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Tema n.16:

«Nel cerchio della guerra cristianamente» L’idea di popolo ne «La rivolta dei santi maledetti»

L’opera di Curzio Malaparte costituisce un vasto insieme la cui intelligenza è spesso resa difficoltosa dalle molte – e spesso compiaciute – ambiguità intrinseche, dalle vicende editoriali tutt’altro che piane e dal lungo silenzio, quando non dall’esecrazione, che l’autore pratese ha scontato dopo la morte.[1] Nondimeno, un’analisi tematica può offrire risultati degni d’interesse. Un argomento meritevole di approfondimento ruota intorno all’idea di popolo: affrontandolo nel suo primo libro, Viva Caporetto! (poi La rivolta dei santi maledetti), il giovanissimo autore s’inserisce nel vivo di un dibattito che segna gli anni del primo dopoguerra. Interrogheremo, perciò, questo scritto per delineare un’idea di popolo nel primo Malaparte e individuarne la specificità al confronto con le opere di altri autori del periodo.


1.Erich Suckert in guerra


Non è certamente «povera e triste, umiliata e insorta»[2] l’infanzia di Kurt Erich Suckert: la sua è una famiglia di sostanze dignitose e buona cultura; eppure, all’identità borghese egli prediligerà sempre quella di «proletario honoris causa»[3] acquisita dalla famiglia putativa, i Baldi. A suo dire, perciò, lo scrittore ha ben presenti sin dall’infanzia la fisionomia, i valori e i problemi della classe operaia, per la quale sviluppa col tempo una predilezione da lui stesso definita «un po’ letteraria, forse, certo molto intellettualistica»,[4] ma sincera e sentita, che più volte farà capolino nella sua opera. Le sue predisposizioni ricevono una prima definizione durante gli anni di studio al prestigioso liceo Cicognini: qui, sotto la guida di Binazzi, compie letture considerevoli,[5] frequenta le riunioni nei caffè fiorentini di personalità quali Papini, Prezzolini, Soffici e Palazzeschi – il cenacolo della neonata «Lacerba» – e sviluppa un precoce interesse per la scrittura e la politica. Già in quest’epoca, il giovane Suckert «si situa a destra per impegno nazionalista e senso naturale della gerarchia, ma a sinistra per ripudio dell’ordine costituito e attrazione per il proletariato, operaio e contadino»;[6] a quindici anni è il segretario della sezione giovanile del Partito repubblicano a Prato; a sedici fugge in Francia per arruolarsi volontario nella Legione garibaldina: nonché brevissima, l’esperienza in camicia rossa è persino priva di combattimenti, eppure risulta determinante per la formazione del futuro scrittore.[7] Tornato a casa, Suckert sostiene con entusiasmo la propaganda bellicista e, all’agognato ingresso in guerra dell’Italia, riparte subito volontario nella Brigata «Alpi» (51° Reggimento di Fanteria); combatte per due anni «come soldato di fanteria, cioè come proletario»[8] sul fronte dolomitico, poi come ufficiale sul Piave e sul Grappa, nel tamponamento della rotta di Caporetto e sul fronte di Amiens, sopravvivendo per miracolo – ma non senza riportare una grave ustione polmonare che lo accompagnerà a vita – alla sanguinosa battaglia di Bligny.
L’esperienza della guerra segna inevitabilmente le prime prove da scrittore di Suckert: come molti commilitoni, fra le trincee egli compone versi. Un documento interessante dell’esperienza al fronte è la canzone Alla Brigata “Cacciatori delle Alpi” (51-52), in cui il giovane soldato presenta i camerati che lottano spalla a spalla con lui:

– Io vi conosco, o aratori
d’Umbria, o seminatori
di Lombardia, pastori
d’Abruzzo, io tutti vi conosco, voi
che pascolate in Val di Chiana i buoi
e cogliete le ulive lungo l’Elsa
chiara d’acque, voi tutti, boscaioli
di Calabria, o figliuoli
del Lazio, domatori di cavalli,
e voi, nati sui Sette
Colli, figli di Roma
immortale e ricordo
il vostro viso, il vostro
grido, ogni vostro modo
di balzar fuori del riparo, a ferro
freddo.[9]


Aratori, seminatori e pastori, boscaioli e allevatori: un popolo, insomma, il cui ritratto si modella chiaramente sui motivi del populismo letterario che il primo Novecento ha ereditato dal secolo precedente, soprattutto per il tramite di Carducci e Pascoli (e varrà ricordare che, proprio dal poeta di Myricæ in poi, i motivi della letteratura populista si sono resi vieppiù disponibili a una lettura conservatrice e, dunque, a un innalzamento in «miti» nazionalistici).[10] Come si può facilmente percepire, quello di Suckert è un pensiero in fieri, su quale ancora devono far presa, da un lato, le suggestioni «oceaniche» dei bohémiens (tra cui si annoverano Picasso, Utrillo, Proust, Modigliani, Apollinaire...) che il giovane pratese frequenterà assiduamente al «Lapin Agile» di Montmartre[11] e, dall’altro, la lezione di autori quali Rabelais, Villon, Montaigne, Pascal, Bossuet, Saint-Simon, Fénelon, Thuresson e Calderón de la Barca, che egli leggerà durante la permanenza a Saint-Hubert, in Belgio, nel primissimo dopoguerra.[12]
È in questa fase, nell’inverno del ’18-’19, che Suckert compone il suo primo libro, Viva Caporetto!, cui aggiunge alcune pagine (destinate a comparire solo nella seconda edizione) nell’estate del ’20, quando è a Varsavia per conto del Ministero degli Affari Esteri e assiste all’assedio da parte delle truppe sovietiche di Trockij. Impossibile, in questa sede, analizzare per intero una vicenda editoriale delle più travagliate: è necessario rimandare il lettore ai tentativi di ricostruzione più recenti e autorevoli, quantunque forse non ancora dirimenti.[13] Sia sufficiente, qui, indicare che il volume vede la luce in tre edizioni successive:

Viva Caporetto!, Prato, Stabilimento Tipolitografico M. Martini, 1921, pp. 138);
La rivolta dei santi maledetti, Varsavia [ma Roma], Edizioni di «Oceanica», 1921, pp. 138;
La rivolta dei santi maledetti, Roma, Rassegna Internazionale, 1923, pp. 278.[14]

Quanto alle notizie fornite dallo stesso Suckert sui vari sequestri del libro da parte dei governi di Giolitti, Bonomi e Mussolini, occorre usare estrema cautela, soprattutto se si considera che «non si ha traccia presso l’Archivio Centrale di Stato di schedature o provvedimenti di sequestro nei confronti di Suckert negli anni 1921-1923».[15] Vere o no che siano tali notizie, tra la seconda edizione del pamphlet (’21) e la terza (’23) si pongono alcuni fatti di considerevole importanza per lo scrittore pratese: la collaborazione con «La Rivoluzione liberale» di Gobetti,[16] la composizione del saggio sul sindacalismo rivoluzionario L’Europa vivente e l’adesione al fascismo (ma, si badi bene, nell’ambito del sindacalismo rivoluzionario, «l’ala più radicale e sinistrorsa del movimento mussoliniano»).[17] Due particolari sono interessanti: anzitutto, Suckert non abbandona La rivolta dei santi maledetti nemmeno dopo aver aderito al fascismo, sebbene il pamphlet abbia ricevuto proprio dalle camicie nere le più mordaci accuse di disfattismo, antinazionalismo e pacifismo; inoltre, l’edizione del ’23 vede la luce, come abbiamo detto, per i tipi della Rassegna Internazionale di Guglielmo Lucidi, una casa editrice legata alla Union of Democratic Control britannica e, dunque, a uno scenario di sinistra, di forte propensione internazionalista e di critica verso la Grande Guerra. Due fatti, si direbbe, che la dicono lunga su quanto Suckert si consideri intellettualmente vincolato dall’adesione al fascismo.[18]


