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Indice

Tema n.16:

Se il popolo diventa donna. Differenza di genere e misoginia nel ‘nuovo’ Eros e Priapo di Gadda

1.
Eros e Priapo, l’operagaddiana tradizionalmente individuata come pamphlet antifascista, è stata oggetto di una nuova edizione – curata da Paola Italia e Giorgio Pinotti e data alle stampe nel settembre 2016 per i tipi di Adelphi – che presenta non poche novità, formali e contenutistiche, e ha sollecitato un vivace dibattito che ha (ri)portato in auge, arricchendole di elementi e dettagli inediti, irrisolte questioni di carattere ermeneutico.[1]
Il progetto dell’edizione di Italia e Pinotti prende avvio nel 2010, quando è rinvenuto – presso Arnaldo Liberati, erede di Gadda – il primo manoscritto (definito da Italia «un monstrum filologico di eccezionale complessità strutturale e linguistica»)[2], che contiene la versione originale del testo. Il rapporto dell’Ingegnere con gli editori non fu mai semplice, ed Eros e Priapo non rappresenta un’eccezione: scritto nel biennio 1944–45, il testo non sarà mai pubblicato per intero (nonostante vari tentativi) fino al 1967, anno dell’edizione garzantiana. Nel ventennio che intercorre tra stesura e definitiva pubblicazione, il manoscritto non è però riposto in un cassetto; anzi, il rapporto dell’autore con l’opera, da un lato, e dall’altro con i diversi editori che a turno tentano di persuaderlo a dare Eros e Priapo alle stampe, diventa nel tempo così conflittuale da indurre lo stesso Gadda a definire l’opera «un inedito da distruggere».[3] Per un quadro completo delle vicissitudini editoriali rimando naturalmente alla Nota al testo di Pinotti e Italia [EP–VO, pp. 339–451],[4] limitandomi a sottolineare che, come sostengono i curatori [EP–VO p. 405], il lavoro di continua modifica portato avanti dall’autore è regolato da due forze opposte: una votata all’accrescimento, all’ingarbugliato enciclopedismo e alla violenza espressiva, l’altra dettata dalle necessità di riduzione, raffinamento e censura.
L’edizione di Italia e Pinotti si apre in medias res: il lettore incontra per prima cosa – senza anticipazioni, premesse e condizionamenti di alcun genere – il testo nella sua versione originale, completo delle varianti alternative e suddiviso in quattro capitoli, ricostruiti a partire dal manoscritto di cui sopra [EP–VO, pp. 11–193]. Seguono, poi, due corpose appendici: la prima dedicata ad Avantesti e riscritture [EP–VO, pp. 195–290], la seconda ad altri frammenti e corpi testuali (I miti del somaro, Le genti, ecc.) che orbitano nella galassia dell’opera stessa [EP–VO, pp. 291–338], adimostrazione inequivocabile della precarietà, dell’incompiutezza, e dell’arte tipicamente gaddiana del rifacimento continuo e instancabile. Solo in conclusione prendono parola i due filologi, che nella Nota al testo illustrano l’intricata storia compositiva ed editoriale del trattato, dando conto delle riscritture, delle revisioni, delle campagne correttorie, delle mancate o parziali pubblicazioni, ed esponendo il modus operandi attraverso cui è avvenuta la ricostruzione del testo. I parr. 1–8 trattano della storia esterna, che prende avvio nel 1944 quando Gadda comincia a lavorare al progetto di Eros e la banda, e termina nel ’67 con l’edizione Garzanti, passando per la pubblicazione de Il libro delle Furie, edito nel ’55 sul primo numero di Officina. I parr. 9–16 sono invece riservati all’analisi della storia interna del testo, che considera tutti i capitoli del manoscritto e tutte le loro riscritture, mettendo in atto un esemplificativo esercizio di collazione.
Come precisato nel par. 17, il lavoro che dall’ edizione del 1992 ha portato al risultato odierno è stato svolto tramite l’ausilio di supporti di social editing: la creazione di una piattaforma Wiki di condivisione testuale, oltre ad aver favorito la diffusione e la fruizione delle acquisizioni della ricerca tramite una sezione di libera consultazione, ha permesso al gruppo di studiosi un confronto immediato e continuo (nella sezione Discussione), azzerando le barriere fisiche e materiali che sovente rallentano la prassifilologica.
La chiusura della Nota al testo è naturalmente dedicata all’esposizione dei criteri adottati nell’edizione attuale, che i curatori definiscono “conservativi” [EP–VO, p. 416] e funzionali all’intento di riportare nella maniera più fedele possibile la versione originale dell’opera; sono segnalate in seguito le uniformazioni e le correzioni, e riportate le postille. Queste ultime non sono altro che note di auto–commento, utilizzate dall’autore per esprimere dubbi, questioni irrisolte, rimandi ad altri luoghi del testo, e via discorrendo.[5]
Quel che in ultima analisi si può asserire, dunque, è che la presente edizione ci permette di conoscere un’opera diversa e nuova rispetto a quella ricostruita nel 1992 da Dante Isella,[6] costretto a servirsi dei lacunosi materiali allora disponibili. La ragione di una simile discrepanza tra il manoscritto originale e la versione circolata fino ai giorni nostri è da ricercarsi nella vera e propria auto–censura contenutistica, linguistica, stilistica, emozionale, operata da Gadda stesso nell’«edizione d’autore coatta»[7] Garzanti del 1967: sfiduciato da vent’anni di rifiuti e infruttuosi rimaneggiamenti e carico di dubbi sull’effettiva pubblicabilità del libro, divenuto ormai un pesante fardello, Gadda cede alle pressioni di Livio Garzanti e inizia un’opera di radicale revisione del testo (che però dura sei mesi in tutto), condotta a quattro mani con Enzo Siciliano. È così che l’intento autoriale primario viene meno, che il manoscritto originale si trasforma in un palinsesto di correzioni stratificate, che la divergente invettiva del provocatore Gadda si priva dell’agognata possibilità di riscattare il suo stesso autore e l’Italia tutta.
Oggi più che mai scopriamo quindi, dopo l’anticipazione del I capitolo,[8] quanto Eros e Priapo volesse essere una violentissima e catartica invettiva nei confronti del fascismo in quanto tale, ma anche e soprattutto della società italiana in preda alla malìa di Mussolini. Sui rapporti dell’Ingegnere con il fascismo si è a lungo dibattuto,[9] e la disputa tra assolutori e accusatori non accenna a placarsi; non essendo questa la sede adatta a risolvere la vexata quaestio, ci si limita a riportare un’equilibrata analisi di Savettieri:

non bisogna escludere […] che la sua visione del regime, non meno della sua esperienza di esso, fossero oscillanti e mobili senza attestarsi mai né sul versante dell’opposizione convinta, né su quello dell’adesione entusiastica. Possiamo ipotizzare che la fase centrale del ventennio sia stata attraversata da Gadda con un insieme stratificato ed eterogeneo di atteggiamenti: senso della necessità storica del fascismo, e al tempo stesso perplessità e disorientamento di fronte alla macchina simbolica del regime.[10]

