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Indice

Sonde:

Paura mediatica e propaganda

1.Le nuove forme della paura


Il programma del World Economic Forum Annual Meeting si è sviluppato quest’anno intorno a tre grandi temi: Mastering the Fourth Industrial Revolution, Addressing Global Security Issues e Solving Problems of the Global Commons e in un panel presieduto da Al Gore ci si è interrogati, in particolare, se e quanto sarà possibile immaginare un futuro around the World without Fuel or Fear.

Secondo molti opinionisti la riflessione sulla paura è stato il cardine dell’intero meeting: e viene da pensare che, se si preoccupano a Davos, vuol dire che il velo ansiogeno, che avvolge ormai completamente il mondo intero, ha raggiunto una concentrazione inquinante molto prossima al punto di non ritorno.

La sensazione diffusa è infatti che la paura dilaghi in tutto l’orbe globale e che i seminatori di terrore (molti dei quali probabilmente sfuggiti al controllo degli apprendisti stregoni che li foraggiavano in funzione dei propri interessi) stiano di fatto ottenendo il risultato sperato di instillare il virus nel tessuto sociale – quantomeno in quello dei paesi occidentali – avvelenando così i pozzi del vivere civile.

Ma la paura della violenza terroristica e delle stragi indiscriminate non avrebbe potuto raggiungere una dimensione ansiogena di tale portata se non fosse stata ricompresa all’interno di società già permeate al loro interno da un diffuso sentimento di precarietà e di insicurezza, con le generazioni che si sono succedute dopo gli orrori bellici del xx secolo, abituate da tempo a considerare le conquiste dello stato sociale (sicurezza) non più come conquiste definitive, bensì come zattere provvisorie, minacciate da tempeste imprevedibili e incontrollabili.

Allo spettro della guerra atomica capace di distruggere il mondo intero, che per alcuni decenni ha tenuto banco, si è succeduto un ampio repertorio di paure – a vario titolo riconducibili al paradigma della globalizzazione incalzante – connesse alle minacce dei dissesti economici su vasta scala e delle crisi finanziarie planetarie, ai rischi dei cambiamenti climatici, dell’inquinamento ambientale e delle pandemie incipienti (Zika, ultima in arrivo), allo spauracchio dell’impoverimento causato dalla ristrutturazione del mercato del lavoro (con conseguente fenomeno migratorio di forza lavoro incontrollata) e all’assillo dei conflitti bellici locali sempre in procinto di espandersi (da cui discendono in linea diretta il terrorismo internazionale e le ondate di profughi in fuga dagli scenari di guerra).

Paure che sembrano piuttosto concrete e che ci obbligano «a registrare l’incremento di forme di violenza relativamente inedite»[1] e che possono essere ricomprese in tre grandi categorie: «le violenze economiche e sociali», «le violenze politiche» e «le violenze tecnologiche e naturali».[2] I sociologi e gli antropologi[3] che cercano di affrontare il problema sono tuttavia concordi nel ritenere che la vera novità consista nel fatto che le paure contemporanee si presentano mescolate fra loro e che sviluppano i loro effetti, come in un motore di aggregazione in cui ne viene amplificata la portata e la diffusione, combinandosi e influenzandosi a vicenda. Un’autentica ed esiziale «matassa delle paure» (l’espressione è di Marc Augé) in cui la vera novità sembra consistere nel fatto che «la paura per la prima volta nell’esperienza umana, è diventata un problema in se stessa»,[4]  trasformando definitivamente un riflesso naturale difensivo in una patologia sommaria e ubiqua, grazie alla quale le nostre pulsazioni aumentano e l’ansia ci pervade leggendo il giornale o ascoltando un notiziario, sia che si tratti di un sanguinoso attentato o delle previsioni del tempo. Siamo ormai abituati alle cattive nuove, comunque si presentino: una perturbazione ci rende ansiosi per le sue potenziali conseguenze disastrose, ma la sua assenza ci fa temere per la concentrazione delle polveri sottili, mentre l’andamento del prezzo del petrolio provoca turbamento sia che aumenti, sia che diminuisca: «non vi sono fuligini così nere ad intorbidarci i giorni di nostra vita, come quelle della paura».[5]

Da tempo i media ci hanno del resto abituati a titolazioni sotto forma di docce scozzesi («migliorano i conti pubblici ma gli italiani sono sempre più poveri»; «migliorano tutti gli indicatori del mercato del lavoro ma la disoccupazione non smette di crescere»; «migliora il tempo sul nord Italia. Ma da martedì tornano le piogge») nelle quali la mancanza di virgola prima del ma – o peggio ancora l’uso minaccioso del punto, del full stop) lasciano intendere una precisa regia del discorso e non soltanto una consuetudine da linguaggio professionale. Fino a qualche decennio fa, prima dell’avvento delle TV commerciali, la televisione era solita trattare l’informazione come un materiale non solo secondario, ma addirittura come un campo minato dal quale le paure del quotidiano dovevano essere eufemizzate e lenite  fino a svaporare nel format dell’intrattenimento. Gli stessi notiziari si sforzavano di usare toni asettici, suggerendo spazi geografici fatti di lontananza e di altrove e declinando tempi vaghi o approssimativi che non si inserivano direttamente nel presente. Oggi invece tutto viene presentato qui e ora e la paura stessa diventa intrattenimento, il nuovo format ansiogeno dei nostri tempi[6].

Sembra, insomma, di trovarsi al cospetto di uno scenario completamente nuovo nel quale le nuove paure (o piuttosto le loro attuali forme reticolari) si integrano con la propensione dei media (e della politica) a soffiare sul fuoco per vendere una merce di facile smercio o per specularvi sopra.

Tutto lascia intendere pertanto che l’azione combinata dei seminatori di paura (sia di chi propina morte e violenza per minare la nostra sicurezza, sia di chi vuole convincerci che viviamo in un mondo dove ad ogni passo può scattare una trappola letale) non possa far altro che vincere facilmente la partita, che consiste nel radicare un senso permanente di incertezza nella collettività, col risultato poco lusinghiero di minare le basi dell’immaginazione del futuro. Il ceto politico per contro sembra non sapere bene che cosa fare: da un lato invita le popolazioni a reagire con coraggio contro i colpi che minano la sicurezza dei cittadini, ma dall’altro fa di tutto per raccogliere consensi in nome di promesse di maggiore sicurezza. Nel mezzo, le classi sociali che fino a pochi decenni fa volevano cambiare il mondo, costrette ormai ad accontentarsi soltanto che questo non gli crolli addosso, mentre l’immaginario del domani viene rappresentato in TV e al cinema, e avidamente assorbito dal pubblico giovanile, preferibilmente all’interno  di scenari apocalittici post-catastrofe o in sovrappopolate metropoli distopiche, dominate da pochi rappresentanti di una qualche élite cinica e perversa.

