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Indice

Tema n.16:

La fame dei più in alcuni testi del «decennio di preparazione»: una retorica reticente

1.
Nel Lombardo-Veneto, com’è noto, per tutta la lunga vigilia del «decennio di preparazione» gli intellettuali che andavano elaborando gli apparecchi culturali e ideologici del Risorgimento – di quella che ormai viene considerata la nostra rivoluzione borghese – perseguirono il proposito, il più urgente e maturo in Italia, di rappresentarsi le condizioni reali della società, in tutti i suoi aspetti e in tutti i suoi strati. Questo impegno produsse un buon numero di studi significativi, nutriti di ricerche e inchieste sul campo, armati di scienza statistica, economica, agronomica, medica etc., sul mondo delle campagne, che pareva essenziale comprendere in regioni la cui economia, il paesaggio, la vita stessa della maggioranza della popolazione dipendevano dall’agricoltura: ad essa – alla razionalità capitalistica dei suoi progressi – democratici e liberali affidavano le aspettative di una prosperità crescente.
A questa saggistica d’epoca gli storici hanno prestato la dovuta attenzione, se ne sono avvalsi per ricostruire le condizioni del Lombardo-Veneto prima dell’Unità, si sono preoccupati di distinguervi la preziosa fonte documentaria e il fenomeno ideologico, pure storicamente interessante, specie quando fanno attrito la nuda referenzialità dei dati e la necessità, evidente negli autori diversi, di subordinarli ciascuno alla propria prospettiva di giudizio, a questo o quel programma riformatore. Particolarmente delicata, da questo punto di vista, la questione dei rapporti di classe nelle campagne, perché non si poteva sottacere il divario sempre maggiore che la logica del mercato andava scavando tra il benessere di proprietari e affittuari e il disagio, o proprio la miseria, del proletariato contadino. Non ignorarono tale sofferenza né Carlo De Cristoforis, né Giovanni Cantoni, né Stefano Jacini, in questo legati da un comune impegno alla verità; ma il socialista proudhoniano, il democratico e il liberale moderato la interpretarono ciascuno a suo modo, situandola ciascuno in una sua dialettica diagnostica e terapeutica.
Ebbero nel complesso meno coraggio i narratori che nelle province italiane dell’Impero, negli stessi anni della preparazione, pure tentarono una rappresentazione nuova e più piena della società presente, delle sue latenze ideali e dei problemi morali, ma altresì (superando, o provandoci, gli interdetti della letterarietà classicistica, e guardandosi dalle sofisticazioni melodrammatiche del romanticismo peggiore) delle condizioni materiali della vita, fino alle minute contingenze del quotidiano: sospinti in questa direzione dal retaggio della concretezza illuministica e poi romantica (il binomio coniato da Isella di «realismo e moralità»); dall’esempio recente e vivo di Manzoni (aggiornare, era l’indicazione tenchiana e crepuscolante, il modello del suo romanzo storico; forgiarne, per la nuova Italia, un inedito «romanzo della vita contemporanea»); dal desiderio di emulare i meriti documentari e le ricerche sul campo degli studiosi severi; da altri fattori ancora che qui non importa enumerare.
Ma gli approdi conoscitivi che si ebbero non sono nemmeno lontanamente comparabili alle intrepide ricognizioni postunitarie del verismo; il pubblico e la critica non avrebbero ammesso nei generi d’invenzione (tenuti ancora, nell’opinione generale, alla popolarità dell’intrattenimento e alla moralità dei fini) quote comparabili di fattualità desolata. E nemmeno le durezze della realtà attestate dalla coeva saggistica d’inchiesta sono se non di rado ravvisabili nei racconti e nei romanzi del decennio; l’imbarazzo o la perplessità che fossero derivate da più spregiudicate esplorazioni avrebbero contraddetto il fine pedagogico del momento: prepararsi, concordemente e ognuno al suo posto, a fare tutti insieme l’Italia. Sicché ci si applicò più che mai alla rappresentazione della vita dei contadini, ma la letteratura «rusticale» , come la si chiamava e ancora la si designa, fu gravemente ipotecata, nel suo ritrarre dal vero (approccio volentieri vantato dagli autori), dalle cautele moderate, che si tradussero nelle forme limitanti dell’idillio. E nel solo romanzo grande di quegli anni, Le Confessioni d’un Italiano – l’unico che si avvicinasse allusivamente, movendo dalla storia, al tipo tenchiano del «romanzo della vita contemporanea» – Nievo volò troppo alto nelle emozioni nazionali del secolo per riservare ampio spazio ai drammi quotidiani della contemporaneità.
D’altra parte il gesto (e programma) di aprire alla realtà prossima e concreta, umana e sociale, per farla entrare nei romanzi e nei racconti e guardarla con occhi nuovi, non restò senza effetto. A facilitarle l’accesso, fu abbassata la guardia della letteratura: molti di questi autori elessero e sperimentarono i registri colloquiali, uno stile semplice; misero tra parentesi le inibizioni della questione della lingua, l’intimidazione dei padri (di Manzoni innanzitutto); sospesero certi veti della retorica e certi oneri del romanzesco (e allora l’esempio dei Promessi sposi contò positivamente). E la realtà, nelle lastre di questo realismo temperato, finì con l’imprimersi, fino alle contingenze non facilmente assimilabili, fino agli aspetti più aspri e riottosi agli schemi dell’ideologia: o perché la materia scabrosa s’incise palesemente nelle lastre, nel positivo della lettera, o (più spesso) perché ne restò la traccia in negativo, nei connotati preterintenzionali di una deformazione o negli indizi di una rimozione. Ha insegnato Francesco Orlando che la letteratura, quando è arte vera e non mero congegno ideologico, è costitutivamente sempre la sede elettiva di un ritorno del rimosso storico e sociale, di quello che ha chiamato represso. Il critico che sia d’accordo calcherà, alla ricerca dei tesori del testo, delle sue rivelazioni, con le altre vie dell’interpretazione, le piste peritose del lapsus, dell’omissione, della contraddizione, del segno fuori posto che sembra innocente, ma a guardar meglio invoca di essere sospettato.

2.
L’idea di Orlando conforta l’ipotesi di fondo di un’indagine a cui sto lavorando e di cui presento qui i primi risultati, precursori di un saggio maggiore: che nelle rappresentazioni narrative del decennio di preparazione ­– nel Lombardo-Veneto delle maggiori promesse e delle più acute contraddizioni della nostra rivoluzione borghese; nell’area, anche, dei tentativi più precoci e consapevoli di acclimare in Italia il tipo europeo del realismo della contemporaneità – la storia sociale del tempo, con le sue ruvidezze, si affacci, in un modo o nell’altro, più di quanto gli autori preventivassero, premuti com’erano da un clima ideologico che consigliava di frenare o correggere gli empiti di realismo spregiudicato; e anche più di quanto si sia finora riconosciuto dagli studiosi di letteratura e dagli storici del Risorgimento, i quali ultimi secondo me ricorrono troppo poco alle fonti letterarie per i loro accertamenti, mentre potrebbero utilmente approfittarne quantomeno nella prospettiva di una storia politica delle emozioni. Sto sondando in particolare, a riprova dell’ipotesi, l’ambito d’esperienza che parve già ai trattatisti della questione agraria del decennio di preparazione il più difficile da ragionare politicamente, il tema all’epoca addirittura imbarazzante (e quindi facilmente oggetto di rimozione) dell’alimentazione, col divario nettissimo tra le diete confortevoli abituali per gli agiati, patrizi o borghesi, e quelle decisamente carenti dei contadini, che erano poi la maggioranza dei lombardo-veneti (e degli italiani in genere). Il regime alimentare di questa parte del «popolo», ad esser precisi, merita anzi un altro nome: era fame. La fame dei più era allora una ferita aperta, una tragedia collettiva, una minaccia permanente di disordini, ma ben pochi erano disposti ad ammettere senza eufemismi la gravità del fenomeno, e a enunciarne l’ultima conseguenza, come fece con franchezza De Cristoforis quando scrisse che «non si muore di fame solo quando manca al tutto il pane, ma ancora quando il pane è continuamente scarso; solo si impiega maggior tempo a morire».
Il corpus dei testi considerati non sarà folto: si tratta di un decennio soltanto, e non dei più fertili di letteratura buona. Col capolavoro nieviano, guarderò alla narrativa rusticale (ancora Nievo, ma anche Caterina Percoto e Luigia Codemo) e all’altro romanzo notevole dell’epoca, Cento anni di Rovani, concepito e in gran parte realizzato prima della soglia unitaria; e poi a Giovanni Rajberti, umorista ragguardevole e sottovalutato, e alle scritture – congeneri alle sue, umoristiche, satiriche e cripticamente politiche – ospitate, nonostante i rigori della censura austriaca, da certa stampa periodica: penso all’«Uomo di Pietra» e al «Pungolo». Per ora ho interrogato specialmente L’arte di convitare di Rajberti e le pagine di Nievo dove la fame dei più occhieggia. Non è così poco. Il primo scrittore era un umorista sul serio, incline, per la vena salace e buffonesca, alle smitizzazioni, allo smascheramento delle ipocrisie convenzionali: quindi anche, come vedremo, a desegretare porzioni di rimosso. Quanto a Nievo, è senza dubbio l’autore più rappresentativo del periodo; a mio avviso le sue pagine sono il modo di gran lunga migliore per accostare il cruciale decennio da cui nacque l’Italia unita dalla specola della letteratura, di questa specie documentaria in cui spesso la storia si riflette così eloquentemente. Nel caso specifico della fame dei più, vedremo, si trattò, per lui come per altri, di un’eloquenza per lo più negativa, perché vi predominavano la reticenza e la litote.

