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Tema n.15:

Paura liquida. Il «mondo di mezzo» della periferia romana di Luigi Carletti

Non esiste il luogo sicuro. Esistono luoghi appartati abitati da persone tranquille.

L’incipit dell’ultimo romanzo di Luigi Carletti – Prigione con piscina, pubblicato da Mondadori nel 2012 – ci introduce nella «quiete sonnolenta» di un «luogo protetto» ravvivata per un attimo dalle «sonorità estive di un’umanità diversa».[1] Dopo poche pagine ci ritroviamo presto assorbiti in un clima a metà tra la soporifera clinica del racconto buzzatiano Sette piani (1937) e le atmosfere sanatoriali dell’ultimo film di Paolo Sorrentino, Youth (2015), dove tutto appare sospeso in una quiete irreale. Lo spunto narrativo è altrettanto minimo e viene qui offerto da un gruppo di giovani colf in libera uscita – bellezze al bagno in un dorato splendore di alessandrino declino – ossia dall’unica, innocua distrazione concessa all’annoiata sensibilità del Professor Filippo Ermini, una volta rampollo dell’alta borghesia romana e giovane promessa dell’accademia italiana, ora costretto su una sedia a rotelle da un pirata della strada che, in un colpo solo, ha stroncato la sua carriera internazionale, la sua vita amorosa e il suo futuro. Relegandolo di nuovo a Villa Magnolia, là dove ha passato gli anni dell’infanzia, oggi come allora affidato alle solerti cure del domestico di famiglia, Isidro Placido Galindo – l’Indispensabile – emigrato peruviano dalle misteriose origini e dall’indiscussa fedeltà.

Carletti, scrittore livornese con una lunga esperienza in ambito giornalistico, ci invita così a familiarizzare con l’immaginaria Villa Magnolia, un ambiente riservato a uso esclusivo di pochi eletti. Un luogo fittizio ma non troppo che, sin dall’inizio, viene caratterizzato come sicuro, appartato, anche se collocato a pochi passi da una delle più trafficate arterie di Roma, l’Aurelia antica:


Villa Magnolia. Allora vivevo ancora lì. Una dozzina di terrazzatissime palazzine di quattro piani a ciascuna della quali era stato dato il nome di un fiore. La mia era il Papavero e confinava con la Margherita. Poco più in là il Ciclamino e l’Orchidea. Le circondava un medioevale muro di cinta distante pochi metri dall’Aurelia antica. In quel tratto dritto e stretto che lambisce l’immenso parco di villa Pamphili per poi infilarsi nel quartiere di Monteverde fino a perdersi tra case signorili e condomini ambiziosi.[2]


La scelta di un simile scenario offre un’angolazione inedita sullo «spazio sociale»[3] della capitale, tradizionalmente inquadrato e rappresentato a partire dal centro, oppure dai suoi margini. Villa Magnolia si colloca infatti “nella terra di mezzo” tra la suburbia proletaria che sopravvive all’ombra dei cavalcavia del Sacro Gra e il cuore pulsante della città. Fisicamente e simbolicamente distante tanto dalla miseria degli esclusi – tema ricorrente nella tradizione letteraria nazionale, a partire dalle indimenticabili borgate di pasoliniana memoria, sino ad arrivare alla loro rivisitazione in chiave “etnografica”[4] proposta da Walter Siti in Il contagio (2008) – quanto dall’ostentazione della ricchezza tipica delle annoiate élites che intrattengono le relazioni con il grand monde della politica, della finanza o della cultura.

L’approccio allo spazio urbano non manca quindi di una certa originalità, invitandoci a esplorare con maniacale attenzione la specificità di un territorio in buona parte ignoto. Pur inserendosi nel solco di una riscoperta del “locale” – in questi anni già sperimentata con successo sia nel ricercato minimalismo dell’hinterland milanese di Giorgio Falco (L’ubicazione del bene, 2009), sia nei decadenti panorami post-industriali di Silvia Avallone (Acciaio, 2010) – Carletti non concede nulla a stereotipi già noti sul piano dell’enunciato né, tantomeno, a una rappresentazione oleografica del contrasto tra le periferie e la “dolce vita”. Con stile sobrio, tende piuttosto a restituire secondo i classici dettami del detective novel uno spaccato sociale medio borghese, dedicando una particolare attenzione alla cronaca quotidiana, specie quella dalle tinte più cupe.

Muovendoci tra le pieghe delle metropoli ci immergiamo lentamente all’interno di microcosmo emblematico, la cui curiosa fisionomia ricalca il famoso paradosso di una formula sociologica ormai entrata nel gergo comune: «connesso globalmente» ma «disconnesso localmente».[5] Un luogo unico nel suo genere si affretta a precisare il narratore, una sorta di enclave dove ci si può permettere il lusso di «abitare a Roma, senza subire Roma» – «separat[i] dalla città ma dentro la città»[6] – ben protetti da un impressionante dispiegamento di «spazi di interdizione» destinati a «intercettare, respingere o filtrare» i potenziali intrusi.[7]

Il muro di cinta, anzitutto – eredità di tempi passati – cui si aggiunge la folta barriera vegetale di una siepe perimetrale volta ad assicurare, oltre a un’ulteriore protezione, uno schermo nei confronti di sguardi indiscreti. Precauzioni forse esagerate di fronte a minacce reali, concrete, quantificabili – quali, ad esempio, il tasso di criminalità – eppure perfettamente adeguate a una comunità che, amando descriversi nei termini vagamente retrò del modesto «paese», tende a custodire con un certo riserbo i propri «segreti e i [propri] peccati».[8]


Le fontane zampillano negli orari prestabiliti, le panchine sono ritagliate nell’ombra e siepi di rose carnose spuntano ovunque. Sulla quiete comune vigila un numero imprecisato di portieri, per la maggior parte egiziani, i cui nomi sono gli stessi da decenni. Annuiscono sempre, talvolta sorridono, e nel frattempo mandano avanti gli affarucci utili ad arrotondare.[9]