Ciò nonostante è difficile credere che gli schemi delle paure contemporanee siano davvero nuove e che un’istinto connaturato alla protezione della specie umana possa stravolgere la sua funzione primaria per diventare esso stesso un veleno paralizzante o letale.  Forse siamo soltanto vittime di una percezione storica confinata in una bolla temporale di imprevedibile benessere e bassa conflittualità, che ha caratterizzato le società occidentali ricostituite al termine dei funesti conflitti mondiali del Novecento, e semplicemente ci sembra inaccettabile perdere conquiste così preziose.

Eppure, soltanto un approccio di lunga durata al problema può permetterci di contestualizzare e comprendere le trasformazioni della paura nell’età moderna, riconoscendola per ciò che è davvero e non per quello che sembra, e fornire gli strumenti necessari per non rischiare oggi di dissipare davvero quei progressi di civiltà pagati a così caro prezzo, ricordando con Giacomo Leopardi che «l’immaginazione e le grandi illusioni» devono costantemente essere temperate alla luce della ragione e delle conoscenze, anche le più amare. «L’ uomo è più facile e proclive a temere che a sperare […] massimamente in natura, ne’ fanciulli, negl’ignoranti e negli uomini naturali» e tende a considerare gli eventi sconosciuti (l’autore portava come esempio l’interpretazione malefica delle comete) in modo «irragionevole e precipitoso»[7] assai più di quanto non faccia con la speranza per l’avvenire.

2. Archetipi mediatici nell’uso della paura come strumento di propaganda


La paura si manifesta nella coscienza della nostra nudità davanti al pericolo e per la nudità stessa: Adamo, udendo il passo del Signore nel giardino edenico, si nasconde tra gli alberi e quando viene chiamato si giustifica con la paura della propria nudità («Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto»[8]). Il timore precede la socialità (primus in orbe deos fecit timor ci ha tramandato Petronio Arbitro) e fa anteporre la propria sicurezza ad ogni altra cosa. La paura oltretutto ci rende egoisti, sottolinea con acribia il Leopardi, e ci mette allo stesso livello di qualsiasi altra specie vivente:

Il timore, passione immediatamente figlia dell’amor proprio e della propria conservazione, e quindi inseparabile dall’uomo, ma soprattutto manifesta e propria nell’uomo primitivo, nel fanciullo, in coloro che più conservano dello stato naturale; passione strettissimamente comune all’uomo con ogni specie di animali, e carattere generale de’ viventi; una tal passione è la più egoistica del mondo. Nel timore l’uomo si isola perfettamente, si stacca da’ suoi più cari, e pena pochissimo (anzi quasi da necessità naturale è portato) a sacrificarli ec. per salvarsi. Né solo dalle persone, o da tutto ciò ch’è in qualche modo altrui, ma dalle cose stesse più proprio sue, più preziose, più necessarie, l’uomo si stacca quando teme, come il navigante che getta in mare il frutto de’ suoi più lunghi travagli, e anche di tutta la sua vita, i suoi mezzi di sussistenza. Onde si può dire che il timore è la perfezione e la più pura quintessenza dell’egoismo, perché riduce l’uomo non solo a curar puramente le cose sue, ma a staccarsi anche da queste per non curar che il puro e nudo se stesso, ossia la nudissima esistenza del suo proprio individuo separata da qualunque altra possibile esistenza. Fino le parti di se medesimo sacrifica l’uomo nel timore per salvarsi la vita, alla quale, e a quel solo che l’è assolutamente necessario in qualunque istante, si riduce e si rannicchia la cura e la passione dell’uomo nel timore. Si può dir che il se stesso diviene allora più piccolo e ristretto che può, affine di conservarsi, e consente a gettare tutte le proprie parti non necessarie, per salvare quel tanto ch’è inseparabile dal suo essere, che lo forma, e in cui esso necessariamente e sostanzialmente consiste.[9]


Spaventare il prossimo sembra essere quindi il metodo più facile e diretto per richiamare l’attenzione e per risvegliare con certezza l’ancestrale riflesso di autoconservazione: il messaggio che promette orrore e sciagura difficilmente può essere ignorato.

In un mio studio di qualche tempo fa[10] credo di aver dimostrato che lo spaccio della paura è un fenomeno che risale almeno alla nascita della stampa e che la sua penetrazione nell’immaginario di massa sia stato un tratto caratteristico e rilevante fin dall’inizio dell’epoca moderna.

Sul finire del Cinquecento iniziò a diffondersi in tutta Europa un particolare genere letterario, ancora poco studiato, a metà strada fra il resoconto giornalistico (di per sé allora inesistente) e la narrazione fantastica: gli argomenti attingevano alla cronaca nera, alla letteratura del patibolo, a rivelazioni di stupefacenti e orribili prodigi, avvenimenti fantastici, catastrofi naturali (specialmente inondazioni e terremoti), cronache di eventi ancora immersi in un lessico di propaganda religiosa, ma che iniziavano ad acquistare una valenza moderna proprio grazie all’affermarsi di una lettura solitaria e silenziosa anche nel pubblico illetterato delle città ormai prossime alle trasformazioni tipiche dell’era industriale.

Brevi storie quindi, ma di grandissima diffusione, notizie provenienti dalle fonti più disparate e spesso inventate o rielaborate nelle stesse stamperie: la tipografia divenne perciò il luogo di produzione del fantastico popolare, togliendo progressivamente alla cultura orale il suo ruolo tradizionale.

Gli intenti moralistici della propaganda religiosa e civile – che spesso presiedevano al licenziamento degli opuscoli e il cui scopo fondamentale era di trasformare l’orrore in devozione – dovettero in primo luogo fare i conti con i gusti del pubblico: il fantastico e il meraviglioso (nell’accezione originaria ed estensiva di fenomeno in grado di provocare insieme stupore e orrore), le gesta di grandi e terribili assassini, i sogni profetici, i prodigi celesti, i cataclismi inviati dal Cielo contro l’umanità corrotta, le trasformazioni mostruose e i fatti di sangue costituivano la materia lugubre e terrifica da cui venivano tratte «relazioni» e resoconti destinati alla diffusione popolare.