2. La rivolta dei santi maledetti: contenuti e temi


Chi cercasse da un’opera letteraria una relazione veridica sui fatti di Caporetto, con ogni probabilità trarrebbe maggior profitto dalle pagine di Addio alle armi[19] che non da quelle de La rivolta dei santi maledetti. Perché il pamphlet di Suckert non è – e a sostenerlo è lo scrittore in persona – né una «raccolta d’impressioni di guerra» o un «diario»[20] né tantomeno «libro di guerra».[21] Si direbbe che, non avendo preso parte alla rotta di Caporetto, Suckert si tuteli preventivamente da eventuali obiezioni sulla veridicità di quanto racconta; ma, ancor prima, c’è che egli non vuol semplicemente riportare la cronaca di un evento bellico sul cui svolgimento, del resto, avrebbe ben poco da aggiungere, bensì offrirne un’interpretazione alla luce della propria esperienza di combattente: un’esperienza, come vedremo, carica di un valore umanante. Non per caso La rivolta dei santi maledetti apre significativamente con un appello al lettore: «bisogna essere stati uomini, semplicemente umani, per poter leggere questo libro»,[22] quasi un richiamo a un ideale di humanitas come accettazione e sostegno verso l’altro riconosciuto come proprio simile.
Sin da subito, infatti, Suckert gioca a carte scoperte: il suo obiettivo annunciato è scagionare la fanteria del Carso dalle accuse di disfattismo e viltà lanciate dall’opinione pubblica, dalla «ridda di leggende astruse che ne hanno diminuita o esagerata l’importanza».[23] Nelle sue analisi, perciò, lo scrittore pratese si trova su un fronte radicalmente – e polemicamente – opposto rispetto ad autori quali Soffici, Prezzolini e Lombardo Radice, le cui indagini si concentrano sulla ricerca di errori da parte egli stati maggiori che non hanno saputo, a loro avviso, esercitare il proprio comando sulla moltitudine senza nome dell’esercito; queste indagini, infatti, rimangono fondamentalmente «radicate entro il punto di vista dei gruppi dirigenti e lontane dallo sguardo delle classi subalterne, in una paternalistica e sprezzante rappresentazione del rapporto tra ufficiali e truppa»,[24] mentre Suckert assume, persino ostentatamente, il punto di vista delle masse. La rivolta dei santi maledetti, infatti, vuol essere

il libro del popolo, di questo umile popolo di lavoratori che si è sempre astenuto dal porre la sua spada di Brenno sulla falsa bilancia della nostra politica internazionale, che ha accettato la guerra come un sacrificio improrogabile e l’ha fatta come un dovere, come un lavoro, come una necessità di dolore, che non ha preso parte alle dispute, che non ha intascato denari, che è entrato nel cerchio della guerra schiettamente, all’italiana.[25]

Il pamphlet articola la difesa in tre parti fondamentali: a) la presentazione dei fanti-proletari italiani e del loro percorso dalla rassegnata sopportazione alla feroce rivolta; b) la denuncia delle «leggende» diffuse dalla società borghese su Caporetto; c) l’interpretazione «rivoluzionaria» dell’evento, basata sul concetto di «rifiuto d’obbedienza».[26] Suckert, dunque, propone una visione della rivolta di Caporetto come

un aspetto orrendo e sanguinoso, sommamente rappresentativo, di quella rivoluzione nazionale che, iniziata nel 1821 e soffocata nel Settanta, è stata ripresa nel 1914 da noi interventisti, sindacalisti e repubblicani, volontari garibaldini sempre, nelle Argonne e sul Carso.[27]

Il «caporettismo» di Suckert si pone sulla scia delle considerazioni su un Risorgimento incompiuto o persino rinnegato dalla società borghese post-unitaria, nella quale l’elevazione delle masse non è avvenuta e il divario tra le classi si è persino allargato. Un’idea, questa, in cui si avvertono forti le reminiscenze di Oriani e del suo «sentimento di rivolta contro l’incompiutezza del Risorgimento, vista […] dal lato della coscienza nazionale e patriottica».[28] Certo, nell’autore de La rivolta ideale il concetto di popolo era ben definito dal punto di vista ideologico (come base per la rinascita della nazione) ma assai meno da quello sociologico; ma a precisare questo aspetto avevano contribuito Pascoli, con l’assimilazione del popolo al proletariato e il suo inserimento in un programma di difesa dei valori tradizionali della nazione, e Corradini, con la convergenza di nazionalismo e sindacalismo rivoluzionario soreliano.[29] Queste precisazioni si sono imposte presso gli eredi del populismo letterario risorgimentale e post-unitario, tra cui Soffici e Papini e lo stesso Suckert, il quale delinea adesso l’idea di un popolo ormai pienamente ricondotto al proletariato contadino e interpretato quale forza essenzialmente sovversiva. Forza il cui inserimento nella vita politica italiana è avvenuto proprio con la Grande Guerra; non tuttavia perché essa abbia realizzato quella coesione nazionale che era stata auspicata dai teorici dell’interventismo, bensì per il motivo opposto. Per lo scrittore pratese, infatti, il primo conflitto mondiale è stato un fenomeno moderno, profondamente penetrato dalla cultura della società capitalista e industriale, e di quest’ultima ha riprodotto la pianificazione, l’estensione di massa e la stratificazione, con una fondamentale conseguenza:

Mai fino ad allora, il popolo, in quanto popolo, si era battuto. | Le guerre erano state combattute, fino ad allora, dagli eserciti regolari, sotto la guida di pochi uomini esperti nell’arte. Le nazioni avevano continuato a vivere in pace, sul margine della guerra, attendendone l’esito. | Questa volta, invece, tutto il popolo fu chiamato in aiuto della società costituita, nemica, economicamente e socialmente, del popolo.[30]

La Grande Guerra, dunque, in quanto «guerra di massa», ha celebrato quell’inserimento del popolo – cioè, dunque, del proletariato – nella politica «che già la cultura grande-borghese di fine secolo aveva preannunciato, da Nietzsche a Mosca».[31] Un evento contraddittorio (tant’è che Suckert ne parla come del «grande paradosso dell’anno 1914»)[32] poiché proprio tale inserimento, voluto dalla società borghese e liberale a difesa dei propri interessi di classe, ha costituito la condizione dello storico sovvertimento sociale esploso a Caporetto.
Ma conta rilevare che Suckert non si limita a interpretare il popolo come una forza esclusivamente sovversiva. Egli, infatti, eredita dalla tradizione facente capo a Mazzini – non per caso, da lui esaltato come grande trasformatore dell’umanità, insieme a Leopardi e Garibaldi – anche l’idea che al popolo spetti il ruolo di «forza essenziale e insostituibile dello sviluppo nazionale».[33] Ma lo sviluppo nazionale, per Suckert, non può che avvenire attraverso la sofferenza.[34] È la sofferenza, infatti, a pervadere il percorso del proletariato dalla rassegnazione alla rivolta, fino al sacrificio estremo. È una via crucis moderna che il «flusso di coscienza saggistico-ideologico»[35] di Suckert scandisce in stazioni o quadri narrativi. Il primo rappresenta – con punte di surrealismo che già preannunciano il Malaparte maturo – i soldati in partenza per il fronte tra gli strepiti di una nazione in preda alla frenesia della guerra:

A Milano, la città del buon senso e della misura, quando gli alpini del 5° Reggimento «presero il largo», le donne piangevano, i vecchi parlavano commossi del Quarantotto e gli innumerevoli oratori strillavano: «Vedete? essi sono fieri, essi sono contenti di andare a morire per noi!» | Il «beati voi!» di D’Annunzio era urlato d’ogni parte ai soldati, che stringevano i denti. La morte degli altri, per molti, poteva anch’essere una figura retorica. | A Prato, la città di Convenevole, di Filippino Lippi, di Francesco Datini e di Bresci, i soldati furono insultati, sbeffeggiati, sputacchiati; si gettarono sassi contro i treni carichi di fanteria: «Vigliacchi! vigliacchi! perché andate a combattere, perché andate ad ammazzare?» | Una inesplicabile pazzia aveva addentato il cervello della povera umanità. Tutti sembravano accecati; nessuno sapeva guardare umanamente negli occhi degli uomini tristi e fieri che salivano verso i monti.[36]

Ci troviamo nettamente agli antipodi, ad esempio, del «mito» del camminatore di Jahier. Suckert ostenta polemicamente la propria distanza dalle «estatiche marce alpine»,[37] dai canti, dall’ardimento e dall’esaltazione vitalistica; i suoi fanti incedono col passo lento e grave delle vittime – sono già quasi i koppâroth del capolavoro malapartiano –, entrano «nel cerchio della guerra cristianamente»,[38] salgono verso i monti come un Cristo al Calvario, già presaghi delle sofferenze che patiranno sul fronte, già oscuramente consapevoli della necessità del soffrire, del suo valore umanante.
Sul fronte, la guerra inizia subito a esercitare i suoi effetti sui soldati:

L’uomo che per la prima volta entra nel cerchio della guerra, deve ricominciare, da capo, a conoscere il mondo: egli scopre, a un tratto, da un giorno all’altro, che le parole non si appropriano alle cose e che la vita della natura è diversa da quella che i vocaboli indicano e la consuetudine giornaliera gli ha dato a credere.[39]

Colpisce la somiglianza di queste impressioni con quelle registrate dal soldato Giuseppe Ungaretti («Ero in presenza della morte, della natura, di una natura che imparavo a conoscere in modo nuovo, in modo terribile»).[40] Ma per Suckert, di fronte alla guerra e alla morte, il combattente non sperimenta quello «scatto vitalistico» avvertito dal poeta de L’allegria («Non sono mai stato | tanto attaccato | alla vita»);[41] partecipa, piuttosto, alla «radicale trasfigurazione dell’esistente»[42] imposta dagli orrori del conflitto, rispetto alla quale il «riadeguamento del linguaggio» non è che un contrassegno esteriore. La vita in trincea, divisa tra i pericoli letali, l’esperienza della morte, la monotonia, gli ordini assurdi degli stati maggiori, la fatica e la passività dell’essere umano nei confronti di una natura finalmente riscoperta nella sua cruda autenticità, scardina l’ordine stesso del tempo e ne insinua uno enigmaticamente out of joint nel quale ciascun soldato prende a sentire «confusamente, quasi animalmente, il mistero dell’essere e della sofferenza».[43] In ciò sta l’intima contraddittorietà della Grande Guerra, che da un lato costituisce il trionfo della modernità e, dall’altro, «si presenta […] come l’irruzione di un ‘passato’, racchiuso nel “mistero” che circonda i fanti in prima linea, estraneo al tempo e alla storia».[44] È il mistero, infatti, il primo grado della dolorosa via crucis del proletariato, ma in esso traluce già l’epifania di una nuova umanità umanata («L’umanità cominciò così a diventare umana»).[45]
Nuova umanità in fieri verso la quale Suckert, racconta, compie uno «sforzo di abbassamento e di adattamento»[46] in un processo di «assimilazione-distinzione»[47] che par distinguersi tanto dalla simbiosi dannunziana tra moltitudine indistinta e «superuomo», quanto dalla tendenza «vociana» – espressa, ad esempio, nei Discorsi militari di Boine o in Dopo Caporetto di Prezzolini – a promuovere gli intellettuali piccolo-borghesi impegnati come ufficiali di collegamento a «mediatori sociali» tra massa e ceti dirigenti. Suckert, infatti, da un lato si assimila alla truppa, sperimenta «quasi una mistica dell’integrazione nel gruppo»,[48] diventa «fante tra i fanti»;[49] dall’altro si distingue dalla massa illetterata per farsene portavoce e procedere efficacemente alla sua difesa.
Suckert, infatti, suggerisce più volte il tema dell’ignoranza dei suoi fanti:

Il loro semplicismo d’ignoranti e di povera gente non ammetteva disquisizioni e teorie. Quando si parlava loro di fratelli da liberare e di civiltà da salvare, la loro mentalità non subiva scosse. La patria era una concezione estranea alle loro facoltà di raziocinio; Trento e Trieste erano creazioni mitiche su cui si era molto parlato negli ultimi tempi, ma che non riuscivano a commuoverli troppo. La Francia, la Germania, l’Austria, erano verità che non si discutevano; per i settentrionali l’Austria era quella dei nonni del Quarantotto e dei croati col chepì a pentolino, per i meridionali era il paese «dove si parla austriaco». | La profonda ignoranza delle nostre masse non ammetteva complicazioni storiche o geografiche. | Quando gli ufficiali ci spiegavano le ragioni ideali della nostra guerra e la necessità di schiacciare la barbarie e il militarismo degli Imperi Centrali, i soldati ascoltavano con profonda attenzione, ammirando la cultura e l’intelligenza dei superiori: ma non ne capivano niente. I pochi che riuscivano ad afferrare, all’ingrosso, il senso del discorso, lo dimenticavano subito. Il voler insistere sarebbe stata fatica sprecata: che importava ai soldati di sapere per quale ragione si faceva la guerra? L’essenziale era questo: bisognava farla, se no...[50]