Come appare evidente dalla sua sobria facciata, del “paese” e del “borgo” Villa Magnolia conserva anche altri aspetti. Le modeste dimensioni d’altro canto, oltre a favorire un clima di reciproco riconoscimento, non possono che agevolare la spiccata tendenza alle dicerie proverbialmente associate a ogni comunità in cui tutti conoscono tutti. Certo, a differenza del passato i pettegolezzi, le voci, le maldicenze sussurrate a mezza voce da cui la vox populi trae il suo necessario alimento, non vengono più veicolate dai “canali” tradizionali”,[10] ma sembrano comunque aver trovato un nuovo centro di aggregazione ai bordi della piscina condominiale. Con un pizzico d’ironia il protagonista, forte della sua expertise in tecnologie digitali, arriva a descriverla alla stregua di un «social network», aperto «dalle nove alle venti».[11]

Questa è quindi la nuova agorà dove ci si incontra per discutere del più e del meno; qui lo «spazio sociale» di Villa Magnolia dovrebbe trovare il suo epicentro. A un esame più attento però, gli ombrelloni e le sdraio a bordo vasca finiscono per rivelarsi nient’altro che un modesto surrogato. Della vivacità, dei conflitti, degli scambi e dell’animato dibattito caratteristici della piazza principale dell’antica polis, rimane al più la placida disponibilità ad annoiarsi in compagnia, in attesa che un altro giorno faccia il suo corso. Ci troviamo insomma, secondo l’affascinante definizione proposta da James Graham Ballard, in un «mondo senza eventi».[12] Un mondo regolato dal rifiuto programmatico del caso e dell’imprevisto, sorretto da una psicologia ossessionata dalla securizzazione, la quale però, nel proprio subconscio, sembra celare un’inconfessabile fascinazione nei confronti dei medesimi fattori di incertezza da lei messi al bando.

Essendo “rinchiusi” in quella che Peter Sloterdijk definisce una delle tante «macrosfere»[13] di cui si compone la cosiddetta «schiuma metropolitana»[14] – o, volendo utilizzare una metafora altrettanto calzante, in uno dei tanti “ghetti” dell’«arcipelago carcerario»[15] descritto da Edward Soja – ogni minimo, impercettibile scarto dalla ruotine si rivela estremamente produttivo dal punto di vista narrativo. La rottura è provocata, nel nostro caso, dall’arrivo di un misterioso straniero: «Un conquistatore. Un predatore, forse». «Un fantasma […], un personaggio dall’identità nascosta».[16]

L’“estraneo” non condivide i codici di comportamento degli autoctoni, ogni sua azione suscita al contempo scompiglio e fascinazione. Per sua stessa natura, inoltre, si presta al ruolo di facile bersaglio, di «capro espiatorio»,[17] espediente quanto mai utile a esorcizzare inquietudini, crisi e incertezze già presenti dall’interno della comunità. Dall’essere considerato una semplice eccezione all’ordine costituito, all’evocare una potenziale minaccia – se non addirittura «quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo», a «ciò che ci è familiare»[18] – il passo, come sappiamo, è estremamente breve.

Volendo sfruttare a pieno questo effetto Carletti adotta una focalizzazione “solidale”: un narratore autodiegetico – il già citato Filippo Ermini – il quale, almeno in partenza, condivide i valori dell’enclave che si accinge a descrivere. Ciò da un lato amplifica lo shock iniziale e, di conseguenza, la tendenza a percepire il diverso da Sé alla stregua di una minaccia; mentre, dall’altro, prefigura un’inversione di ruoli, in cui il presunto antagonista assume il ruolo di specchio rivelatore dei demoni interiori di coloro che lo circondando.

Nel corso della vicenda scopriremo che il nuovo arrivato – presentatosi sotto le false credenziali dell’Ingegner Raschiani – è in realtà Rodolfo de Ryscky, alias “Rudy” de Ryscky:[19] «uno spettro condannato a un continuo andirivieni con il buio»,[20] nonché un criminale internazionale reo confesso, in procinto di svelare i suoi ultimi segreti alle autorità. Al minimo mutamento l’ombra della paura non tarda quindi a insinuarsi anche qui, come una crepa sottile in un vetro troppo perfetto e troppo pulito, alimentando un’aria di sospetto che, in piena sintonia con lo spirito del luogo, si manifesta nella disturbante immagine dello “straniero tra noi”. Un intruso certo discreto, costretto alla riservatezza dalla sua condizione di sorvegliato speciale, eppure in grado di produrre un mutamento radicale sulle vite di coloro con cui ha modo di entrare in contatto.

In breve tempo de Ryscky riuscirà in effetti ad accattivarsi le simpatie di molti, Filippo incluso, al punto da convincerli (più o meno consapevolmente) ad aiutarlo nel suo piano di evasione. Grazie alla loro collaborazione sfuggirà rocambolescamente alla sorveglianza dei Servizi, scomparendo di nuovo dalla circolazione per rifugiarsi in Perù, l’esotico Altrove da cui ha preso le mosse la sua carriera criminale. Probabilmente a Barranquita, «nella zona amazzonica di Yurimaguas»,[21] dove da anni si consuma una guerra poco nota tra gli indios e le autorità locali. Una rivolta di cui Isidro – in quanto autorevole rappresentate della «comunità peruviana all’estero»[22] – ha sempre sostenuto la causa, senza che gli Ermini si accorgessero di nulla.

