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Tema n.16:

L’epopea di Colombo tra propaganda e romanzo di consumo

Recenti studi storiografici, dedicati ai luoghi e alle strutture della pedagogia postunitaria,[1] analizzano le strategie retoriche di costruzione dell’identità italiana come prodotto culturale. In questo contesto, si risignifica la scrittura d’occasione, che riprende abbrivo in concomitanza con la celebrazione di cerimoniali postunitari, feste nazionali o altre di più generica ispirazione patriottica, strumenti tutti di consolidamento della tradizione.[2] Il cosiddetto «lungo Ottocento» sembra infatti, in maniera non disinteressata, gettare le basi per quel «compulsive anniversaryism» caratteristico dei nazionalismi fino all’età contemporanea,[3] perché evidentemente implicato col concetto di eredità storico-politica. La multifocalità dell’indagine e la variabilità dei criteri di definizione, in base ai quali il significato di tradizione occidentale divergerà necessariamente da altre tradizioni locali (coloniali o postcoloniali che siano), determina che quella di eredità sia una categoria in movimento.
Di un episodio degno di nota, in tal senso, si rende protagonista il letterato-diplomatico Carlo Dossi con il testo messo a segno in occasione dei festeggiamenti per il quarto centenario della scoperta dell’America, nell’ottobre 1892. Primo Levi, Luigi Perelli e Alberto Pisani Dossi, i tre scapigliati lombardi trapiantati per via burocratica nella Roma ‘bizantina’, prestarono organicamente le loro competenze di giornalisti polemisti al rinato (1878) «La Riforma», giornale crispino di ispirazione anticentrista. Ma giustamente Francesco Lioce rileva che, ben più dei sodali, «Dossi corrispondeva davvero alla figura tracciata da Crispi di scrittore abile a tutto e capace perciò di scrivere con competenza sui temi più disparati, dalla cultura letteraria alla critica d’arte, dalla storia nazionale alla diplomazia».[4] Dopo la caduta del governo Crispi (1891) – la delusione è registrata nella nota 5680 dello zibaldone dossiano[5] – e le sue conseguenti dimissioni da capo del Gabinetto, Dossi si trova, dunque, ‘in esilio’ a Bogotà dall’inizio dell’anno, inviatovi dalla nuova direzione a coprire il posto di ministro residente in Colombia. Frammezzo alla produzione ufficiale di rapporti consolari per il ministero, spiccano come oggetto anomalo, ma viepiù significante, «queste tre quartine stampate in una sconosciuta tipografia di Bogotà»:

Uscirono su brevi foglietti ricolorati, come la nostra bandiera nazionale e ciascuna quartina sul campo di ciascun colore. [...] Vennero quindi gettate da un carro a trionfo, costruito a spese della Legazione Italiana, raffigurante la Giovinezza di Colombo (Colombo ritto e meditativo inanzi al mare, sulla spiaggia genovese, incoronato di lauro e di gloria da una enorme Italia proteggente) e distribuite […] in occasione delle Feste Colombiane di quell’ottobre, nella passeggiata storica sfilata per le maggiori vie di Bogotà.[6]  

Dall’iniziale chiasmo dantesco,[7] la vocazione nazionalista monta nella composizione retorica a suggellare il programma Dossi-Crispi in materia di politica estera:

Navi mi diè Castiglia, Italia vita,
gloria il nuovo Orbe che mostrommi Iddio.
La santa gloria di svegliar dal rio
Letargo l’india umanità smarrita.
Il nuovo mondo cui il ciel mi volse,
con nome ignoto alla mia prua si chiama.
La gentile Colombia il mio raccolse.
Abbracciata con lei, vivrà mia fama.
Italia antica madre e la diletta
figliola mia, dell’Ande eccelso fiore,
stannomi intorno l’una all’altra stretta
in un orgoglio solo e un solo amore.[8]


Ma il componimento non costituisce la prima menzione dossiana della figura di Colombo: non stupirà ritrovare tra i progetti letterari di Dossi – alla data del 9 aprile 1877 –, assieme a un Garibaldi,anche un Colombo, rubricati entrambi come «dramma-poema».[9] L’operazione di Dossi, ancorché abortita, sembra dunque anticipare il quadro complessivo degli interessi nazionalisti, fioriti attorno all’esaltazione dell’esploratore genovese e culminati in una serie di iniziative storico-artistiche nell’anno del quarto centenario.[10] Ricordiamo che lo stesso Crispi, tra gli anni Ottanta e Novanta, si era fatto promotore di una campagna per lo studio delle gesta dei ‘grandi italiani’ nelle scuole: «Ogni nazione deve avere la sua missione nel mondo, e noi che la esercitammo nel periodo della schiavitù coi nostri statisti, coi nostri filosofi, coi nostri capitani, non possiamo rinunziarvi oggi che siamo costituiti in unità di Stato. Dandolo, Galileo, Colombo, Eugenio di Savoia, Napoleone Bonaparte attestarono quello che valga, quello che sia, quello che possa la mente italiana».[11]
A occuparsi della ripresa delle gesta di Colombo non sarà però l’epica, ma il romanzo storico – e proprio qui sta l’anacronismo del tentativo in versi di Dossi, pur attento lettore dei Cento anni di Rovani, il «secondo romanzo che possa non solo star paro a paro ma divanzare di un passo i migliori d’Europa».[12] È stato rilevato, infatti, come «l’ascesa del nazionalismo europeo coincide in particolare con una forma di letteratura: il romanzo», che «eguagliò il quotidiano come veicolo principale di diffusione nazionale a mezzo stampa, favorendo la standardizzazione del linguaggio, incoraggiando l’alfabetizzazione».[13] Anche il tema della scoperta dell’America, declinato nelle forme colonialiste della conquista, si imporrà dunque alla prosa tardo-ottocentesca non diversamente da quello dell’impresa risorgimentale, seppure quest’ultima raccolta più nelle modalità della memorialistica che non compiutamente in quelle del romanzo-epopea.[14] Non a caso Benedetto Croce, nel tracciare il quadro della letteratura garibaldina, si preoccuperà di sfatare la «comune credenza: che vi siano personaggi, azioni ed avvenimenti che chiedono o aspettano o meritano di ottenere il loro cantore e poeta»:

Caso tipico quello del Carducci di fronte al venerato, all’adorato Mazzini. «Tutte le volte – il Carducci lasciò scritto – che provai a far versi di proposito intorno a un nome grande o ammirato, vi riuscii sempre peggio di quello che soglia». […] I grandi uomini e i grandi fatti chiedono altro: non la poesia, ma la prosa, cioè la storia, che li intenda e comprenda e dica quel che essi veramente operarono: la storia che ha colore e calore, e che storia non sarebbe, se si dimostrasse languida e frigida.[15]

Una personalità di raccordo tra i vertici del corpus garibaldino e del ciclo letterario colombiano, assai più di un Dossi rievocatore di memorie familiari – il tramite è la figura del nonno Carlo, romantico sostenitore dell’«eroe dei due mondi»[16] –, è di certo quella del savonese Anton Giulio Barrili, non ignoto allo scrittore lombardo,[17] che però preferisce derubricarlo, assieme a Edmondo De Amicis, di cui il ligure fu pure amico, tra gli «scrittori cattivi»,[18] in quanto imitatore della moda romanzesca francese. Autore, tra le molte opere,[19] di una pentalogia ispirata alla peripezia storico-geografica dell’illustre genovese, Barrili viene presto riconosciuto «tra i più autorevoli indagatori delle glorie e delle sventure di Cristoforo Colombo, e tale salutato da dotti italiani e stranieri».[20] Mentre lo stesso Croce, che gli ascrive un difetto di «intonazione» e una diffusa «superficialità» nella narrazione,[21] deve poi ammettere che all’interno di Con Garibaldi alle porte di Roma: 1867 (1895), e in generale

quando parla di Garibaldi, e richiama le memorie di quel tempo, il Barrili si trasforma. [tanto che] il discorso in morte di Garibaldi, detto nell’università di Genova, è, nella sua brevità, un piccolo capolavoro. [...] si vede che tutta quella è materia vissuta, rimuginata, digerita, assimilata, diventata la parte migliore dell’anima dell’oratore.[22]