È chiaro, tuttavia, che l’ignoranza costituisce un tratto essenziale e positivo nel ritratto del fante-proletario di Suckert; è qualcosa di primordiale, atavico, più istintivo di ogni esercizio di diffidenza, che già presupporrebbe un pur minimo pensiero critico nei confronti dell’indottrinamento propinato dagli stati maggiori dell’esercito.
Si noti come l’universo militare non costituisca un organismo autonomo e provvisto di meccanismi e leggi specifici. Per Suckert vale certamente l’assunto jahieriano «esercito è nazione»;[51] ma mentre nel poeta valdese esso indica lo sforzo collettivo e «ascetico» di un popolo nel quale ciascuno è chiamato a patire equamente le sofferenze della guerra, per il pratese significa l’esatto contrario, cioè che, in quanto fondato sulla coscrizione di massa, l’esercito non può che rispecchiare le suddivisioni e le tensioni e della società civile. Si tratta di una concezione che prosegue la visione teorico-militaresca delle classi già teorizzata da De Amicis e presente poi anche in Pascoli e Corradini:[52] la fanteria costituisce «il proletariato dell’esercito»,[53] gli ufficiali di collegamento la piccola borghesia, gli stati maggiori l’alta borghesia «accaparratrice d’oro» e l’aristocrazia «accaparratrice di croci e di onori».[54] Suckert, dunque, non si limita a individuare un’antinomia tra esercito e società civile, tra Italia al fronte e Italia rimasta a casa – antinomia presente, ad esempio, in Jahier, Monelli o Mariani –, ma trasporta la frattura all’interno dell’esercito stesso e respinge gli stati maggiori verso il blocco antagonista dei nemici del proletariato. Gli alti ufficiali, in guerra come in pace, mirano esclusivamente alla conservazione dei propri privilegi di classe e costituiscono una gerarchia invisibile, lontana dai teatri di guerra, goffa e inefficiente, capace solo di propugnare stolidamente la «cocciuta teoria cadorniana dell’attacco frontale»,[55] del tutto inapplicabile alla moderna guerra di trincea e infiltrazione ma imposta alla rassegnata, obbediente, disprezzatissima truppa, con l’ulteriore minaccia dell’estrema punizione per chi indietreggia («bisogna andare avanti: le mitragliatrici uccidono tanto chi avanza quanto chi retrocede»).[56] Suckert, dunque, si oppone fermamente alla «visione rassicurante d’una nazione e d’un esercito stabili e saldi nelle proprie gerarchie e nei propri valori».[57] Non a caso il tonante Cadorna, simbolo stesso di tali valori, è etichettato senza meno come «il nemico della fanteria».[58]
Quanto detto chiarisce perché lo scrittore non manifesti alcun trasporto per le analisi tattiche della disfatta dell’esercito italiano: assegnare responsabilità o individuare cause che spieghino – ovvero, che giustifichino – il disastro è, in fin dei conti, poco rilevante per lo scrittore, che in Caporetto non scorge un fatto militare, bensì «un fenomeno schiettamente sociale»,[59] un evento rivoluzionario scatenato dal tradimento di un’intera nazione ai danni dei suoi strati subalterni:

Se tradimento c’è stato, chi ha tradito? I fanti che si sono orrendamente ribellati, o coloro che li han spinti alla disperazione? L’esercito della Biansizza e del Monte Santo, o l’innumerevole e lucidissimo esercito degli imboscati, dei profittatori, dei puttanieri, dei falsi patriotti, degli umanitari, dei retori, dei vigliacchi, dei trissottini, dei disfattisti, degli austriacanti, l’innumerevole turba, militare e civile, che si era accampata alle spalle dei combattenti schernendo e insultando, piagnucolando e gozzovigliando? Chi ha dunque tradito? Chi sono dunque i responsabili dell’orrenda rivolta? Coloro che l’han provocata ad arte, o coloro che l’hanno compiuta in un momento di disperazione e d’imbestiamento?[60]

Cosa ha portato la fanteria italiana alla disperazione se non la raggiunta consapevolezza di esser stata costretta a obbedire a ordini assurdi, a consumare innumerevoli vite in sacrifici sempre più inutili? Cosa ha trasformato la disperazione in odio sociale se non la coscienza che il conflitto ha armato proletari contro proletari per la tutela degli interessi di classe dei ceti dirigenti? Ecco il secondo grado della via crucis del proletariato armato, l’odio:

Quando il fante si accorse di non odiare il nemico e di non essere odiato da lui, quando si avvide che in un campo e nell’altro egualmente feroce era l’avversione alla guerra e che questa era fatta specialmente da quelli che non l’avevano voluta, un profondo cambiamento avvenne nella sua mentalità primitiva. | L’odio si rivolse contro quelli che avevano gridato “viva la guerra!” e s’erano poi rintanati nell’interno del paese o nella comodissima zona di pace – e, per un eccesso facilmente comprensibile, contro tutti coloro che, neutralisti, interventisti, o quietisti, non dividevano con lui le fatiche e i pericoli della trincea.[61]

Proprio a causa della loro ignoranza, i combattenti italiani sono rimasti indifferenti a qualunque tentativo di indottrinamento ideologico, tetragoni alla retorica della colpevolizzazione di un nemico contro il quale hanno combattuto con rassegnazione. È contro il «nemico interno» che si rivolge, dunque, un odio tanto profondo quanto generalizzato e registrato, tra gli altri, da Prezzolini, Soffici, Papini, Jahier, o, oltralpe, da Céline, Zuckmayer, Schauwecker, Graves, Sassoon e, soprattutto, Jünger.[62] Ma mentre nelle Stahlgewittern il «nemico interno» è identificato con gli elementi democratici, socialisti e repubblicani (dunque, diremmo, «di opposizione») della società, ne La rivolta dei santi maledetti è pienamente riconosciuto nell’intera società civile, nell’intero governo, in tutti gli stati maggiori dell’esercito. Non a caso, l’odio dei combattenti italiani avvampa con l’esperienza della prima licenza invernale, che si dimostrerà fonte di ogni sorta di umiliazioni: la carità conformista dei comitati di soccorso e delle crocerossine, il comodo patriottismo o il pacifismo dei borghesi e degli esonerati, gli assurdi divieti dei comandi militari; insomma, l’indifferenza di una nazione che, ancora ferma sulla «vecchia concezione della “bella morte” e dell’atto eroico»,[63] non perdona ai suoi laceri fanti il poco glorioso spettacolo che danno di se stessi. A tal punto si rende palese lo «scontro tra “Italia-trincea” e “Italia-bordello”, tra ‘antiretorica’ e retorica»[64] che i fanti ritornano sul fronte quasi con sollievo, «disgustati dalla nazione».[65]
Dopo l’odio, il terzo grado della via crucis del proletariato armato è la sofferenza sociale: i soldati devono subire le più crudeli repressioni del malcontento e le più infamanti accuse di disfattismo. Allora insorgono: gli atti d’insubordinazione, l’abbandono delle trincee, le sommarie ritorsioni contro gli ufficiali e l’«invasione» del Veneto non sono che gli effetti della rabbiosa presa di coscienza della fanteria come classe sociale «con una mentalità propria, nettamente antiborghese e antiretorica».[66] E poi l’eccesso, l’orgia di sangue e di saccheggio, la sfrenatezza, il grottesco corteo del trionfo della «“santa canaglia” delle trincee»:[67] non violenze scaturite dall’odio o dalla malvagità, bensì vendetta «contro la nazione, contro la legge, contro tutto ciò che era borghese, intellettuale e imboscato, contro tutto ciò che era “réclame della guerra”, contro tutto ciò che non era fante».[68] E se nella gran parte dei diaristi della ritirata – si pensi a Bracci, Muccini, Frescura, Bacchelli, D’Annunzio – emerge l’immagine di delinquenti e ribelli in rivolta, Suckert supera il segno e dipinge figure sacrileghe, sovvertitrici dell’ordine, furiosamente pantoclastiche. Perché Caporetto giunge come «un sommovimento dei rapporti sociali, una contraddizione inattesa degli schemi esplicativi della realtà»[69] e gli ammutinati sono il pressante richiamo di un vero ormai inarrestabile che giunge a demistificare le ideologie che hanno preceduto e accompagnato la Grande Guerra. Né Malaparte – a differenza di Bacchelli o Comisso – considera la rivolta come una sospensione solo momentanea dell’ordine, un’ebbrezza da saturnale che compensi le tensioni dell’istituzione sociale per ristabilirne l’ordine. Caporetto è un momento assoluto, senza ritorno. È per questo motivo, probabilmente, che nelle ultime pagine del pamphlet gli esiti storici della rivolta finiscono per contar poco a fronte del valore simbolico della stessa: Suckert descrive solo sommariamente l’esaurirsi dell’insurrezione, l’arrestarsi della «magnifica belva»[70] degli insorti, subito ghermita dalla dura reazione del vecchio Cadorna; eppure ancora in grado di dare un’ultima, somma dimostrazione di valore, di completare la propria via crucis sacrificandosi sulle petraie del Grappa («se il grido era di rivolta, l’atto era di sacrificio»).[71]