L’insospettata militanza del fedele domestico è, d’altronde, solo uno dei tanti misteri portati alla luce nella breve permanenza del nostro enigmatico straniero a Villa Magnolia. Le mezze verità, gli scheletri nell’armadio su cui si fonda ogni piccola comunità sono per lui, abituato suo malgrado a una reclusione forzata, una gabbia di vetro. Nulla sembra sfuggire alla sua manipolazione, nemmeno il dettaglio più insignificante. In poche settimane questo mediocre Vautrin postmoderno assume in fretta, senza dare troppo nell’occhio, le vesti del «giustiziere», del «riparatore», del «vendicatore»,[23] assegnandosi – non sempre per tornaconto personale – il ruolo di «uomo del destino per le vite degli altri».[24]

«Un bel salto di qualità per il nuovo inquilino» nota per inciso il protagonista: «Da oggetto misterioso a ordigno pericoloso. La mostruosa miniatura di un’epoca e di un mondo che il generale mio padre aveva sempre tenuto a distanza, fuori dalle mura del fortino domestico. Adesso quel mondo potevo quasi toccarlo. Stava nel cuore del nostro villaggio».[25] E ha perfettamente ragione, l’arrivo e la presenza di de Ryscky cambiano lo status quo, ne scuotono le fondamenta, rendendo palese ciò che ormai l’«aristocrazia»[26] di Villa Magnolia sa da molto tempo, senza volerlo ammettere apertis verbis: le barriere ai confini stanno cedendo, la marea della Storia sta cambiando, i barbari sono alle porte. I segni sono dovunque, basta sapere dove guardare.


 


1. L’immagine dell’assedio

L’immagine dell’assedio, leitmotiv ricorrente nella narrativa ispirata alle gated communities, si conforma qui alla tradizione della storia patria, riallacciandosi a suggestioni di ispirazione medievale e rinascimentale.[27] Lo scenario della cittadella in decadenza minacciata dagli invasori è difatti la chiave attraverso cui gli autoctoni, la vecchia generazione al cui fianco il protagonista si è sempre schierato, interpretano una situazione senza apparente via di scampo. La soluzione, di conseguenza, non può che conformarsi a un simile schema d’azione: in un tentativo di disperata autoconservazione essi si rivolgono all’unica figura in grado di ristabilire una parvenza d’ordine in questo microcosmo iper-protetto il quale, alla fine, si rivela essere meno protetto di quanto vorrebbe essere. De Ryscky è il candidato ideale. Il nuovo maschio alfa, pronto a sostituire lo scomparso e compianto rappresentante di una forma più istituzionale di autorità – il padre di Filippo, appunto – rigoroso e inflessibile uomo dello Stato, il cui paternalismo soffocante ha alla lunga spinto la moglie al suicidio, e il figlio a un precoce allontanamento dal focolare domestico.

Colui che ha ceduto lo scettro del comando e l’uomo nelle cui mani passa l’ingombrante testimone non potrebbero apparire più diversi. O, almeno, lo sono secondo i parametri della società civile: da una parte un generale dell’Arma, dall’altra un criminale internazionale. Non lo sono però agli occhi del protagonista che, a tratti, li trova «identici» nella loro comune volontà di controllo.[28] Due piccoli dittatori il cui discreto regime riesce ad assicurare agli abitanti di questa piccola comunità il bene più prezioso e desiderato, vale a dire il contenimento dell’incertezza dell’individuo e della collettività entro cui si riconosce. «Sicurezza», «stabilità», «protezione»,[29] sotto ognuno di questi aspetti l’azione di Rudy si dimostra più efficace di quella del suo predecessore. Oltre a risolvere i problemi dell’enclave, prima di evadere riuscirà persino a evitare che Filippo realizzi il suo progetto di suicidio, ripercorrendo tragicamente le orme della madre. In un’inversione quanto mai significativa de Ryscky va dunque a occupare il posto lasciato vacante dall’inesorabile declino di un’autorità paterna di stampo razionale-normativo incarnata, nei bei tempi andati, dall’integerrimo generale Ermini.

Volendo adottare il gergo delle recenti inchieste di cronaca egli si rivela essere l’ideale anello di congiunzione[30] tra il “mondo di sotto”, la piccola malavita da cui è rispettato per la sua fama; il “mondo di mezzo”, indistinta zona grigia tra criminalità, imprenditori, politica locale e nazionale, in cui ha saputo muoversi senza esserne schiavo o pedina; il “mondo di sopra”, infine, le stanze del potere istituzionale, del quale conosce i segreti e le inconfessabili complicità. La sua esperienza gli conferisce, inoltre, un’approfondita conoscenza delle dinamiche della finanza e dell’illegalità su scala mondiale. Un considerevole know-how che gli permette di plasmare e rivendicare, in accordo con una lunga tradizione di antieroi di ottocentesca memoria, un proprio, autonomo codice etico-morale.

Nonostante i suoi mezzi (le intimidazioni, gli omicidi su commissione fatti passare per banali incidenti) non siano del tutto leciti – e si spingano anzi ben al di là della legalità – gli abitanti di Villa Magnolia non sembrano preoccuparsene troppo. L’ipocrisia del padre-padrone che ha nascosto all’opinione pubblica il suicidio della moglie, non appare poi così diversa da quella di colui che è riuscito a ristabilire, non importa come, l’ordine interno della comunità. Il fatto che alcuni dei suoi membri collaborino attivamente all’evasione ne è la naturale conseguenza e la palese dimostrazione.

Oltre a ciò occorre valutare con estrema attenzione il complesso rapporto che lega lo stesso Rudy al protagonista, vale a dire la peculiare forma di complicità, di amore e odio che si instaura tra di loro. Poiché se tutti gli altri personaggi vengono coinvolti nel piano per ragioni apparentemente scontate – mossi da gratitudine, riconoscenza o, molto prosaicamente, dall’interesse economico – Filippo Ermini vi gioca una parte, al contempo, cruciale e inconsapevole.

Se analizzato sotto questa luce il canovaccio del detective dilettante si rivela, in buona sostanza, un pretesto per meglio sviscerarne a fondo la psicologia. Il mistero nascosto dal fantomatico Ingegner Raschiani viene risolto quasi subito, solo per proporci una diversa pista investigativa più stimolante e neanche troppo dissimulata: quella del suicidio. Ben prima dell’arrivo di Rudy, infatti, Filippo sta progettando la sua personale evasione da Villa Magnolia. Un’altra fuga, la seconda dopo quella adolescenziale – anche se questa volta definitiva – in un volo di quattro piani dal tetto della palazzina del Papavero.