Al di là dell’intrinseco valore letterario della sua produzione, dovrà allora considerarsi la spendibilità politica delle operazioni di Barrili, nella sua molteplice veste di patriota, giornalista, autore e docente universitario. E qui ci soccorre il capitolo fondamentale della saga colombiana, quel Terra vergine, che prende le mosse dalla partenza e dall’approdo di Colombo al Nuovo Mondo, e che vede la sua pubblicazione in volume – dopo la prima apparizione nelle appendici del «Caffaro»[23] – proprio nell’anno dell’Esposizione italo-americana a Genova (1892). Francesco Surdich sottolinea argutamente come il movente, a sprone dell’operazione letteraria, fosse proprio quello delle celebrazioni genovesi per il giubileo colombiano, essendo Barrili parte integrante delle attività di coordinamento e di promozione, nonché l’ostensore del discorso di apertura e chiusura dei festeggiamenti.[24] Né stupisce, come rileva Luigi Cattanei,[25] il differimento della narrazione e pubblicazione del volume dedicato all’impresa, essendo il progetto avviato ben tre anni prima, nel 1889, con Le due Beatrici, che ripropone, a monte del viaggio esplorativo, le vicende amorose intrecciate con le donne accreditate dalla storiografia colombiana ottocentesca.
Ora, per contestualizzare l’incidenza delle iniziative di Barrili sullo sfondo storico, varrà solo la pena ricordare che, tra il 1880 e il 1890, in tutta Europa, erano state fondate più di quaranta società geografiche, con l’inevitabile corredo di congressi internazionali, pubblicazioni specialistiche, illustrazioni – tra l’esotico e il pittoresco –, e spedizioni esplorative, che sostanziarono un’ampia diffusione della letteratura di viaggio (anche in lingua italiana, grazie soprattutto alle iniziative degli editori ‘popolari’ Treves, Sonzogno e Perino).[26] In Italia, come nel resto del continente, tali soggetti istituzionali assolsero di fatto una funzione di favoreggiamento nei confronti dei processi di espansione coloniale, già a partire dalla fondazione della Società Geografica Italiana (1867) a Firenze. Il rafforzamento degli interessi colonialisti della Società sotto la presidenza di Cesare Correnti (1873-1877) si indirizza verso l’Africa come «una predestinazione»,[27] ma già un decennio dopo colonialismo ed emigrazionismo sembrano subire una convergenza in termini di partecipazione e di utili: già prima della battaglia di Adua (1896), come mostra lo spunto dossiano, e definitivamente dopo la sconfitta in Abissinia e lo stallo delle manovre imperialistiche di Crispi,[28] alle mire di conquista africana si sostituiscono «le prospettive di colonizzazione pacifica del Nuovo Mondo».[29] A questa altezza possiamo, infatti, far risalire le prese di posizione di Dossi contro il parlamentarismo e le mosse dei Savoia in ambito di politica estera.
Fino alla costituzione dell’Istituto coloniale italiano a Roma (1906), funzioni di raccordo politico-economico, iniziative di propaganda e occasioni di sollecitazione emotiva si concentrarono proprio nelle esposizioni universali, a partire da quella di Milano (1881). Molto è stato scritto sul ruolo di queste ultime nel periodo successivo all’unificazione italiana, e in particolar modo durante la fase di «decollo industriale».[30] Se da un lato si è indagata la funzione di ‘normalizzazione’ in materia di politica interna,[31] non minore attenzione è stata dedicata al fenomeno declinato in ottica imperialista e colonialista, anche tenendo conto che «per Crispi le vittorie coloniali erano il supporto decisivo di una politica di forza e di affermazione personale»,[32] e quindi strumento indispensabile al consenso nazional-popolare. L’allestimento di mostre coloniali volte a riprodurre una decontestualizzata spazialità esotica, già nell’esposizione di Torino del 1884, svolse una «vasta operazione di acculturazione africana e di divulgazione dei miti coloniali, in quanto, se si escludono i viaggi, le esperienze di lavoro e il servizio militare, per la maggior parte degli italiani queste manifestazioni rappresentarono l’unica occasione per avvicinare l’Africa»,[33] in alternativa alla produzione fotografica e stampata. Dalla ricostruzione del villaggio assabese, a Torino, alla presenza di indigeni della Terra del Fuoco a Genova,[34] l’Italia concorre, nel concerto delle esibizioni etnografiche delle altre nazioni europee, alla definizione di un’«estetica del diverso e del deviante»,[35] basata sull’esposizione dei corpi dei «selvaggi»:

In questa attrazione per il corpo dell’Altro, le rappresentazioni erotizzano il corpo «selvaggio», lo mostrano nudo o seminudo, lo mettono in movimento in «danze rituali» che sembrano sfuggire a tutti i canoni della motricità occidentale. Questa tensione verso il corpo esotizzato – che costituirà presto e per sempre un fondamentale tema pubblicitario – non può essere compresa se non analizzando il processo di formazione corporea che caratterizza le società occidentali nel XIX secolo.[36]

A tale paradigma mostrativo non si sottrae, appunto, neppure Terra vergine di Barrili, in un connubio – già sperimentato dall’appendicista alle prese con l’«idillio storico»[37] – tra erotismo ed esotismo.[38] In una fase in cui l’esploratore e il colonizzatore diventano i mitici protagonisti, o almeno gli ispiratori, di opere liriche, teatrali, saggistiche (dal bozzetto coloristico alla relazione pseudo-scientifica) e narrative – basti pensare a Gabriele d’Annunzio, che dedica la raccolta di novelle Terra vergine (1882)[39] all’esploratore abruzzese Giovanni Chiarini, morto di malaria in Etiopia –, il romanzo barriliano, forse accortamente sfruttando il successo dell’omonimo dannunziano, raccoglie allora molti topoi della vulgata colombiana, ancora in grado di impressionare potentemente l’immaginazione popolare. Se le quartine di Dossi ponevano già l’accento sulla missione civilizzatrice del genovese («La santa gloria di svegliar dal rio | Letargo l’india umanità smarrita»), ora Barrili ne amplifica ed estremizza il portato con il richiamo alla Guerra Santa:

Tutti inginocchiati in coperta, e fattosi umilmente il segno della croce, i marinai della Santa Maria mormoravano con l’Almirante, che la proferiva ad alta voce, la preghiera dell’Angelus Domini, istituita nell’anno 1095 da papa Urbano II, al concilio di Clermont, pei crociati che andavano in Palestina, e rimessa in vigore un secolo dopo, da Gregorio IX, per tutto l’orbe cattolico. Mai, fino a quel giorno, squilla vespertina e preghiera di cristiani s’erano udite più lontano nell’aria.[40]

Si veda l’interpretazione che Todorov riserva alla figura del navigatore: «In realtà, Colombo ha un progetto più preciso che non si limita alla sola esaltazione del vangelo nell’universo. L’esistenza e la continuità di questo progetto sono rivelatrici della sua mentalità: come un Don Chisciotte in ritardo di molti secoli sul suo tempo, Colombo vorrebbe intraprendere una crociata e liberare Gerusalemme!».[41] L’anacronismo del disegno è attestato dalla mentalità del genovese nel suo complesso: «Di origine cristiana è la credenza più sorprendente di Colombo: quella nell’esistenza del paradiso terrestre».[42] Il topos del paradiso terrestre trapassa facilmente dalla letteratura di viaggio tradizionale – come dalle rappresentazioni iconografiche a essa correlate – alla letteratura esotizzante. Dove Barrili riesce più compiutamente alla rappresentazione dell’impresa, infatti, è nel delineare il rapporto tra Colombo e gli indiani, dimostrando da un lato la familiarità narrativa con il motivo ricorrente dell’incontro indigeno,[43] dall’altro un’esatta conoscenza delle fonti primarie, come i diari di viaggio del genovese,[44] e secondarie, come le scene del ‘ciclo colombiano’ (1627-1629), affrescate da Lazzaro Tavarone nel Palazzo Belimbau di Genova. Non è un caso che Said definisca l’orientalismo come «una specie di biblioteca o di archivio di informazioni gestito in comune e, per certi aspetti, in modo unanime. Ciò che teneva insieme l’archivio era una famiglia di idee e un certo numero di valori che in vari modi si erano dimostrati efficaci».[45] Alle prime annotazioni colombiane relative alla nudità degli autoctoni («Subito videro gente nuda», 11 ottobre 1492) fanno eco i calchi barriliani, sulla scia del ‘mito dell’età dell’oro’ nutrito di elementi classici e cristiani quanto del pensiero utopico quattro-cinquentesco:[46]