3. Conclusioni


Ne La rivolta dei santi maledetti la guerra è, anzitutto, la lente d’ingrandimento e il laboratorio dei fatti sociali: proprio attraverso il conflitto il popolo, il proletariato armato, è riuscito a liberarsi «dalle gabbie dei particolarismi per porsi in comunione con un processo rivoluzionario generalizzato, internazionale».[72] È chiaro che, sotto quest’aspetto, il pamphlet trasformi la più bruciante disfatta italiana nella Grande Guerra in un tonante J’accuse contro «destra e sinistra storiche, [...] liberali, democratici, socialisti, Italiani moderni, uomini di piazza, di governo, di caffè, di università, d’accademia, che dal settanta in poi hanno sputtanato in mille modi l’Italia eroica, santa, cristianissima del 1821 con la scusa del patriottismo o della retorica, della democrazia o della rivoluzione sociale».[73] Il popolo, dunque, è innalzato da Suckert a vindice dei diritti di un’intera nazione tradita dalla sua classe dirigente.
Ma la lettura «sociale» della guerra si apre a una considerazione della stessa come prospettiva (almeno latu sensu) spirituale: perché Suckert non ritiene soltanto che a Caporetto il popolo abbia acquisito un’autocoscienza di classe, bensì che l’Isonzo e il Piave si sia realizzata l’epifania di un’umanità umanata attraverso la guerra e il sacrificio. L’idea centrale di Suckert è senz’altro «mitopoietica»,[74] senza tuttavia approdare a un’esaltazione jüngeriana della guerra o a concezioni vitalistiche di marca nietzschiana o dannunziana; giunge, semmai, a una visione cristomimetica: per Suckert, quella del proletariato «lacero e sporco come Cristo, sanguinante come Cristo, buono, eroico e sbeffeggiato come il figliuolo dell’Uomo»[75] è una dolorosa via crucis che culminerà con l’estremo sacrificio sul Grappa dal quale il popolo potrà risorgere come umanità rinnovata:

L’esatto senso della vita, della morte, dell’infinito, del dolore, li fece guardare oltre i limiti delle cose, li umanò, fece loro sentire il sapore della carne e del sangue, della miseria umana e dell’eternità: gli uomini così divennero umani.[76]

La rivolta dei santi maledetti, dunque, sullo sfondo dell’invettiva antimilitarista e della testimonianza di una crisi epocale, interpreta il conflitto come l’altare sopra il quale il popolo ha conseguito, attraverso il sacrificio, una vera e propria renovatio. Antimoderno, più che reazionario, Suckert dunque innalza il popolo a modello (sebbene certamente più ideologico che sociale) in cui «sembra racchiudersi la possibilità di un’alternativa alla «modernità» trionfante».[77]



Pubblicato il 06/12/2017
Note:


[1] Senz’altro negativo («fabbricante di bolle di sapone») è il giudizio di E Cecchi, Prosatori e Narratori, in E. Cecchi, N. Sapegno (a cura di), Storia della Letteratura italiana. Il Novecento, t. 2, Milano, Garzanti, 1987, p. 395 s., mentre in G. Bàrberi Squarotti (a cura di), Storia della civiltà letteraria italiana, vol. V, Il secondo Ottocento e il Novecento, Torino, Utet, 1996, p. 1139, si parla di un «abile esercizio mondano e politico della propria parola». A Malaparte non fa, addirittura, menzione alcuna A. Asor Rosa (a cura di), Letteratura italiana del Novecento. Bilancio di un secolo, Torino, Utet, 2000. In controcanto risulta E. Ragni, Cultura e letteratura dal primo dopoguerra alla seconda guerra mondiale, in E. Malato (a cura di), Storia della letteratura italiana, vol. IX, Il Novecento, Roma, Salerno, 2000, p. 363, il quale auspica una lettura delle opere malapartiane «finalmente affrancata dai molti e spesso acritici condizionamenti ideologici che troppo a lungo ne hanno inquinato o addirittura impedito una corretta valutazione». I contributi più recenti e attrezzati (curiosamente, non di lingua italiana) presentano Malaparte come un testimone attento della crisi radicale della civiltà moderna: tra questi occorre citare almeno A. Arndt, Ungeheure Größen: Malaparte, Céline, Benn. Wertungsprobleme in der deutschen, französischen und italienischen Literaturkritik, Tübingen, Max Niemeyer, 2005, S. Witt, Curzio Malaparte (1898-1957). Autobiographisches Erzählen zwischen Realität und Fiktion, Frankfurt a. M., Peter Lang, 2008 e T. Liesegang (hrsg.), Curzio Malaparte. Ein politischer Schriftsteller, Würzburg, Königshausen & Neumann, 2001. Sulla fortuna critica di Malaparte, cfr. il recente contributo di E. Mattiatto, Curzio Malaparte 60 ans après sa mort: états de la question et perspectives, «Cahiers d’études italiennes», 24, 2017.

[2] C. Malaparte, Mamma marcia, Firenze, Vallecchi, 1959, p. 3.

[3] M. Serra, Malaparte. Vite e leggende, Marsilio, Venezia, 2011, p. 40.

[4] C. Malaparte, Memoriale, in E. Ronchi Suckert (a cura di), Malaparte, vol. I, 1905-1926, Città di Castello, Ponte alle Grazie, 1991, p. 282.

[5] Da Binazzi, Suckert è introdotto agli autori del romanticismo, dell’espressionismo e del simbolismo francese. Ma già nella biblioteca paterna egli aveva conosciuto «i narratori del Medioevo, i fratelli Grimm, Goethe e i poeti dello Sturm und Drang», nonché «la grande tragedia greca nelle edizioni curate dai filologi di Dresda e di Heidelberg» (M. Serra, Malaparte. Vite e leggende, cit., p. 61).

[6] Ivi.

[7] L’esperienza formò Suckert allo spirito di corpo e al culto dei miti, segnandolo come una vera e propria «anticamera del fascismo». Cfr. C. Malaparte, Autobiografia, «Prato storia e arte», 88-89, 1996, p. 16. Cfr. anche A. Di Grado, Un garibaldino al convento, in Divergenze. Borgese, Malaparte, Morselli, Sciascia, Napoli, Ad est dell’equatore, 2012, pp. 33-46: 33: «Di questo suo debutto in camicia rossa poco s’è tenuto conto da parte di critici e storiografi, irretiti dalla girandola di fedi e schieramenti – fascismo, comunismo, cattolicesimo – abilmente sbandierata dal Malaparte maturo».