2.
Tra le tante questioni ermeneutiche che il lavoro di Italia e Pinotti sottopone all’attenzione degli studi gaddiani, c’è senz’altro quella spinosissima della discussa misoginia dell’Ingegnere che, insieme alla giovanile affiliazione al partito fascista, rappresenta una delle maggiori accuse mosse dai critici, i quali spesso e volentieri, non senza ragione, hanno tacciato Gadda (il quale, tra l’altro, non ha smentito) di conservatorismo e tendenze reazionarie.[11]
Questo lavoro si propone di affrontare la costruzione dell’entità popolo, seguendo lo svolgimento della narrazione gaddiana – che si diversifica assegnando arbitrariamente ora un genere, ora l’altro, alla massa e ai singoli che ne fanno parte – in modo da rilevare nel discorso e discutere criticamente le antinomie che fanno vacillare l’interpretazione legata al binarismo di genere, dimostrando quanto in realtà le definizioni di maschile e femminile indichino piuttosto delle categorie gnoseologiche.
La vera novità che investe Eros e Priapo, e che può aggiungere dei tasselli fondamentali al mosaico della misoginia gaddiana, è legata al fatto che la donna qui rappresentata è indissolubilmente parte di un contesto ben preciso: quello del popolo, da intendere come grande quantità indistinta di persone che agisce in maniera uniforme:[12]

la multitudine ha da volere una cosa unica, e tendere a una direzione comune con animi d’eguali: i singuli devono figurare equidiretti, nel modo medesimo che la limatura del ferro si dispone e si configura sul magnete, cioè secondo le proprie linee di forza del campo magnetico. Altramente la unità si decompone e ‘l corpo della politica multitudine e’ fa quello fa ‘l cadavero singulo quando l’anima la gli è suspirata via da le labbra ciò è ammorba l’aria: e per sitìo grandissimo pute, nel disfacimento. [EP–VO, p. 79–80]

Tale compagine sociale in cui donne e uomini sono inseriti dall’autore risulta fondamentale al lavoro di analisi, poiché fornisce evidenze nuove e caratterizzanti.
Il pamphlet si basa su un tipo di narrazione chiaramente intrisa di «fallogocentrismo»:

[…] la strutturazione, cioè, del pensiero occidentale intorno all’Uomo come punto di riferimento centrale e originale, e al Fallo come significante simbolico di autorità, che relega la donna al polo negativo di una serie di opposizioni gerarchiche in cui il termine maschile implica originarietà, pienezza e presenza, mentre quello femminile è derivato e marginale.[13]

Il problema è che in questo senso Gadda si trova contemporaneamente nel ruolo di guardia e in quello di ladro, avvalorando con i suoi ragionamenti il meccanismo fallo–centrico, del quale si serve magistralmente il duce, bersaglio dell’invettiva. Emerge insomma una sorta di contraddizione in termini: perché il discorso incentrato sulla supremazia dell’«io–fallo» [EP–VO, p. 49], che Gadda tanto biasima in Mussolini, non solo viene adoperato spesso dall’autore, ma sembra addirittura permeare tutta la trattazione? E come mai, l’analisi e la presa di distanza dalla violenza de «li associati a delinquere cui per più d’un ventennio è venuto fatto di poter taglieggiare a lor posta e coprir d’onte e stuprare la Italia» [EP–VO, p. 11] vengono sviluppate tramite un discorso ugualmente violento e aggressivo nei confronti delle vittime (più o meno consapevolmente complici)? Gadda sembra cadere in una trappola che lo porta a mettere in atto le stesse pratiche che contesta; una coazione a ripetere di cui fatica a liberarsi.

Se il maschio è «forma» o detiene la momentanea «forma», la femina sembra essere la laborata materia della specie. Si interpreti al giusto. In entrambi è un soppalco non differenziato: questo soppalco nel maschio ha per apice un comandamento formale, e una spinta autonoma verso la ricerca, nella femina ha per suggello un ossequio alla forma raggiunta e una capacità d’archiviarne e di riproporne i dettati. Il mastio è l’elemento euristico della specie, la femmina l’elemento cicatrizzante, dopo la «ferita da esplorazione» che la specie ha subito ne’ pruneti e nel serpaio del più là. [EP–VO, p. 48]

Secondo quanto riportato dall’autore, quindi, l’elemento dinamico, intraprendente ed esploratore nella società è rappresentato dal maschio; al quale si affianca, in maniera passiva e statica, il ruolo di contenimento della femmina. Gadda attribuisce alla differenza di genere una serie di caratteristiche che, sin da ora, sembrano indipendenti da esso e legate piuttosto a categorie comportamentali. La provenienza bergsoniana delle idee di forma e materia, comunicata dall’autore stesso,[14] non sembra soddisfacente né esaustiva, proprio perché ne L’evoluzione creatrice il filosofo non opera una distinzione tra i due generi, ma solo tra due tipologie di ordini: vitale o voluto vs inerte o automatico.[15] L’applicazione del primo agli uomini e del secondo alle donne proviene forse da una rilettura dell’opera attuata tramite l’ascendente di Otto Weininger, il quale invece istituisce la catena antitetica soggetto vs oggetto, forma vs materia, uomo vs donna. La distinzione tra i due termini di mascolinità e femminilità, di cui il primo dinamico e innovativo, il secondo statico e conservativo, è proprio alla base del pensiero filosofico di Weininger, la cui unica opera, Sesso e carattere,[16]si distingue per la pesante condanna dello spirito femminile (presente in diverse percentuali in ogni essere umano), associato ad altre categorie negative come, ad esempio, l’ebraismo. Il trattato di Weininger è stato forse tra le letture di Gadda,[17] e potrebbe avergli fornito non pochi spunti poiché, soprattutto in Eros e Priapo, è possibile rintracciare parecchie similarità nella concezione delle categorie di maschile e femminile (cfr. infra). Forse, tuttavia, l’antesignano per eccellenza può essere rintracciato in Machiavelli:

Se incontrovertibile è nell’opus machiavelliano l’associazione del femminile ai controvalori e del maschile ai valori, non lo è meno il fatto che il maschile e il femminile non sono biologici né letterali, ma metaforici e traslati. Nei Discorsi vengono bollati come virtuosi ed effeminati non solo individui (maschi o femmine), ma collettività (francesi, Tebani, repubbliche) e addirittura il mondo. […] Altro attributo del genere machiavelliano è infatti la mobilità. […] Individui, popoli, città, province possono perdere la loro identità sessuale e riacquistarla.[18]

Tra queste ed altre questioni speculative trova posto una considerazione semplice e immediata: l’insistenza che per pagine e pagine viene riservata al tema delle donne (non come categoria a sé stante ma come facenti parte della macro–categoria popolo) rappresenta verosimilmente, per il critico, la necessità di spingersi oltre la superficie della ‘prima lettura’. Se davvero l’unico apporto delle donne alla sfera socio–politica è quello di starnazzare «patriottaggio» [EP–VO, p. 315], adulare il duce e perpetuare il canonico e rassicurante assetto familiare, allora che motivo avrebbe avuto Gadda di dedicar loro una tale scrupolosa disamina, e insieme di incentrare su di loro l’impianto accusatorio di uno dei capitoli chiave della trattazione?