Ma qualche cosa vedo brulicare alla riva, e sbucare fra i tronchi degli alberi. Dovrebbero essere creature umane, poco vestite, assai poco vestite. | [...] I naturali dell’isola erano poco, anzi punto vestiti; non potendo passare per abiti i segni di rosso, di nero e di giallo, onde avevano rigata e picchiettata la pelle di rame. Non tutti, per altro, erano così dipinti con l’ocra, sulle braccia e sul petto; ma tutti avevano segnata di rosso la punta del naso, e di rosso avevano cerchiate le occhiaie. | [...] gli abitanti del villaggio; poco vestiti gli uni, che parevano i più vecchi, e portavano un pezzo di stoffa di cotone legata intorno alle reni; ignudi gli altri del tutto.[47]

Anche quando Barrili ricorre al dispositivo dell’inversione, presentando il punto di vista dell’indigeno sul conquistatore, l’autore non fa che consolidare retoricamente i termini di un discorso dell’alterità – un’«ermeneutica dell’altro»[48] – che si traduce nella superiorità del colonizzatore:

quei mostri ignoti, che fendevano coi negri corpi le onde marine, spiegando in aria lunghissime ali di cigno. Ma ben presto avevano veduto ripiegarsi quelle ali, i mostri fermarsi a mezzo il loro cammino, cavandosi dal seno due mostricini per ciascheduno, e quei mostricini affrettarsi alla spiaggia. Tanto era bastato perchè quelle povere creature umane si allontanassero in fretta dalla spiaggia, andando a nascondersi nelle vicine boscaglie. Da principio non avevano ardito neanche di ricogliere il fiato, tanta era la furia del correre in salvo; poi, dalla vetta di un palmizio su cui qualcheduno dei più audaci si era arrampicato, giungeva l'annunzio che i piccoli mostri toccavano terra, balzandone fuori uomini stranamente fatti, coperti di vivi colori, e taluni di essi con la persona vestita di squamma lucente alla guisa dei pesci.[49]

La reiterazione del termine «mostro» (per quanto specularmente spostato, per artificio narrativo, sugli esploratori europei), nel ratificare una norma, immette anche in una gerarchia, al cui vertice troviamo inevitabilmente il ‘maschio bianco’. Del resto, è nella rappresentazione del corpo femminile come corpo-oggetto che il passaggio si fa più evidente. Le «Veneri»[50] del villaggio di Bohio, descritte da Barrili, sembrano sottrarsi allo stigma razziale solo in forza di stereotipi erotizzanti, che di fatto finiscono per corroborare proprio l’inferiorità di razza:

E al suono di quella musica strana, apparve sull’uscio uno stuolo di donne. | Era una cortese attenzione del re, ed anche una bella improvvisata. I figli del cielo poterono ammirare a lor posta le grazie delle figlie degli uomini, coperte a mezzo da grembialini di cotone, e da mantelli girati graziosamente a tracolla. | [...] E non vi paia che si sprechi il nome di Venere, con donne che avevano la pelle color di rame. | [...] Aggiungete che la bella selvaggia non era neanche tanto bruna, o era bruna con riflessi luminosi, come di rosa pavonazza. Era poi fatta a pennello; aveva le labbra tinte nel succo della melagrana; aveva gli occhi umidi e languidi sotto l’arco delle ciglia lunghe, e quegli occhi nereggiavano come due more salvatiche entro due coppe d'indaco stemperato. Che occhi, Dio creatore! E dicevano un visibilio di cose; tutte quelle, almeno, che ameremmo farci dir noi, vedendo due occhi di quella fatta.[51]

Anche quello della danza femminile – in cui il corpo erotizzato diviene «corpo di festa»[52] – è un topos funzionale alle necessità del lettore europeo, che viene così confermato nei suoi desideri non meno che nel suo sistema di convenzioni etiche ed estetiche. Nonché scientifiche. Ricordiamo, infatti, che l’anno 1892 è anche quello della seconda edizione – la prima è del 1871 – del lombrosiano L’uomo bianco e l’uomo di colore, in cui l’antropologo fissa l’‘eteroimmagine’ del selvaggio. Si deve a Lucia Rodler l’aver sottolineato l’importanza degli studi imagologici applicati all’analisi del carattere narrativo dell’identità nazionale italiana, individuando in particolare «alcuni ambiti di pertinenza imagologica, tra cui la letteratura di viaggio, la saggistica sulle letterature straniere, la paraletteratura (che fa uso abituale degli stereotipi dell’imagerie culturelle di una cultura-nazione [...])».[53] L’Altro lombrosiano si mostra, allora, caratterizzato dalla «triste uniformità dell’antropofagia e della venere vaga e della bestiale» assurta a rito, in «mancanza, in quelle tristi età, di altri mezzi di soddisfare al più urgente degli umani bisogni»,[54] in antitesi ai costumi dell’uomo bianco, che vi assiste voyeuristicamente:

L’europeo esige che l’indigeno faccia spettacolo [...]. Deve essere uno spettacolo di nudità, con donne e uomini «nello stato di natura», per evocare un paganesimo che l’indigeno non capisce, ma che il bianco va cercando nell’indigeno. [...] 1. il negro deve fare parte del paesaggio e perciò deve essere nudo, elemento naturale privo d’ogni connotato culturale, come i vestiti; 2. deve divenire un’immagine per poter essere una forma di trasporto del desiderio del bianco, dunque lasciarsi disporre come oggetto, rappresentazione e metafora; 3. deve fare spettacolo, ossia incarnare lo scatenamento del desiderio altrui.[55]

A questa altezza cronologica, stante il ritardo italiano nella corsa all’espansionismo e all’egemonia extraeuropei, il romanzo di Barrili non può ancora obbedire a una stereotipia colonialista, ma i rapporti simbolici che vi si rintracciano sono certo quelli tipici della letteratura esotica di fine Ottocento – occorrerà tenere presente la distinzione convenzionale operata da Martine Astier Loufti, in seno alla produzione romanzesca riconducibile alla politica colonialista francese, tra «romanzi dell’esotismo» (pubblicati tra il 1871 e il 1890) e «romanzi del colonialismo» (che datano dal 1890 allo scoppio della Prima guerra mondiale)[56] –, e prima ancora della tradizione erotica, per cui l’esercizio del potere individuale maschile – o, in seguito, della sovranità nazionale – passa attraverso un atto di coercizione sessuale:

l’appropriazione del paese straniero da parte del protagonista europeo, o comunque la sua presenza in esso, non si realizza attraverso una esplicita azione di conquista o di controllo di natura coloniale, ma piuttosto attraverso il possesso di una donna. È la donna che, nelle sue varie incarnazioni, rappresenta il polo di attrazione sensoriale ed emozionale più immediato dell’eroe bianco (anche se non l’unico), e insieme costituisce il varco attraverso cui egli penetra nell’esperienza del diverso. La conquista coloniale come atto maschile è dunque vista in analogia con la conquista sessuale.[57]

Se l’operazione di Barrili denuncia «quel fitto intreccio esistente tra il romanzesco e il politico, dove l’esotismo colonialista ha avuto una grossa funzione: romanzare la politica, politicizzare i romanzi, in un movimento di valorizzazione dei territori, per ridurli al sistema di codificazione statale»,[58] essa non andrà comunque considerata troppo disgiunta dall’opzione encomiastica  dell’investimento (e dello sfruttamento) retorico dossiano, precedentemente esaminato, di cui costituisce semmai il necessario complemento, affiancando a quello che era stato un uso pubblico della memoria come liturgia del potere di Stato, l’affermazione di un ulteriore mito fondativo. Se quella di Dossi è la voce che afferma il noi, anche sul fronte dell’emigrazione, questa di Barrili finisce per statuire il popolo come Altro.
Tuttavia, ed è un aspetto non secondario, l’autore sembra interessato a dare una speculare definizione di quello nostrano, storicizzandone i caratteri in un confronto col «popolo nuovo», apostrofato sardonicamente dai personaggi come «popolo senza forchetta» e «senza salvietta».[59] Non a caso, rientrando a Palos dopo sette mesi di esplorazione, Cristoforo Colombo viene accolto da un «popolo in processione»,[60] quello catalano, che lo acclama. Il pensiero del navigatore si sposta con un rapido flashback alle proprie origini popolari, di ‘lanaiuolo’ genovese, sovrapponendo in ultimo l’immagine della mobilità spaziale a quella della mobilità sociale, che interessa la sua fortunata ascesa:

Pensò piuttosto al giorno in cui, oscuro e povero, col suo figliuoletto Diego per mano, era giunto a Palos, e di là, non trovandoci modo di vivere, si era avviato per l'erta della collina sovrastante, fino al convento dei francescani di Santa Maria della Rabida. Lassù aveva egli trovato il sorso d'acqua e il tozzo di pane, da cui era dipesa la sua vita, e la scoperta di un mondo.[61]

L’anamnesi pittocchesca – mentre ammicca all’italica religiosità popolare – ha il compito di introdurre antifrasticamente la scena del superbo trionfo al cospetto dei reali di Spagna, ai quali Colombo giunge a sottomettere prede e premi: «Egli, infatti, poteva presentare i documenti della sua gloria, in quelle sette creature umane, tanto diverse da ogni specie conosciuta».[62] Ma l’inquadratura si sposta subito, dal popolo conquistato, ai privilegiati componenti della spedizione, di nuovo ribaltando i termini della scala sociale. Tra i compagni di viaggio ammessi a corte troviamo anche Cosma e Damiano, marinai genovesi – rivelatisi poi esuli di fazioni rivali in una madrepatria dalla sempre precaria autonomia politico-territoriale –, promossi al rango nobiliare dal concittadino Almirante ed eletti da Barrili a comprimari all’interno della narrazione. È attraverso il loro sguardo che il lettore si approccia alla figura di Colombo come a quella di un eroe popolare, affrancatosi per genio e virtù dall’umile condizione d’origine:

Non ti nascondo che questo nostro concittadino mi piace. Ed è nato lanaiuolo! Dunque fuori di porta Soprana, nella strada che mette al ponticello di Rivo Torbido. I lanaiuoli abitano tutti da quelle parti. E lanaiuolo com'è di origine, e marinaio di professione, ci ha un’aria di gentiluomo che consola. | – Non dei nostri, per altro. | – Ah sì, di un’altra stirpe, davvero. Ma vedi... Cosma? Io mi son fatto un giudizio tutto mio, in questa faccenda. L’uomo fa l’aspetto secondo le passioni che lo muovono. Metti per dieci, venti, cinquanta e cent’anni una famiglia contro l’altra, tutte disposte a mangiarsi il naso, e vedrai che facce ti vengon fuori. È certamente per questo che gli Adorni e i Fregosi, da un pezzo in qua, son tutte facce proibite. [...] E frattanto, che avviene? Che le facce serene e piacevoli, da veri gentiluomini, bisogna cercarsele altrove. | – Tra i lanaiuoli, allora? | – Sicuramente; e tra quelli, più facilmente che nelle altre professioni.[63]

Tuttavia, oltre alla scelta della prospettiva ribassata, nell’incardinare il racconto sulle vicende dei concittadini al seguito dell’ammiraglio, leggiamo senz’altro una duplice intentio autoriale: da un lato, infatti, Terra vergine si adagia, come i romanzi che lo precedono, sui canoni della letteratura popolare,[64] appunto, mimando l’«idilio selvaggio»[65] tra il conquistatore Damiano e la bella nativa, a uso e gradimento delle classi subalterne.[66] Dall’altro, la scrittura sembra sostentarsi con l’eco letteraria del relatore utopico della Città del Sole (1602) di Tommaso Campanella, che immagina proprio un nocchiero di Colombo come scopritore delle usanze dei Solari. A ben guardare, il richiamo a Campanella è anche il segno di una volontà di preservare il colore municipale della «lengua zeneise», se il frate calabrese può essere considerato uno dei suoi pochi sostenitori – almeno sul piano della fiction – a fronte del compatto ostracismo teorico-linguistico rinascimentale.
In avvio del romanzo colombiano, infatti, i due personaggi vengono rapidamente connotati da Barrili attraverso notazioni su status e parlata:

Due marinai stavano appoggiati al capo di banda, un pò in disparte dai loro compagni, e ragionavano di cose vane, non tali da destare l’attenzione dell’almirante. Ma il tono è quello che fa la musica; e quei due cantavano in un tono che doveva far senso a messer Cristoforo Colombo. Parlavano, a farvela breve, in vernacolo genovese. Come mai due genovesi a bordo? Ed egli non ne sapeva nulla?[67]

L’opzione campanilista di Barrili andrà ricompresa in un coacervo di passioni patriottiche e indirizzi scientifici, se è vero che anche il saggio ascoliano del 1876, Del posto che spetta al ligure nel sistema dei dialetti italiani, nel ricollocare il ligure – pur con le costitutive differenze rispetto ai dialetti lombardi o emiliano-romagnoli – nel contesto linguistico italico settentrionale, può essere interpretato come un addentellato per la teoria del «primato sul Risorgimento italiano di una improbabile “Nazione subalpina” ligure-piemontese».[68] L’ex garibaldino declina però i termini del dibattito culturale e ideologico dell’Italia liberale nei toni di una retorica un po’ frusta, semplificando al massimo grado le posizioni dei ‘liguristi’ e dello stesso Ascoli:

La parlata della madre patria è sempre la più soave all’orecchio dell’uomo, quando egli si ritrova fuori paese. Egli accorre al suono conosciuto, come ad una festa dell’anima; ascolta giubilante, vorrebbe subito barattar parole anche lui, come se volesse provare a sè stesso che quell’idioma, che è senza dubbio il più bello del mondo, egli non lo ha dimenticato. E parlandolo, dopo tanti anni, in una regione lontana, egli sente in quell’idioma, in quel vernacolo natìo, un gusto, un sapore di novità, che gli è fonte di gioie inattese, rivelazione di arcane bellezze.[69]

Di fatto, sembrerebbe di poter concludere che il concetto barriliano di ‘popolo’, nella triplice prospettiva storico-sociale, geopolitica e linguistico-culturale, soddisfi acriticamente gli standard narrativi e le topiche del romanzo di costume, uso a ricalcare le prassi e le ideologie delle diverse classi sociali all’interno di un determinato contesto, andando a intersecarli con quelli del romanzo di formazione sentimentale e intellettuale,[70] e con la cosiddetta «letteratura finanziaria».[71] Cioè, in ultima istanza, avviandosi a rappresentare – attraverso una tropizzazione del self-made man, preludio populista al «superuomo di massa»[72] – quel «popolo borghese»[73] che polarizzerà, in un apparente ossimoro, la cultura letteraria contemporanea.
Uso in altre sedi all’intrigo mondano –  localizzato nel salotto dell’aristocrazia romana o nei palazzi del potere costituito –,[74] Barrili si prodiga tuttavia più efficacemente nell’idillio popolare in coincidenza dell’ambientazione marittimo-genovese o della motivazione risorgimental-patriottica, attraverso cui aggalla la natura discorsiva del carattere italiano, dal relativismo herderiano alle note di Leopardi, alle proposte giuridico-amministrative della destra storica, esemplificate dagli scritti postunitari del patriota Pasquale Turiello.[75] E ciò sia detto, per Barrili, anche laddove l’istanza del patriottismo si mostri delocalizzata già a partire dal paratesto letterario.[76] A questo punto potremmo, infatti, chiederci se il titolo, Terra vergine, abbia un reale valore denotativo. Contribuisce, cioè, a localizzare la scoperta storica e socio-antropologica promessa dal sottotitolo, Romanzo colombiano? Come è stato sottolineato da Grivel, a proposito dei coevi romanzi di consumo in Francia,