[8] C. Malaparte, La rivolta dei santi maledetti, in Opere scelte, a cura di L. Martellini, Milano, Mondadori, 1997, pp. 3-109: 25.

[9] Id., Alla Brigata “Cacciatori delle Alpi” (51-52), Prato, Tipolitografia Martini, 1918, poi in L’Arcitaliano e tutte le altre poesie, a cura di E. Falqui, Firenze, Vallecchi, 1963, pp. 191-195: 192. Non è privo d’interesse il raffronto di questi versi giovanili con quelli più tardi di I morti di Bligny giocano a carte, «Circoli», novembre 1939, poi in L’Arcitaliano, cit., pp. 196-211. Qui è tracciata un’immagine a metà tra il ritratto ideale e la caricatura dei soldati della Grande Guerra: i tedeschi caduti per il «vecchio onore tedesco», i francesi che ostentano disprezzo per l’esercito, il governo e la retorica interventista («Je m’en fous», il loro ritornello), gli inglesi «morti sulla terra francese | from Azincourt to Passchendaele | per difender la gloria del British Empire» e gli italiani, di cui Malaparte mette in luce l’origine contadina e l’amore per la terra natia («Oh dappertutto è Italia, oh unica al mondo Italia, | con le tue case le tue vigne i tuoi campi di grano»). Interessanti le conclusioni di G. Panella, La poesia di Curzio Malaparte tra estetica e politica, «Sinestesieonline», 8, 2014, p. 4, sul plurilinguismo nella poesia malapartiana, che «rende bene, su base formale e non solo contenutisticamente, la dimensione europea dell’immane tragedia della guerra in cui anche il giovanissimo Malaparte aveva combattuto». Il plurilinguismo, del resto, determina un effetto di straniamento e distanza che contribuisce a restituire quel senso di amara, crudele ironia sarà poi caratteristica peculiare dei grandi romanzi malapartiani.

[10] Celebri, a tal proposito, restano le parole del discorso La grande proletaria si è mossa, nel quale Pascoli auspicava che l’Italia, tramite l’intervento, «contribuisse per la sua parte all’umanamento e incivilimento dei popoli» (Prose, vol. I, Pensieri di varia umanità, a cura di A. Vicinelli, Milano, Mondadori, 1946, p. 560). Cfr. A. Asor Rosa, Scrittori e popolo (1965). Scrittori e massa (2015), Torino, Einaudi, 2015, pp. 45-70 (ma si tengano in considerazione le recenti precisazioni dell’A. in Da «Scrittori e popolo» a «Scrittori e massa», «Griseldaonline», 16, 2016). Sul nazionalismo di Pascoli, cfr. M. Lucarelli, L’Italia come «grande Proletaria»: sul nazionalismo pascoliano, in D. Brogi et al. (a cura di), Letteratura e identità nazionale nel Novecento, Lecce, Manni, 2004, pp. 35-53.

[11] Interessante è la presentazione che Suckert fa dei frequentatori del ‘Lapin Agile’: «Gente che aveva in orrore gli uomini pur amando l’umanità, che preferiva la meditazione alla pratica, il pensiero all’atto, il desiderio alla volontà, che sdegnava l’arrabattarsi cotidiano dei piccoli uomini; gente di tutte le razze, nemica di tutte le barriere, mentali e pratiche, negatrice di tutte le patrie, di tutte le famiglie, di tutte le società. Uomini d’arte, “internazionali”, astrazionisti, oceanici, fatalisti, cercatori di assoluto e di universale, nemici di ciò che è frammento e riduzione» (Le nozze degli eunuchi, in L’Europa vivente e altri scritti politici (1921-1931), a cura di E. Falqui, Firenze, Vallecchi, 1961, p. 212). Sul cabaret, cfr. N. Hewitt, Montmartre: une révolution artistique, in S. Wilson (dir.), Paris, capitale des arts, 1900-1968, Paris, Hazan, 2002, pp. 28-39.

[12] Cfr. A. Orsucci, Il «giocoliere d’idee». Malaparte e la filosofia, Pisa, Edizioni della Normale, 2015, pp. 152 s.

[13] Tra questi occorre citare almeno V. Baroncelli, Bibliografia generale delle opere di Malaparte, in G. Grana (a cura di), Malaparte scrittore d’Europa, Atti del convegno (Prato, 1987), Prato, Comune di Prato – Marzorati, 1991, pp. 265-373; M. Biondi, Storia editoriale del testo, in C. Malaparte, Viva Caporetto! La rivolta dei santi maledetti secondo il testo della prima edizione 1921, a cura di M.B., Firenze, Vallecchi, 1995, pp. 219-224; L. Martellini, Notizie sui testi. La rivolta dei santi maledetti, in C. Malaparte, Opere scelte, cit., pp. 1489-1518; M. Noja, Per una bibliografia di Curzio Malaparte, I, «La biblioteca di via Senato», 4, 2010, pp. 20-23; A. Pozzetta, «Ci sono veramente delle canaglie fra i soldati!». Curzio Malaparte: da Viva Caporetto! a La rivolta dei santi maledetti, in R. Cicala (a cura di), Inchiostro proibito. Libri censurati nell’Italia contemporanea, Pavia, Santa Caterina, 2012, pp. 44-61; L. Martellini, Curzio Malaparte: La rivolta dei santi maledetti, «Cuadernos de Filología Italiana», 22, 2015, pp. 150-180.

[14] Cfr. M. Noja, Per una bibliografia di Curzio Malaparte, cit., p. 21. Ma cfr. L. Martellini, Curzio Malaparte: La rivolta dei santi maledetti, cit., p. 171 s.

[15] A. Pozzetta, «Ci sono veramente delle canaglie fra i soldati!», cit., p. 60. L’A. prosegue: «In assenza di riscontri ufficiali sui provvedimenti censori, occorre dunque approcciarsi con cautela nei confronti delle memorie autobiografiche dello scrittore pratese, sebbene risulti del tutto verosimile, dati i contenuti del libro, il contesto e il clamore provocato, la realtà di un’azione di sequestro; del resto, la travagliata storia editoriale, costellata di rititolazioni, ricopertinature, riedizioni, può essere assunta a riprova dei tentativi dell’autore di aggirare la censura».

[16] Cfr. in proposito A. Camerano, «Che ho a che fare io con gli schiavi?». Gobetti e Malaparte: profilo di un’amicizia tra pensatori eccentrici, «Cahiers d’études italiennes», 24, 2017.