Qua vo’ dir di femine: chè è l’ lor punto, e de’ rapporti che intercedettero intra la loro psiche o anima, e l’animalità del ragghiante, hì–hà! Hì–hà! E Giuda. E impestato. [EP–VP, p. 83]

L’esigenza di portare avanti un’argomentazione così violenta e serrata deriva probabilmente dal fatto che l’Ingegnere riconosce, suo malgrado, il ruolo fondamentale che la figura femminile ricopre all’interno della moltitudine; ruolo che era chiaro anche al «nostro Poffarbacco», il quale saggiamente «si preoccupò delle femine» [EP–VO, p. 41]:

le femine gli potevano raddoppiare il su’ numero, e la su’ sporca forza. Se cento maschî urlano cento evviva, cento mastii più le cento lor femine urlano dugento evviva. E siccome la tendenza al proselitismo talamico vige e vale anche nel mio «liberato mondo» (delle mie palle), i cento evviva muliebri hanno forse un valore più sostanziale o almeno più promettente dei cento de’ mastii. [EP–VO, pp. 42–43]

A questo punto, sembra corretto pensare che tutta l’attenzione riservata dall’autore all’analisi della funzione della donna durante il ventennio meriti qualcosa in più dell’attestazione di pura e semplice manifestazione misogina, la quale va indagata e problematizzata tramite modalità interpretative che tengano conto della sua spiccata eterodossia.

3.
Nel 1938 Gadda pubblica un articolo dal titolo La donna si prepara ai suoi compiti coloniali:[19] vi dà notizia di un «Corso ‘di preparazione alla vita coloniale’», promosso dall’«Istituto Fascista dell’Africa Italiana»,[20] e svoltosi quello stesso anno. Con lo stesso stupore di chi fa una scoperta inaspettata, l’Ingegnere ammette l’utilità delle donne alla causa della nazione, elogiandone addirittura la devozione e la rapida capacità di apprendimento. Anche questa volta, nel contesto tutt’altro che fittizio di una narrazione verosimilmente ancorata al dato reale, il nostro autore inserisce significativamente le donne nell’ambito dell’attività popolare, come conditio sine qua non per il successo italiano. L’incipit dell’articolo registra già il tono di approvazione e composto elogio con cui viene affrontato l’argomento:

Quattromilaseicentosessantasei donne lombarde [...] hanno frequentato il secondo Corso di «preparazione alla vita coloniale» con perseveranza e diligenza ammirevoli, e si sono diplomate donne coloniali.[21]

Si prosegue entrando nel merito del corso, descrivendone le attività, i luoghi, le modalità, i numeri e, non ultimo, i lodevoli risultati conseguiti dalle discenti. Non può mancare l’elenco delle caratteristiche ideali della donna–coloniale:

Una donna che sa medicare una ferita, approntare il pane, cuocere un cibo un po’ duro, capir subito che cos’ha il suo bimbo, che strilla tanto perché gli fa molto male il pancino; una donna che sa piantare una tenda, schiacciare un rospo, rifiutar l’acqua marcia e trovare la buona; e andare, insomma, un po’ sciolta nel mondo e quindi anche in Africa orientale italiana, guarita dall’orripilante timore pel primo lucertolone che le saetti tra i piedi, quella è giusto la donna che ci vuole oggi, in patria e in colonia. Dunque, coraggio e avanti. La donna–salame in barca, francamente, per costruire l’Impero non serve.[22]

Ci troviamo difronte ad una limitante contrapposizione binaria attuata tra la categoria di donna–faber e quella di donna–salame. Nonostante lo scritto mantenga un andamento moderatamente favorevole nei confronti delle donne e del ruolo laborioso e dinamico che viene loro attribuito, la chiusa sembra voler rimediare ad un’eccessiva apertura, ribadendo, se mai ce ne fosse bisogno, la funzione prettamente ausiliaria del genere femminile, considerato sempre e comunque un’appendice di quello maschile dominante:

C’è da aggiungere l’augurio che i corsi si ripetano e si moltiplichino, c’è da esprimere la certezza che le donne italiane, ove se ne dia loro l’occasione, sapranno essere in colonia quello che sono in patria: le compagne, le madri, le consolatrici di chi lavora, di chi osa, di chi vince, poiché la vittoria è bene spesso il premio di una volontà senza soste e di una paziente fatica.[23]

In Eros e Priapo si rintraccia un ragionamento simile che, pur attribuendo un certo ruolo sociale alle donne («Le femine scelgono […] e iscegliendo concorrono a una selezione, che porta avanti la qualità, la cifra di merito della mandra maiala»), prosegue con un sensibile ridimensionamento dell’autonomia femminile:

Ma questa loro scelta o prelazione è una scelta passiva: consiste piuttosto nell’accettare le posizioni raggiunte dal maschio […]. La donna comune è compagna cara ed utile a percorrere la strada consueta […]. Essa tempera in noi e talora divide con noi «la fatica quotidiana» […]. Essa, di sé, deve nutrire la creatura: e non può indulgere a esplorazioni d’avanguardia […]. [EP–VO, p. 47]

L’indugio sul campo semantico della “scelta” viene quasi immediatamente ridimensionato attraverso l’attribuzione antitetica della passività.[24] A farla da padrone, dunque, è ancora una connotazione passiva del ruolo femminile che, nonostante alcuni spiragli, sembra impossibilitato ad ergersi oltre le posizioni tradizionalmente assegnategli: quelle di madre, moglie, compagna, consolatrice, infermiera, aiutante e così via:

quelle donne splendide che hanno medicato il dolore, compatito le angosce, interpretati i pensieri, fatte sue le speranze, condiviso il volere, presagite le delibere, confortati gli atti. Assistita e miserata la miseria, e la battaglia e la morte: dato il sangue, data la creatura alla vita. [EP–VO, p. 64]