L’indication [...] ne fournit pas une information complète; ou une marque topographique quelconque se trouve bien au contraire isolé, exposé au titre. L’attention est donc braquée sur un élément retenant l’information dans la mesure même où il la fournit; localiser au titre, c’est aussi bien décliner la localisation et renvoyer au livre. En d’autres termes, la position au titre du trait dramatise. L’impression de manque que provoque une information prometteuse parce qu’incomplète et le titre comporte bien d’autres raisons de lecture [...] contraint de recourir au texte pour s’en délivrer. [...] Le titre [...] fonctionne comme un signe de l’événement à venir, mais cette signalisation n’est efficace que pour autant que l’information localisatrice demeure incomplète ou indéfinie. Il y a nomination inachevée, définition suspendue, donc dramatisation. Ce n’est pas tant le lieu de l’événement qui est indiqué ou qualifié que son instance. Le nom de lieu porté au titre signifie l’imminence de l'aventure, la virtualité du drame. Le titre n’annonce pas le lieu, mais le drame que le lieu, quel qu’il soit puisqu’il est nommé, suppose.[77]

L’istanza informativa soggiace così a quella drammatica, spostando il fuoco dalla marca territoriale all’aggettivazione che la connota, e che connota soprattutto, nel caso di Barrili, il popolo oggetto della vicenda di esplorazione rispetto ai soggetti dell’azione storica. Privata di ogni ancoraggio referenziale, la spazialità si esotizza e ciascun tratto topografico ne risulta straniato. Se lo stigma della verginità vale, dunque, come segno meta-territoriale e meta-storico, il popolo conquistato ha conseguentemente uno statuto a-politico, a differenza di quello dei dominatori. Tale sistema semiotico garantisce meccanismi di antipatia/simpatia nei confronti dei personaggi presi in carico dalla narrazione, l’indeterminatezza dei quali rende, viceversa, impossibili risposte empatiche all’atto della ricezione:

L’absence de marque distinctive (absolutisante) positive ou négative signifie que l’agent n’est qu’un comparse (+) ou un complice (-). Ou désigne une victime appelée à disparaître de la scène. Certes, un comparse peut présenter toute une série de traits de positivité; il est pourtant visible que cette série n’est pas complète, qu'un “défaut” déclare sa non héroïté (généralement, l’état conforme et des indices ridiculisant pour le comparse, la négativité et des indices contradictoires pour le complice, dans les deux cas, non absolutisation du trait).[78]

Il carattere privativo del sintagma «terra vergine» attesta, pertanto, lo statuto vittimale del nuovo popolo, ribadendo la supremazia culturale della compagine italiana ed eurocentrica – le idee mazziniane e pan-europee essendo derivate a Barrili in primis dalla frequentazione di Nino Bixio, direttore del quotidiano genovese «San Giorgio», nella cui redazione si era formato appunto il giovane savonese. Sull’altro versante, invece, la coppia attanziale dei ‘Dioscuri genovesi’, Cosma e Damiano, si caratterizza spiccatamente – già dalla scelta onomastica e sino all’agnizione finale, che ne svela l’identità di membri delle famiglie Campofregoso e Fieschi – per il tratto popolarmente municipale e folklorico, richiamando le estremità del nucleo romano e medievale del tessuto urbano nel capoluogo ligure, ospitante la chiesa, tra le più antiche della città, di cui risultano titolari proprio i due santi patroni della corporazione dei chirurghi e dei barbieri. L’autore, in ultima istanza, si mostra tanto reticente nel dettagliare le genti amerindie – appiattite, come si è visto, sul cliché del «buon selvaggio» e su note erotico-esotiste – quanto intenzionalmente prodigo di segnature comunitarie per le sostanze identitarie dei romanzeschi conquistatori e dei lettori reali, in qualità di destinatari storico-naturali del discorso sulla nazionalità e sulla subalternità. Insomma, ragionando in termini di rappresentatività socio-culturale, il savonese ci sembra più interessato a certificare i «dislivelli esterni» tra le società etnologiche cosiddette «primitive» e la nostra, che non i «dislivelli interni»[79] entro quest’ultima. E ciò perché «la struttura del romanzo popolare è pura ripetizione, ossessionata-ossessionante di un tema unico: quello dell’accesso al dominio»,[80] come di fatto l’epopea colombiana di Barrili finisce per comprovare, piuttosto che quello della gestione del potere.

Pubblicato il 06/12/2017
Note:


[1] Vedi, ad esempio, A. Arisi Rota, M. Ferrari, M. Morandi, Patrioti si diventa. Luoghi e linguaggi di pedagogia patriottica nell’Italia unita, Milano, Franco Angeli, 2009.

[2] Una teoria del fenomeno festivo è stata affrontata su più fronti. Per quanto concerne, nello specifico, la relazione funzionale tra festa e celebrazione storica si rimanda, oltre che all’imprescindibile E.J. Hobsbawm, T. Ranger (a cura di), L’invenzione della tradizione, trad. it. di E. Basaglia, Torino, Einaudi, 1987, alla sintesi di L. Bonato, Tutti in festa: antropologia della cerimonialità, Milano, Franco Angeli, 2006, pp. 132 ss.

[3] P.J. Fowler, The Past in the Contemporary Society: Then, Now, London-New York, Routledge, p. 44.

[4] F. Lioce, Dalla «Colonia Felice» alla “colonia Eritrea”. Cultura e ideologia in Carlo Dossi, Napoli-Catania, Loffredo, 2014, p. 59.

[5] C. Dossi, Note azzurre, a cura di D. Isella, Milano, Adelphi, 2010, nota 5680, p. 965.

[6] Cappello introduttivo di G.P. Lucini, in C. Dossi, Opere, a cura di G.P. Lucini, Milano, Treves, 1927, vol. V, p. 137.

[7] Una considerazione sugli apporti della tradizione letteraria – intesa nel senso del «tempo grande» bachtiniano – al rafforzamento dell’identità nazionale viene da E. Raimondi, Letteratura e identità nazionale, Milano, Mondadori, 1998, p. IX: «Una memoria comune ha tanti istituti che la ravvivano e la fecondano. Tra questi si deve introdurre la letteratura, quella istituzione che conserva il passato attraverso la parola. La nostra tradizione letteraria indica infatti un vero e proprio percorso della memoria attraverso scrittori e poeti che hanno riflettuto, in modi diversi, sul nostro essere italiani». Spunto di riflessione inarginabile sarà, allora, la rilettura desanctisiana della Commedia dantesca. Sugli stessi temi si vedano anche, ricordati dallo stesso Raimondi, G. Bollati, L’italiano. Il carattere nazionale come storia e come invenzione, Torino, Einaudi, 1983, e A. Asor Rosa, Genus Italicum. Saggi sull’identità letteraria italiana nel corso del tempo, Torino, Einaudi, 1997.

[8] C. Dossi, Opere, a cura di G.P. Lucini, cit., p. 138.

[9] Ibid., nota 3496, p. 374.

[10] In questa prospettiva, si vedano opere di censimento come G. Fumagalli (a cura di), Bibliografia degli scritti italiani o stampati in Italia sopra Cristoforo Colombo, la scoperta del Nuovo Mondo e i viaggi degli italiani in America, Roma, Ministero della Pubblica Istruzione, 1893; o raccolte onorarie come A. De Gubernatis (a cura di), Albo di onoranze internazionali a Cristoforo Colombo, Milano, Vallardi, 1892.

[11] Cit. in C. Duggan, Creare la nazione. Vita di Francesco Crispi, trad. it. di G. Ferrara degli Uberti, Roma-Bari, Laterza, 2000, pp. 490-491.

[12] C. Dossi, Note azzurre, cit., nota 3866, p. 493.

[13] T. Brennan, La ricerca di una forma nazionale, in H.K. Bhabha (a cura di), Nazione e narrazione, trad. it. di A. Perri, Roma, Meltemi, 1997, p. 103. Brennan motiva il successo del romanzo con la sua capacità di oggettivare «nella sua stessa forma la natura composta della nazione: un guazzabuglio di “livelli di stile” che si vogliono distinti perché corrispondenti alle diverse classi; una confusione di poesia, dramma, resoconto giornalistico, memorialistica e stile discorsivo; un miscuglio di gerghi etnici e razziali» (ibid., p. 105).