Durante la settimana prima del grande evento, intervallo su cui si focalizza buona parte dell’arco narrativo, il protagonista si prepara al suo personale appuntamento col destino. A differenza del suo antagonista, tuttavia, lo mancherà. Il suo fallimento, verrebbe da dire, sarà la sua salvezza e sarebbe invero difficile non rintracciare delle analogie tra questo secondo filone narrativo e il primo. Confrontandosi con la figura dell’Altro Filippo Ermini attraversa senza dubbio un’esperienza traumatica, il cui culmine – temporale e psicologico – coincide con il fatidico momento prima del “salto”. L’unico attimo in cui dichiara di non avere più «paura»: «Eccomi, padrone di me stesso, sciolto e sollevato da tutto. Libero come non mai, prima d’ora. Nessuna paura, come avevo sempre pensato. Nessuna vertigine. Semmai una tiepida, sommessa euforia».[31]

In fondo, è ciò che ha desiderato sin dal giorno dell’incidente: un indisturbato eremitaggio prima dell’ultimo commiato, un posto riservato in cui affrancarsi progressivamente da ogni responsabilità verso gli altri. Al pari di Rudy egli sembra corteggiare la «nuda, cruda, primordiale» libertà che coincide con la rescissione di ogni legame»[32] ma, al contrario di lui, ritiene che l’unica via praticabile per raggiungere questa meta sia il suicidio – atto considerato dalla sociologia classica il paradigma dell’anomia,[33] l’indiretta conseguenza di un vuoto nelle rappresentazioni collettive, legato a doppio filo con lo sfaldarsi dei rapporti interpersonali.[34] Nel suo caso il bisogno di sicurezza assume quindi tratti regressivi, patologici, chiaro sintomo di una nevrosi coltivata ben prima dell’episodio diventato il feticcio dei suoi traumi infantili.


 


2. Forme più elaborate di paura

Il fantasma mai esorcizzato del padre autoritario, suggerisce Carletti per bocca di de Ryscky, ha impedito il pieno sviluppo della personalità di Filippo Ermini. Persino dopo l’evasione, quando ormai tutto è ormai compiuto, egli vacilla di fronte al tono degli ufficiali dei Servizi venuti a interrogarlo. Basta il minimo accenno alle conseguenze di un’eventuale complicità a rintuzzare una sgradevole sensazione di cui credeva di essersi liberato per sempre: «Frustrazione. E paura. Tantissima paura. Perché un po’ li conoscevo, certi ingranaggi. Sapevo che possono stritolare. E perché [il generale] Intravaia, nella sua brutalità non aveva torto. Non ero semplicemente il fesso da trasformare in capro espiatorio. Ero lo sfigato. L’inutile professore paralitico».[35]

Alla fine i ruoli sembrano essersi invertiti: il detective si trova improvvisamente a vestire gli scomodi panni del complice e dell’accusato. Solo allora comprende l’amara verità: a spaventarlo non è stato il perdere l’uso delle gambe; oppure il fatto di aver riconosciuto il responsabile dell’incidente e di non aver fatto nulla per vendicarsi; né, tantomeno, l’eventualità di essere ora considerato un inconsapevole, quanto fondamentale ingranaggio nel piano di Rudy. La fonte delle sue angosce risale piuttosto all’incapacità di reagire alle sfide e ai mutamenti, se non ignorandoli o defilandosi in una posizione poco compromettente. L’architettura sociale del luogo in cui vive o, sul piano squisitamente personale, il ritorno al focolare domestico, esplicitano in chiavi diverse la medesima, ricorrente associazione tra l’ossessivo ripiegamento nel privato e il parallelo dispiegamento di meccanismi di chiusura e di protezione.

Attraverso questi dispositivi Filippo, al pari di molti altri abitanti di Villa Magnolia, cerca di evitare accuratamente il confronto con il «volto dell’Altro» – ossia il riconoscimento della sua stessa alterità che, come giustamente sottolineato da Emmanuel Lévinas, è una delle precondizioni fondative dell’etica.[36] Un’immediata e non secondaria conseguenza di una simile scelta è l’ottundimento della facoltà di prevedere e anticipare le eventuali minacce provenienti dall’ambiente circostante. La securizzazione produce insensibilità, tedio infinito, paralisi esistenziale. Nemmeno l’eliminazione dei concreti fattori di rischio, unita alla messa a distanza di ciò che è fonte di “paura”, riescono a eliminare una sensazione di “ansia” generalizzata, cui non è facile porre rimedio proprio perché alimentata da tensioni emotive e affettive irrisolte più che da elementi oggettivi.[37]

Sul piano psicologico la si potrebbe considerare una «forma più elaborata di paura» – oppure un «sistema [più] sofisticato volto a proteggerci da minacce virtuali o non immediatamente presenti» – a patto di evidenziarne i perversi effetti collaterali in questo specifico contesto, visto che il claustrofobico «esilio verso l’interno»[38] qui descritto rappresenta una pericolosa arma a doppio taglio.[39] Una strategia che, in ultima analisi, rinsalda la stessa «mixofobia» da cui prende spunto:


Più aumenta la separazione territoriale e più le persone si abituano a stare in un ambiente uniforme, con altri simili con i quali possono “socializzare” senza sforzi, senza il rischio di fraintendimento e senza dover far fatica di interpretare e comprendere un diverso modo di intendere la vita, più diventano incapaci di elaborare valori comuni e di vivere insieme. […] La spinta verso la creazione di spazi omogenei e separati è prodotta dalla mixofobia, ma a sua volta la pratica della separazione territoriale va a rinforzare la mixofobia stessa.[40]


Reclusione autoimposta, alienazione, incomunicabilità… sottoposti a un’attenta valutazione i vari filoni tematici di Prigione con piscina finiscono così per rivelarne la struttura, permettendo di delineare gli assi portanti di un’impalcatura semantico-concettuale costruita su un fitto contrappunto. L’incapacità di affrancarsi dai traumi del passato del protagonista, il suo ostinato rifiuto di ricominciare a vivere dopo l’incidente iniziando la riabilitazione si rivelano, in realtà, solo dei sintomi superficiali. Le radici del suo “male” affondano ben più in profondità:


Ma certo. Tu non fai domande a me, come non ne fai ai tuoi vicini. […] Tu non ti occupi di nulla e di nessuno. Ma non da adesso, e neanche dal giorno dell’incidente […]. Sei fatto così. Gli altri, chiunque altro: oggetti dietro a un vetro. Buoni per i libri da studiare e da scrivere. Della realtà quella vera, non ti fai toccare. Ne stai alla larga. Perché tu sei questo. Carcerato di te stesso.[41]


L’impietoso profilo qui stilato può essere preso a paradigma di un’attitudine estremamente diffusa nelle gated communities: la messa a distanza di alcuni specifici aspetti della realtà circostante, unita alla consapevole scelta di un’alienazione volontaria e selettiva. Due evidenti manifestazioni di un bisogno spesso inconfessato – di sicurezza mentale ancor prima che fisica – che è alla base del loro crescente successo negli ultimi decenni. Sarebbe pertanto limitante ridurlo semplicemente a un tratto psicologico caratteristico di un viziato rampollo della media borghesia. La questione appare decisamente complessa e intricata, non solo dal punto di vista teorico, ma anche per quanto concerne le sue implicazioni in ambito artistico. Da cosa nasce, dunque, il fascino ipnotico delle cosiddette “comunità fortificate”? E, soprattutto, perché la soluzione a tale enigma nel testo di Carletti ci viene fornita proprio da un criminale?


 


3. Il volto dell’Altro

A margine di quanto detto sinora vorrei proporre due chiavi di lettura e due possibili interpretazioni. La prima ci riporta alle teorie di René Girard e Ulrich Beck, studiosi le cui ipotesi si dimostrano di estrema utilità nel ricostruire un quadro generale della sensibilità postmoderna. Girard, teorico del «desiderio mimetico» ritiene, ad esempio, che nell’odierno mondo della «mediazione interna»[42] gli uomini non cerchino più di emulare un modello ideale o trascendentale come in passato, ma tendano piuttosto a scegliere degli «dei di ricambio». Non potendo rinunciare alla tentazione di infinito essi tendono inevitabilmente a imitare i desideri degli altri.[43]

Venendo al nostro caso specifico appare evidente come per Filippo, egotista da sempre nonché vittima di un trauma invalidante, tale attitudine sia palesemente inibita, generando una profonda frustrazione. Non essendo in grado di sopravvivere al di fuori di un «mondo ristretto», «immobile, ripetitivo e normalmente noioso», egli aspetta pazientemente di consumare il suo «tempo residuo» «come alla fine di una vacanza, quando si è prossimi alla partenza e non c’è spazio per niente».[44] Il suo universo affettivo-sentimentale, al pari il suo orizzonte esistenziale, è quindi sottoposto a una censura altrettanto radicale. Non stupisce pertanto che egli cerchi e finisca, nonostante tutto, per apprezzare la compagnia di chi, come lui, vive in una condizione di reclusione.

Le ragioni di tale simpatia non vanno però al di là di un’effimera affinità, ed è a questo punto che ci vengono in aiuto le ipotesi di Beck, dedicate alla cosiddetta «società del rischio globale».[45] In molte delle sue opere il sociologo tedesco ha posto in evidenza le preoccupanti derive di un neocapitalismo senza regole e senza alcun controllo, ripercorrendo la traiettoria storica che dall’epoca del welfare state ha portato all’attuale deregulation. Se, come da lui sostenuto, i rischi del mondo globalizzato costituiscono il «lato oscuro» dalla modernizzazione e dei benefici da essa prodotti,[46] se inoltre essi derivano da una progressiva erosione delle certezze in precedenza assicurate dallo stato sociale allora, forse, le paure suscitate da questi fenomeni possono essere esorcizzate attraverso un’identificazione con le pulsioni autodistruttive che ogni sistema in crisi tende, inevitabilmente, ad alimentare.

Sotto questo aspetto de Ryscky è senza dubbio un affascinante fattore di instabilità. Ritornando alla comparazione con il già citato Ballard si potrebbe, a tal proposito, notare la ricorrenza di un preciso schema attanziale nella narrativa dedicata alle gated communities. Uno schema secondo cui l’“eroe” – spesso un uomo di mezza età, erede di una civiltà in piena decadenza – cerca una soluzione ai propri dilemmi esistenziali confrontandosi con un deuteragonista il quale gli propone una morale alternativa, fuori dagli schemi. Come ho cercato di dimostrare Rudy, in quanto Altro alieno, riveste una funzione psicologica cruciale da questo punto di vista: egli, difatti, compensa l’assenza del padre simbolico offrendo a Filippo un impietoso specchio di Sé grazie al quale (ri-)costruire una «figura vitale assente dalla propria vita».[47]

È, per dirla in maniera metaforica, un cattivo maestro che lo riporta sulla buona strada. Grazie al suo tramite il nostro protagonista riuscirà a chiudere i conti col passato e, alla fine, arriverà addirittura a riconquistare il proprio posto nel mondo, formando una famiglia «a geometria variabile»,[48] con una sua ex compagna di università e la figlia da lei avuta in una precedente relazione. Happy ending prevedibile, forse un po’ scontato eppure, allo stesso tempo, in piena sintonia con lo spirito del tempo dell’«affettività liquida» teorizzata da Zygmunt Bauman.[49]

Il che ci porta a una seconda riflessione, complementare rispetto alla prima e riassumibile nei seguenti termini. Il lento, inesorabile declino di un’autorità di stampo razionale-normativo, unito alla parallela crisi delle istituzioni di intermediazione tra l’individuo e il corpo sociale (la famiglia, la Chiesa, lo stato-nazione, etc.) ha comportato, specie negli ultimi decenni, una radicale riorganizzazione nella gestione dell’economia dell’insicurezza e della paura. Un cambiamento radicale certo, ma non del tutto imprevedibile se si considerano le sue premesse storiche.