L’eccessivo amor di patria, tuttavia, non è sempre catalizzatore di azioni degne di lode, ma spesso rende le Marie Luise pronte a commettere empietà, per il puro gusto di vedersi riconosciuto un attributo di merito da parte del potere. Infatti, previo adeguato indottrinamento, molte donne sarebbero capaci di mandare a morire in guerra il sangue del loro sangue, sacrificando figli, mariti e fratelli alla causa della nazione, e anteponendo al ruolo di madre, moglie, e sorella devota, quello di suddita e adepta del kuce. Il bisogno di natura narcisistica viene in questi casi soddisfatto e colmato, proprio come accade con gli uomini, attraverso una serie di oggetti–premio (evocati dall’autore per mezzo di un’accumulazione grottesca) con valore di feticcio:

Pronte ad offerire il figlio e ‘l fratello a la Patria, non dirò ‘l tumistufi maritale: ché quello, o dovevano lo ritenere per la menestra, o l’era già offerto e già prolato a l’arme da sempre. […] Pronte a spedire in gridi, venuti di vulva, a sospingere ‘l sangue loro fraterno o filiale a la mortuaria medaglia o quel muto e disconciato cadavero di carne loro debbendono porgerlo al Kuce […]. Barattando o figlio o fratello o marito, e propriamente la carnal persona di quelli, a tripinte fettucce, a tricolorati nastrucci, a un discolino di semil’oro, o argentata festuca, o bottoncino, od altro pippolo da giuntare a camiscie. O a le guarnacche loro d’orbace, «Presente! Presente!» al titolo di «madre spartana», di «eroica sorella d’un nostro glorioso Caduto». [EP–VO, p. 108]

Il dato che emerge da questa analisi iniziale riguarda dunque l’intento autoriale di raccontare il tema della femminilità, di nominarlo, di riconoscerlo e affrontarlo. Il limite legato a tale volontà è tuttavia ingente, e si palesa nella tendenza a generalizzare e ridurre la materia entro categorie oppositive (cfr. supra donna–faber e donna–salame), che danno tutta l’impressione di essere polarizzazioni di una casistica potenzialmente varia e sfaccettata.

4.
Si legga il seguente stralcio, tratto dalle primissime pagine, in cui, esemplificando con un’eloquente metafora sessuale il rapporto del duce con il popolo, Gadda scrive:

Porgeva egli alla moltitudine l’ordito della sua incontinenza buccale, ed ella vi metteva trama di clamori folli, di ritmi concitati e turpissimi. Ku–cè, ku–cè, ku–cè. La moltitudine, che è la femmina, e femmina a certi momenti da conio, simulava l’amore e l’amoroso delirio come lo suol simulare ogni e qualcunque putta di quelle, ad «accelerare i tempi»: e a sbrigare il cliente. [EP–VO, p. 28]

Dunque per l’Ingegnere la moltitudine è femmina,[25] e non solo perché si comporta come una prostituta con il suo cliente (il duce), ma probabilmente perché è volubile, influenzabile, lusinghiera, attraente, ma anche cinica, spietata, pretenziosa, ignorante. Si tenga a mente che – come Weininger insegna – [26] la femminilità rappresenta, più che un genere, un insieme di caratteristiche, più o meno negative, applicabili a soggetti vari, e si vada un po' avanti:

Son più facili da tenere e da catechizzare, amano paravole e frasiche vengano pronunziate da vocione autoritario del mastio, ripetano preci e letane con più pronta ecolalia, si spauriscono dello inferno con più pronto pavore; e da uno stato di suggezione etica e psicologica al mastio sacerdotale passano, con l’assiduità della seduzione loro, a indurre verso la bona causa il mastio maritale, il figlio, il fratello, ecc. Sono anime più docili (da doceo) e più utili al proselitismo. [EP–VO, p. 42]

Sintesi perfetta della donna instrumentum regni, queste righe sono seguite, secondo una prassi tipicamente gaddiana, dalla rappresentazione della polarizzazione opposta a quella appena presa in considerazione:

donne impavide che girano l’Europa: da lunghi treni e da Lugani di lapislazzurro recano al provinciale saturo di sifilide e di furori blasfemi, di imparaticci e di bassa furbizie, gli recano un che di nuovo, di ardito, di serenamente umano e direi di virgineo […]. Sono russe, sono ebree […]. Quelle, dalla loro anima autenticamente sognante, autenticamente commossa, scaturita dall’eros e dal logos cristiano della stirpe infinita, estraggono una carità–sogno o un sogno–verità che sembra illuminare il buio degli anni a venire; queste, le ebree, dal loro millenario intellettualismo estraggono il tenace sussurro, il succo amarulento e letale della corrosione critica […]. [EP–VO, p. 43]

Lapalissiana è l’incongruenza tra i due stralci di testo, accresciuta dal dato stilistico che evidenzia un totale sfalsamento tra i piani: tanto la prima porzione di testo è caratterizzata da un lessico proveniente dalla tradizione nostrana della dottrina cattolica, quanto la seconda è invece sviluppata su una terminologia che rimanda, con una certa esoticità, a viaggi e terre lontane. A distanza di poche righe sono nominate e contrapposte le donne «che si spauriscono» e quelle «impavide». È davvero possibile per l’autore una distinzione così netta tra l’intellettuale soggiogatrice e la donna instrumentum regni completamente sottomessa? E se sì, tale distinzione è applicabile anche all’altro sesso e all’intera società? Oppure un binarismo talmente accentuato può essere imputato ad un’incapacità di avvicinarsi in maniera convincente al mondo femminile, e in particolar modo a tutta una serie di donne che occupano un posto intermedio in quella scala immaginaria di cui Gadda pare considerare solo i due estremi?[27] Per provare a far luce su tali quesiti occorre proseguire nella lettura del capitolo.