Tutto ciò fu reso possibile anche dalla crisi editoriale che nel Seicento costrinse le piccole tipografie delle città (la stragrande maggioranza delle imprese editoriali dell’epoca) alla ricerca di un pubblico nuovo e accontentabile con poco costo; la necessità di utilizzare senza sprechi gli stock di carta e di caratteri – che costituivano i principali costi di produzione delle officine tipografiche – fece sì che il risultato risultasse un prodotto qualitativamente scadente, rivolto ad un pubblico che si riteneva privo di grandi pretese.

Il patrimonio di notizie, novità, «relazioni» e «ragguagli» fu calibrato, nella diffusione a stampa, pensando a pubblici diversi: le informazioni che vennero smerciate alla maggioranza degli illetterati e «ignoranti» acquirenti non furono certo quelle destinate a confluire, di lì a poco, nelle «gazzette» e nella prima stampa periodica; i fatti di cui i ceti popolari vennero a conoscenza riguardavano ciò che si supponeva gratificasse il loro gusto prevalente: ciò che esorbitando dal quotidiano, dall’ambito del consueto, metteva i brividi e faceva paura.

Gli stampatori ebbero un ruolo centrale nella diffusione di questo  particolare genere letterario, spacciato attraverso fogli popolari che proponevano un «meraviglioso», inteso come pluralità semantica, evocante nello stesso tempo il raccapriccio, la compassione e lo stupore. Nel lessico d’epoca l’efferatezza del crimine, l’apparizione mostruosa e la catastrofe distruttiva avevano lo stesso predicato: le vicende a cui si riferiscono contenevano insegnamenti comuni e suscitavano sentimenti della stessa specie; eranono «stupendissimi eventi» che miravano a provocare «straordinaria meraviglia e terrore a chiunque legge», «ammirandi prodigi», appunto, fatti a cui si guardava con ossimorica passione tra fascino e repulsione.

Oltre a lavorare tra torchi, cassette di caratteri e telai, i tipografi non di rado si improvvisavano editori, occupandosi della stesura, della traduzione e rielaborazione dei testi, della vendita a banco: doveva essere oneroso e dispersivo dividersi all’interno di un’attività, che oggi richiede almeno cinque diverse figure professionali – con relative funzioni – nell’ambito della produzione libraria (considerando anche la moderna distribuzione), ma si trattava di competenze e fatiche difficilmente evitabili nel duro regime del mestiere tipografico, soprattutto nell’arco di tempo, che volge dalla fine del Cinquecento alla prima metà del xviii secolo.

Sul versante dei contenuti, la produzione di opere destinate al consumo popolare continuò a inchiostrare la consueta letteratura devozionale, ma con  l’integrazione delle notizie intorno all’attualità l’attenzione dei racconti si spostò automaticamente sui fatti, sui protagonisti della vicenda: l’evento non era più necessariamente opera di autore bensì di una circostanza, limitata nello spazio e nel tempo, che chiedeva soltanto di essere «osservata», descritta, raccontata e cioè fissata nella memoria per poter circolare. Ciò non significa che i resoconti fossero inalterabili e si vedrà anzi attraverso quanti sotterfugi fosse possibile falsificarli. Resta il fatto che per quanto fittizia, favolosa o del tutto inventata, la notizia rimaneva materiale disponibile a circolare anche a posteriori, sia attraverso il canale della parola scritta (e poi ristampata), sia giovandosi della trasmissione orale dei suoi lettori.

Erano vicende alle quali si poteva credere, non credere, fingere di credere, ma alla cui pubblicità era difficile non partecipare. Ci si poteva ergere contro le opinioni e la credulità, stimandole chiacchiere di gente «roza» e «materiale»: tuttavia ciò significava essersi già imbattuti nella notizia, nella diceria, nella voce, aver già assunto un ruolo nell’interscambio orale e sociale. Si potevano schernire i «compilatori delle cose maravigliose» ritenendoli responsabili (a ragion veduta) di «spargere menzogna» nel senso comune, ma ci si affrettava subito a stampare un nuovo resoconto, non sempre più veritiero di quello che si voleva screditare.

Vi era chi non mancava di sorridere davanti alle «invenzioni», alle «nove inventate da belli ingegni per toccar monete», sottolineando che il proprio intento era di dare alle stampe una «relazione più d’ogni altra veridica»; ma ciò che costoro pubblicavano appariva ugualmente sospetto e non verificabile, e le loro fonti ricordavano da vicino quelle dei mistificatori.

La condizione di anonimato dell’autore si presentava pertanto motivata da ragioni diverse, che andavano dalle caratteristiche di riservatezza della notizia, al desiderio di non esporsi, inutilmente, alla contestazione, al dileggio, magari allo scandalo. È probabile infatti che nomi di spicco si celassero dietro i «maravigliosi ragguagli», confusi nella folla dei poligrafi e degli «avventurieri della penna» pronti a vendere a chiunque la propria notizia esclusiva grazie ai ferri del mestiere di compilatore professionista.

Più semplice era il reperimento delle notizie sulla vita e le gesta dei banditi in quanto il bando veniva fornito direttamente dalle autorità della giustizia secolare e poteva in seguito essere usato a piacimento, ampliandolo e arricchendolo di novità.

La vigilanza del potere pubblico e religioso venne accrescendosi col tempo e condizionò enormemente questo genere di produzione, di cui si seppe valutare l’efficacia come strumento di propaganda: autorità cittadine, vescovi e sovrani furono inizialmente solo committenti, ma progressivamente estesero la loro influenza sulle officine dei tipografi, divenendo anche finanziatori o protettori dell’impresa attraverso il sistema dei privilegi, dei permessi di stampa e della censura.

Gli stampatori trovarono sempre più conveniente pubblicare ciò che non presentava rischio editoriale, nei confronti della censura e della vendita; le «relazioni», i «ragguagli», gli «avvisi», proprio perché materiali adatti alla propaganda dei poteri, si prestavano molto bene ai loro scopi.

È probabile che sia esagerato ritenere che i «compilatori di cose maravigliose» fossero autentici professionisti del genere: tra Sei e Settecento doveva essere problematico sostentarsi economicamente grazie ad un unico filone, per quanto redditizio, di proposta editoriale. È lecito invece parlare di un’area di produzione, che include la letteratura di consumo e la pubblicistica in genere, della quale i racconti di eventi funesti e di sensazionali atrocità rappresentavano una fetta cospicua, e sul cui sfruttamento editoriale vivevano le speranze di una notevole quantità di individui attratti da un povero, ma vasto mercato popolare.