[14] A tal proposito, cfr. il Campione di memorie patriottiche in A.M. Banti, La nazione del Risorgimento. Parentela, santità e onore alle origini dell’Italia unita, Torino, Einaudi, 2000, pp. 54-55; ma anche le conclusioni di M. Di Gesù, Riscritture di riscritture. Il romanzo storico risorgimentale dal moderno al postmoderno, in S. Magni (éd.), La réécriture de l’Histoire dans le romans de la postmodernité, Aix-en-Provence, Presses Universitaires de Provence, 2015, pp. 285-293.

[15] Qui e sopra, B. Croce, Letteratura garibaldina, «La Critica», 1938, 36, p. 336.

[16] Cfr. C. Dossi, Note azzurre, cit., nota 5374, p. 865.

[17] Dossi e Barrili, peraltro, figurano entrambi nel catalogo sommarughiano, un fenomeno editoriale da considerarsi accessorio rispetto a quel «vecchio tradizionale “pasticcio” fra letteratura e politica» (così L. Avellini, La critica e Dossi, Bologna, Cappelli, 1978, p. 28). Cfr. G. Squarciapino, Roma bizantina. Società e letteratura ai tempi di Angelo Sommaruga, Torino, Einaudi, 1950. Dell’intreccio tra le iniziative culturali di Angelo Sommaruga e l’affarismo romano discutono già i contemporanei: cfr. D. Besana, Sommaruga occulto e Sommaruga palese, Roma, Bracco, 1885.

[18] C. Dossi, Note azzurre, cit., nota 2502, p. 239.

[19] Da menzionare anche il contributo al filone dei ‘misteri italiani’ con I misteri di Genova (1867-70). Secondo l’originale prospettiva di Berré, i romanzi dei ‘bassifondi urbani’ andrebbero considerati all’interno di un corpus unitario, che raggruppi romanzi processuali e polizieschi, allo scopo di definire una mappatura della concezione postunitaria di ‘devianza’ e delle conseguenti pratiche politiche, sociali e giuridiche. Cfr. A. Berré, Nemico della società. La figura del delinquente nella cultura letteraria e scientifica dell’Italia postunitaria, Bologna, Pendragon, 2015, pp. 107-121.

[20] F.E. Morando, Anton Giulio Barrili e i suoi tempi, Napoli, Perrella, 1926, p. 70.

[21] Cfr. B. Croce, Note sulla letteratura italiana nella seconda metà del secolo XIX. VIII: V. Bersezio – A.G. Barrili – S. Farina, «La Critica», 1906, 4, pp. 169-199: 179-180:«Le storie dei suoi personaggi gli riescono, in fondo, indifferenti. Egli non ha temperamento passionale, o da moralista, o da pessimista, o umoristico, o filosofico, o altro che sia; la sua indifferenza non è quella ironia che si trova in alcuni artisti e che cela un interessamento sui generis: è, invece, vera e propria superficialità. [...] l’intonazione è sbagliata: con siffatta intonazione si può descrivere forse un’avventura festevole, non già una storia di passione, sentimento e fantasia».

[22] Ibid., p. 184.

[23] Fondato nel 1874, il «Caffaro» rappresenta l’«apogeo giornalistico» di Barrili (cfr. F.E. Morando, Anton Giulio Barrili e i suoi tempi, cit., p. 50): «La penna che sapea passare col più disinvolto garbo da un articolo di fondo o dalla rassegna politica divisa in tre o quattro asterischi e lavorata sempre di su gli ultimi telegrammi, ad un capocronaca elevantesi nell’azzurro o nel grigio dell’ora del tempo o ad una divagazione estetica tra sentimentale ed ironica [...]. Colà in una forma nitida, lucida e sobria di una plasticità d’espressione fluente in un italiano difficilmente superabile (l’unico moderno novelliere – sentenziò il ringhioso Vittorio Imbriani – che sappia l’italiano) lavorava i romanzi per le appendici del giornale che poi la Casa Treves raccoglieva in volumi» (ibid., p. 53).

[24] Cfr. F. Surdich, Il contributo di Anton Giulio Barrili alle celebrazioni colombiane del 1892, in G. Pascoli et al., Miscellanea 2002, Millesimo, Comunità Montana «Alta Val Bormida», 2002, pp. 150-151: «Un personaggio così tragico che neppure Prometeo poteva essere assunto a termine di paragone: “Il sapiente Titano ha un avvoltoio al cuore, per avere usato rapire una favilla al sole: per lui [...] furono molti gli avvoltoi, e non gli diedero, e non gli dànno tregua neppur dopo morto. Pensieri, intenti, propositi, tutto è rifrugato, di lui, rimutato a senno di audaci sofisti, di perfidiosi ipercritici, sospettato, svisato, e dove meglio convenga risolutamente negato. Egli è in colpa, se tace; se afferma, non è degno di fede; egli solo, tra tanti diligenti indagatori del vero, egli solo non ha diritto a parlare, ad esser creduto. Ma basti di ciò; quanto io ne lascio, altri pensi; e leviamoci su, vediamo un più largo orizzonte». Qui la vis retorica (e immaginifica) di Barrili riprende il topos del magnanimo sofferente. Per un approfondimento sull’organizzazione delle festività nel capoluogo ligure si rimanda a M. Bottaro, Genova 1892: le celebrazioni colombiane, Genova, Pirella, 1984.

[25] L. Cattanei, Barrili minore, in E. Costa, G. Fiaschini (a cura di), Anton Giulio Barrili tra invenzione e realtà, Savona, Sabatelli, 1989, p. 162.

[26] Per una rassegna delle iniziative che videro il pensiero geografico coadiuvare le dinamiche di Nation building e di espansione coloniale, rinvio a F. Surdich, Esplorazioni geografiche e sviluppo del colonialismo nell’età della rivoluzione industriale, vol. II, Espansione coloniale ed organizzazione del consenso, Firenze, La Nuova Italia, 1979.

[27] Ibid., p. 4.

[28] Cfr. ancora F. Lioce, Dalla «Colonia Felice» alla “colonia Eritrea”, cit., pp. 104 ss.

[29] G. Moricola (a cura di), Il viaggio degli emigranti in America Latina tra Ottocento e Novecento. Gli aspetti economici, sociali, culturali, Napoli, Guida, 2008, p. 38.

[30] Per dati e statistiche, specie in raffronto al contesto internazionale, si rimanda ad A. Pellegrino, L’Italia alle esposizioni universali del XIX secolo: identità nazionale e strategie comunicative, «Diacronie», V, 2014, 2, pp. 1-20. Per un quadro storico generale, cfr. Id., Gli spettacoli del capitale. Le radici storiche delle esposizioni universali, in L. Contegiacomo (a cura di), La tradizione dell’innovazione, Venezia, Marsilio, 2014, pp. 13-41.

[31] Caso emblematico è quello dell’Esposizione generale italiana tenutasi a Torino nel 1884: «È proprio il legame tra il progresso e la tradizione risorgimental-sabauda il tema che viene più intensamente cavalcato, spronato anche dalla necessità di “inventare” un nuovo ruolo, moderno e industriale, per Torino. [...] Occasione di spettacolarizzazione, di monumentalizzazione di tale indirizzo è la Prima Esposizione generale italiana che si svolge nel 1884, non legata ad anniversari o celebrazioni dello stato o della dinastia. Il grande spazio destinato all’esposizione, compreso tra il fiume e la residenza reale del Valentino, riproduce le fattezze delle necessità dello stato moderno, e l’uso di luoghi di relazione, illuminazione pubblica, trasporti interni ci permettono di assimilarlo a una città del progresso italiano. [...] Dalla rappresentazione metonimica dei personaggi per gli ideali che incarnano – i singoli monumenti – si passa al dare corpo agli ideali stessi e per questo è necessario uno spazio urbano, di passaggio, di relazione tra cittadino e cittadino e tra cittadino e città» (E. Dellapiana, La costruzione monumentale delle capitali, tra l’Italia e i Savoia, in M. Giuffrè (a cura di), L’architettura della memoria in Italia. Cimiteri, monumenti e città, 1750-1939, Milano, Skira, 2007, pp. 285-286). Ma vedi anche S. Montaldo, Patria e affari. Tommaso Villa e la costruzione del consenso tra Unità e Grande Guerra, Torino, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, 1999, p. 307: «l’Esposizione di Torino si proponeva di consacrare i primi otto anni della nuova vita del paese iniziata con la svolta del 1876. In tal senso l’evento fu un successo e fece scuola: patriottismo, appello produttivistico, celebrazione dei miti laici della scienza e del progresso attraverso la spettacolarizzazione dei prodigi della tecnica furono l’amalgama di base delle successive esposizioni italiane, fino alla prima guerra mondiale e anche oltre». Il volume ricostruisce il peso di un massone crispino della prima ora, come Tommaso Villa, nell’organizzazione dell’evento e in altri passaggi culturali della neonata nazione.