5.
La questione ‘donne e popolo’ infatti, non può prescindere da quella uguale e contraria riguardante la fenomenologia del genere maschile indagata all’interno della massa:

Simili alle femine, poi, sono dimolti omini assetati di dogma, vogliosi non altro che prosternarsi a un enunciatore di dogmi, libidinosi ripeterne la formula dalla autorità d’un caprone grosso, che resulti più somaro di loro. Ma di ciò, meglio, avanti. [EP–VO, p. 46]

Inizia finalmente ad emergere una nuova tipologia di uomini, posta in netta antitesi rispetto a quella del maschio dominante: si tratta dei «maschi citrulli», o meglio, «vispoteresi» [EP–VO, p. 95], le cui lacune in fatto di capacità critica e autonomia di pensiero vengono espresse tramite l’utilizzo di connotati negativi tipicamente, oltre che grammaticalmente, femminili. In fondo, anche la popolazione maschile, o almeno una parte di essa, si sottomette passivamente ai dogmi provenienti dalle alte sfere, abbandonandosi a pratiche adulatorie poco edificanti; ma questa è una questione scomoda da affrontare sistematicamente poiché, oltre a richiamare l’adesione dello stesso Gadda al fascismo, evoca lo spettro dello svilimento della mascolinità, e dell’omosessualità, la quale costituisce un tabù per i rigidi valori borghesi della sua formazione, ma allo stesso tempo incuriosisce l’autore che, seppur in maniera ambigua, lambisce il tema, lo sfiora, ci si avvicina:[28]

E dirò da ultimo, e vo’ vu’ lo sapete bene, se pur fate l’allocchi, come e qualemente di nostra lubido un simbolo nasca, una traduzione o trasposizione si faccia. Da la nostra lubido eterosessuale normale si genera una tendenza (simbolistica) a percepire e a disiderare sotto la speie del sesso anco la «collettività», la pluralità. Ciò, vo’ vu’ dite, può riescir ovvio d’una pluralità di sole femine, per es. d’una classe d’alunne. Quando si tratti di pluralità mista, di femine e d’uomini, il rapporto è più complesso: il gioco gli è multiplo e si smarrisce in un laberinto. Non istarò qui approfondire l’analisi chè tempo fuggente e ristringimento del ragionare e le sante orecchie vostre me ‘l vietano, né inseguire e schiarire i nostri convoluti e complicati noduli e grumi, con fiore di repentini ghiribizzi, e d’ogni maniera farandole; un «chassé–croisé» di che vo’ vu’ paventate financo i nomi. Idee chiare detengo in cervello: e ne farò carta chiara a su’ logo per le stampe, modo vita supersit. [EP–VO, p. 73]

La sensazione comincia ad essere quella di una reticenza diffusa, di una tensione provocata dal “non detto”, o solo accennato, che in qualche modo ridimensiona la comune concezione che vede Eros e Priapo un compulsivo flusso di coscienza privo di freni inibitori, invitando a soffermarsi su alcuni dettagli, siano essi in presentia o in absentia. Se infatti la “categoria femminile” viene inquisita coram populo e senza filtri, l’autore riserva agli uomini un trattamento di maggior riguardo che però, di fatto, provoca dei cortocircuiti, come nel caso che segue:

Le voci bianche e nasali de le femine e de gli impuberi prevalevano su tutte, all’apertura del mimo, «scandivano, in un delirio d’amore» il nome turpe del Fava. […] Uno sgomento si impadroniva di me. Dove ne conduce l’amenza? È questa, forse, la patria sognata? Gli è in quest’orto di vulve e di laringi puerili dove Lui suderà quel sangue, che ne abilita, solo, a ministrare lo Stato? La multitudine possa gratularsi al principe d’alcuno gioco o ciambelle o foco di castagnole di sua festa e grattolarsi dove più merita e dove più le prude il prurito politico, non sarò io a impedirlo. [EP–VO, p. 77]

Descrivendo i comportamenti della folla acclamante in delirio, Gadda compie una doppia operazione di sottrazione: inizialmente dice che le voci di donne e ragazzini «prevalevano su tutte», lasciando intendere quindi che di voci ce ne fossero anche altre, ma senza specificare quali; successivamente si limita a parlare, per la folla, di un «orto di vulve e di laringi puerili», eliminando completamente il rimando alla componente degli uomini adulti, e trasformando così la reticenza in omissione. Ora, l’inferenza che si ricava basandosi su questo stralcio è che la moltitudine di cui si discute è formata da donne e ragazzi imberbi, quando invece il lettore è perfettamente consapevole che una gran parte di essa è naturalmente costituita da uomini.
Un atteggiamento così parziale, tuttavia, non può reggere a lungo, poiché non sarebbe funzionale all’impianto accusatorio dello scritto, che comunque, per rimanere solido, deve indirizzarsi su entrambi i sessi. Così, l’autore, rivolgendosi agli uomini:

I «meriti» politici resultano quasi sempre d’una forma verbiloquente–basedowoide, zelo finto e strabuzzamento delle palle oculari, agitazione viscerale, presenza fisica ai raduni, lingua pronta a ubbidire «sì federale», prestazioni sbirresche, attitudine spiccata e congenita a far la spia, provenienza dal vivaio pepiniera delle spie, il Guf. Hai da giuntarvi la grinta, il cipiglio, la villania e la prepotenza a imitazione del cafone principe, il saluto romano, il giraculo greco, la «maschilità» o «virilità», insomma tutto il tetro apparato in cui si manifestava la «corsa al più nero». [EP–VO, p. 137]

L’evidente carenza di facoltà critica individuale provoca il totale e completo asservimento di corpo e mente maschile alla causa del potere. Ne risulta una massa di persone facilmente manipolabile che crede di acquisire virilità e mascolinità, quindi forza, quando invece quello che realmente e inconsapevolmente fa è privarsene, consegnandola nelle mani del duce. Anche l’uomo, dunque, può ricoprire il ruolo di instrumentum regni, in un modo però meno consueto, e quindi meno riconoscibile; Gadda lo riassume così: «Te tu vedi, ora, iggioco? Se fu ben giocato? Incorporare la propria imagine nel pene de issù marito, de le femine, o de issù ganzo, o drudo, talché tutte vi s’avvinghiassero isterizzate per l’eternità.» [EP–VO, p. 59] L’immagine in questione è qui quella di Mussolini, il quale si serve degli uomini come mezzo per arrivare alle rispettive mogli, o amanti, sostituendosi simbolicamente a loro nell’atto sessuale utile alla procreazione e quindi alla agognata crescita demografica. Anche in questo stralcio il discorso è costruito in maniera magistralmente parziale, tanto da far apparire le donne incapaci di intendere e «isterizzate», quando invece, la beffa più grande della perdita totale di controllo dell’atto sessuale viene giocata proprio ai danni dell’uomo.