Con queste premesse si comprende come mai gli stampatori si dessero tanto da fare per procurarsi le  ultime novità e perché si adoperassero di continuo in ristampe, adattamenti, traduzioni e aggiornamenti delle relazioni di cui entravano in possesso.

Molti «casi» danno l’impressione di aver circolato in tutta Europa, passando da una tipografia all’altra e di città in città. Nei frontespizi si giunge a citare perfino cinque o sei edizioni precedenti a quella ristampata, pubblicate in altrettante città italiane o europee.

Organizzati in veri e propri cartelli editoriali le tipografie potevano scambiarsi con profitto questo genere di produzioni, mantenendo alto il livello di presunta attualità delle notizie. La stessa cosa avveniva per le tavolette xilografiche, legni rozzi, ingenui e primordiali, che venivano impiegati con molta libertà, magari dopo essere stati impiegati in precedenti e ben diverse edizioni. A volte è possibile osservare vignette che sono state impiegate per illustrare testi pubblicati da precedenti dinastie di tipografi: una tavoletta con l’effigie di un soldato armato – in procinto di trafiggere un uomo ­– è stata usata numerose volte come illustrazione di maniera in relazioni seicentesche di storie criminali. Il suo primo utilizzo sembra addirittura riconducibile al xv secolo: anche l’illustrazione partecipava dunque a quel processo di manipolazione, comune al testo, che rendeva il genere di letteratura in questione un prodotto di scarto o, meglio, di montaggio, al limite del bricolage.

La diffusione degli opuscoli, oltre alla vendità presso i librai, era affidata alla voce degli strilloni, consuetudine deprecata da scrittori come Carlo Gozzi – intellettualmente disgustati da un simile mercato di «fogli imbrattati»

di relazion da fare il gozzo pieno

a’ mascalzoni affamati e assetati,

che con lor voci chiocce van gridando,

seguita la sentenza o dato il bando.[11]


Tale pratica era particolarmente in voga nelle città, dove il crocicchio rappresentava il punto vendita privilegiato del circuito popolare, il luogo dello spaccio, il momento iniziale della pubblicazione e cioè la messa all’incanto nei luoghi dove circola una folla anonima. Le notizie venivano gridate nelle piazze, nei luoghi di transito, nei pressi dei mercati, negli spazi, in genere, della vita collettiva. I bandi di sentenze venivano diffusi prima, durante e dopo la stessa esecuzione capitale, che era pur sempre un episodio non marginale della vita sociale. La diffusione si caricava perciò fin dall’inizio di una propulsione orale, che ne garantiva la circolazione, anche indipendentemente dalla vendita e dalla lettura.

Non è certo un caso, pertanto, che nel lessico dei frontespizi e negli appelli ai «lettori» venissero formulati frequenti inviti all’ascolto: «narrazione delli maravigliosi prodigi che leggendo voi udirete», «cosa da tutti intesa, tenuta cara e letta», «porgi l’orecchio tuo mio uditore», «uomini, donne, o sia chiunque esser si voglia, che legga o ascolti leggere», «opera degna d’esser intesa», «cosa degna da essere intesa per essempio d’ogni uno», «nuova e vera relazione nella quale sentirete», «barbaro vero caso che leggendo si sente», e altre simili espressioni da cui emerge distintamente quale fosse il canale principale della diffusione della notizia o del «caso», cioè la comunicazione orale, che iniziava con la voce dello strillone,  circolava come racconto orale da un individuo all’altro, e proseguiva nella lettura ad alta voce eseguita dai pochi che possedevano una simile competenza, a vantaggio di piccole comunità, gruppi famigliari, scolaresche del contado. Significativamente gli appelli all’udito e all’ascolto si rarefanno con l’andar del tempo, man mano che la capacità di lettura si estende: vi sono ristampe in cui tra le poche interpolazioni rispetto all’edizione precedente, compaiono modifiche che correggono proprio gli appelli all’ascolto, con inviti espliciti alla lettura dei testi.

Il momento di questa lettura collettiva poteva essere il lavoro sedentario (filatura, spannocchiatura) e, specialmente in campagna, la veglia. La vendita non era quindi un passaggio del tutto necessario e l’acquisto, con la prospettiva di una lettura solitaria, silenziosa, non era alla portata di tutti. Ciò non significa tuttavia che i testi di questa letteratura fossero figli di una cultura orale, poiché quest’ultima vi partecipava soltanto nella fase di diffusione delle notizie: i suoi contenuti, le sue linee di lettura e soprattutto l’interpretazione dei fatti erano determinati dalla cultura scritta e dall’ideologia dei suoi anonimi autori (spesso appartenenti agli ordini religiosi) per essere sfruttati come strumento di propaganda: lo scopo della paura veicolata dai racconti era di ammonire gli uomini, esortandoli a vivere da buoni cristiani e a rispettare soprattutto le leggi civili, morali ed ecclesiali, oltre a richiamare, nelle vicende quotidiane, gli stessi insegnamenti che venivano impartiti dai pulpiti.

Il timor di agonia sarà quello de’ peccatori, quali non solo apprenderanno quel male come immenso, come insueto, ma come loro già già tutto imminente; quel pensiero si ridurranno allo stato di chi agonizza. Il timore de’ peccatori, quello che di ragione dev’ essere dunque il tuo quando pensi quel giorno estremo. Però guarda che dovrebbe ridurti ad agonizzare perché timore di un male cui dee succedere appunto, se non procuri evitarla, un’eterna morte.[12]

 I criminali mostravano lo specchio nero della malvagità umana, che non solo doveva essere punita severamente con un armamentario impressionante di supplizi e patiboli, ma che doveva considerarsi come il modello negativo con cui ognuno doveva confrontare la propria rettitudine, se voleva evitare la punizione divina e del potere secolare; per contro, mostri selvaggi o allegorici, orribili e profetici prodigi, terremoti devastanti e ogni genere di catastrofe naturale rappresentavano i segni visibili che Dio mandava in terra per ammonire gli «insoffribili» peccati del mondo e per manifestare il suo sdegno.

In definitiva si può intuire come, tramite un simile genere letterario – così concepito e sfruttato – si perseguisse già l’obiettivo di uniformare i gusti del pubblico, approfittando della tecnologia dei caratteri mobili e della scolarizzazione popolare, favorita e gestita proprio dagli istituti religiosi. Folle anonime cittadine e popolazioni rurali venivano così unite attraverso forme di linguaggio sempre più simili.