[17] M. Serra, Malaparte. Vite e leggende, cit., p. 86. Malaparte aderisce al fascio di Firenze nel pieno della lotta tra Mussolini e i ‘ras’. Quella fiorentina è una sezione assai turbolenta, legata al carattere rivoluzionario e alla vocazione antipartitica del fascismo sansepolcrista, gelosa della propria autonomia contro ogni ingerenza di un PNF ritenuto sempre più compromesso con gli elementi borghesi e liberali della società: si tratta, insomma, della tipica espressione di quel ‘fascismo movimento’ teorizzato da De Felice. Qui lo scrittore pratese si riunisce ai vecchi compagni dell’interventismo e, con ogni probabilità, spera in un’affermazione personale, sebbene vada rilevata quantomeno «una certa coerenza nella scelta di Malaparte di stare ‘dalla parte dei vincenti’ senza tradire eccessivamente la sua esperienza di soldato e ufficiale della prima guerra mondiale e di scrittore e articolista impegnato nei confronti delle masse degli operai e della lotta di classe» (A. Camerano, «Che ho a che fare io con gli schiavi?», cit., p. 10). In effetti, Malaparte vuol interpretare il fascismo come un sindacalismo politico o, addirittura, una Controriforma antimoderna (cfr. C. Malaparte, L’Europa vivente, in L’Europa vivente e altri scritti politici, cit., pp. 341-350) e a lungo spererà di ritrovarvi le tracce del sindacalismo rivoluzionario di Sorel, Orano, Corradini e De Ambris. D’altro canto, la sua adesione non è senza riserve, poiché sin da subito egli mostrerà – e poi ostenterà – la ferma intenzione di costituire una voce scomoda, di rottura all’interno del fascismo; ne siano un esempio i pungenti strali che lancerà dalla rivista «La conquista dello Stato», sulla quale Malaparte teorizzerà il suo modello di ‘fascismo integrale’, espressione delle province e del proletariato. Cfr. G. Pardini, Il fascismo integrale nella concezione di Curzio Suckert (Malaparte), «Nuova Antologia», cxxix, 1994, 2191, pp. 185-225. Sulla costruzione dell’ideologia fascista, cfr. R. De Felice, Intervista sul fascismo, Roma-Bari, Laterza, 20137, G. Santomassimo, La terza via fascista. Il mito del corporativismo, Roma, Carocci, 2006, nonché E. Gentile, Le origini dell’ideologia fascista (1918-1925), Bologna, il Mulino, 2008; e Id., Fascismo. Storia e interpretazione, Roma-Bari, Laterza, 2005.

[18] Cfr. in proposito A. Gramsci, Quaderni dal carcere, ed. crit. a cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi, 19772, vol. III, pp. 2203-2205: «Appartenne [Malaparte] all’organizzazione di Guglielmo Lucidi che arieggiava al gruppo francese di “Clarté” di H. Barbusse e al gruppo inglese del “Controllo democratico”; nella collezione della rivista del Lucidi intitolata “Rassegna (o Rivista) Internazionale” pubblicò un libro di guerra La rivolta dei santi maledetti, una esaltazione del presunto atteggiamento disfattista dei soldati italiani a Caporetto, brescianescamente corretta in senso contrario nella edizione successiva e quindi ritirata dal commercio». È vero che il testo del pamphlet, tra la seconda e la terza edizione, è oggetto di una revisione cospicua e viene implementato di un’introduzione a firma dell’editore su L’autore e la guerra, di un Ritratto delle cose d’Italia dello stesso Suckert e di una sezione conclusiva di Resultati che tratta dell’invasione russa della Polonia, arrivando praticamente a raddoppiare in lunghezza; tuttavia restano assai discordanti i pareri sulla natura degli interventi. Secondo A. Pozzetta, «Ci sono veramente delle canaglie fra i soldati!»…, cit., p. 58, Malaparte procederebbe a «una vera e propria revisione testuale, finalizzata ad agganciare la rivoluzione proletaria di Caporetto alla rivoluzione in camicia nera», mentre L. Martellini, Curzio Malaparte: La rivolta dei santi maledetti, cit., p. 174, sostiene che «il passaggio da Viva Caporetto a La rivolta dei santi maledetti va visto come un atto riproduttivo col quale un autore “non intende manifestare un nuovo pensiero, bensì restaurare un pensiero una volta Manifestato”, vale a dire che l’azione di Malaparte non presuppone un animus dictandi, ma solo una voluntas restituendi: e in tal senso vanno visti il Ritratto, le chiose (vere e proprie aggiunte interpretative), “Resultati”, in quanto l’autore intervenendo non ha rifiutato nulla, al contrario ha definito meglio la materia trasferendola dalla memoria del passato ad una più recente». Del resto, lo stesso Pozzetta, nel saggio sopracitato, avalla l’idea secondo cui le modifiche operate da Malaparte non modifichino le tesi generali del volume: una visione realistica della guerra e dei fanti in trincea, la difesa di Caporetto, la continuità dalla ‘rivoluzione’ risorgimentale alla ‘rivolta’ del ’17. Sulla Union of Democratic Control, cfr. M. Swartz, The Union of Democratic Control in British politics during the First World War, Oxford, Clarendon Press, 1971, e K. Robbins, The Abolition of War. The “Peace Movement” in Britain, 1914-1919, Cardiff, University of Wales Press, 1976.

[19] Cfr. U. Rossi, Notizie dall’area del disastro: una lettura multidisciplinare della disfatta di Caporetto nelle pagine di Hemingway, in S. Rosso (a cura di), Un fascino osceno. Guerra e violenza nella letteratura e nel cinema, Verona, Ombre Corte, 2006, pp. 55-79. Per una ricostruzione storica della guerra sul fronte italiano, rimando alle recenti monografie di M. Thompson, La guerra bianca. Vita e morte sul fronte italiano 1915-1919, a cura di P. Budinich, Milano, Il Saggiatore, 2012 (ed. or. The White War. Life and Death on the Italian Front 1915-1919, New York, Basic Books, 2008), J. Macdonald e Ž. Cimprić, Caporetto and the Isonzo Campaign. The Italian Front 1915-1918, Barnsley, Pen and Book, 20152, A. Petacco, M. Ferreri, Caporetto, Milano, Mondadori, 2017, e P. Gaspari, Le bugie di Caporetto. La fine della memoria dannata, Udine, Gaspari, 2017.

[20] C. Malaparte, La rivolta dei santi maledetti, cit., p. 33.

[21] Ivi, p. 5.

[22] Ivi.

[23] Ivi, p. 6.

[24] A. Pozzetta, «Ci sono veramente delle canaglie fra i soldati!», cit., p. 46.

[25] C. Malaparte, La rivolta dei santi maledetti, cit., p. 24.

[26] G. Cinelli, Il «rifiuto d’obbedienza». Rivolta e pacifismo in Curzio Malaparte e Jean Giono, in P. Piredda, G. Cinelli (a cura di), Etica e letteratura della Grande Guerra. Rappresentazione della crisi,Giornata di studi(Francoforte, 28 aprile 2014), Grumo Nevano, Marchese, 2015, pp. 95-119: 95. Il «rifiuto d’obbedienza», continua l’A., «appare più forte della mera disobbedienza perché nel rifiuto è implicito non solo il sottrarsi a un comando ma anche e soprattutto l’opposizione di una volontà negativa, che mira ad annullare l’altra (dominante) con un gesto totale e pericoloso».

[27] C. Malaparte, La rivolta dei santi maledetti, cit., p. 7.

[28] A. Asor Rosa, Scrittori e popolo, cit., p. 62.

[29] Cfr. M. Isnenghi, Il mito della Grande guerra, Bologna, il Mulino, 20147, pp. 14-19.

[30] C. Malaparte, La rivolta dei santi maledetti, cit., p. 20. Di seguito, Malaparte continua e amplia questa considerazione: «Se la nuova guerra fosse stata condotta sulla base degli eserciti regolari, se si fosse svolta nel modo solito delle solite guerre combattutesi dall’epoca delle ultime invasioni barbariche alla lotta franco-germanica del Settanta (la quale fu anch’essa, a parte certi elementi speciali drammatici e coreografici, una guerra a base di eserciti regolari), forse l’Europa non avrebbe, in sostanza, mutato l’ordine di cose esistente e la società borghese e capitalista non avrebbe subìte così profonde trasformazioni. Invece, ricorrendo al popolo, armando la nazione tutta, facendo appello a tutte le energie della razza e dell’organismo statale, chiamando a raccolta le masse delle campagne e delle officine, tutto il proletariato rurale e industriale, le due società capitaliste disputantisi il potere commerciale ed economico del mondo introdussero nella lotta un terzo elemento: il popolo, cioè il proletariato».