3.
Il decennio di preparazione è stato un perimetro, una stagione dai termini abbastanza definiti, principiata da un trauma, dalla delusione delle speranze quarantottesche, e subito atteggiata, nell’opinione liberale e patriottica, come tempo doveroso di una convalescenza: del lento restauro delle forze, di una terapia paziente del pensiero e dell’azione, fatta di realismo, di studio del passato e del presente, di allenamento morale, di pedagogia diffusa, al fine di un più certo riscatto. Specialmente nel Lombardo-Veneto ci si pose, prima di ogni altro, il problema della creazione di un consenso ampio (più ampio di quanto fosse stato nel 1848-49) intorno al progetto unitario, sempre più col procedere della «preparazione» posto sotto l’egida (che pareva fausta, o la sola realisticamente praticabile) sabauda e cavouriana; un consenso che comprendesse politicamente le ali dei partiti prequarantotteschi suscettibili di esser ricomprese, e socialmente fosse allargato o allargabile al quarto stato: la «plebe», come talvolta lo si chiamava, o «volgo», o popolo «basso», o «minuto», e via dicendo per circoscrizioni e attenuazioni.
Quest’area sociale (essenzialmente i contadini) bisognava cooptarla quanto possibile, si doveva intercettarne il consenso, anche chiedendo a suo vantaggio qualche concessione, in termini economici e diremmo sindacali, all’altro «popolo», quello dov’erano – con gli studenti, i professionisti, i letterati educati all’impresa eroica dai Sepolcri o da Mazzini – gl’imprenditori e i proprietari delle terre: ma senza esagerare, per non perdere il consenso degli abbienti, del dinamico popolo borghese degli affari (e dell’associabile aristocrazia dinamica e moderna), che non si smetteva di pensare come essenziale protagonista della rivoluzione italiana. Insomma la rivoluzione occorreva tenerla al riparo da ogni vera riforma sociale, e in questa prudenza moderati e democratici non differivano tanto. Eppure c’erano state le grandi carestie europee negli anni subito prima del ’48, senza le quali forse lo spettro non avrebbe preso ad aggirarsi. E negli anni Cinquanta, in quella parte d’Italia come altrove, l’evoluzione capitalistica dell’agricoltura, se aumentò rese e profitti, non migliorò le condizioni di vita dei contadini, anzi sempre più angustiati, proletarizzati o sottoproletarizzati quando si trattava di minimi proprietari stritolati dal mercato.
Insomma l’area proletaria dei sospettosi, dei delusi, degli indifferenti al progetto risorgimentale – missione, destino storico, dover essere di tutti gli italiani –, l’area degli esclusi da coinvolgere, era anche un’area di disagio alimentare; quella del popolo proprietario da non dissuadere godeva invece di diete e costumi conviviali di crescente lautezza (coltivati anche per il loro connotato, allora, di status symbol, come oggi diremmo). Sicché si capisce che s’instaurasse, nelle pronunce degli scrittori più sensibili all’esigenza del messaggio patriottico e civile, un campo minato discorsivo del politicamente corretto, in cui non era senza problema nominare in uno stesso contesto le mense di chi soleva mangiare anche troppo e la situazione di quelli che avevano difficoltà a nutrirsi tutti i giorni.

4.
Osserviamolo da vicino, questo campo minato, nel dettaglio dei testi. E per cominciare nelle pagine di un autore eccentrico, che non si sforza di tenere assieme, in un discorso accettabile, la sazietà dei pochi e la fame dei più, bensì enuncia a chiare lettere la disparità: un caso di politically incorrect, una macchia arlecchinesca che proprio all’inizio del complicato decennio pedagogico ruppe il grigio prudente degli sfumati e delle cautele lessicali, e fu un piccolo scandalo.
Giovanni Rajberti, il medico-poeta milanese, e la sua Arte di convitare spiegata al popolo, dove del «popolo» è subito, al principio del primo capitolo, brutalmente questione:

A chi volesse sapere prima di tutto che cosa io intenda per popolo, dico, a scanso di astruse e complicate definizioni, che intendo il ceto medio: giacché il ceto basso si usa e si osa ancora chia­marlo plebaglia o popolaccio. Io che amo poco i peggiorativi, non mi occupo di questa classe, anche per non rubare la clientela agli ultra-democratici, che si sono messi alla mirabile impresa di farne col tempo la più eletta porzione della società. Oltre di che sarebbe stravaganza ragionar di conviti a gente la quale, non che essere incapace di dar pranzi, ha un bel da fare a cavarsi la fame quotidiana.

E poi la supposizione, data per iperbolica, che qualcuno degli afflitti dalla «fame quotidiana» voglia spendere il poco che ha per questo libro o «galateo», attratto «dall’immensa bellezza dell’argomento»:

Dunque, se anche la marmaglia vuol leggere, si serva. Sarà come quando si passa per via presso a una cucina da signori, d’onde emani un soave odore di squisite vivande, che si resta là sui due piedi per qualche istante a deliziarsi almeno colla imaginazione e col naso.

Una schiettezza indubbiamente sgradevole. Anche se poi Rajberti chiarisce che non vuole rivolgersi nemmeno al ceto alto, agli aristocratici: «voi non avete bisogno del mio libro: anzi, il mio libro avrà sommo bisogno di voi: poiché sarà dai vostri esempii che io trarrò i più sani e indeclinabili precetti di un’arte che in voi è natura»:

Ma, replico, io parlo precisamente al popolo, cioè alla classe di mezzana fortuna (aurea mediocrità), e sopratutto di non troppo schizzinosa educazione (gente alla buona), piena di gentilezza e cordialità, ma bisognosa d’essere iniziata a certi raffinamenti che l’epoca nostra esige con sempre crescente impe­riosità nel tanto facile accommunarsi di tutti i ceti.

Dall’odierno «accommunarsi di tutti i ceti» (due, in effetti: questo «popolo» e l’aristocrazia) la pur maggioritaria «plebaglia» è francamente esclusa: sulla soglia, sottolineo, di un libro nel quale sono golosamente descritte e incoraggiate le mense festose e ghiotte della «classe di mezzana fortuna»; in cui la massima aurea del ne quid nimis, l’invito a un’elegante moderazione non va più in là della misura (che ci spaventerebbe) realizzata dal menu che segue:

Un pranzo di buon gusto, lontano egualmente dalla parsimonia come dalla matta ostentazione, do­vrebbe constare, a mio debole avviso, di cinque piatti o, al più, sei: i tre d’obligo, frittura, lesso, arrosto, con qualche altro intermedio. Non terrò computo né d’una verdura, né d’un po’ di salato […]. Volete proprio sfoggiare? aggiugnete un dolce, un gelato e altre bazzecole di credenza: chiuderò perfino un occhio se vi sarà un pesce squisito che per noi gente mediterranea è og­getto di lusso; e allora avremo un vero pranzo in apolline. Ma poi basta, basta davvero: il di più è sprecamento, è lungaggine, è noja, è indigestione, è lavorare a benefizio della medicina.

5.
Rajberti è stato un «grande minore», come l’ha qualificato Giorgio Manganelli, ma attende ancora la sua fortuna. È difficile oggi, figuriamoci nel serissimo o serioso decennio di preparazione, apprezzarne la statura di satiro intemerato, l’inesauribile ambiguità o bivalenza della sua parola buffonesca. È probabile che allora, come accadrebbe oggi, leggendo le frasi succitate sulla «plebaglia» e sulla «marmaglia», molti ne fossero infastiditi, e vi cogliessero l’ansia meschina del piccolo borghese che rimarca a difesa lo spazio dei propri privilegi, e vuol tenerne lontana l’invidia del «popolaccio». Ma conviene guardare più a fondo.
L’Arte di convitare uscì in due volumi distanziati di un anno, nel 1850 e nel 1851. Ciascun volume aveva una prefazione: nella prefazione al secondo l’autore risponde (dialogicamente) alle critiche suscitate dal primo; in particolare, come ho scoperto, a una quasi stroncatura sul «Crepuscolo», in cui al recensore (anonimo) era soprattutto spiaciuta la «frivolezza» del galateo rajbertiano, inopportuna (politicamente scorretta) per il momento in cui il libro era uscito: «la somma delle objezioni al mio lavoro – riassume il dottore – po­trebbe stringersi nell’accusa di anacronismo». Non è stato bello parlare di liete brigate a di ricche tavole nel tempo difficile e cupo che si viveva allora a Milano, dopo le Cinque giornate, la disfatta quarantottesca, la fine dell’illusione, mentre in città vigeva lo stato d’assedio stabilito da Radetzky: al crepuscolante il tono dell’Arte di convitare è parso «intempestivo», «come un’aria d’opera buffa in mezzo a una musica severa e solenne»; e dice che per riconciliarsi con la sua «gajezza» si deve ammettere «il benefizio d’una retro-data», e cioè credere all’autore che nella prima prefazione dell’opera ha assicurato di averne avviato la scrittura anni addietro (cioè ben prima del ’48). Più avanti è gravemente sottolineato il diritto del pubblico «di non ridere, diritto acquistato a caro prezzo oggidì».
Al «Crepuscolo», alla sua linea, andava dunque l’allusione «puritanismo» in questa prefazione seconda: non per nulla, perché se c’è qualcosa che rappresenta esemplarmente il politically correct del decennio di preparazione è la rivista di Carlo Tenca:

Che dall’arte contemporanea si esiga in massima qualche nobile scopo fuor di sé stessa, va bene: e l’epoca nostra ha tutta la ragione di bramare associato l’utile al bello. […] Ciò posto, soggiungo che bisogna ammettere delle eccezioni; […] e che non si deve spingere quella teorica alla durezza, all’inesorabilità, al puritanismo. Ogni ingegno ha l’indole propria, e stiamo freschi se pretendiamo da tutti o pretta scienza, o balsamo pel cuore, o calde aspirazioni di miglioramenti sociali. Che davvero tutti e sempre non avessimo a far altro che trascinare faticosamente il gran carro del progresso? è un pensiero che leva il respiro. La rigidità di questi principii sapete a qual punto ridurrà la Critica? ve lo dirò io: ora a indi­spettirsi contro le opere di merito che sono pur così rare; ora a struggersi di tenerezza davanti a qua­lunque meschinità che abbia un poco di fragranza umanitaria.