La cultura di massa nasceva già allora, particolarmente nelle città, per estendersi solo successivamente al contado: l’«illetterato» urbano fu la prima cavia sottoposta alla spersonalizzazione violenta, all’impatto con una lingua prodotta quasi esclusivamente al di fuori della sua partecipazione diretta. Nelle campagne il processo fu più lento e il cammino dell’uniformazione incontrò più resistenze. Il materiale trasportato dagli ambulanti, dai colporteurs si mescolò, per molto tempo ancora, a una cultura orale più radicata, più giustificata dalle tradizioni ancora vive e che guardavano alle trasformazioni con diffidenza, dall’alto di una concezione frenata[13] dei mutamenti e del divenire.

Del resto la possibilità quasi prodigiosa con cui la stampa era in grado di moltiplicare i testi, e far circolare ovunque la scrittura, trovava sempre più entusiasti ammiratori; tra questi vi era Tomaso Garzoni, il quale elogiava, con l’ardore tipico del predicatore, il ruolo tutto positivo dell’«arte» capace di dare la «morte all’ignoranza».

Ora son fugate le tenebre dell’ignoranza affatto affatto. Ora non si può vendere bugie e dare a vedere il nero per il bianco. Ora ciascuno dà giudicio d’infinite cose, che se non fosse la stampa non potrebbe aprir la bocca per parlarne nonché giudicarle. Questa è quell’arte che fa conoscere i pazzi, che manifesta gli arroganti, che palesa i letterati, che dà morte all’ignoranza, che dà vita alla virtù e alla scienza.

Ed è sintomatico che simili affermazioni provenissero proprio da un «imperterrito plagiario»[14], qual era il canonico ravennate che infatti, per compilare la voce sugli stampatori, non esitò a saccheggiare diversi passi dell’opera del protomedico bolognese Leonardo Fioravanti[15], spacciandoli come propri: tra «gli effetti maravigliosi della stampa», capace di «risvegliare il mondo il quale era addormentato nell’ignoranzia», bisognerebbe includere anche la maggiore facilità dell’impostura e dell’indebita appropriazione delle idee altrui. Non era certo ciò che intendeva Fioravanti quando affermava che, grazie al «beneficio» dell’arte tipografica «nissuno può esser più gabbato, poiché ogni uno che voglia affaticarsi un poco il cervello può esser dotto»; è altresì vero che Garzoni ben rappresentava coloro che approfittando della più ampia circolazione delle idee favorita dai caratteri mobili, si sforzavano di diventare «dotti» con poca fatica.

La stampa, oltre alla riproducibilità tecnica delle opere d’arte e d’ingegno, forniva quindi i mezzi per nuovi metodi di falsificazione. Nella letteratura delle notizie sensazionali e prodigiose la contraffazione dei fatti e dei resoconti è un’abitudine molto frequente, un procedimento deliberato e quasi sistematico.

Se l’anonimato in cui le relazioni nascevano sembra celare una sorta di pudore a sottoscrivere con il proprio nome, il momento della stampa si delinea come la fase in cui la menzogna diventa una vera e propria necessità commerciale. Il metodo più in uso fu quello che consisteva nell’attualizzare la notizia, cambiando semplicemente la data nel frontespizio della ristampa in corso. In tal modo i «prodigii portentosi», osservati da un gruppo di frati cappuccini «in vari luoghi» durante l'anno 1664, diventavano gli stessi che si dichiarava fossero avvenuti «nella provincia di Stiria» nel 1676 e, ancor più tardi, nel 1681.

Sulla base di un «raguaglio» circa il «vento terribilissimo, qui chiamato Bissa Bova», una burrasca che aveva funestato nel 1679 le aree confinanti a nord col dominio veneto, la tipografia Pomatelli stampò, mezzo secolo più tardi, un resoconto pressoché identico a proposito dei danni provocati da «una bissabova, overo teremotto» che aveva subissato l’«inclita città di Venezia» nel 1729.

Ancora più evidenti erano le contraffazioni che facevano rivivere la medesima vicenda a personaggi in anni diversi. Talvolta veniva usato lo schema di una sentenza, cambiando nel testo soltanto i nomi dei condannati: nella «distinta relazione della gran giustizia seguita nelle città di Udine, Brescia, Bergamo e Salò» i nomi dei «delinquenti» sono chiaramente aggiunti con caratteri diversi entro finestrelle lasciate nello stampo originario, senza temere il ridicolo per il singolare fenomeno che permetteva a condannati suppliziati in città diverse, di potersi esprimere collettivamente in un «lamento», attraverso il quale si rivolgevano al pubblico domandando perdono «sopra questo foglio, con le lacrime alli occhi». Il «gentil uomo principalissimo» Pietro Nolo, giustiziato, si dice, a Milano nel 1609, cambiò identità, nel 1686 presso la stamperia del Peri, diventando Pietro Rulo, mentre le sue gesta sanguinarie venivano ambientate in Abruzzo.

Le vicende mutavano pertanto nei nomi dei protagonisti, nelle date e nei luoghi in cui si svolgevano, come nel «crudelissimo et compassionevole caso» accaduto a Pavia nel 1586, che il tipografo perugino Pietropaolo Orlando ristampava da una precedente edizione milanese e che avveniva invece, per il bolognese Alessandro Benacci, a Tolosa «in Francia» nel 1587, mentre le «diaboliche» gesta della perfida infanta Isabella, che aveva ucciso i genitori per fuggire insieme all’innamorato avvenivano, secondo le versioni, a Malta, a Marsiglia e a Nizza. Nell’ultima, quella dei bolognesi Sassi, l’evento veniva attualizzato addirittura nel 1739.

L’opera di intarsio dei narratori giungeva a volte a confondere deliberatamente vicende diverse pubblicate in tempi diversi, come nel caso di alcune relazioni, che nel tempo si compenetrarono, mutuando elementi l’una dall’altra: un esempio clamoroso di tale metodo di agglutinazione si può osservare seguendo gli sviluppi di una vicenda la cui origine può essere ricondotta ad una relazione datata 1670, tradotta dall’ungherese e stampata a Bologna da Francesco Maria Sarti. Vengono descritti diversi fatti prodigiosi accaduti «sopra la città di S. Giorgio nell’Ungheria superiore», tra i quali una battaglia nel cielo tra animali favolosi; la vignetta che illustra la relazione è di maniera. Nel 1686, sempre a Bologna, Giacomo Monti stampò una relazione contenente il resoconto dell’edizione del Sarti (ripreso quasi testualmente) ma aggiungendovi le sinistre scorrerie di un «terribile et orrendo mostro» che si sosteneva avesse imperversato negli stessi luoghi e all’interno della stessa vicenda.