6.
Risulta abbastanza chiaro a questo punto che l’opposizione binaria uomo/donna provoca in Eros e Priapo molti cortocircuiti di senso: nonostante spesso l’ingegnere provi a darla per assodata e insindacabile, al lettore attento non può sfuggire come questa non riesca a reggere il peso della complessità della questione. La netta distinzione operata dall’autore tra «cervello–utero» e «cervello–minchia» non può convivere con l’affermazione che qualcosa di «vulvaceo» sia sempre presente «nell’acclamare o nel renegare che fanno gli uomini a’ loro principi e caporali» [EP– VO, p. 78], né può convivere con l’immagine delle donne «maschie e mavortine» [EP–VO, p. 62] in parata. La definizione della donna–uomo è spesso presente nella produzione di Gadda; Margaret Baker ne raccoglie alcuni esempi legati soprattutto alla grottesca e stravagante caratterizzazione fisica e psichica dei personaggi femminili: citiamo tra tutti il caso della lavandaia Peppa de La Cognizione, definita da Gadda «una donna–uomo più dura e salda che non sia mai stato un facchino».[29] L’incapacità di attribuire delle caratteristiche positive di forza, prestanza fisica e tempra morale alle donne, porta Gadda all’unica alternativa possibile: quando nel mondo femminile ci si trova davanti un elemento deviante rispetto alle limitanti e fuorvianti categorie di moglie devota, madre, oca starnazzante, scalatrice sociale, crocerossina, ecc. allora non rimane che tacciarlo di mascolinità, nominarlo come «viriloide», operare una straniante e caricaturale descrizione di un’incomprensibile alterità. Lo stesso meccanismo di attribuzione di mascolinità lo si riscontra, ancora una volta, in Weininger:

Tutte le donne che veramente tendono all’emancipazione, tutte quelle rinomate a buon diritto, e in un qualche modo spiritualmente eminenti, dimostrano sempre molti tratti maschili e un osservatore acuto può sempre riconoscere in loro caratteri anche anatomicamente maschili, un aspetto somatico più simile a quello dell’uomo.[30]

Come si è avuto modo di vedere, in maniera meno manifesta e sistematica, avviene anche il processo inverso, ossia la femminilizzazione della mandria di uomini che, vittima dell’assoggettamento al potere, si concede a–criticamente al maschio dominante, il quale trae assoluto beneficio da quella sete di virilità – fintamente soddisfatta – che provoca la totale mancanza di giudizio e il cieco consenso di cui, secondo la teorizzazione gaddiana, le donne sono l’emblema vivente.
Ecco allora che, considerando il quadro nella sua totalità, occorre portare alla luce le latenze presenti nel testo, a volte segnalate da poche ma eloquenti parole: «La carenza di facoltà critiche, l’assoluta incapacità di documentarsi criticamente, che è propria di certe donne, lasciò aperto il ricettacolo delle loro psiche riceventi». [EP–VO, p. 49]
Provando ad inserire questa asserzione in una logica di pieni e vuoti, manifestazioni e latenze, non si può far altro che notare una significativa incompletezza: e certi uomini? Perché non sono compresi tra coloro che presentano carenza di facoltà critiche? Eppure è evidente che l’accusa di «lasciare aperto il ricettacolo delle psiche riceventi» è rivolta anche e soprattutto a loro, incapaci, tanto quanto le donne, di reagire al «mastio» dominante.
È necessario, a questo punto, rompere i dettami della logica binaria, rintracciando nell’opera quella dimensione d’indagine del soggetto–popolo inteso come soggetto unitario, omogeneo, inclusivo, e mosso da «quanti d’erotia». Si esamini il seguente estratto relativo alla caratterizzazione del «folle narcissico»:

La morbosa tendenza a innalzarsi (sic), ad eccellere (sic) in forma scenica e talora delittuosa, senza discriminazione etica: senza subordinare l’Io a Dio. […] L’autofoja, e cioè l’ismodato culto della propria turpe facciazza, gli fa credere, per poco che quattro ribaldi assentano, gli fa credere d’esser daddovero necessarî e predestinati da Dio alla costituzione e preservazione della società […]. [EP–VO, p. 162]

L’auto–affermazione del sé, l’importanza attribuita al proprio ruolo nella società, la volontà di distinguersi e ricevere elogio, che porta alla mancata applicazione di qualsivoglia criterio etico, sono tutti elementi che riconducono ad un altro passo del testo (cfr. supra, p. 10), quello in cui l’autore condanna la propensione delle donne a mandare a morte i propri cari, pur di ottenere un qualche attestato di merito. A mutare è solamente l’atto attraverso cui si manifesta la medesima disfunzione: le donne, essendo madri e mogli, non difendono, né preservano il nucleo familiare; gli uomini, invece, si esibiscono in scorribande varie e atti di empietà e dissolutezza. Una folle «corsa al più nero», dunque, sembra essere la costante: se gli uni si esibiscono in «scempie parate e nelle fotografie collettive», «in una materiale gara di corsa coi colleghi quando si trattava di precederli e di farsi fotografare a pari col Batrace Stivaluto […]» [EP–VO, p. 136], le altre «andavano verso lo scheletro de i’ Coliseo, […] e cantavano gli inni della Revolucão» [EP–VO, p. 63].
Alla luce di quanto detto, sembrano più che discutibili, poiché semplificano una materia molto complessa, le parole di Sergiacomo che, dopo una lucida e completa analisi dei personaggi letterari femminili della produzione gaddiana, sminuisce così la questione in Eros e Priapo: «dominato dall’antifemminismo più che dall’antifascismo e costruito quasi essenzialmente sulla riduzione della donna a creatura animalesca».[31] Sembra invece appropriato riportare le parole dello stesso Gadda, quando, in una nota del Cahier d’études, interrogandosi sulla percezione e rappresentazione dell’altro sesso, scrive:

Forse a noi appare di essere solamente maschi, ma in realtà, nei misteriosi fondi della natura, siamo semplicemente dei «polarizzati» e «potenzialmente» possiamo essere l’uno e l’altro. E di questa potenzialità, precedente il nostro sviluppo, ci siamo dimenticati. «Sed latet in imo». Perciò abbiamo forse della femminilità qualcosa di più che una intuizione letteraria della intuizione fisiologica.[32]

Come sottolinea Bertoni,[33] difficilmente si attribuirebbero queste parole ad un misogino convinto, e forse la chiave di tutto sta proprio nel concetto di «polarizzazione» – inteso come potenziale possibilità di essere indifferentemente l’uno o l’altro – così riscontrato in Gadda in tanti ambiti della sua attività letteraria.[34]
Tirando le somme, sembra opportuno dire che, nonostante la componente misogina sia indiscutibilmente presente e forte in Eros e Priapo, essa va contestualizzata, oltre che individuata. Un’indagine attenta permette di comprendere che, nella sostanza, il trattamento riservato ai due sessi non risulta poi così dissimile, muovendo dalle medesime premesse teoriche e dalle stesse accuse di narcisismo non sublimato. Complici una serie di luoghi comuni e concezioni culturali riguardanti il genere femminile, che non si fatica a riscontrare in gran parte degli scrittori coevi, Gadda si diletta nella stesura di un secondo capitolo veemente e provocatorio, in cui la spregiudicatezza formale e contenutistica dell’invettiva raggiunge l’apogeo. Ma lo scalpore suscitato da questa sezione non deve invogliare a conclusioni affrettate e limitate. Anche la popolazione maschile, ovviamente, diventa bersaglio di biasimo e denigrazione ma, tendenzialmente, l’autore le riserva una maggiore tutela. Quest’ultima tuttavia, cozzando con l’irruenza dell’opera, risulta a volte una forzatura, altre volte genera delle latenze o dei vuoti, che si colmano di fatiscenti costruzioni binarie, stereotipizzazioni, descrizioni grottesche e semplicistiche analisi psicologiche. La femminilizzazione del maschile e la mascolinizzazione del femminile spesso operate da Gadda sono forse gli indizi più significativi per oltrepassare definitivamente la sterilità di alcune interpretazioni troppo lineari, che non rendono giustizia alla laboriosità, alla stratificazione e all’indeterminatezza, che contraddistinguono la poetica e la sensibilità dell’autore.