«Umanitario», per come lo usa Rajberti, riassume bene, e biaccenta satiricamente, la correttezza politica di allora (ma non le ricordiamo anche noi le «missioni umanitarie»?). Non è stato umanitario, in tempi di pubblico lutto, il tema mangereccio e godereccio. Non è stato umanitario nemmeno escludere dalla gioia eventuale dei conviti la «plebaglia». Ma su quest’altra sconvenienza il recensore è singolarmente ellittico: «V’ha una pagina sul popolaccio, sulla marmaglia, in cui lo sforzo dell’ironia ci rattrista e ci fa male». È tutto: che questa brevità sia, nella veste zelante di una pudica reticenza, indizio della rimozione?
Parrebbe di sì, a dar retta al medico buffone; che, controreplicando, diversamente dal crepuscolante indugia (ma s’avverte il falsetto di una retorica parodiata) sul tema scabroso della «parte di popolo più povera e specialmente più ineducata: definizione che ci richiama a gravissimi pensieri»:

Sto con voi, e chi non ci starebbe? che le classi più sofferenti e dise­redate dei migliori conforti materiali e morali della vita, constano di fratelli nostri, né più né meno, figli tutti dell’istesso Padre commune, e aventi egual di­ritto alla massima possibile porzione di felicità: che veramente sublime e santo è l’ardore caratteristico del secol nostro, il quale tende con ogni sforzo a migliorarne la condizione: che in ciò devono con­correre a gara la legislazione e la scienza, la borsa dei ricchi e la penna degli scrittori affettuosi, ecc. In sostanza, sono umanitario anch’io, cioè galantuomo bramosissimo del bene: e se per vezzo antico, e anche monotono, scherzo qua e là su quella parola, è sem­pre riferibilmente a quanto nel mio modo di vedere reputo utopia. Del resto, quali sieno le miserie del popolo povero, e quanto senso di pietà e quanto desiderio di efficaci rimedii debbano inspirare, non lo dite a me, che da quasi un quarto di secolo mi aggiro giornalmente per tugurii e per ospitali.

E poi si sofferma sulle definizioni possibili e sempre spinose della «parte di popolo più povera e specialmente più ineducata»: l’«arditissima» musa umoristica ha deciso per lui, lo ha obbligato ai bruschi «marmaglia, popolaccio, pleba­glia»; mentre i sensibili, urtati dalle designazioni dirette e brutali, restano in imbarazzo (e suggerisce: anche «in un trattato di morale evangelica» o «in un libro severo di scienza») di fronte alle alternative false o eufemistiche, e forse preferirebbero, quella «parte», non nominarla affatto:

Premesso ciò, soggiungo che in un trattato di morale evangelica quei nomi in peggiorativo starebbero malissimo, e male anche in un libro severo di scienza, o in una discussione dignitosa […]. Ma in opuscoli umoristici, dove ad arte si tiene un linguaggio franco, incisivo, arditis­simo, e dove si affetta di non far proprio grazia a nessun ceto, quei modi non dovrebbero urtare [...]. In somma, il popolaccio, come io l’ho definito poc’anzi, esiste o non esiste? Sì, e nume­rosissimo pur troppo. Dunque io, volendolo nominare, come farò? se rifiutiamo i termini precisi del­l’uso e del vocabolario, dovremo aver ricorso alle perifrasi: troviamone una insieme, che sia di commune soddisfazione. Forse il povero popolo? questa, oltre al non esprimere tutta l’idea, può andar bene in uno scritto melanconico, di sentimento o d'istru­zione; ma non fa pel mio stile, sempre nelle ragioni dell’arte. Gli dirò il basso popolo? è già troppo pel vostro bel cuore, e pel mio fare rozzo è troppo poco; e poi lascia ancora incompleto il concetto. Ho da chiamarlo (col cappello in mano) il signor popolo cencioso e bestiale? Oimé, vedete? mi tirate fuori gli spropositi, cioè le verità che quasi quasi fanno male anche a me.

La reticenza è tematizzata, le rimozione denunciata nell’ipotiposi di uno scandalizzato che non vuol sentire, che non vuol vedere:

No, no, non mi scappate via turandovi gli orec­chi: abbiate pazienza per due minuti ancora, ché dobbiamo separarci se non più d’accordo, almeno più amici che prima. Ditemi di grazia: quelle mie parole a chi fanno male? alla plebaglia, no, certo: perché la povera gente sa appena che al mondo vi sono i libri, ed è lontanissima dal pensare che vi si possa tener discorso di lei. Dunque non si fa male che a voi teoristi: i quali, appunto per la notata ten­denza a spingere troppo in là le massime più nobili e belle, finite a contrarre quella irritabilità sover­chiamente squisita e anormale, che noi medici siamo soliti a chiamare sensibilità morbosa.

Nello sguardo distolto, nelle orecchie turate del recensore crepuscolante, a cui il medico-buffone oppone una verità salace e triste, perdurava un ritegno plurisecolare: basti il nome di Piero Camporesi, il rinvio ai suoi studi a evocare la storia lunga e varia delle strategie di esclusione o attenuazione delle moltitudini affamate nei discorsi della cultura dei sazi, in Italia fino a tutto l’Ottocento e oltre. Aggiungo solo due notazioni, su due libri ben più rinomati dell’Arte di convitare e ad essa accostabili per la materia. Ancora nel 1891, nella Scienza in cucina di Pellegrino Artusi, l’opera che pure fondò l’identità e il mito nazionalpopolare della cucina italiana, pare che dire di gastronomia sia a patto di un’esclusione:

S’intende bene che io in questo scritto parlo alle classi agiate, ché i diseredati dalla fortuna sono costretti, loro malgrado, fare di necessità virtù e consolarsi riflettendo che la vita attiva e frugale contribuisce alla robustezza del corpo e alla conservazione della salute.

L’altro cenno è a un’edizione del 1853 del Nuovo galateo di Melchiorre Gioia, prototipo di tutti i galatei borghesi nel nostro paese. Contiene la prima edizione del 1802 e la quarta (molto diversa) del 1827, l’ultima curata dall’autore prima di morire; ma il codice aureo di tutte le «pulitezze» entra ora a far parte della «Biblioteca popolare» dei Cugini Pomba di Torino. La collocazione obbliga gli editori a un’avvertenza preliminare da cui risultano palesi (come in una formazione di compromesso freudiana) la solerzia e la cattiva coscienza del politically correct vigente nel decennio Cinquanta:

Ora che il popolo non è più plebe e che coll’istruirsi e coll’ingentilirsi ne’ costumi dà prove sicure di cresciuta civiltà, può e deve leggere quei libri che in essa lo raffermino e che anzi in quella via a maggiori e più saldi passi lo manoducano; perciò accogliamo nella nostra Raccolta il Primo e il Nuovo Galateo del Gioja che quasi due fari luminosi a compiuta gentilezza gli siano scorta.

(Mentre se poi si apre il libro si vede subito in che considerazione sprezzante e fobica Gioja avesse tenuto tutto ciò che sapesse di «democrazia»).