[32] G. Rochat, Il colonialismo italiano, in N. Labanca (a cura di), L’Africa in vetrina. Storie di musei e di esposizioni coloniali in Italia, Treviso, Pagus, 1992, p. 14. Rochat rileva anche come la tradizione degli studi africanisti e quella di ambito colonialista abbiano finito per convergere in Italia, soprattutto grazie all’apporto di Angelo Del Boca e Roberto Battaglia. Tra i molti contributi passibili di citazione, per l’interesse in materia di immaginario politico, ricordiamo qui A. Del Boca (a cura di), Adua. Le ragioni di una sconfitta, Roma-Bari, Laterza, 1997, e in particolare l’intervento di A. Triulzi, L’Africa come icona. Rappresentazione dell’alterità nell’immaginario colonial italiano di fine Ottocento, alle pp. 255-281. Ma anche M. Nani, Ai confini della nazione. Stampa e razzismo nell’Italia di fine Ottocento, Roma, Carocci, 2006.

[33] S. Montaldo, Patria e affari, cit., p. 341.

[34] S. Tedeschi, I Fuegini a Genova: Esposizione Colombiana e confronto con l’altro, in N. Bottiglieri (a cura di), Scritture salesiane. Forme, contenuti, testi, terre australi, Cassino, Università di Cassino, 2013, pp. 61-103.

[35] R. Beneduce, La necessità dell’ombra. Note per un’antropologia della devianza, in S. Montaldo, P. Tappero (a cura di), Cesare Lombroso cento anni dopo, Torino, Utet, 2009, p. 74. Come sottolinea F. Affergan, Esotismo e alterità. Saggio sui fondamenti di una critica dell’antropologia, Milano, Mursia, 1991, p. 15: «L’evento in assoluto, che è l’Altro quando lo si scopre, non può essere spiegato nella sua stessa consistenza, ma solo nella sua focalizzazione con altre alterità, le cui funzioni e le cui modalità d’essere verranno messe a confronto».

[36] S. Lemaire et al., Zoo umani: tra mito e realtà, inS. Lemaire et al. (a cura di), Zoo umani. Dalla Venere ottentotta ai reality show, Verona, ombre corte, 2002, p. 16.

[37] Come nota E. Villa, Anton Giulio Barrili narratore, in E. Costa, G. Fiaschini (a cura di), Anton Giulio Barrili tra invenzione e realtà, cit., pp. 40-41: «Quanto pare investigazione facile, adattamento romanzesco ha dietro di sé studi e ricerche, concretate più volte in pubblicazioni specifiche di storia patria. [...] L’idillio, che il Barrili trasferisce in altra età, acquista corposità di scenario tra l’incalzare di voci gravi e di cruente lotte. [...] Il rischio dell’operazione storica, in effetti, è nella carenza di motivi coagulanti: i due elementi, lo storico e l’erotico-sentimentale, convivono senza compenetrarsi».

[38] La cui formula originale, secondo Todorov, è appannaggio di Pierre Loti. Cfr. il capitolo a lui dedicato in T. Todorov, Noi e gli altri. La riflessione francese sulla diversità umana, trad. it. di A. Chitarin, Torino, Einaudi, 1989. Anche se «i narratori italiani sembrano invece diretti eredi di un filone esotico più esplicitamente filocoloniale, nato in Francia con le opere dei fratelli Leblond e di Louis Bertrand. Questi diedero vita a “una visione rigeneratrice dell’Africa”, terra dove l’occidentale è destinato a ritrovare “le vestigia dell’antica cultura greco-latina, i fondamenti della cultura cattolico-classicistica”. Nei loro romanzi la conquista coloniale diventa “la missione di risvegliare una civiltà che la barbarie islamica ha assorbito”» (R. Bonavita, Spettri dell’altro. Letteratura e razzismo nell’Italia contemporanea, Bologna, il Mulino, 2009, pp. 31-32).

[39] Ma qui l’esotismo e il primitivismo di d’Annunzio hanno una chiara declinazione meridionalista. Si veda A. Andreoli, Introduzione, in G. d’Annunzio, Tutte le novelle, Milano, Mondadori, 2006.

[40] A.G. Barrili, Terra vergine [1892], Milano, Treves, 1925, p. 19. Ma il topos del paradiso terrestre trapassa dalla letteratura di viaggio tradizionale – come dalle rappresentazioni iconografiche a essa correlate – alla letteratura esotizzante.

[41] T. Todorov, La conquista dell’America. Il problema dell’«altro», trad. it. di A. Serafini, Torino, Einaudi, 1992, p. 13.

[42] Ibid., p. 19. Per ulteriori riscontri sul tema, cfr. L. Quartino, Presupposti iconografici al Paradiso Terrestre di Cristoforo Colombo, «Columbeis», 11, 1987, pp. 395-402; e P. Scotti, Cristoforo Colombo di fronte all’Eden, «Bollettino del Civico Istituto Colombiano di Genova», 1955, pp. 53-56. In A.G. Barrili, Terra vergine, cit., p. 85, si legge tra l’altro: «Era la festa del verde e dell’azzurro; del verde che splendeva con cento gradazioni diverse intorno ai viandanti ammirati, dell’azzurro che si stendeva, profondamente sereno, sulle vette degli alberi giganteschi. Tra il verde e l’azzurro correva un’aria fresca e purissima, aggraziata dall’effluvio di mille fiori, ravvivata dal predominio delle fragranze resinose, che giungevano gradite alle nari, dando un senso di salute alle fibre del cervello, e di vigore alle facoltà dello spirito. Per far l’illusione compiuta, per lasciar credere che fosse quello un altro paradiso terrestre, la creatura umana era assente da quei luoghi».

[43] La topica compariva già, pur con varianti, nella trilogia romanzesca dedicata da Barrili alle avventure del popolare personaggio di Capitan Dodero (Capitan Dodèro, 1865; Le confessioni di Fra’ Gualberto, 1873; Il merlo bianco, 1879). Per approfondimenti, si veda F. Surdich, Il viaggio e l’avventura nell’opera di Anton Giulio Barrili, in E. Costa, G. Fiaschini (a cura di), Anton Giulio Barrili tra invenzione e realtà, cit., pp. 97-124.

[44] Cfr. S. Albertazzi, Lo sguardo dell’altro. Le letterature postcoloniali, Roma, Carocci, 2000, p. 24: «Non per caso, fin dagli albori della colonizzazione, i coloni appaiono occupati in un lavoro di testualizzazione delle nuove realtà in cui si trovano a operare, attraverso giornali di bordo, diari di viaggio, memoriali, relazioni scientifiche, resoconti e cronache. Fin dai tempi di Colombo, l’Europa mette in tal modo le basi per i propri archivi imperiali, lasciando traccia scritta di quanto viene a conoscere nel corso del tempo e nelle distese dello spazio».

[45] E.W. Said, Orientalismo, trad. it. di S. Galli, Torino, Bollati Boringhieri, 1991, pp. 43-44.

[46] Un utile riscontro in R. Romeo, Le scoperte americane nella coscienza italiana del Cinquecento, Roma-Bari, Laterza, 1989. Ma l’analisi più persuasiva è quella di iconografia politica condotta da Carlo Ginzburg (in Paura, reverenza, terrore, Milano, Adelphi, 2015, p. 22) sulla cinquecentesca coppa di Anversa, realizzata da ignoto argentiere – tedesco o, più probabilmente italiano –, raffigurante popolazioni esotiche e considerata dallo storico, sulla scorta degli studi warburghiani, esempio eccellente di quei «modelli, cioè formule visive (e verbali) recuperate dall’antichità greca e romana, che nel Rinascimento agirono come filtro per interpretare il presente, superando distanze culturali e geografiche».