Diversi autori concordano sul fatto che la “solida” modernità poggiasse le sue fondamenta sulla promessa di una maggiore sicurezza a prezzo di una limitazione della libertà. Questo “baratto” costituiva il cuore pulsante del suo assetto ideologico ed era, al contempo, la prima fonte del suo “disagio”. Alterando i postulati etico-economici alla base di tale discorso, la postmodernità sembra invece aver prodotto un effetto analogo, ma per ragioni del tutto opposte. Il “disagio” ora nasce «da una ricerca del piacere talmente disinibita che è impossibile conciliarla con quel minimo di sicurezza che l’individuo libero tenderebbe a richiedere».[50]

Di fronte a questo stato di cose lo spazio sociale della gated community offre un antidoto ideale: liscio, omogeneo, ripiegato su se stesso. Al suo interno nessuno è un estraneo, o almeno non lo rimarrà a lungo dopo essere stato sottoposto alla «complessa e quasi inconscia rete di controlli spontanei», «di norme accettate e fatte osservare [dai suoi] abitanti».[51] Ritagliando un angolo di paradiso nella sempre più caotica forma-metropoli – radicandosi nel suo grembo, oppure proiettandosi oltre i suoi confini – le “comunità fortificate” vendono a caro prezzo la confortevole illusione di riuscire a conciliare «la ricerca del piacere» con una relativa «sicurezza».

Lo scenario di un mondo immobile, privo di tensioni e di sconvolgimenti epocali, ipotizzato da Alexis de Tocqueville in un memorabile capitolo[52] di La democrazia in America sembrerebbe alla fine essersi concretizzato non tanto su scala globale quanto, piuttosto, su scala locale, in risposta a traumi, tensioni e paure sollecitati dalla diversificata serie di fenomeni rubricati convenzionalmente sotto l’onnicomprensiva etichetta di globalizzazione. L’analogia tra il bunker psicologico dell’«aristocrazia del villaggio» di Villa Magnolia e la gabbia dorata che li circonda ne è la conferma più palese; solo all’interno del suo perimetro essi riescono a sentirsi protetti. Si innesca così un circolo vizioso: all’aumentare della percezione di insicurezza corrisponde un incremento del «distanziamento» e della «separazione» tra le varie parti del corpo sociale. Si creano in questo modo da un lato dei microcosmi iper-protetti, vere e proprie isole di privilegio per i più abbienti; dall’altro dei sordidi slums, in cui vengono relegati coloro che non possono o non riescono ad accedere al circuito della produzione e del consumo.[53]

Di questo secondo universo la maggior parte delle narrazioni dedicate alle gated communities ci parla pochissimo, mentre tende a insistere sul tedio infinito dei loro annoiati abitanti, vittime inconsapevoli di una fobia dell’Altro la quale, alla lunga, porta all’inevitabile risorgere del suo disturbante spettro. Ciò spiega perché, sullo sfondo di un simile scenario, la figura dello straniero diventi, in tutte le sue ambigue connotazioni, un elemento atto a simboleggiare sul piano mitopoietico il freudiano ritorno del represso. Una presenza ambivalente, destinata a suscitare scompiglio nella comunità: ideale capro espiatorio dei suoi tormenti interni oppure, come nel caso di Carletti, strumento della sua rinascita. L’esito, di per sé, è imprevedibile.

Romanzieri come il già citato Ballard, lo statunitense Tom Coraghessan Boyle (The Tortilla Curtain, 1995), l’argentina Claudia Piñeiro (Las viudas de los jueves, 2005), o, sul versante cinematografico, registi quali Rob Hedden (The Colony, 1995), Rodrigo Plá (La zona, 2007), James De Monaco (The Purge, 2013), hanno enfatizzato nelle loro opere gli aspetti potenzialmente distruttivi di questo incontro; Carletti, al contrario, traccia un bilancio in sostanziale pareggio. In confronto ai loro agghiaccianti scenari post-urbani attraversati da profondi conflitti di natura etnica e/o economica, i piccoli drammi borghesi di Villa Magnolia appaiono ben poca cosa.

Difficile dire se un simile esito dipenda solo da una scelta autoriale, o se invece sia in qualche misura determinato da fattori extraletterari, primo fra tutti la specificità del contesto italiano relativamente meno esposto a processi di deregulation rispetto a realtà come quella anglosassone e sudamericana dove, negli ultimi decenni, l’intensiva applicazione del modello neoliberista ha portato a un drammatico acuirsi delle disparità sociali. Né si può ignorare una certa tendenza a eludere simili questioni nella narrativa nostrana dedicata alle “comunità fortificate”, in favore di un tono allegorico da parabola morale.

Sebbene Carletti non scada nei triti stereotipi già visti in romanzi quali Il sogno dell’agnello di Paola Capriolo (1999), la figura di de Ryscky appare, in definitiva, quasi caricaturale. Un delinquente dal cuore d’oro, secondo la migliore tradizione del melodramma ottocentesco e, al contempo, uno spietato manipolatore. Un Altro alieno, che si camuffa sotto le vesti dell’Altro costitutivo.[54] Al di là dei suoi indiscutibili meriti, questo è forse ciò che manca in Prigione con piscina: un reale confronto con il diverso da Sé. Sempre eluso, attutito, attraverso una serie di strategie retorico-psicologiche di normalizzazione. In questo luogo appartato, abitato «da persone [non troppo] tranquille», manca insomma il vero brivido di una “paura liquida”.[55]

Né convince sino in fondo la formula del dialogo maieutico tra antagonista e deuterantagonista. Non solo perché ampiamente sperimentata ma, fatto ancor più grave, perché al posto di ridefinire la distanza tra i due, la riconferma implicitamente, facendo del primo un inconsapevole agente delle macchinazioni del secondo. Volendo riprendere un’affascinante distinzione proposta da Michail Bachtin, ciò impedisce a Filippo Ermini di attraversare la soglia tra una superficiale empatia e una reale «immedesimazione» (vživanie).[56] Presentandosi sotto le vesti del perturbante de Ryscky facilita, in effetti, un’identificazione con pulsioni represse, eppure, alla fine, anche sul piano diegetico finisce per svolge una funzione secondaria, di comodo. Appena svolto il suo compito, si dilegua: il fantasma disturbante dell’alter ego si eclissa, e il nostro eroe può ricominciare una nuova vita. Non rimangono praticamente tracce di questo fatidico incontro, persino le autorità insabbiano discretamente il caso, a testimoniare quanto il suo tentativo di suicidio, o i giorni memorabili dell’evasione abbiano costituito al più una trasgressione controllata. Una breccia temporanea in una serie di barriere che, per quanto fragili, possono essere ricostruite molto facilmente.