[31] M. Isnenghi, Il mito della Grande guerra, cit., p. 331.

[32] C. Malaparte, La rivolta dei santi maledetti, cit., p. 20.

[33] Cfr. A. Asor Rosa, Scrittori e popolo, cit., p. 32.

[34] Tant’è che lo scrittore pratese dedicherà proprio al tema de Il dovere nazionale e sociale della sofferenza un capitolo de L’Europa vivente, cit., pp. 396-415.

[35] A. Di Grado, Un garibaldino al convento, cit., p. 36.

[36] C. Malaparte, La rivolta dei santi maledetti, cit., p. 26.

[37] A. Cortellessa (a cura di), Le notti chiare erano tutte un’alba. Antologia dei poeti della Prima guerra mondiale, Milano, Mondadori, 1998, p. 165.

[38] C. Malaparte, La rivolta dei santi maledetti, cit., p. 25.

[39] Ivi, p. 27.

[40] G. Ungaretti, Note, in Vita d’un uomo. Tutte le poesie, a cura di L. Piccioni, Mondadori, Milano, 19704, p. 520.

[41] Id., Veglia, in Vita d’un uomo, cit., p. 25. Cfr. A. Saccone, Ungaretti, Roma, Salerno, 2012, pp. 64 ss.

[42] A. Orsucci. Il «giocoliere d’idee», cit., p. 61.

[43] C. Malaparte, La rivolta dei santi maledetti, cit., p. 29.

[44] A. Orsucci. Il «giocoliere d’idee», cit., p. 58. Il paradosso tra la modernità della guerra e l’insorgere di un elemento mitico e arcaico nel sentire dei soldati sul fronte è ben analizzato nel volume di P. Fussell, La Grande guerra e la memoria moderna, a cura di G. Panzieri, Bologna, il Mulino, 2014 (ed. or. The Great War and Modern Memory, Oxford, Oxford University Press, 1975).

[45] C. Malaparte, La rivolta dei santi maledetti, cit., p. 29. D’altro canto, come abbiamo visto, di «umanamento dell’umanità» aveva già parlato il Pascoli prosatore, probabilmente riallacciandosi ad Andrea Costa, il cui socialismo non aveva per fine l’emancipazione della sola classe operaia quanto, appunto, una riforma morale dell’intero genere umano. Cfr. R. Zangheri, Documenti del socialismo giovanile di Giovanni Pascoli, in R. Spongano (a cura di), Studi per il centenario della nascita di Giovanni Pascoli, vol. I, Bologna, Commissione per i testi di lingua, 1962, pp. 81-99; A. Carrannante, Andrea Costa, «Giornale di storia contemporanea», XIII, 2010, 1, pp. 240–249; e A. Cencetti, La «Santa Umanità pura». Pascoli e Andrea Costa, in M. Veglia (a cura di), Pascoli. Vita e letteratura. Documenti, testimonianze, immagini, Lanciano, Carabba, 2012, pp. 144–153.

[46] Ivi, p. 32.

[47] G. Cinelli, Il «rifiuto d’obbedienza», cit., p. 96.

[48] M. Isnenghi, Il mito della Grande Guerra, cit., p. 145.

[49] C. Malaparte, La rivolta dei santi maledetti, cit., p. 5.

[50] Ivi, p. 37.

[51] P. Jahier, Con me, a cura di O. Cecchi e E. Ghidetti, Roma, Editori Riuniti, 1983, p. 47.

[52] A. Asor Rosa, Scrittori e popolo, cit., p. 66 s.

[53] C. Malaparte, La rivolta dei santi maledetti, cit., p. 42.

[54] Ivi, p. 60.

[55] Ivi, p. 43.

[56] Ivi, p. 47.

[57] M. Isnenghi, Il mito della Grande guerra, cit., p. 324.

[58] C. Malaparte, La rivolta dei santi maledetti, cit., p. 42.

[59] Ivi, p. 73.

[60] C. Malaparte, Ritratto delle cose d’Italia, degli eroi, del popolo, degli avvenimenti, delle esperienze e inquietudini della nostra generazione, in L’Europa vivente e altri scritti politici, cit., p. 173 ss.

[61] Id., La rivolta dei santi maledetti, cit., p. 50.

[62] Sul «nemico interno», cfr. M. Isnenghi, Il mito della Grande guerra, cit., pp. 268-273. L’ostilità dei soldati verso obiettivi «impropri» quali la patria, il governo e la società borghese è ampiamente trattata da E.J. Leed, Terra di nessuno. Esperienza bellica e identità personale nella prima guerra mondiale, a cura di R. Falcioni, Bologna, il Mulino, 2014 (ed. or. No Man’s Land. Combat & Identity in World War I, Cambridge, Cambridge University Press, 1979), in particolare nel terzo capitolo, pp. 103-156. Sulla rappresentazione del nemico, che spesso assume i tratti di un’«iper-rappresentazione», cfr. C. Galli, Sulla guerra e sul nemico, «Griseldaonline», 4, 2004.

[63] Ivi, p. 53. Sull’effetto deprimente della licenza nei soldati italiani, del quale Suckert non è il solo testimone, cfr. V. Roda, Il ritorno del combattente nella memorialistica della Grande guerra, «Studi e problemi di critica testuale», 92, 2016, pp. 153-170.

[64] A. Orsucci. Il «giocoliere d’idee», cit., p. 49.

[65] C. Malaparte, La rivolta dei santi maledetti, cit., p. 58.

[66] Ivi, p. 76.

[67] Ivi, p. 91. L’espressione porta una chiara eco dell’ode carducciana Nel vigesimo anniversario dell’VIII agosto MDCCCXLVIII, che celebrava una pagina gloriosa del Risorgimento («E tra ’l fuoco e tra ’l fumo e le faville | E ’l grandinar de la rovente scaglia | Ti gittasti feroce in mezzo a i mille, | Santa canaglia», vv. 53-56). Cfr. G. Carducci, Poesie, a cura di W. Spaggiari, Feltrinelli, Milano, 2007, pp. 64-71.

[68] Ivi, p. 80.

[69] M. Isnenghi, Il mito della Grande guerra, cit., p. 332.

[70] C. Malaparte, La rivolta dei santi maledetti, cit., p. 95.

[71] Ivi, p. 96.

[72] A. Pozzetta, «Ci sono veramente delle canaglie fra i soldati!», cit., p. 52.

[73] C. Malaparte, Ritratto delle cose d’Italia, cit.,p. 168.

[74] F. Montanari, Ripensare la Grande Guerra: ancora a proposito di Viva Caporetto! La rivolta dei santi maledetti di Curzio Malaparte, «Between», 10, 2015, p. 10.

[75] C. Malaparte, La rivolta dei santi maledetti, cit., p. 88.

[76] Ivi, p. 95.



[77] A. Orsucci. Il «giocoliere d’idee», cit., p. 52.
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