mezzo di un confronto con la letteratura italiana:[8]




Le occorrenze più diffuse riguardano la paura nei confronti della gente, delle chiacchiere, delle guerre e di entità animali o sovrannaturali (laddove la paura di Dio ne designa inequivocabilmente il rispetto). Una volta analizzate le occorrenze all'interno del panorama letterario, è interessante analizzare le collocazioni della parola 'paura' rispetto a testi contemporanei per valutarne le rispondenze in termini di storicità semantica o per profilare gli eventuali cambiamenti. Uno dei modi più intuitivi per rilevare le collocazioni testuali contemporanee è analizzare i materiali linguistici disponibili online e indicizzati per stimare le ricorrenze in termini di frequenza in rapporto all'utenza.
Il quadro offerto non rispecchierà esaustivamente l'effettiva collocazione dei vocaboli rispetto ai parlanti, trattandosi di una tipologia testuale delimitata, fruibile solo da una parte seppur maggioritaria della popolazione, ma consentirà di delineare una panoramica realistica dell'uso linguistico. Si riporta la collocazione contemporanea del termine 'paura', valutando la frequenza delle occorrenze all'interno dei risultati delle prime dieci pagine del motore di ricerca Google.[9]




Trascurando la frequenza e considerando l'indicizzazione in base al numero di visite, l'ordine delle prime dieci collocazioni riportate all'interno delle prime pagine di ricerca cambia: 1) paura di amare, 2) paura di sé stessi, 3) paura di volare, 4) paura della paura, 5) paura di non essere all'altezza, 6) paura di sbagliare, 7) paura di perderti, 8) paura di guidare, 9) paura di innamorarti, 10) paura di vivere.
Se si analizzassero gli oggetti delle paure, si rischierebbe di deviare dall'ambito della presente ricerca per offrire spunti di natura sociologica e storico-culturale, sebbene sia estremamente evidente che le paure sono rivolte alla situazione contemporanea d'incertezza politico-economica, ai rapporti umani e alle insicurezze individuali. È opportuno menzionare la presenza di alcuni distrattori relativi a serie televisive (Paura di amare) o a libri di successo: queste ricorrenze rientrano nel conteggio, non rappresentando una collocazione riferita all'uso effettivo della lingua. Si noterà immediatamente che le collocazioni contemporanee non sono rispondenti a quelle letterarie prese in esame, confermando che l'oggetto della paura cambia rispetto ai periodi storico-culturali: i risultati della ricerca mostrano che gli individui utilizzano il vocabolo 'paura' confermando le accezioni semantiche storiche, ma operano uno slittamento rispetto alla collocazione.
Se la definizione del termine 'paura' non ha perso di significato e non ha acquistato ulteriori accezioni, la collocazione è orientata verso nuovi referenti, ritenuti oggi oggetto delle paure, almeno da una porzione di popolazione fruitrice del principale motore di ricerca online. È interessante confrontare le collocazioni in italiano con quelle in inglese e in spagnolo, al fine di valutarne le oscillazioni in termini di variazione semantica.



La paura di volare resta l'occorrenza più frequente sia in italiano che in inglese, mentre per quanto concerne lo spagnolo, si nota al secondo posto la paura antica dei cani (levrieri). I risultati delle ricerche sembrano profilare poca varietà delle occorrenze, almeno per l'italiano e per l'inglese, concentrando la maggior parte dei risultati entro le stesse forme. Probabilmente una parte dei risultati è viziata da alcuni distrattori, per esempio nomi di serie televisive, di canzoni o di romanzi particolarmente diffusi.
Si rileva per tutte le lingue analizzate un minimo numero di occorrenze relative alla situazione mediorientale e al terrorismo ('paura dell'ISIS, fear of the Islamic State, miedo de Irán'), alcune occorrenze relative a personaggi celebri ('paura di Salvini, fear of a black President, miedo de Iván, miedo de Juana') e parecchie occorrenze relative alla situazione economico-sociale ('paura di dover licenziare, fear of debt, miedo de los poderes económicos, miedo de nuestros jefes, miedo de los proprietarios'), sebbene la paura di volare e quella di amare rappresentino gli esiti più significativi.

Bibliografia
- Aldoais S., Collocation et fréquence, Berlin, Books on Demand Gmbh, 2008;
- Berruto G., Corso elementare di linguistica generale, Torino, UTET, 2006;
- Berruto G., Prima lezione di sociolinguistica, Roma-Bari, Laterza, 2004;
- De Mauro T. (diretto da), Il dizionario della lingua italiana per il terzo millennio, Torino, Paravia, 2000;
- De Mauro T., Guida all'uso delle parole, Roma, Editori Riuniti 1980;
- Firth R., Speech, London, Benn's Sixpenny Library, 1930;
- Freddi M., Linguistica dei corpora, Roma, Carocci, 2014;
- Papini G., Parole e cose. Lessicologia italiana, Milano, CUSL, 2000;
- Poli D., Lessicologia e metalinguaggio, Roma, Il Calamo, 2007;
- Seretam V., Syntax-based Collocation Extraction, Berlin, Springer, 2013;
- Simone R., Nuovi fondamenti di linguistica, Milano, McGraw-Hill Education, 2011;
- Simone R. (diretto da), Grande Dizionario Analogico della Lingua Italiana, Torino, UTET, 2010;
- Spina S., Fare i conti con le parole. Introduzione alla linguistica dei corpora, Perugia, Guerra Edizioni, 2001.

Pubblicato il 09/10/2015
Note:


[1] Cfr. T. De Mauro (diretto da), Il dizionario della lingua italiana per il terzo millennio, Torino, Paravia, 2000, p. 1976.

[2] Cfr. R. Simone (diretto da), Grande Dizionario Analogico della Lingua Italiana, Torino, UTET, 2010, vol. I (A-P), p. 983.

[3] Cfr. R. Simone (diretto da), Grande Dizionario Analogico della Lingua Italiana, Torino, UTET, 2010, vol. XII (ORAD-PERE), pp. 863-866.

[4] Cfr. R. Firth, Speech, Londra, Benn's Sixpenny Library, 1930.

[5] Cfr. R. Simone, Nuovi fondamenti di linguistica, Milano, McGraw-Hill Education, 2011, p. 434.

[6] Cfr. G. Berruto, Corso elementare di linguistica generale, Torino, UTET, 2006, p. 100.

[7] Cfr. T. De Mauro (diretto da), Il dizionario della lingua italiana per il terzo millennio, Torino, Paravia, 2000, p. 1976.

[8] Cfr. R. Simone (diretto da), Grande Dizionario Analogico della Lingua Italiana, Torino, UTET, 2010, vol. XII (ORAD-PERE), pp. 863-866.

[9] Data di ultima consultazione: 28/07/2015.
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