A queste due relazioni bisogna però accostarne una terza, stampata a Bologna nel 1715, che narrò di mostri e prodigi osservati ad «Andrinopoli», città della «Tracia», assai diversa dai precedenti. La filogenia è tuttavia ancora ben presente attraverso un’illustrazione che raffigura la battaglia degli animali favolosi avvenuta nel cielo di Ungheria, ma che non presenta riferimenti con il testo stampato.

Ma non è ancora tutto: dieci anni più tardi, la vicenda di Andrinopoli venne ristampata da un ignoto tipografo veneziano senza l’illustrazione, ma nel frontespizio si sottolineava che i «maravigliosi prodigii» erano avvenuti «nel regno di Svezia, nella città di Tracia», il quattro dicembre del 1725.

Considerando, inoltre, che elementi del testo ricorrono invariabilmente in tutte e quattro le relazioni, si ha la sensazione che il cerchio si chiuda, delineando un’unica vicenda leggendaria che assume la forma di un mosaico narrativo.[16]

I trucchi dei propalatori di notizie non potevano certo incantare tutti: Giulio Cesare Croce si fece probabilmente interprete di sentimenti diffusi nei confronti di questa letteratura, scrivendo parodie di «avvisi» e burlandosi degli «ammirandi prodigii»:

In Treviso è nato un fanciullo il quale è tanto lungo dal mezo del corpo in giù, quanto dal mezo in sù; e dicevano, se vuol mangiare bisogna ch'egli apra la bocca, onde molti concludono che non sia per campare se non sino alla morte. […] In Pistoia, di là è giunto un pellegrino, il quale afferma esser passato sopra i più alti monti d'Italia e mai non aver incontrato una barca, ed è stato in un paese dove alla testa si dice capo, ed ha visto molt'altre cose meravigliose.[17]

Resta il fatto che questa letteratura continuò a trovare un pubblico per molto tempo ancora. Ancora oggi, con stampi diversi, il meraviglioso viene proficuamente spacciato a dimostrazione che «il consumo della cultura di massa non lascia alcuna traccia»[18]: quando si finisce con una generazione, si può subito cominciare con quella successiva.

3. Le invarianze della paura


Gli incubi di ancien régime riflettevano le angosce di una realtà opprimente, immersa nel pericolo e nel sangue che lentamente trasformarono i protagonisti di una letteratura nata per celebrare terrificanti esempi – moniti eloquenti, «specchi di maraviglia» – in ambigui paladini del crimine, eroi patibolari e negativi in grado tuttavia di emanare un fascino contagioso, tanto da capovolgere – con un tipico effetto boomerang – le intenzioni moralistiche per cui le storie venivano diffuse. 

Nel mare cartaceo in cui si affollavano truci assassini e creature mostruose, dove il mondo appariva percosso da ogni genere di cataclisma naturale preternaturale o soprannaturale, le vicende che facevano rizzare i capelli in testa non erano poi così diverse da quelle che turbano il mondo contemporaneo: l’ansia per l’incolumità personale non è certo una prerogativa esclusiva dei nostri tempi.

E, nonostante i sociologi della paura del xxi secolo insistano sulla novità delle mescolanze delle fonti ansiogene, risulta evidente che già nella prima modernità il ventaglio delle notizie spaventose fosse generosamente dispiegato, sia per quanto riguarda le varietà tipologiche, sia sotto il profilo della loro compresenza nell’immaginario quotidiano. Se c’è una differenza questa è relativa soprattutto a una questione di densità, alla luce del proliferare delle fonti informative del nostro tempo, ma ciò non ci autorizza del tutto a ritenere che, anche in una massa più rarefatta, le narrazioni del passato intorno alle paure di ogni giorno, dovessero avere un effetto inferiore sullo stato di ansia da insicurezza dei ceti popolari europei.

Le gesta di feroci delinquenti si mescolavano già con quelle dei criminali che diffondevano ad arte il terrore, come si riscontra nelle vicende che riguardano efferati omicidi politici o congiure internazionali, e che per fare solo qualche esempio vanno dall’ignoto «fanatico» ugonotto che «con supremo ardire» aveva pugnalato a morte il sacerdote sull’altare, mentre questi celebrava messa nella chiesa di Notre Dame a Parigi,[19] fino agli avvelenatori di acquasantiere in Possonia (Bratislava). Nel secondo caso ci troviamo di fronte ad una relazione pervenuta dall’ansiogena frontiera con l’impero Ottomano, dove si dava conto della cattura di due uomini che «nella loro empia mente» si proponevano «di esterminare d’abitatori i regni di Ungheria, Crovazia e Schiavonia» con il «maledetto intento» di realizzare un piano escogitato dal «Gran Turco» in persona, «seminando certe acque mortali e pestifere» e «con andarle versando per le chiese, nelle pille dell’acqua Santa».[20] Gli ideatori, (un albanese «cristiano rinegato» e un greco «con una gran barba» di aspetto «grave e vericondo», che viaggiavano come perfetti sicari, camuffati «in abito di mercanti») non sembrano insomma particolarmente diversi dai foreign fighters che oggi avvelenano la nostra sicurezza.

Nell’epoca della popolation flottante, nella società pullulante di incerti e vagabondi mestieri che richiedevano una migrazione permanente di luogo in luogo, nelle strade percorse da colonne di pellegrini armati di bisacce e bordoni, tra profughi che tentavano miglior fortuna in altre contrade e avventurieri di necessità o di vocazione, la strada era il luogo dove la paura si manifestava più compiutamente. Mescolata in questo sospetto andirivieni di facce nuove e sconosciute (numerosissimi sono i bandi pubblici che cercavano di regolamentare i flussi di pellegrini e vagabondi, spesso indistinguibili gli uni dagli altri) l’intera categoria criminale degli «assassini di strada» poteva essere considerata, dopotutto, alla stregua di una corporazione anch’essa composta di viandanti mossi da passo affrettato («scorridori»), predatori efficienti e sanguinari, organizzati sovente in confraternite famigliari – come la famigerata banda toscana dei «Paura»[21]. La differenza tra uomini e predoni non poteva pertanto essere riconosciuta sulla base di una definizione di ruolo, ma soltanto dalle spie che ne marcavano l’appartenenza a un habitat specifico. La frattura principale era rappresentata dallo schema conflittuale città / campagna, luoghi abitati / selve, secondo stilemi di rappresentazione del territorio geografico che mostravano caratteristiche spesso antitetiche a quelle odierne, dipingendo uno scenario fosco in cui borghi e villaggi apparivano come fragili avamposti della civiltà, davanti all’ostile vastità del mondo selvatico abitato da creature ferine e diaboliche.