6.
D’accordo, il clima degli anni Cinquanta favorì in Lombardia un tipo di testi in cui la miseria anche alimentare del popolo povero non poteva essere aggirata, ma anzi andava descritta con scrupolo scientifico: le indagini e gli studi, armati di economia, di agronomia e di statistica, sui rapporti sociali nelle campagne, sulla proprietà e sui contratti, sulla vita e sul lavoro dei contadini; e che proponevano riforme e provvidenze atte, possibilmente, a incrementare la prosperità di chi possedeva le terre o le conduceva in affitto, e insieme a conquistare un relativo benessere a chi ci lavorava di braccia. Mossa da queste preoccupazioni, all’inizio del 1851 la milanese Società d’incoraggiamento di scienze lettere ed arti indisse un concorso aperto a chi avesse presentato studi, recitava il bando, sulle «condizioni economiche e morali delle popolazioni agricole della Lombardia, specialmente per quel che riguarda i contratti di fittanza, nei loro rapporti colla possidenza e coi diversi generi di coltura». S’incitavano i volenterosi, questo uno dei sottintesi, a ricerche e accertamenti che potessero suggerire provvedimenti utili ad alleviare la miseria dei contadini. Furono presentati due soli lavori, ed ebbe il premio Stefano Jacini con quello che avrebbe rimaneggiato e ampliato ne La proprietà fondiaria e le popolazioni agricole della Lombardia, uscito nel 1854 e destinato ad ampia fortuna. Dopo la seconda guerra d’indipendenza, Jacini cominciò un’attivissima carriera politica, fu più volte ministro dei Lavori pubblici e poi senatore, ma soprattutto presiedé, dal 1881 al 1886, la commissione incaricata della famosa Inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola promossa dalla Camera dei deputati nel 1877, che fruttò un voluminoso rapporto, stampato nel 1884 e tuttora noto come Inchiesta Jacini, in cui rivivevano gli spiriti diagnostici e riformatori del libro del 1854, ma questa volta guardando all’Italia intera.
De Cristoforis non ebbe il premio, il suo lavoro rimase inedito e il manoscritto andò perduto. Pare che non differisse molto, nelle idee, dal Credito bancario, ma anche questo libro incontrò poco, dopo la sua pubblicazione nel 1851: non era in linea con le emozioni dominanti nel tempo. Quando cominciò la seconda guerra d’indipendenza, l’autore seguì Garibaldi nei Cacciatori delle Alpi e cadde da eroe a San Fermo, nel 1859, a soli 34 anni. Il confronto tra il suo destino e quello dell’altro esperto di cose agrarie è suggestivo: al concorso della Società d’incoraggiamento, con Jacini, aveva vinto l’anima moderata del Risorgimento, la più longeva e fortunata.
La proprietà fondiaria e le popolazioni agricole in Lombardia è infatti l’opera di un liberale cauto, di un liberista ottimista e convinto, che individuava le soluzioni del progresso economico e civile nei ritrovati della tecnica, negli sgravi fiscali, nella libertà di commercio, nello svecchiamento delle mentalità e delle consuetudini, nello sviluppo di strade e ferrovie, nella filantropia e nell’assistenza caritatevole, oltre che nella discrezione sempre auspicabile dei ricchi. Nulla che contraddicesse la fede liberista nel rapporto intimo e inscindibile tra «progresso dell’agricoltura, prosperità della possidenza fondiaria e benessere dei coltivatori». Ma Jacini era uno scienziato e un pratico, non solo un ammiratore di Cavour e un credente nel mercato (e ricco possidente anche lui); la sua inchiesta, per essere autorevole, per avere un fattivo senso riformatore, abbisognava dei dati reali della diffusa miseria contadina a cui por rimedio (e dell’eventuale esosità proprietaria da ammonire: un problema squisitamente morale), e ancora oggi gli storici apprezzano la mole di questi dati, e vi ricorrono per i loro studi. L’interprete del fatto letterario, sospettoso delle retoriche, è colpito piuttosto, ad esempio, dal modo in cui, nella pagina che segue, la denutrizione cronica di una delle popolazioni rurali lombarde più fortunate emerga sì, ma di continuo contrastata, attenuata da altri segnali:

Le popolazioni delle colline e dell’alta pianura sono assai svegliate; l’aria vibrata ed elastica influisce favorevolmente sulla salute come lo prova il loro robusto aspetto. Le donne poco lavorano nei campi a differenza di quello che avviene nella bassa pianura; nell’inverno, quando le industrie della seta o del cotone non offrono occupazione, esse filano nelle stalle per conto proprio o per conto altrui il poco lino che hanno raccolto nell’annata, ma più ancora quello che comperano e che proviene dai paesi linicoli della bassa pianura. Le abitazioni dei contadini sono povere, non però squallide come s’incontrano in alcuni villaggi di montagna, o nei territori delle marcite e delle risaie […]; poiché l’allevamento dei bachi da seta richiede case di una certa ampiezza e sane. – Il vestito è decente tanto negli uomini che nelle donne, specialmente nei giorni festivi. II frustagno, il velluto di cotone per gli uomini, le tele stampate, i cotoni per le donne. Queste ultime, ad occidente dell’Adda, aggiungono un ornamento alla testa di spilli assai spesso d’argento di un’eleganza caratteristica. – Povero è il vitto; la carne è riservata per le grandi occasioni, per le nozze, il Natale, la Pasqua, o le feste del paese. Nell’alto Milanese e basso Comasco, la base del sostentamento è un pane di farina di grano turco mista a quella di segale e di miglio, la cui salubrità è molto contestata; l’uso della polenta si è però considerevolmente esteso in confronto di un mezzo secolo fa. La qual polenta poi è il principale cibo del Bresciano non meno che del Bergamasco, che è maestro nel prepararla, e possiede la più saporita farina di grano turco. Dappertutto poi il pane o la polenta sono il cibo della mattina e della sera; a pranzo s’imbandisce una minestra di riso o di pasta di frumento con cavoli o rape; assai spesso nel Milanese, una così detta polta di farina di grano turco, mista pure a legumi e condita con piccola porzione di lardo. I companatici sono alcuni latticini, le sardelle, le uova. La zuppa o minestra sopradescritta, si suol ripetere anche la sera. La differenza fra i giorni di grasso e quelli di magro consiste in ciò, che in questi ultimi al lardo si sostituisce l’olio di ravizzone. Nella stagione dei grandi lavori estivi si aumenta la quantità, e quando si può si migliora anche la qualità dei cibi e vi si aggiunge, nelle vaste masserie, anche un po’ di vino; invece nell’inverno il vino si diminuisce. Siccome l’uva è una derrata su cui cade ovunque la compartecipazione, alcuni potrebbero credere che il contadino abbia vino da vendere o da conservare in casa. Ma invece, specialmente nel caso di contratto misto, il proprietario si riserva di riscuotere tutta la produzione tanto dei bozzoli che dell’uva, e la mette a credito del contadino nel conto finale dell’annata. Nei territori più poveri fra quelli che abbiamo indicato, il cibo ispira la più profonda compassione. Si giunge perfino a farlo ad arte stipato e cattivo onde consumarne una minor quantità, e perciò la pellagra miete numerose vittime.
Tranne che in codesti territori più poveri, il contadino alla domenica visita volentieri le osterie ed ivi avviene non di rado che un bicchiere chiamando l’altro egli finisca a spendere più di quello che le sue circostanze Io permettono. Quando è in grado di farlo, al vino aggiunge anche qualche cibo animale, una porzione di busecca o di manzo. – Le coppie nuziali dormono in un letto abbastanza pulito, i fanciulli invece sulla paglia.


In questa pagina di densa informazione sulle «popolazioni delle colline e dell’alta pianura» la miseria dei contadini c’è indubbiamente, e c’è la loro penuria di cibo: ma si considerino gli elementi circostanziali che, con la sintassi avversativa e concessiva, di continuo distraggono dal dato crudo. Queste «popolazioni», per cominciare, sono «assai svegliate»: merito dell’«aria vibrata ed elastica», che sarà di per sé nutritiva se «influisce favorevolmente sulla salute», come prova il «robusto aspetto». Altra fortuna da mettere nel conto: le case sono abbastanza ampie e salubri; a beneficio dei bachi, è vero, ma i cristiani ne godono anche loro. E amano vestir bene nelle festività: anzi le donne, a cui è stata evitata la fatica massacrante dei campi, in qualche contrada aggiungono ai cotoni colorati un «ornamento» elegante «di spilli assai spesso d’argento». Il vitto è in genere «povero», e scarso di carne: in compenso il contadino bergamasco è «maestro» nel preparare la polenta, «e possiede la più saporita farina di grano turco». Molti ingollano una «così detta» e poco invitante «polta»: che talvolta però è condita con una «piccola porzione di lardo». E non mancano altre proteine nobili: «alcuni latticini, le sardelle, le uova». Solo nei «territori più poveri» fra quelli qui considerati, una minoranza, «il cibo ispira la più profonda compassione»: gli altri contadini non hanno vino, perché l’uva se l’è presa tutta il padrone, ma la domenica vanno all’osteria e, a costo d’indebitarsi, s’ubriacano. Ma non per disperazione, se qualcuno al vino può aggiungere «qualche cibo animale, una porzione di busecca o di manzo». Infine, alla fine della giornata produttiva, ai robusti fanciulli tocca andare a dormire sulla paglia: la «coppia nuziale» – e l’aggettivo evoca, per rima, regale – si godrà «in un letto abbastanza pulito» il meritato riposo.

7.
Con le inchieste imperturbabili e compassionevoli, negli anni Cinquanta fiorì anche, in Lombardia come nel Veneto, la letteratura «rusticale», col nome che le aveva dato Cesare Correnti nel 1846, in un articolo sulla «Rivista europea»; i racconti e i romanzi sul mondo contadino, ma scritti essenzialmente per lettori agiati e probabilmente proprietari, borghesi o imborghesiti, da autori solleciti della concordia sociale, intesi a mostrare nella luce migliore il popolo basso delle campagne perché quello alto delle città non ne trascurasse l’indigenza e si adoperasse (entro i limiti umanitari, ovvero ricorrendo soprattutto alla cristiana simpatia e al buon cuore) ad alleviarne le durezze della vita. Tra questi autori fu Nievo, di cui scelgo la novella campagnola ideologicamente più avanzata – fino alle soglie di una vera critica dello sfruttamento capitalistico, qui chiamato guerra del quattrino – ossia La nostra famiglia di campagna (un altro eufemismo, come anche «quella parte più pura dell’umana famiglia che vive nei campi», per dire di questa plebe).
Nievo rasenta qui, senza davvero affrontarlo, il nodo economico della questione sociale; assai più che radicale è veemente, quando rimbrotta i grassi proprietari e i fittavoli, che non tutto sui poveri contadini facciano ricadere l’onere del plusvalore: si ha la sensazione che un Mazzarò verghiano, che per accumulare risparmia sul proprio pane, non gli sarebbe dispiaciuto. Ma interessa che in un testo creativo a specializzazione rusticale, cioè mirato a una pedagogia particolare, a un settore specifico del pubblico da sensibilizzare, l’egoismo di classe e il cibo (come negli austeri studi umanitari) possono essere nominati insieme, e anzi questo fungere da misura ed emblema di quello. La pagina che trascrivo comincia con le ipotetiche riflessioni angosciate di un conduttore o possessore di terre:

«Le annate peggiorano, e le prediali ingrossano e le famiglie e i bisogni pur anco; in mezzo a questo le brinate a malmenare i gelsi, le gragnuole a tempestar il frumento. E l’uva? Dio del Paradiso, quando ci consentirete un dito di vino buono e genuino a tavola?... E que’ bei soldi che s’intascavano anni addietro sulle vendemmie? Via! facciamoci sopra un crocione! E la seta? […] Basta! bisognerà stringere, stringere più che si può, e vedere fin dove si possa arrivare!» Questo ragionamento sono sett’anni che lo ripeti prima di coricarti, o povero lettore, come una massima d’Epitteto o una giaculatoria favorita. In questi sette anni sei ingrassato come un tordo, e ti si sono rincolorite le guancie; in questi sette anni la tua casetta si è tutta ringiovanita all’aspetto, e i rabeschi dell’umile imbianchino furono coperti da carte tutto oro e velluto; […] i candelieri d’ottone si fecero di bronzo o d’argento; […] t’è cresciuto un bel cavallo alla stalla e l’avito sediolo giace polveroso in fondo alla rimessa colle stanghe rivolte pietosamente al cielo, mentre tu batti il paese in un elegante calessino a doppie suste. E dimmi un po’ in coscienza, di quanti giorni allungasti la tua quaresima per ottenere simili prodigi? In verità, se comparvero mai grassi capponi, o agnelli arrostiti o superbe spalle di maiale sulla tua tavola, ciò avvenne per fermo in questi anni malaugurati. Né la tua campagna si smagrì di nulla per tenerti in carne: ché i rivali sono folti di pioppi, d’olmi e di gelsi, i solchi negri di concime, le carreggiate fondate di fresco, arieggiate e popolose le stalle, copiosa la vaccheria, morbidi d’erba i prati, ricise ornatamente le siepi, vagamente disposte le viti.
Ora dove hai tu messo ad opera quel tuo consiglio di stringere, di stringere, per difendere gli agi tuoi dallo spendio delle annate? Tu lo sai in fondo in fondo, o accorto lettore; e lo sanno tutti, e io pure lo so, se mi propongo dirtelo in quattro parole. Vendendo caramente le tue derrate, diminuendo il numero de’ tuoi spesati e raddoppiando sovr’essi di stimolo, nutrendoli con grano semiguasto, né avvantaggiandoli in nulla, impedendoli anzi in quelle abitudini che in anni d’abbondanza senza tuo danno recavano loro assai frutto, angariandoli, spiluccandoli fino all’ultimo soldo di debito, con tali pratiche tu giungesti a buon porto; né secondo le leggi è delitto questa tua regola di condotta, sibbene prudenza e avvedutezza; anzi oltreché guadagno, ne hai lode. Ma Iddio, la tua coscienza, se è viva, ed io per quanto posso ci leveremo in coro contro di te, imprecando a una tal massima di risparmiare sul necessario degli altri per accrescere i comodi propri. Codesta tua pratica abominevole, nata dal calcolo che il centesimo di tutti i giorni fa le lire a fin d’anno, è veramente una guerra sorda e inesorabile fatta a coloro de’ quali per obbligo di giustizia, di morale, di religione devi educare l’anima e conservare il corpo; io soglio chiamarla la guerra del quattrino, né stimo che quella di Crimea vada superba d’un maggior numero di vittime.


8.
E ora vediamo quel che accade nelle Confessioni d’un Italiano. Qui il disegno ideologico non è speciale, ma il più ampio a cui Nievo potesse attendere; il progetto pedagogico è il più ambizioso. Carlo Altoviti, eroe modesto, attraverso i casi esemplari della sua lunga vita si propone a tutti gli italiani come un modello umile e utilmente imitabile di virtù nazionale; esorta alla concordia operosa i «fratelli più giovani»: tutti i figli, di generazione in generazione, della gran madre Italia. L’ottuagenario è un patriarca alla mano, un messaggero affabile della profezia di Dante e Machiavelli che si rinnova; dal culmine dei suoi anni quest’eroe medio, quest’uomo di buona volontà, che ha molto vissuto e sofferto, travede il futuro finalmente esaudito della nazione.
Mi sono soffermato altrove sul pathos, che traspira dal romanzo, della religione nieviana della patria. Qui basti dire che questo pathos tendeva all’interclassismo: nell’orizzonte ampliato della Storia e della Profezia è piccola cosa, quasi non lo si individua nella complessità, il germe del ragionamento che Nievo svilupperà tra il 1859 e il 1860, nell’imminenza dell’unificazione, in Rivoluzione politica e rivoluzione nazionale: la guerra del 1848-49 è stata una battuta d’arresto del Risorgimento perché si è commesso un errore; si è cercato un riscatto solo esteriore, una trasformazione, o «rivoluzione», soltanto politica, mentre bisognava lavorare alla solidarietà degli italiani, porre le basi di uno spirito comune (la «rivoluzione nazionale»), radicarlo in ogni municipio e, soprattutto, in ogni classe, e a far ciò, a conquistare una cultura, un’anima italiana anche alla maggioranza povera e ignorante dei fratelli, provvedere alla loro vita materiale, che non manchino del necessario: «Mal si insegna l’abbicì ad uno che ha fame, mal si presenta l’eguaglianza dei diritti a chi subisce cotidianamente gli improperi d’un fattore». E nelle Confessioni: «la libertà è preziosa, ma pel popolo bracciante anche la sicurezza del lavoro, anche la pace e l’abbondanza non sono cose da buttarsi via». Ma, ripeto, il tema dei redditi necessari e sufficienti alla «rivoluzione nazionale» nelle Confessioni non poteva essere che un tassello, un lineamento fuggente del quadro fervidamente dipinto dal vecchio: ai guadagni da fame del «popolo bracciante» si allude per litote solo qui, e in nessun altro punto del romanzo. Del resto in esso il quarto stato c’è in generale poco; Nievo bada a non insistere sulle sue condizioni, se non le tace le sottoespone, forse non è il caso di mettere troppo alla prova la fede dei destinatari borghesi della profezia, ci sono le scritture rusticali per strigliarli.
Tuttavia, in un certo senso, la fame dei più nelle Confessioni è ravvisabile, lascia una traccia sintomatica continua nel destino e nello stile di vita dei personaggi maggiori. Questa traccia è il politically correct del decennio a inciderla: Carlino, Lucilio, Pisana, gli altri eroi buoni e progressivi, come per rispetto del disagio alimentare di tanti concittadini, nel romanzo non mangiano, o mangiano appena quanto è necessario. Come avrebbe potuto Nievo far pasciuti e golosi, seduti a tavole laute, i suoi eroi ammirevoli, quelli che simboleggiano non solo l’auspicio, ma la concordia in nuce di tutti gli italiani, anche dei sottoalimentati?

9.
Renzo nei Promessi sposi mangia, lo seguiamo più volte all’osteria, lo vediamo che ordina e mangia e cosa mangia, mangia anche se ci sono don Rodrigo, le fughe, la carestia, la peste. Perché Manzoni non era Nievo, perché il 1827 dei Promessi sposi non era il 1857 delle Confessioni. Ma anche perché Renzo è un borghese virtuale e perciò il suo autore ama avvicinarselo, avvicinarlo a sé e al popolo borghese che leggerà il romanzo. Se lo avvicina ad esempio con le polpette, vanto nazional-popolare: «i Francesi – leggiamo nell’Arte di convitare – sono talmente orbi e digiuni d’ogni nozione sulle polpette, che non hanno nemmeno nella loro lingua la parola per significarle: gli infelici, che si credono il primo popolo del mondo!». E piatto discretamente interclassista: le si trova – insegna ancora Rajberti – «nelle osterie del popolacc... voleva dire di quella porzione di popolo che non si deve più chiamar popolaccio», dove però «vengono confezionate e infarcite con materie scadenti»; e d’altra parte, costituendo «una vivanda tutta italiana e nostrale», sarà «il caso di farne orgogliosa mostra sulle mense migliori»: «non difenderemo fino all’ultimo respiro la nazionalità e l’indipendenza... almeno nelle polpette?».
Nei Promessi sposi sono servite a Renzo, Tonio e Gervaso nell’osteria dove ordiscono l’imbroglio del matrimonio a sorpresa. È Renzo che offre; Tonio non potrebbe, lui che il giorno prima guardava con tristezza «una piccola polenta bigia, di gran saraceno», da dividersi con la madre, un fratello, la moglie e tre o quattro ragazzetti, i figli, ritti in attesa con gli occhi fissi al paiolo: scodellata, è parsa «una piccola luna, in un gran cerchio di vapori». Nell’osteria, tramite le parole dell’oste che addita i compari alla spia di don Rodrigo, le polpette offrono l’occasione di una scansione che è una distinzione di classi:

– Uno si chiama Renzo, […] un buon giovine, assestato; filatore di seta, che sa bene il suo mestiere. L’altro è un contadino che ha nome Tonio : buon camerata, allegro: peccato che n’abbia pochi; che gli spenderebbe tutti qui. L’altro è un sempliciotto, che mangia però volentieri, quando gliene danno.