L’ultimo messaggio di Rudy giunge a Filippo due anni dopo: un semplice foglio lasciato cadere durante il tradizionale rito delle firme da parte dell’autore, cui il nostro protagonista si presta ora volentieri. Il suo antico “avversario” vuole fargli sapere di avercela fatta e si affida allo scarno testo di un semplice indirizzo internet, un ponte immateriale che rimanda a un «sito grazie al quale i missionari laici e religiosi» da ogni parte del globo «raccolgono fondi per contrastare i giganti dell’agrobusiness che devastano l’Amazzonia».[57] Tra i tanti progetti ce n’è uno «in una città sul rio Huallaga» il cui nome si ispira a una delle prime missioni portate a compimento dal padre di Filippo: «Levántate hermano!». «Si chiama proprio così».[58] Allusione ironica al ruolo svolto dal nostro Vautrin postmoderno nelle torbide e intricate vicende di Villa Magnolia? O forse il riconoscimento di un’avvenuta compensazione tra i peccati del suo passato e l’espiazione delle colpe di quel sistema corrotto da lui sapientemente manipolato?

Probabilmente una risposta vale l’altra ma, sul piano dell’immaginario, non si stenta a intravedere in questo discreto ammiccamento l’emblema perfetto di una distanza ristabilita, di un equilibrio ritrovato tra le rispettive posizioni. Di una catarsi giunta al suo naturale compimento senza eccessivo sforzo e senza lasciare alcun residuo.


 


andrea.chiurato@iulm.it

(Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM – Milano)

Pubblicato il 14/03/2016
Note:


[1] L. Carletti, Prigione con piscina, Milano, Mondadori, 2012, p. 7.

[2] Ivi, p. 8.

[3] Cfr. H. Lefebvre, La produzione dello spazio, Milano, Moizzi, vol. 1, 1976.

[4] «Il contagio è un’etnografia possibile, è la descrizione asettica di un ambiente, è una raccolta di dati, volti, persone, appartamenti, discorsi, dicerie. Non giudica, dice piuttosto, fotografa, mettendo in posa. Staged fiction potremmo chiamarla, in un ambiente verissimo». S. Marzullo, Il Contagio – Guida all’uso, «Nuovi Argomenti», 12/03/2014, [http://www.nuoviargomenti.net/il-contagio-guida-alluso/].

[5] M. Castells, La nascita della società in rete, Milano, EGEA-Università Bocconi, 2002, p. 466.

[6] L. Carletti, Prigione con piscina, cit., pp. 8-9.

[7] «Interdictory spaces [are] designed to intercept and repel or filter would-be-users». S. Flusty, Building Paranoia, in Architecture of Fear, a. c. di N. Ellin, New York, Princeton Architectural Press, 1997, p. 48. Traduzione mia.

[8] L. Carletti, Prigione con piscina, cit., pp. 8-9.

[9] Ivi, p. 8.

[10] «Non una chiesa. Non lo spaccio e neanche il caffè con il biliardo». Ivi, p. 9.

[11] Ibidem.

[12] J. G. Ballard, Cocaine Nights, Milano, Feltrinelli, 2008, p. 29.

[13] Cfr. P. Sloterdijk, Sfere 2. Globi: macrosferologia, Milano, Raffaello Cortina, 2014.

[14] A. Abruzzese-A. Bonomi, La città infinita, Milano, Mondadori, 2004, p. 94.

[15] E. Soja, Dopo la metropoli: per una critica della geografia urbana e regionale, a. c. di E. Frixa, Bologna, Patron, 2007.

[16] L. Carletti, Prigione con piscina, cit., pp. 14, 81, 128.

[17] R. Girard, Il capro espiatorio, Milano, Adelphi, 1987.

[18] S. Freud, Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio, Torino, Bollati Boringhieri, 1991, p. 270.

[19] «Per molti anni […] era stato la mente organizzativa di una potente struttura criminale che si muoveva tra la Puglia, il Triveneto e la Lombardia», «con ramificazioni in America Latina, ai Caraibi e nell’Europa dell’Est». L. Carletti, Prigione con piscina, cit., pp. 98, 130.

[20] Ivi, p. 143.

[21] Ivi, pp. 144, 189.

[22] Ivi, p. 189.

[23] Ivi, pp. 131-132.

[42] «“Tu vieni qui e chissà come, e perché, credi di poter mettere a posto le vite degli altri”». Ivi, pp. 120-121.

[25] Ivi, p. 102.

[26] «Tra gli eventi di villa Magnolia, niente doveva sfuggire al setaccio degli antenati. Così si definivano Lele Mortella e Nino Laporta, insieme a pochi altri del nucleo originario dei proprietari. Una decina di famiglie. Gli antenati vantavano una presenza più che trentennale e godevano di un’autorità non scritta, indiscussa, dal sapore vagamente medievale. Era l’aristocrazia del villaggio, e noi Ermini ne facevamo parte a buon diritto. […] Ero uno di loro». Ivi, p. 18.

[27] Cfr. G. M. Anselmi et al, Luoghi della letteratura italiana, Milano, Mondadori, 2003.

[28] «Identico a mio padre». L. Carletti, Prigione con piscina, cit., p. 121.