La facies del predone mostrava, già per se stessa, lo specchio dei vizi dell’anima e il principale indizio del suo provenire «dalla villa incivile e selvaggia, popolata da sinistri homines sylvestres»,[22] come quella del terribile predone Arrigo Gabertinga, un «villano maladetto», «inumano», «perfido» e «crudele», che si narrava avesse assassinato quasi un migliaio di sfortunati viandanti delle valli trentine, operando dalla sua spelonca ben nascosta e sprofondata nelle oscure foreste sovrastate da monti «aspri e alzati»:

avea il naso ammaccato, largo e torto,

gli occhi piccini, larghi, scarpellati,

gli orecchi grandi assai, di vita corto,

i denti lunghi, grossi e cavalcati:

la bocca larga e pallida da morto,

la fronte bassa e gli stinchi inarcati;

la barba rada, il pel negro appannato:

tutto diforme brutto e disgraziato.[23]


Creatura spaventosa fin dal suo palesarsi, il predone si riappropriava quindi delle sue ancestrali radici selvatiche e bestiali per riapparire, in tutta la sua demoniaca presenza ipogea, con le sembianze di un mostro scaturito dalle viscere della terra e covato nell’oscurità delle selve, manifestando terribilmente le sue sembianze spettrali e deformi compendiate di animalità e bruttezza – gli stereotipi che caratterizzavano tutti i villani.

A ricordare invece quanto fosse precario il destino umano, sospeso nell’aria e soggetto a qualsiasi «alito di fato»[24], bastavano le notizie sconvolgenti dei cataclismi tellurici (lo «spaventevole mostro» del terremoto[25]), gli incendi improvvisi e devastanti, le eruzioni ustorie, oltre al clima aggressivo, le alluvioni, le inondazioni, i crudeli «temperii» e le fragorose «gragnuole». L’irruzione subitanea delle forze naturali (guidate dalla mano divina) erano in grado, in ogni momento e non diversamente da ciò che temiamo noi contemporanei, di scuotere la Terra dalle sue fondamenta, distruggendo in un sol colpo l’illusione della linearità del tempo e della durevole sicurezza umana.

Neppure il tema della «globalizzazione» può essere evocato come una novità delle frontiere della paura odierna, se si tiene conto della mole dei resoconti sul conflitto coi Turchi che raggiungeva il pubblico popolare. Le occasioni erano quasi sempre circostanze in cui celebrare le vittorie ottenute dai principi della cristianità, e diversamente da oggi l’intento era quello di trasmettere ottimismo sulle sorti future della guerra (quasi due secoli di conflitto permanente, con il suo carico di morte e di ostaggi da riscattare), promettendo la riconquista di Costantinopoli e la riconsacrazione di Santa Sofia, anche se i toni non lesinavano i più realistici timori delle micidiali insidie che potevano scaturire nella lotta con un nemico mortale.[26]

In sostanza, tra crimini efferati (secondo le più varie declinazioni) e sanguinosi «spettacoli di giustizia» (anch’essi sorprendentemente vari e raccapriccianti), tra orrendi prodigi, mostri terrificanti, nemici esterni e interni (gli ebrei «efferati»), pericolosi vagabondi e ambigui forestieri senza fissa dimora, eventi bellici ricorrenti seguiti da esodi massicci di profughi, incendi devastanti, terremoti rovinosi, eruzioni distruttive, nubifragi apocalittici, pestilenze e morbi contagiosi, carestie e penurie alimentari costanti, non si può davvero dire che la vecchia società avesse meno ragioni della nostra, di trepidare e palpitare per la propria sicurezza.

Pubblicato il 09/02/2016
Note:


[1]  M. Augé, Le nuove paure, Torino, Bollati Boringhieri, 2013, p. 11; il corsivo è mio.

[2]  Ibid.

[3]  Rimando in proposito a un denso florilegio di opinioni espresse da vari autori (Zygmunt Bauman, Marc Augé, Ulrich Beck, Alaine Touraine, Frank Furedi, David Altheide, Robert Castel) in Z. Bauman, Il demone della paura, Roma-Bari, Laterza, Roma, Gruppo Editoriale L’Espresso 2014.

[4]  F. Furedi, ivi, p. 74.

[5] G. Lubrano, Prediche quaresimali postume, in Padova, nella stamperia del Seminario appresso Giovanni Manfrè, 1703, p. 620.

[6]  Cfr. D. Altheide, ivi, p. 86.

[7]  G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, 3435, 15 settembre 1823.

[8]  Genesi 3, 10.

[9] G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, 2206, 2207, 2208, 1 dicembre 1821 (il corsivo è mio).

[10]  A. Natale, Gli specchi della paura. Il sensazionale e il prodigioso nella letteratura di consumo (secoli xvii-xviii), Roma, Carocci, 2008.

[11] C. Gozzi, Marfisa bizzarra, xxii, 56, a cura di Cornelia Ortiz, Laterza, Bari 1911, p. 295.

[12] P. Segneri (1673), La Manna dell’anima, in Opere del Padre Paolo Segneri della Compagnia di Gesù, t. ii, in Napoli, stamperia del Vaglio, 1857, p. 237.

[13] L’espressione è di P. Camporesi, Le officine dei sensi, Milano, Garzanti, 1985, pp. 214 e sgg.

[14] Ivi, p. 168 nota.

[15] Il celebre testo  del canonico ravennate è naturalmente La piazza universale di tutte le professioni del mondo, Venezia, Alberti, 1616, cc. 359 v. e 360 r. (i ed.1585); quello del medico bolognese è invece L. Fioravanti, Dello specchio di scienzia universale, Venezia, eredi di Marchiò Sessa, 1583, c. 69 v.