Insomma il filatore «assestato», che un domani sarà imprenditore, mangia e fa mangiare, anche il contadino. Invece gli eroi borghesi delle Confessioni sono molto sobri, all’osteria li si vede di rado; sono sobri quando di necessità fanno virtù e quando la necessità non c’è nemmeno. Pare anzi che digiunare gli faccia bene. Star comodi a banchettare è prerogativa della classe aristocratica al tramonto, dell’ancien régime quale è rappresentato in piccolo e buffamente dai castellani e dalla corte di Fratta. Il rituale del pranzo, quando Carlo è un bambino negletto, tenuto al castello in uno status avventizio e servile, serve a ribadire la microcosmica gerarchia sociale. In «uno stanzone vasto e quadrato, per una buona metà occupato da una tavola coperta d’un tappeto verde e grande come due bigliardi», l’ottuagenario racconta,

La mensa s’imbandiva al solito per dodici coperti: quattro per parte nei due lati più lunghi, tre nel lato vicino al corridojo, pel fattore, il perito, ed il Cappellano: ed un lato libero pel Signor Conte. La sua Signora Consorte colla Contessa Clara stavano alla sua diritta, e Monsignore, col Cancelliere a sinistra; i posti fra questi e l’altro lato della tavola erano occupati dal Capitano colla moglie, e dagli ospiti. Se non v’erano ospiti, i loro posti restavano disoccupati, e se crescevano i due, il capitano e la moglie, cercavano rifugio negli intervalli fra il perito, il fattore e il cappellano. [...] Agostino, il credenziere, recava le portate vicino al Signor Conte, e questi dal suo seggiolone […] gli accennava di tagliare. Quando avea finito, il Signor Conte si pigliava giù il miglior boccone, e poi con un altro cenno passava il piatto alla moglie; ma mentre accennava colla destra, era già inteso a mangiare colla sinistra. […] La Pisana, s’intende, non pranzava in tavola, ché l’era onore serbato alle ragazze dopo gli anni del monastero. Ella mangiava in una dispensa fra il tinello e la cucina colle cameriere. Quanto a me, rosicchiava gli ossi in cucina coi cani, coi gatti e con Martino. Nessuno s’era mai sognato di dirmi dove fosse il mio posto e quale la mia posata; sicché il posto lo trovava dovunque e invece di posata adoperava le dita. Mi ricredo. Per mangiar la minestra la cuoca mi dava una certa mestola che ebbe il vanto di allargarmi la bocca due buone dita. Ma dicono che il sorriso ne piglia miglior espressione, e perché io ebbi sempre denti candidi e sani, non voglio lagnarmene. Siccome io e Martino non entravamo in conto né fra la gente che desinava in tinello né fra la servitù a cui la Contessa veniva a far la parte dopo tavola, così noi avevamo il privilegio di raspar le pignatte, le padelle ed i pentoli; e di ciò si costituiva il nostro pranzo. In cucina appeso ad un gancio stava sempre un cesto pieno di polenta, e quando le raspature non mi saziavano, bastava che alzassi un braccio verso la polenta. Martino m’intendeva: me ne faceva abbrustolire una fetta; e addio malanni! (II, pp. 116-118)

Abituato da piccolo a tanta frugalità, si capisce che poi da grande Carlo reggerà benissimo ai tempi duri per lo stomaco: gli assedi di Genova e di Venezia, a Milano dopo le dimissioni da intendente napoleonico, nelle carceri di Ponza e di Gaeta, nell’esilio di Londra. Anche da intendente a Bologna Carlo mangia poco, eppure potrebbe farlo assai bene, grazie allo stipendio conquistato riducendosi a rotella della burocrazia di Napoleone, prima che l’incoronazione imperiale gli apra gli occhi. Se c’è un grasso per Carlino intendente, è di quelli che si spalmano sugli ingranaggi:

Non erano più le stesse massime le stesse lusinghe che dirigevano le mie azioni; prima era un operajo povero affaticato ma intelligente e libero, allora era un coso di legno ben inverniciato ben accarezzato perché mi curvassi metodicamente e stupidamente a parar innanzi una macchina (XVIII, p. 1150).

Ma quanto al nutrimento del corpo, Carlo non ha smesso di essere «certosino» e quasi avaro; scrive a Pisana insistendo perché venga a raggiungerlo:

Io era impazientissimo di farle osservare tutti gli agi annessi alla mia nuova dignità; un suntuoso appartamento, portieri a bizzeffe, olio, legna tabacco a spese dello Stato. Fumava come il povero mio padre per non lasciar indietro nessun privilegio, e mangiava d’olio tre giorni per settimana come un certosino; ma avea messo da un canto una bella sommetta per far figurar degnamente la Pisana nella società bolognese; era pel mio temperamento una tal prova d’amore che la doveva cadermi sbasita dinanzi (XVIII, pp. 1141-1142).

10.
Non solo Carlino, ma anche gli altri eroi delle Confessioni non patiscono troppo i digiuni, anzi talora se ne avvantaggiano in termini di salute e buon umore. Siamo a Genova, durante l’assedio subìto dagli inglesi. Procurarsi da mangiare è sempre più difficile e costoso, e Pisana si è ammalata:

Una fava costò perfino tre soldi, e quattro franchi un’oncia di pane: a non voler mangiare che pane e fave c’era da rovinarsi in una settimana. […] Volendo curare la salute vacillante della Pisana e alimentarla d’altro che di zucchero candito e di sorci ci andava comodamente una dobla al giorno. Da ultimo fui ben fortunato di ricorrere al cavallo salato di Alessandro. Ma dalli e dalli, non ne rimasero che le ossa; allora ci convenne far come tutti; vivere di pesce marcio, di fieno bollito quando si trovava gramigna, e di zuccherini, de’ quali era in Genova grande abbondanza, perché formavano un importantissimo ramo di commercio. S’aggiunsero febbri e petecchie per ultimo conforto; ma appunto in casa nostra cominciò a rifiorir la salute, quando si corrompeva di fuori. I zuccherini conferivano alla Pisana; ella racquistò le belle rose delle guancie e il suo umorino strano e bisbetico, che durante la malattia s’era fatto così buono ed uguale da farmi temere qualche grosso guajo. Allora mi racconsolai, giudicando che nulla v’avea di guasto, e che i visceri erano quelli di prima […] (XVIII, pp. 1098-1100).

Rifioriscono salute e progetti, Pisana insiste perché Carlo le dia un figlio; e rinasce il buonumore, il clima torna scanzonato come nei primi giorni dell’assedio, quando c’è stata la storia del gatto trafugato da Alessandro Giorgi alla padrona di casa e spacciato per coniglio a Pisana:

Sono storielle un po’ insulse [commenta il vecchio che racconta] dopo la grande epopea delle mie imprese di Napoli; ma ad ogni stagione i suoi frutti; e quella reclusione di Genova accennava […] di volgere in buffo. Soltanto Lucilio non rimetteva nulla della consueta gravità; e succiava seriamente le sue radici di cicoria come le fossero polpette di selvaggina, o salsicciotti di pollo (XVIII, p. 1096).

E ancora:

A Genova rividi anche Ugo Foscolo, ufficiale della Legione Lombarda, e fu l’ultima volta che stetti con lui sul piede dell’antica dimestichezza. Egli stava già sul tirato come un uomo di genio, si ritraeva dall’amicizia, massime degli uomini, per ottenerne meglio l’ammirazione; e scriveva odi alle sue amiche con tutto il classicismo d’Anacreonte e d’Orazio. Questo serva a provare che non si era sempre occupati a morire di fame, e che anche il vitto di cicoria né spegne l’estro poetico né attuta affatto il buon umore della gioventù (XVIII, pp. 1097-1098).

Ha osservato Guido Mazzoni, a proposito della separazione degli stili teorizzata da Auerbach e della lunga delimitazione comica o idillica, nelle letterature occidentali, di certe materie, di certe figure sociali:

La Stilrennung proietta sulla letteratura una concezione gerarchica della società. Per dispiegare ciò che rimane implicito nella teoria di Auerbach è utile accostare, al racconto di Mimesis, un’altra filosofia della storia, quella che troviamo esposta nelle opere di Georges Dumézil. Secondo Dumézil, le società indoeuropee conserverebbero, nelle loro mitologie e nelle loro sfere di valore, la traccia di una ripartizione sociale originaria fra una classe che amministra la religione, una classe che detiene la sovranità e la forza militare, e una classe che assicura la produzione e la riproduzione della vita attraverso il lavoro, la fecondità, la famiglia. All’inizio dell’XI secolo, Adalberone di Laon chiamerà questi gruppi oratores, bellatores e laboratores, fissando lo schema in una formula icastica e tramandata. […] La tripartizione degli stili non coincide affatto con la tripartizione degli ambiti sociali: i confini sono diversi. E tuttavia i due sistemi insistono sulla stessa costante profonda della storia europea, cioè sul ruolo subordinato che le attività dei laboratores hanno avuto, per millenni, nella società e nell’inconscio politico dell’Occidente.