[29] «La società, intesa come società del rischio globale, è sempre più anche società dell’incertezza individuale, connotata dalle tre specifiche dimensioni introdotte da Zygmunt Bauman: la security, la certainty e la safety, la sicurezza personale, l’incolumità, del nostro corpo e delle sue estensioni (i nostri beni, la nostra famiglia, i nostri vicini)». E. Burini, Paura urbana e insicurezza sociale: il fenomeno delle gated communities in Nord America, «Elephant & Castle. Laboratorio dell’immaginario», n° 11, aprile 2015, p. 17.

[30] Per ironia del destino, solo dopo l’evasione Filippo scoprirà una “coincidenza” quanto mai curiosa: il padre aveva arrestato de Ryscky all’inizio della sua carriera criminale.

[31] L. Carletti, Prigione con piscina, cit., p. 158.

[32] «The raw, bare, primal and bottom-line freedom that is but the absence of bounds». Z. Bauman, From Pilgrim to Tourist – or a Short Story of Identity, in Questions of Cultural Identity, a. c. di S. Hall, P. du Gay, London, Thousand Oaks, Calif., Sage, 1996, p. 20. Traduzione mia.

[33] «Il suicidio varia in ragione inversa al grado di integrazione dei gruppi sociali di cui fa parte l’individuo»: la società religiosa, la società domestica (la famiglia) e la società politica (la nazione). Cfr. É. Durkheim, Il suicidio. Studio di sociologia, Milano, BUR, 2007, p. 300.

[34] Due fenomeni concomitanti che, parafrasando le parole Fredric Jameson, trovano il loro minimo comune denominatore nel cosiddetto «declino degli affetti» (waning of affect). Cfr. F. Jameson, Il postmoderno, o la logica culturale del tardo capitalismo, Roma, Fazi Editore, 2007, p. 27.

[35] L. Carletti, Prigione con piscina, cit., p. 198.

[36] Cfr. E. Levinas, Tra noi: saggi sul pensare all’altro, a. c. di E. Baccarini, Milano, Jaca Book, 1998, pp. 38-40.

[37] «It has been suggested that “[...] anxiety can only be understood by taking into account some of its cognitive aspects, particularly because a basic aspect of anxiety appears to be uncertainty. Also, it is reasonable to conclude that anxiety can be distinguished from fear in that the object of fear is ‘real’ or ‘external’ or ‘known’ or ‘objective’». Cfr. T. Steimer, The biology of fear and anxiety-related behaviors, consultato il02/07/2015, [http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3181681/].

[38] Z. Bauman, Homo consumens: lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi, Trento, Erickson, 2007, p. 61.

[39] «In fact, anxiety may just be a more elaborate form of fear, which provides the individual with an increased capacity to adapt and plan for the future. If this is the case, we can expect that part of the fear-mediating mechanisms elaborated during evolution to protect the individual from an immediate danger have been somehow “recycled” to develop the sophisticated systems required to protect us from more distant or virtual threats». T. Steimer, The biology of fear, cit.

[40] Z. Bauman, Homo consumens, cit., pp. 66-67.

[41] L. Carletti, Prigione con piscina, cit., p. 172.

[42] Cfr. R. Girard, Menzogna romantica e verità romanzesca, Milano, Bompiani, 1981.

[43] «Per sottrarsi al sentimento del particolare, gli uomini desiderano secondo l’altro». Ivi, p. 59.

[44] L. Carletti, Prigione con piscina, cit., pp. 63, 103.

[45] Cfr. U. Beck, La società del rischio. Verso una seconda modernità, Roma, Carocci, 2013.

[46] «The Risk Society […] describes late modern societies as risk societies, constantly debating, managing and preventing risks they have themselves produced. In fact, he argues that risks and hazards are the results of “successful” modernization, an inevitable dark side of progress». K. Franko Aas, Globalisation and Crime, London-Los Angeles, Sage, 2011, pp. 13-14.

[47] A. Gasiorek, J. G. Ballard, New York, Manchester University Press, 2005, p. 173.

[48] L. Carletti, Prigione con piscina, cit., p. 208.

[49] Cfr. Z. Bauman, Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi, Roma, Laterza, 2011.

[50] Z. Bauman, Il disagio della postmodernità, Milano, Mondadori, 2002, p. XII.

[51] Cfr. J. Jacobs, Vita e morte nelle grandi città, Saggio sulle metropoli americane, Einaudi, Torino, 2009.

[52] «Si pensa che le società nuove cambino continuamente fisionomia; e io, invece, temo che finiscano per rimanere troppo fisse nelle stesse istituzioni, negli stessi pregiudizi, nelle stesse abitudini, in modo tale che il genere umano si fermi e si limiti; che lo spirito si pieghi e si ripieghi eternamente su se stesso, senza produrre idee nuove; che l’uomo si esaurisca in piccoli moti solitari e sterili, e che, pur agitandosi senza posa, l’umanità non avanzi più». A. de Tocqueville, La democrazia in America, in ID., Scritti politici, a. c. di N. Matteucci, vol. II, Torino, UTET, 1981, pp. 756.

[53] Z. Bauman, Homo consumens, cit., pp. 60-61.

[54] «Outside [the] spatial and temporal boundaries [of a nation, a society, a community] lurks the Other. The Other can make one what one is, or it can threaten to destroy what one is. The Other which makes one is, I call “constituive”. The Other which threatens what one is, I call “alien”». H. L. Hix, Spirits Hovering Over the Ashes: Legacies of Postmodern Theory, Albany, State University of New York Press, 1995, p. 81.

[55] Cfr. Z. Bauman, Paura liquida, Roma, Laterza, 2008.

[56] L’«immedesimazione» è un atto di comprensione creativa nel quale qualcosa di nuovo è prodotto dall’interazione dialogica del Sé e dell’Altro, ed è pertanto un’efficace forma di comunicazione. Cfr. M. M. Bachtin, Per una filosofia dell’azione responsabile, Lecce, Piero Manni, 1998, p. 30.

[57] L. Carletti, Prigione con piscina, cit., p. 220.

[58] Ibidem.
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