Sarebbe forse più consono iniziare a pensare che la suddivisione istituita da Gadda tra le categorie di maschile e femminile sia, piuttosto che una suddivisione di genere, una categorizzazione gnoseologica, applicabile a tutti i gli individui, e riconducibile alla dinamica “esplorazione–ferita–cicatrizzazione” [EP–VO, p. 48]. Probabilmente la critica mossa dall’Ingegnere alla massa del ventennio (se stesso compreso)[35] è proprio legata alla passività con cui la stragrande maggioranza del popolo ha affrontato un periodo storico che invece avrebbe richiesto una spinta euristica verso la salvezza. Gli individui descritti e accusati, siano essi uomini o donne, sono coloro che si sono abbandonati passivamente alla fase statica della “cicatrizzazione”, consentendo a Mussolini di essere il fautore di una delittuosa “esplorazione”.

Pubblicato il 11/10/2017
Note:


[1] Si veda, per esempio, l’articolo di A. Cortellessa, La mano pesante del Gaddus. Mascherate priapèe di Gadda, «Il Verri», 64, 2017, pp. 60–71.

[2] P. Italia, Editing Novecento, Roma, Salerno, 2013, p. 147.

[3] C. E. Gadda, Lettere alla Mondadori (1943–68), a cura di G. Pinotti, in I quaderni dell’ingegnere. Testi e studi gaddiani, 2012, pp. 0–69.

[4] Cfr. C.E. Gadda, Eros e Priapo. Versione originale, a cura di P. Italia, G. Pinotti, Milano, Adelphi, 2016 [d’ora in poi EP–VO].

[5] L’utilizzo delle postille è sistematico nell’opera gaddiana; per alcuni esempi si rimanda senz’altro a La meccanica, in Romanzi e racconti, Milano, Garzanti, 1989, vol. II, pp. 461–589; Un fulmine sul 220, Milano, Garzanti, 2000; e a Racconto italiano di ignoto del Novecento (Cahier d’études), Torino, Einaudi, 1983, tutti a cura di D. Isella.

[6] C.E. Gadda, Eros e Priapo (Da furore a cenere), in Opere, vol. Saggi, giornali, favole e altri scritti II, a cura di C. Vela, G. Gaspari, G. Pinotti, F. Gavazzeni, D. Isella, M.A. Terzoli, Milano, Garzanti, 1992, pp. 213 – 374.

[7] Così P. Italia e G. Pinotti rileggevano, già qualche anno fa, la storia del testo in Edizioni d’autore coatte: il caso di «Eros e Priapo», «Ecdotica», V, 2008, pp. 7– 102; e cfr. P. Italia, Editing Novecento, cit., pp. 146–164.

[8] Contenuta in P. Italia, G. Pinotti, Edizioni d’autore coatte: il caso di «Eros e Priapo», cit., pp. 7–68.

[9] Per un quadro generale della questione di vedano: R.S. Dombroski, Gadda e il fascismo, da ultimo in Gadda e il barocco, trad. it. di A.R. Dicuonzo, Torino, Bollati Boringhieri, 2002, pp. 124–40; P. Hainsworth, Fascism and Anti–Fascism in Gadda, in M. Bertone, R.S. Dombroski (a cura di), Carlo Emilio Gadda. Contemporary Perspectives, Toronto,University of Toronto Press, 1997, pp. 221–41; A. Pecoraro, Gadda, Carlo Emilio, in V. De Grazia, S. Luzzatto (a cura di), Dizionario del fascismo, vol. I, Torino, Einaudi, 2002, pp. 573–575; G. Stellardi, Gadda fascista?, in  Gadda: misera e grandezza della letteratura, Firenze, Cesati, 2006, pp. 135–143.

[10] C. Savettieri, Il ventennio di Gadda, in R. Luperini e P. Cataldi (a cura di), Scrittori italiani tra fascismo e antifascismo, Pisa, Pacini, 2009, pp. 2–3.

[11] Tra i più recenti contributi sul tema, cfr. L. Sergiacomo, Gadda spregiator de le donne. Sublimazione, misoginia, femminicidio, Chieti,Noubs, 2014.

[12] Su questo punto cfr. G. Le Bon, Psicologia delle folle, trad. it. di A. Fabietti, Milano, Monanni, 1927. Molto probabilmente Gadda viene a conoscenza delle teorie di Le Bon riguardanti il carattere femminile delle folle attraverso la lettura di Psicologia delle masse e analisi dell’Io di Freud; cfr. a tal proposito G. Lucchini, L’istinto della combinazione. Le origini del romanzo in Carlo Emilio Gadda, Firenze, La Nuova Italia, 1988, p. 110.

[13] D. Izzo (a cura di), Teoria della letteratura, Roma, Carocci, 1996, p. 28. L’introduzione della nozione di fallogocentrismo nel dibattito della critica è da attribuire a L. Irigary, Speculum. L’altra donna, trad. it. di Luisa Muraro, Milano, Feltrinelli, 1975. Cfr. J. Lacan, La significazione del fallo, in Scritti, trad. it. di G. Contri, vol. II, Torino, Einaudi, 1974, pp. 682–693.

[14] La stessa citazione, nell’edizione garzantiana del ’67: «Se il maschio è <forma> o detiene la momentanea <forma>, la femina sembra essere la elaborata ed elaborante <materia> della specie (Bergson, L’évolution créatrice). Si interpreti al giusto. In entrambi è un soppalco non differenziato, un Io bruto e necessitato: questo soppalco e questo Io nel maschio ha per àpice un comandamento formale e una spinta (impulso) autonoma verso la ricerca, nella femina ha per suggello un ossequio alla forma reperita e una capacità d’archiviarne e di riproporne i dettati. Il maschio è l’elemento euristico (il ritrovatore) della specie, la femina l’elemento cicatrizzante dopo la «ferita da esplorazione» che la specie ha sopportato ne’ pruneti e nel serpaio del più là, nel buio insicuro del domani.»