[47] A.G. Barrili, Terra vergine, cit., pp. 60, 70 e 91. Vedi T. Todorov, La conquista dell’America, cit., p. 42: «Fisicamente nudi, gli indiani – agli occhi di Colombo – sono anche privi di ogni proprietà cultural: sono caratterizzati, in qualche modo, dalla mancanza di costume, di riti, di religione». E infatti, A.G. Barrili, Terra vergine, cit., p. 71: «Quella povertà d’armi offensive, il difetto di armi difensive, dicevano chiaramente la semplicità dei costumi e la mitezza d’indole dei pacifici abitanti dell’isola». D’altra parte, sulla rappresentazione di Barrili avrà inciso non poco il cristallizzarsi della disputa sulla natura dei ‘selvaggi’, che aveva animato gli ambienti intellettuali del secolo precedente e aveva trovato eco anche presso gli illuministi italiani.

[48] M. de Certeau, La scrittura dell’altro, trad. it. di S. Borutti, Milano, Cortina, 2005, p. 47: «Trasferisce sul nuovo mondo l’apparato esegetico cristiano che, nato da una necessaria relazione con l’alterità ebraica, è stato volta a volta applicato alla tradizione biblica, all’Antichità greca o latina, a molte altre totalità egualmente estranee. Esso ricava nuovamente dalla relazione con l’altro effetti di senso».

[49] A.G. Barrili, Terra vergine, cit., p. 66 (corsivi mio).

[50] Il riferimento d’obbligo è all’arte classica occidentale nell’impossibilità – strumentale e ideologica – di formulare un codice estetico ex novo; cfr. A. Licari, Lo sguardo coloniale. Per una analisi dei codici dell’esotismo a partire dal «Voyage au Congo» di Gide, in A. Licari, R. Maccagnani, L. Zecchi, Letteratura, esotismo, colonialismo, Bologna, Cappelli, 1978,pp. 34-36: «la stessa avventura letteraria [viene] ripercorsa sul piano dei codici di riferimento (i classici) e del campo di applicazione dei codici (i segni della realtà esotica). […] è l’ordine convenzionale della civiltà a cui appartiene il narratore che si precisa e viene meglio interiorizzato, usando il fuori della civiltà come campo di prova dei valori occidentali. […] L’estetica, o ciò che tutta una tradizione ha chiamato goût, non fa che fondare meglio le convenzioni d’una morale media, e confermare questa morale attraverso lo spettacolo di quelle culture che non vi si adeguano», o che vi si adeguano a forza.

[51] A.G. Barrili, Terra vergine, cit., pp. 96-100.

[52] Cfr. M. de Certeau, La scrittura dell’altro, cit.,pp. 54-55, per cui l’occhio del colonizzatore «fa della società selvaggia un corpo di festa e un oggetto di piacere. […] l’operazione che lascia alla differenza solo un’esteriorità ha l’effetto di trasformarla in un teatro di festa. Produce un’estetizzazione del selvaggio. Personaggio da spettacolo, il selvaggio è tuttavia, proprio per questo, il rappresentante di un’economia diversa da quella del lavoro. Egli la reintroduce nel quadro. Diciamo, come ipotesi, che il selvaggio è il ritorno, sul registro estetico ed erotico, di ciò che l’economia di produzione ha dovuto rimuovere per costituirsi. Nel testo, egli si situa infatti alla congiunzione di un interdetto e di un piacere».

[53] Vedi la voce L’imagologia, in L. Rodler, I termini fondamentali della critica letteraria, Milano, Mondadori, 2004, pp. 47-48, che contiene il rimando fondamentale alla teoria degli stereotipi culturali di Joep Leerssen. Cfr., ad esempio, J. Leerssen, Imagology: History and Method, in M. Beller, J. Leerssen (eds.), Imagology. The Cultural Construction and Literary Representation of National Characters. A Critical Survey, Amsterdam, Rodopi, 2007, pp. 17-33.

[54] C. Lombroso, L’uomo bianco e l’uomo di colore. Letture sull’origine e la varietà delle razze umane, a cura di L. Rodler, Bologna, Clueb, 2012, pp. 24-25 (che riproduce l’ed. del 1871 del volume).

[55] A. Licari, Lo sguardo coloniale,cit., p. 45.

[56] Cfr. M. Astier Loufti, Littérature et colonialisme, Paris-La Haye, Mouton, 1971. In generale si noterà come gli estremi cronologici vadano a inserirsi entro il più vasto fenomeno dell’orientalismo, che raggiunge a sua volta la massima espansione «sia dal punto di vista istituzionale sia da quello della conoscenza scientifica e artistica del suo oggetto, […] col periodo di massima espansione europea; tra il 1815 e il 1914 i domini coloniali diretti dell’Europa passarono da circa il 35 a circa l’85 per cento delle terre emerse» (E.W. Said, Orientalismo, cit., p. 43). La periodizzazione, riportata al contesto italiano, avrà evidentemente un mero valore indicativo.

[57] R. Maccagnani, Esotismo-erotismo. Pierre Loti: dalla maschera esotica alla sovranità coloniale, in A. Licari, R. Maccagnani, L. Zecchi, Letteratura, esotismo, colonialismo, cit., p. 65.

[58] G. Celati, Situazioni esotiche sul territorio, in ibid., p. 11.

[59] A.G. Barrili, Terra vergine, cit., p. 97.

[60] Ibid., p. 350.

[61] Ibidem.

[62] Ibid., p. 364.

[63] Ibid., p. 15.

[64] A. Chemello, La letteratura popolare e di consumo, in G. Turi (a cura di), Storia dell’editoria nell’Italia contemporanea, Firenze, Giunti, 1997, p. 177.

[65] A.G. Barrili, Terra vergine, cit., p. 171.

[66] A. Chemello, La letteratura popolare e di consumo, cit., p. 169.

[67] A.G. Barrili, Terra vergine, cit., p. 8.

[68] F. Toso, «Del posto che spetta al ligure nel sistema dei dialetti italiani»: la posizione ascoliana, in C. Marcato, F. Vicario (a cura di), Il pensiero di Graziadio Isaia Ascoli a cent’anni dalla scomparsa, Udine, Società Filologica Friulana, 2010, p. 415.

[69] A.G. Barrili, Terra vergine, cit., pp. 8-9.

[70] S. Micali, Ascesa e declino dell’«uomo di lusso». Il romanzo dell’intellettuale nella Nuova Italia e i suoi modelli, Firenze, Le Monnier, 2008.

[71] P. Pellini, L’argent di Zola, la «Letteratura finanziaria» e la logica del naturalismo, Fasano, Schena, 1996.

[72] Cfr. U. Eco, Il superuomo di massa. Retorica e ideologia nel romanzo popolare (1976), Milano, Bompiani, 2005.

[73] Cfr. V. Spinazzola, Letteratura e popolo borghese, Milano, Unicopli, 2000.

[74] Stentati tentativi barriliani di racconto sociale ‘dal vero’ sono Casa Polidori (1886) e il romanzo ‘parlamentare’ Diamante nero (1897), entrambi editi da Treves.

[75] Sull’ampia questione, e in particolare sulla centralità del turielliano Governo e governati in Italia (1882) – recensito dallo stesso Lombroso – nella definizione del tipo italico, vedi S. Patriarca, Italianità. La costruzione del carattere nazionale, Roma-Bari, Laterza, 2010.

[76] Per la centralità degli elementi peri- e paratestuali nelle dinamiche editoriali del romanzo popolare, si rimanda a V. Cecchetti, Generi della letteratura popolare. Feuilleton, fascicoli e fotoromanzi in Italia dal 1870 ad oggi, Latina, Tunué, 2011, pp. 15-20.

[77] C. Grivel, Production de l’intérêt romanesque. Un état du texte (1870-1880), un essai de constitution de sa théorie. Volume complémentaire, La Haye-Paris, Mouton, 1973, pp. 66-67.

[78] Ibid., p. 95.

[79] La nomenclatura è presa in prestito da A.M. Cirese, Cultura egemonica e culture subalterne, Palermo, Palumbo, 19742, p. 10.

[80] J. Tortel, Il romanzo popolare, in N. Arnaud, F. Lacassin, J. Tortel, La paraletteratura, trad. it. di M. Pisaturo, Napoli, Liguori, 1977, p. 93.
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