Nei riguardi dei laboratores, occorre aggiungere, gli effetti della Stilrennung si sono sentiti fin nel cuore del realismo Ottocentesco, nonostante già dal secolo precedente fossero penetrati, nel novel e nella narrativa breve, in quantità crescenti, la quotidianità, la vita delle persone comuni, la contingenza. Bisognò aspettare fino ai paraggi del verismo perché in Italia non fosse straordinario il trattamento «serio e problematico» (nel senso di Auerbach) dei lavoratori della campagne: i contadini di Nievo non somigliano a quelli di Verga; la sua narrativa rusticale subisce la restrizione dell’idillio. Ma dalle Confessioni, che l’autore voleva fossero Storia e Profezia, la dimensione metastorica dell’idillio è esclusa, sicché in esse non poteva darsi, nei confronti del «popolo bracciante», che qualche altra barriera o censura (la Stilrennung, in fondo, è sempre stata un organo della rimozione, in senso culturale e latamente politico): si poteva tacere la verità cruda e delicata del rajbertiano «popolaccio», o riderne. A quest’ultima soluzione Nievo nel grande romanzo ricorre assai meno che alla reticenza: lettore assiduo del «Crepuscolo», probabilmente anche lui, al posto del recensore dell’Arte di convitare, non avrebbe gradito le ilari intemperanze definitorie del medico buffone. In compenso, se non si ride tanto del «popolaccio», può diventare materia di commedia e di «buon umore» la fame, come si vede non soltanto nelle pagine sull’assedio di Genova: purché essa – il connotato più drammatico e cronico della condizione proletaria – sia scorporata dalla classe e dalla vicenda reale dei rapporti di produzione, e divenga un contrassegno libero, di una comicità assoluta, disponibile per altri attori sociali e per altre trame.

11.
Ben più seria della fame, nelle Confessioni, è l’inappetenza. Che accompagna come un’ombra, somatizza i lutti di Carlo nei capitoli terribili in cui si succedono la fine ingloriosa dell’antica Repubblica di San Marco, il tradimento di Campoformio, il suicidio di Leopardo.
Ha appena letto un «libricciuolo» di antiche memorie, alcune lettere, è venuto a conoscenza delle traversie dolorose vissute in anni lontani dai genitori (la madre che non ha mai conosciuto, il padre da poco ritrovato e riperso, perché è partito un’altra volta esule per l’Oriente); ha perdonato ad entrambi e meditato il precetto «Onora tuo padre e tua madre»:

Così tornato alquanto in me da quell’utile esercizio interiore desinai d’un pezzo di pane trovato sopra un armadio; e uscii a notte fatta per cercare di Agostino Frumier se l’era ancora a Venezia e concertarmi con lui sulla nostra partenza (XIII, p. 858).

Vorrebbe infatti andare a Milano, a raggiungere gli amici che si sono arruolati nella Cisalpina. Ma poi temporeggia, il giorno dopo è ancora a Venezia, nonostante i pericoli; è geloso e afflitto, pensa a Pisana e alla patria:

Mi chiusi in casa e poi in camera a rosicchiare come la vigilia un tozzo di pane ammuffito; in tre giorni era diventato magro come un chiodo, ma neppur la fame mi induceva a capitolare (XIV, pp. 866-867).

Quasi a digiuno da tre giorni; e non è che i lutti gli abbiano tolto ogni appetito, visto che l’eroe sente «fame», e se non la sazia è perché non è disposto a «capitolare». Forse questa volta la fame è un segno nobile, una specie di voto o una voluta penitenza, anche se l’ottuagenario né lo dice né lo suggerisce. Ma dobbiamo dedurlo, dato che da tre giorni Carlo possiede «trecento cinquanta ducati nuovi fiammanti» (XIII, p. 838), una discreta rendita lasciatagli dal padre, di cui vivrebbe per un anno; e con questo tesoretto in tasca, poco dopo che il padre si è imbarcato, si è accontentato, per rifocillarsi, di una «bettolaccia»:

Pranzai quel giorno, v’immaginerete con quanta voglia, in una bettolaccia, ove facchini e gondolieri litigavano sullo sgombero dei Francesi e l’entrata dei Tedeschi. Ebbi campo di compiangere profondamente la sorte d’un popolo che da quattordici secoli di libertà non avea tratto né un lume di criterio né la coscienza del proprio essere. Ciò avveniva forse perché quella non era libertà vera; e avvezzi all’oligarchia non vedevano motivo da schifare l’arbitrio soldatesco e l’impero di fuori. Per loro era tutto uno; tutto servire; discutevano sull’umor del padrone e sul salario, e null’altro […] (XIII, p. 839).

Ora mi chiedo: se Carlo avesse ben mangiato (come poteva concedersi) in una buona osteria, e non con poca voglia in una bettolaccia, avrebbe potuto fare i ragionamenti che fa, senza parer peloso, sulla ristrettezza d’orizzonti del popolaccio veneziano, sul suo materialismo ignaro dei maggiori interessi nazionali? Forse non avrebbe visto facchini e gondolieri alle tavole accanto, da cui trarre considerazioni sulla «sorte d’un popolo»; di certo non avrebbe avuto modo di mostrare ai lettori che un eroe rivolto alla concordia nazionale non si satolla come possono in pochi, ma si nutre appena come sopportano i più; e sarà così finché non si sarà conquistata, per tutti, la «libertà vera». Qui, come altrove nel testo, un regime dietetico è al servizio del politically correct.

12.
Si potrebbe pensare che una volta almeno, nelle Confessioni, sia questione, e seriamente, della fame proprio del popolo basso: nell’episodio del tumulto di Portogruaro, quando una folla sbracciata e cenciosa grida «Pane!» come nell’assalto ai forni dei Promessi sposi. Però poi si osserva che ora l’invocazione è sdrammatizzata comicamente: «In tali grida la folla rovinò tumultuosa verso la piazza a saccheggiare qualche botteguccia di panettiere e d’erbivendola; ma il chiasso era maggiore della fame e non ci furono guaj» (X, p. 655). E che è complicata (e relativizzata) dall’associazione ad altre grida: il popolo manzoniano vuole pane, e anche a Portogruaro lo si chiede a gran voce (o l’equipollente «Polenta!»), ma la folla unisce a questa altre istanze: «Viva la libertà!», «Viva i Francesi!», «Viva l’Avogadore!». La combinatoria dei termini, vedremo, è significativa, anzi sintomatica. Passiamo a un’analisi ravvicinata:

A Portogruaro era a dir poco un parapiglia del diavolo; sfaccendati che gridavano; contadini a frotte che minacciavano; preti che persuadevano; birri che scantonavano, e in mezzo a tutto, al luogo del solito stendardo, un famoso albero della libertà, il primo ch’io m’abbia veduto, e che non mi fece anche un grande effetto in quei momenti e in quel sito. Tuttavia era giovine, era stato a Padova, era sfuggito alle arti del Padre Pendola, non adorava per nulla l’Inquisizione di Stato e quel vociare a piena gola come pareva e piaceva, mi parve di botto un bel progresso. […] Tutti quei gridatori erano gente nuova, usciti non si sapeva dove; gente a cui il giorno prima si avrebbe litigato il diritto di ragionare e allora imponevano legge con quattro sberrettate e quattro salti intorno a un palo di legno. Balzava da terra se non armata certo arrogante e presuntuosa una nuova potenza; lo spavento e la dappocaggine dei caduti faceva la sua forza; era il trionfo del Dio ignoto, il baccanale dei liberti che senza saperlo si sentivano uomini. Che avessero la virtù di diventar tali io non lo so; ma la coscienza di poterlo di doverlo essere era già qualche cosa (X, pp. 643-645).

Nella cronaca dell’ottuagenario, Nievo sta rivolgendosi in cifra ai suoi contemporanei, agli uomini della «preparazione», sta dicendo delle condizioni attuali del popolo italiano, della sua parte più numerosa e più povera: costoro, oggi come ai primordi del Risorgimento e ancora nel ’48, non sono pronti alla «libertà vera», alla «rivoluzione nazionale». Forse non lo saranno mai i «veri turbolenti» (p. 645), ovvero i «mestieranti di città» (p. 647), come da un certo punto il testo identifica i «pazzi indemoniati» (p. 651), le «mille faccie da galera» (p. 653): il proletariato inurbato delle officine e dei mestieri, arrogante, bramoso non della bene intesa libertà, ma di licenza e anarchia, e che un giorno potrà essere sedotto dal socialismo: «lebbra oltramontana», come Nievo lo chiamerà nel saggio sulle rivoluzioni. Ma anche la porzione migliore, la sana e forte dell’Italia che stenta e che non sa di lettere, i contadini che Nievo nel saggio riterrà urgente conquistare al Risorgimento, farne esercito e braccio della nazione, anche costoro a Portogruaro non paiono tanto sensibili alla «libertà»: né alla veneranda dell’indipendenza italiana (infatti, se non gridano, anche i villani tacitamente approvano «Viva i Francesi!»); né all’aberrante dei «turbolenti» (il «contadiname riottoso» guarda «di sbieco l’albero della libertà», e pare disposto «ad accoglier male i suoi coltivatori», p. 645). I contadini vorrebbero innanzitutto pane: « Pane, pane!... Polenta, polenta! gridavano i contadini» (p. 647); e il Nievo delle rusticali e di Rivoluzione politica e rivoluzione nazionale approverebbe senza esitazioni e finirebbe lì. Ma nelle Confessioni succede un fatto strano; il demone del grande realista ha un guizzo geniale, scombina le carte, mette in crisi il disegno ideologico, conduce a un punto cieco, a una contraddizione che resta aperta. Dal contegno oratorio dell’eroe, dopo che è stato proclamato «Avogadore» dalla folla, si capisce che il semplice pane, sacrosanto fondamento della vita, è più difficile da promettere di quanto sia la libertà.
È diventato avogadore per caso e inopinatamente; coinvolto dall’entusiasmo generale («Io pure dall’alto del mio cavalluccio mi diedi a strepitare con quanto fiato aveva in corpo»), la turba lo ha eletto per il fascino del suo «cavalluccio» e del «bell’abito turchino»: «la gente, checché se ne dica, va pazza delle splendide livree, e a tutti quegli uomini sbracciati e cenciosi parve d’aver guadagnato un terno al lotto col trovar un caporione così bene in arnese, e per giunta anco a cavallo» (p. 645). Comandante improbabile di un’eroicomica rivoluzione; nondimeno, in questa esperienza del suo protagonista Nievo proiettò un fatto storico di gran rilievo: il lungo candidarsi degli intellettuali italiani (l’«ingegno», l’«intelligenza» della nazione, come alcuni di loro si definivano) a un ruolo di stimolo e d’indirizzo, a essere la coscienza o perfino la guida fatale del Risorgimento. C’era stato il modello agonistico mazziniano: il giovane intelligente è scintilla sempre pronta delle insurrezioni, avanguardia militante del futuro. A questo modello, sottoposto a critica da molti transfughi democratici e anche da Nievo nel decennio preparatorio, era subentrato, dopo il ’48, un altro stile della missione: la pedagogia paziente e diffusa, sui libri e sui giornali, predicando, alludendo; un apostolato che si vantava «realista» come Machiavelli, perché capace di fare i conti con le condizioni effettuali della riscossa. Le pagine periodiche del «Crepuscolo» erano tutte in questo stile; le Confessioni sono l’esemplare eccellente di questo apostolato. Ma nel tumulto di Portogruaro al «giovane intelligente» è proprio il dire persuasivo, l’arte della mediazione che s’inceppa; di fronte al suo popolo, l’avogadore non trova le parole, quando l’onore dell’investitura lo sospinge a un’assunzione di responsabilità: «cittadini, cosa chiedete voi?»:

– Pane! pane! Libertà!... Polenta!... La corda ai mercanti! Si aprano i granaj!... Zitto! zitto!... Il Signor Carlino parla!... Silenzio!...
Era vero che un turbine d’eloquenza mi si levava pel capo e che ad ogni costo voleva parlare anch’io giacché erano tanto ben disposti ad ascoltarmi.
– Cittadini, ripresi con voce altisonante, cittadini, il pane della libertà è il più salubre di tutti; ognuno ha diritto d’averlo perché cosa resta mai l’uomo senza pane e senza libertà?... Dico io, senza pane e senza libertà cos’è mai l’uomo?
Questa domanda la ripeteva a me stesso perché davvero era imbrogliato a rispondervi; ma la necessità mi trascinava; un silenzio più profondo, un’attenzione più generale mi comandava di far presto; nella fretta non cercai tanto pel sottile, e volli trovare una metafora che facesse colpo.
– L’uomo, continuai, resta come un cane rabbioso, come un cane senza padrone!
– Viva! viva! – Benissimo! – Polenta, polenta! – Siamo rabbiosi come cani! Viva il Signor Carlino!... – Il Signor Carlino parla bene! – Il Signor Carlino sa tutto, vede tutto!
Il Signor Carlino non avrebbe saputo chiarir bene come un uomo senza libertà, cioè con un padrone almeno, somigliasse ad un cane che non ha padrone e che ha per conseguenza la maggior libertà possibile; ma quello non era il momento da perdersi in sofisticherie.
– Cittadini, ripresi, voi volete la libertà; per conseguenza l’avrete. – Quanto al pane e alla polenta io non posso darvene: se l’avessi vi inviterei tutti a pranzo ben volentieri. Ma c’è la Provvidenza che pensa a tutto: raccomandiamoci a lei!
Un mormorio lungo e diverso, che dinotava qualche disparità di pareri, accolse questa mia proposta. Poi successe un tumulto di voci, di gridate, di minaccie e di proposte che dissentivano alquanto dalle mie (pp. 647-48).


La «Provvidenza»! Quella che confortava il pio Renzo, borghese potenziale un certo giorno coinvolto a caro prezzo nei disordini, è divenuta nell’entelechia realizzata del borghese ­– Carlino che primeggia nel tumulto: il borghese chiamato a guidare la rivoluzione ­– un modo per arrampicarsi sugli specchi. Ai «mestieranti», ai «veri turbolenti» che gridano «libertà» forse un fuoco fatuo di parole ad effetto potrebbe bastare; ma ai contadini che chiedono pane e polenta non basterebbe il «pane della libertà», una formazione di compromesso che sembra una battuta cinica o amara. È come se nel «pane della libertà» riecheggiasse l’imbarazzo di Nievo e di tanti intellettuali ‘organici’ del Risorgimento, stretti tra l’imperativo ideale dell’unanimità italiana e la necessità, per forza di cose divisiva, di quantomeno alleviare (con una seppur cauta redistribuzione dei redditi) i disagi materiali da cui solo una parte della nazione, la più numerosa e povera, era afflitta.
Infine i paladini effettuali della rivoluzione. Carlino li aspetta da quando all’acclamata «libertà» ha cominciato ad aggiungersi «Viva i Francesi!»:

– Via gli Schiavoni!... Alla corda gli Schiavoni! sorsero urlando parecchi.
– I francesi! Viva i francesi! Vogliamo la libertà! risposero altri.
Questi signori Francesi mi vennero allora in mente per la prima volta in quel subbuglio; e misero qualche chiarezza nelle mie idee (pp. 651-52).


Da quel punto la gloriosa giornata ha perso senso e smalto, agli occhi dell’avogadore e, come per contagio, a quelli della folla («La folla tumultuava senza sapere il perché, e già molti dei curiosi se l’erano cavata, e alcuni fra i contadini stanchi di quella commedia avevano ripreso il cammino verso casa. Per me io non sapeva in qual mondo mi fossi, perché mi avessero nominato Avogadore», p. 653). E in Carlo è nato il sospetto che la libertà di cui ha concionato, quella dei cittadini come quella della patria, è un inganno, perché sarebbero i francesi (ossia Napoleone) a concederla, e non gli italiani a conquistarla con le forze proprie e concordi della nazione. E infatti quando i liberatori arrivano la «commedia» degenera in triste farsa: i francesi depredano il municipio, mentre gli «Evviva» si ripetono meccanicamente come in un disco rotto; e un ufficiale remunera l’eloquenza di cui l’eroe della rivoluzione ha dato prova con altro fumo di titoli e d’encomi:

Le porte furono sfondate da due zappatori; il sergente penetrò nella cassa, chiuse le somme ritrovatevi nella sua valigia, dichiarò che non v’aveano se non quattromila ducati, e riprese il cammino verso i granaj lasciando anche là la rabbia popolare sfogarsi nei mobili e nelle carte. Sotto i granaj trovammo già pronta una lunga fila di carri, parte soldateschi, parte requisiti dalle cascine dei dintorni, e scortati da buona mano di cacciatori Provenzali. Mediante l’opera di costoro gli orzi i frumenti le farine furono insaccate e caricate in brevissimo spazio di tempo; al popolo fu concesso lo spolverio delle farine che usciva dalle finestre, e nullameno esso gridava sempre: – Vivano i Francesi! Abbasso San Marco!... Viva la libertà...
Approntato il convoglio, il capitano che lo dirigeva ed avea raccolto i riferimenti del sergente, mi chiamò solennemente a sé onorandomi ad ogni due parole dei titoli di cittadino e di avogadore. Mi proclamò benemerito della libertà, salvatore della patria, e figliuolo adottivo del popolo francese. Indi i carri presero via in buona regola verso San Vito, i cavalleggieri scomparvero colla valigia in un nembo di polvere, ed io mi rimasi allibito sorpreso scornato fra un popolo poco contento e meno ancora satollo. Tuttavia gridavano ancora: – Viva i Francesi! Viva la libertà! – solamente si erano dimenticati del loro Avogadore, e questo mi procurò il vantaggio di potermela svignare appena cominciò ad imbrunire. Il ronzino non aveva tempo di rintracciarlo e poi non mi bastava il cuore di cimentarmi sovr’esso a qualche nuovo trionfo; capii che miglior prudenza era rimaner a piedi. A piedi adunque, e col rammarico di aver perduto in superbe frascherie tutta quella giornata, ripresi per sentieri e per traghetti il cammino di Fratta. Molte considerazioni politiche e filosofiche sull’instabilità della gloria umana, e del favor popolare, e sulle bizzarre usanze dei paladini della libertà mi distoglievano la mente dalla paura che qualche disgrazia fosse successa nel frattempo al castello (p. 664-666).


«Superbe frascherie», a suggellare la parte portogruarese della rivoluzione annunciata nella rubrica del capitolo: «La Repubblica Democratica a Portogruaro e al Castello di Fratta» (p. 627). Carlo non lo sa ancora, ma a Fratta, mentre lui attoreggiava nella «commedia», è cominciata la tragedia, con lo strazio delle vecchia Badoera, personificazione di quella Venezia antica che ebbe il torto così formulato una volta dall’ottuagenario: «Venezia non era più che una città e voleva essere un popolo. I popoli soli nella storia moderna vivono, combattono, e se cadono, cadono forti e onorati perché certi di risorgere» (XI, p. 755). Storicismo idealistico, profezia del popolo-nazione, religione della patria. Mentre nel gran libro dell’Italiano prototipico sono sì suggeriti dalle reticenze, ma non trovano mai lo spazio di una trattazione apertamente seria e problematica le condizioni reali del popolo-popolo, la sua fame.


Pubblicato il 11/10/2017
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