[15] H. Bergson, L’evoluzione creatrice, trad. it. F. Polidori, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2002, p. 185.

[16] O. Weininger, Sesso e carattere, trad. it. G. Fenoglio, 2° ed. riveduta, Torino, Fratelli Bocca, 1922.

[17] Nonostante non figuri tra i libri della biblioteca gaddiana (cfr. A. Cortellessa, G. Patrizi, La biblioteca di Don Gonzalo, Roma, Bulzoni, 2001), possiamo solo asserire con certezza che il testo di Weininger rientra tra le intenzioni di lettura di Gadda; in una nota (datata 7 settembre 1924) del Racconto italiano di  ignoto del Novecento, in Scritti vari e postumi, a cura di D. Isella, Milano, Garzanti, 1995, p. 436, si legge: «Dilucidare questo argomento [della femminilità] con la lettura di Weininger, che comprerò».

[18] F. Verrier–Dubard, Donna, in G. Sasso, G. Inglese (dir. da), Enciclopedia machiavelliana, vol. I, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 2014, pp. 482–485.

[19] C.E. Gadda, I Littoriali del Lavoro e altri scritti giornalistici (1932–1841), per cura di M. Bertone, Pisa, Ets, 2005, pp. 77–81. L’articolo si legge anche, in edizione elettronica, in F. Pedriali (a cura di), Eros o logos? Il lungo sabato di Gadda, «The Edinburgh Journal of Gadda Studies», III, 2003, Supplement no. 2.

[20] Ivi, p. 77.

[21] Ivi.

[22] Ivi, p. 79.

[23] Ivi, p. 81.

[24] Il medesimo meccanismo di attribuzione di funzioni di scelta e selezione, con successivo e immediato ridimensionamento di queste, è attuato anche nei confronti di Rosa Maltoni, responsabile di aver messo al mondo Mussolini e quindi di aver procreato l’essere che ha provocato lo sfacelo di una nazione, ma non per sua volontà, bensì perché «polluta e contagiata da uno oste alcoolomane». [EP–VO, p. 81]

[25] Una serie di esempi in cui è evidente il rapporto di sottomissione della folla–femmina al capo–maschio si trova, sempre in EP–VO, a p. 74: «Casi classici e di facile indagazione si presentano nel movere le collettività militari: Gran rapporto di Cesare agli offiziali in ogni grado, discritto nel primo libro della guerra gallica, da persuaderli andare di buon animo contro al re Ariovisto tudesco: dove Cesare è mastio: ed è femina la spaurata collettività degli offiziali sua: femina da prima tribolata e testante, come davanti a morte secura, poi revigorita e consenziente, come dopo bacio d’amoroso. Colombo a le ciurme. Kant o ‘l gran poeta e dottor Carducci nell’aula. Generaliter, il buon maestro alle su’ genti scolare.»

[26] O. Weininger, Sesso e carattere, cit., pp. 6–7.

[27] Da non tralasciare, ogni qual volta si tenti un’analisi testuale, è il contributo sulla componente ironica di R. Stracuzzi, Gadda: propaganda e ironia (in margine a una recente riedizione di scritti divugativi), «The Edinburgh Journal of Gadda Studies», IV, 2007, e l’analisi della prassi descrittiva di E. Manzotti, Descrizione per alternative e descrizione commentata. Su alcuni procedimenti caratteristici della scrittura gaddiana, in M. Caspar, Carlo Emilio Gadda, Italies –  Narrativa 7, Paris, 1995, pp. 115–145.

[28] Già Roscioni – in Il duca di Sant’Aquila, Milano, Mondadori, 1997, p. 300 – parla di «latente o potenziale omosessualità». Sul tema cfr. anche il capitolo dedicato a Sadismo e omosessuaità da E. Gioanola, in C.E. Gadda, topazi e altre gioie familiari, Milano, Jaca Book, 2004, pp. 221–236, e F. Gnerre, L’eroe negato. Omosessualità e letteratura nel Novecento italiano, Milano,Baldini e Castoldi, 2000.

[29] Cfr. M. Baker, The women in characters of Carlo Emilio Gadda, in M. Cionini e N. Prunster (ed. by), Visions and Revisions. Women in Italian culture, Providence, Berg, 1993, pp. 53–69.

[30] Cfr. O. Weininger, Sesso e carattere, cit., p. 58.

[31] L. Sergiacomo, Gadda spregiator de le donne. Sublimazione, misoginia, femminicidio, cit., p. 136.

[32] C.E. Gadda, Racconto italiano di ignoto del Novecento, cit.,p. 463.

[33] Cfr. F. Bertoni, La verità sospetta. Gadda e l’invenzione della realtà, Torino, Einaudi, 2001, p. 195.

[34] Sul concetto di «polarizzazione» applicato alla cultura figurativa in Gadda, cfr. M. Marchesini, La galleria interiore dell’ingegnere, Torino, Bollati Boringhieri, 2014.

[35] Sulla questione si esprime chiaramente Cortellessa, che a sua volta cita Italia: «Il suo j’accuse, dice bene Paola Italia, va letto piuttosto come un je m’accuse: che soprattutto nella redazione originaria, dalla quale Gadda volle espungere ogni riferimento diretto a sé stesso e alla sua esperienza di <bombardato, mitragliato, spezzonato e preso a cannonate un po’ da tutti>, si capisce essere rivolto non tanto al mai nominato Mussolini ma, come dice ancora Italia, <a chi – e più che ad altri a sé stesso – quella peste aveva visto scorrere nelle proprie vene>. Non a caso all’uscita del libro (in una lettera al cugino scrittore Piero) si sentirà in dovere, Gadda, di esercitarsi in una sintomatica excusatio non petita: <a mia tenue e, forse, insufficiente scusa, valga il fatto che ero stato travolto da terribili anni (come tutti); che non avevo avuto la forza d’animo di affrontarli col necessario eroismo: che, insomma, avevo mancato a tutto, su tutta la linea>. In un intervento tardo (nel ’61, a commento dei fatti d’Algeria) aveva detto, del resto, che <è necessario vincere il fascismo in noi stessi>. E in una fondamentale lettera a Enrico Falqui del ’46 (sulla quale si dovrà tornare) così spiegherà Gadda l’inaudita veste linguistica del libello: <perché la parte di “moralista” (in senso grezzo) mi ripugna, avendo a mia volta dei peccati da farmi perdonare o da dimenticare io stesso, implorandone il condono dalla misericordia di Dio>» in La mano pesante del Gaddus. Mascherate priapèe di Gadda, «Il Verri», 64, 2017, p. 65.


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