[16] Relazione de i maravigliosi et orrendi prodigi apparsi in aria li undici e dodici maggio 1670 sopra la città di S. Giorgio nell’Ungheria superiore. Dalla lingua ungheria, tradotta in italiano, in Bologna per il Sarti, s.a. (un prototipo della relazione bolognese del Sarti rimonta per la verità all’inizio del secolo: Histoire memorable sur le Prodiges nouvellement apparus en l’air, sur la ville de Sainct Georges en Hongrie. Où il est declaré combien de jours ils ont duré, et en quel temps, avec le progrez et suitte des choses y survenuës […], Paris G. Binet, 1602, in J.P. Seguin, L’information en France avant le périodique. 517 canards imprimés entre 1529 et 1631, G. P. Maisonneuve & Larose, Paris 1964, p. 71) ; Relazione del terribile et orrendo mostro comparso alli 28 del mese di gennaro vicino alla terra di S. Giorgio nell’Ungheria superiore, in Vienna, Trento, et in Bologna, per Giacomo Monti, 1686, [con illustrazione del mostro]; Narrazione delli maravigliosi prodigi occorsi già in Tracia nella città d’Andrinopoli, in Roma, Viterbo, Siena et in Bologna, per li successori del Benacci, 1715; Narazione delli maravigliosi prodigii occorsi nel regno di Svezia, nella città di Tracia dove s’intende di diversi mostri veduti e segni spaventosi ed orribili sentiti in quella città; con li grandissimi danni che sono successi mentre leggendo voi intenderete con la morte di molte persone, in Viterbo, Terni, Ancona, Rimini et in Venezia, s.n.t. [1725?].

[17] G.C. Croce, Avisi burleschi venuti da diverse parti del mondo, cose notabilissime e degne da essere intese, in Bologna per l'erede del Cochi, da S.Damiano, s.a.

[18] J. Habermas (1969), Storia e critica dell’opinione pubblica, Laterza, Roma-Bari, 1984, p. 199.

[19] Relazione del sacrilego omicidio comesso da un fanatico nella persona di un sacerdote mentre celebrava la santa messa nella chiesa di Nostra Donna di Parigi. Li 20 luglio del presente anno 1670. Trasportato dall’original francese nel commune italiano, in Bologna, per Giacomo Monti, 1670.

[20] Relazione della gran giustizia fatta nella città di Possonia contro due scelerati e sacrileghi, i quali avvelenavano l’acque nelle chiese. E di quanto è seguito nella loro morte. Tradotta dalla lingua unghera nell’idioma italiano, in Pistoia, per gli eredi del Fortunati, s.a. Le citazioni provengono da c. 2 r.

[21] Nuova e vera relazione della giustizia ultimamente seguita nella famiglia de’ Paura, carcerati e giustiziati in Firenze l’anno 1680. Dove s’intende l’assassinamenti et indignità commesse da costoro contro i passaggieri e Procaccio di Firenze, in Bolognaper gl’eredi del Peri, 1680.

[22] P. Camporesi, La maschera di Bertoldo. G. C. Croce e la letteratura carnevalesca, Torino, Einaudi, 1976, p. 43.

[23] G. Briccio, La sciagurata vita di Arrigo Gabertinga assassino di strada: il quale ha ammazzato un infinito numero di persone, con i suoi figliuoli, nel territorio di Trento. Posto in ottava rima da Giovanni Briccio Romano ad essempio de i tristi, in Milano, in Genova, in Pisa, in Firenze et in Todi, appresso Aniballe Alvigi, 1625, c 2 r. L’origine della vicenda di Arrigo Gabertinga sembra essere tedesca, secondo una precedente edizione francese del 1582: Discours admirable des meurdres et assasinatz de noveau commis par un nommé Cristeman Alemant, executé à mort en la ville de Berckessel, pres de Mayence en Allemagne lequel par son proces à confessé avoir entre autres crimes tué et assassiné neuf cens soixante et quatre personnes. Jouxte la copie imprimee à  Mayence, 1582, in Seguin, L’information en France, cit., p. 70. Lo stesso Cristeman (come il Gabertinga) rapì una donna e la tenne prigioniera nel quartier generale della sua caverna, sbarazzandosi via via della prole indesiderata: «durant le sept années qu’elle y fut il eut six enfans d’elle, ausquelz il tardoit le col, si tost qu’ilz estoient nez, et les pendoit en un lieu hault, et puis les tiroit par les pieds afin de les alonger. Et si tost que le vent soufloit de costé et d’autre ces pauvres petit créatures, le cruel endiablé disoit, Dansez, dansez mes chers enfans: car Gempertina vostre pere vous sonne la danse», ivi, p. 30. Il soprannome Gempertina richiama da vicino lo «sciagurato» Gabertinga.

[24] Giacomo Lubrano, Terremoto orribile accaduto in Napoli nel 1688, in Getto (a cura di), I marinisti, Torino, Utet, 1954, p. 414.

[25] Le relazioni in tal senso sono numerosissime; a titolo di esempio: Nuova relazione dell’orribile terremoto seguito il giorno delli 24 del mese di aprile 1741 nella Romagna, e Marca alta e bassa: con la descrizione delle città rovinate, persone morte e feriti, in Bologna, per Carlo Alessio e Clemente Maria fratelli Sassi, s.a.; Vera e distinta relazione dell’orribile e spaventoso terremoto seguito nella città et isola di Candia […] con ammirazione e spavento di quei barbari infedeli, in Venezia, Bergamo, Lucca, Modona et in Bologna, per gli eredi del Pisarri, 1681; Ragguaglio del grandissimo et lagrimevole incendio della terra di Collio di Valtrompia, posta nel territorio bresciano verso tramontana, occorso alli 23 di marzo dell’anno presente 1619 […], ove si intende la rovina di più di settecento case con la destruzzione d’alquante chiese e forni del ferro e molini, con la morte di molta gente. Cosa in vero degna di somma compassione e di pianto, in Brescia et in Bologna presso Bartolomeo Cochi, 1619; Distinto ragguaglio del funestissimo caso occorso nella città di Madrid, nella notte delli 15 dello scorso mese di settembre 1723, in cui si sente l’orribil temperio in essa occorso, con la morte di vari soggetti e di quelli salvatosi per misericordia divina, in Bologna, per Carlo Alessio e Clemente Maria fratelli Sassi, 1723.

[26] Basti, tra i tanti, questo esempio: Relazione distinta de’ contagi, carestie, ammutinamenti, e confusioni che si provano nella Turchia, per causa de’ progressi che quotidianamente si fanno dalle Armi Christiane. E de’ popoli sollevati nell’Asia, fatti publicamente strozzarei Bassà e Comandanti di quelle Provincie, a causa di non haver voluto prender l’armi contro la Christianità, anzi ribellatisi e datisi alla devozione del Re di Persia. Havutasi da Costantinopoli con lettera scritta dal sig. Cavalier Gio. Paolo Lazari all’illustriss. sig. Antonio Nosadini vicario di Mel. In Venezia, et in Bologna, per Giacomo Monti, 1686.
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