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Indice

Tema n.16:

Capuana e il popolo
Indagine sulla Sicilia

1. Uno sguardo sulla Sicilia


Il 12 maggio 1894 Capuana tiene a Bologna, per conto della Società Dante Alighieri, una Conferenza sulla Sicilia nei canti popolari e nella novellistica contemporanea.[1]
Le riflessioni sono tutte volte al riconoscimento di uno spazio familiare visto dalla distanza ormai insanabile di chi non vuol essere considerato un déraciné rispetto a quei luoghi e a quella gente, ma sa di potersi proporre come un illustre esperto:

Immaginino un siciliano che, per ragioni del suo mestiere – fa il letterato non avendo saputo far di meglio – ha potuto studiare i canti popolari non nelle raccolte del Vigo, del Pitrè, del Salomone-Marino, ma in mezzo al popolo, contribuendo a raccoglierli quando il raccoglierli era atto quasi pericoloso di patriottismo; un siciliano che dall'epoca del primo sviluppo della sua ragione, cioè dal '48 fino a oggi ha osservato, studiato, scrutato i propri compaesani, e che per dilettantismo, se non per vero istinto d'arte, ha tentato di riprodurli con piena sincerità, se non con sufficienti mezzi artistici e con perdonabili risultati; un siciliano che, avendo passato con brevi e lunghi soggiorni metà della sua vita nelle più colte città del continente, ha avuto agio di spassionarsi, di perdere quasi interamente gl'influssi di quel che chiamasi campanilismo.[2]

Lo sguardo è quello di un viaggiatore consapevole che ha a portata di mano tutti gli strumenti per indagare a fondo una realtà a conti fatti imperscrutabile per un turista qualsiasi. Tanto più che un antropologo di tale natura, coinvolto con il proprio territorio e sazio di quell'ambiente, potrà anche istituire un confronto tra il presente e il passato, tra la realtà che si palesa agli occhi e quella che invece è celata storicamente sotto il velo delle tradizioni e dei culti popolari. Tuttavia, la vera consapevolezza di quel territorio nasce soltanto dalla distanza, dall'essere stranieri in terra propria.[3] Secondo Michelangelo Picone, quella sensazione si può attribuire a una nuova idea di cittadinanza che si nutre di una memoria culturale e di una capacità di penetrare gli stati più profondi dell'immaginario collettivo.[4]
In sostanza, solo due metodi sembravano adeguati per quel tipo di conoscenza e per quell'indagine del profondo, e si tratta in un caso della ricerca etnografica alla Pitrè, con lo studio delle usanze e dei costumi, e nell'altro nel racconto delle vicende di un territorio. Da lì nascono le raccolte più legate all'esperienza dello scrittore, al suo legame con la Sicilia e con le vicende umane che si consumano in quello spazio. Sono appunto gli anni di C'era una volta …fiabe (1882) e della racconta Le Paesane che raggruppa novelle scritte tra il 1882 e il 1894.
Proprio in quei testi prevalgono le connotazioni maggiormente folkloriche che hanno fatto vedere, sempre a Michelangelo Picone, una sorta d'incongruenza fra il desiderio di concretezza storica, proclamato dal verismo, e l'evasione in una mitologia di lunga durata. Tuttavia quella combinazione di aspetti sembra determinare un ritratto vero e profondo della Sicilia, dove convivono tradizioni secolari e dove la realtà si confonde sempre con l'aspetto mitologico.[5]
Il viaggio evocato nella conferenza sulla Sicilia è connotato da una speciale percezione del dato che si confonde con il ricordo per costruire una geografia tutta fondata sul mito: «dopo sei anni, potevo di nuovo affacciarmi a un terrazzino di casa mia, e beare l'occhio e lo spirito guardando l'immenso paesaggio sottostante! Ecco la mitologica pianura dove Cerere era venuta a cercare la rapita Proserpina».[6] Da una prospettiva aerea, come misura di controllo dello spazio e sintesi della distanza, il racconto è anche il modo per rivivere la dimensione mentale di quella realtà, con i personaggi che affiorano dalla comunità contadina e sembrano reclamare la loro autonomia esistenziale. Sono le stesse figure che popolano i racconti delle Paesane e più in generale molta della produzione verista da Vita dei Campi alle Novelle rusticane, dove si affacciano figure che appartengono alla terra e sono espressione di quel mondo.[7] Del resto, il tentativo di Capuana di fornire un quadro della Sicilia postunitaria è dichiarato già nel 1866 quando a Firenze, sulla «Nazione», pubblica in quattro puntate i Bozzetti di alcuni usi e credenze religiose della Sicilia. Dal punto di vista dell'intellettuale, gli articoli sono firmati con lo pseudonimo di Aloy Cefalenus, l'insistenza nei confronti di certe pratiche isolane è esplicita: «una religione che non ha per effetto la morale è un arnese inutile e pericoloso alla società che la possiede. Quali siano in Sicilia gli effetti morali della religione (e dovrei dire della superstizione) fra le classi inferiori del popolo lo mostrano le stragi e i furti di Palermo commessi in nome di Gesù e di S. Rosalia».[8] Del resto, di fronte ai mali della sua terra, Capuana desidera mettere in luce soprattutto gli aspetti etnografici. In questo senso, la religione è vista come un insieme di pratiche e di riti che sembrano indurre di nuovo a una mitologia della terra natale.
La specificità del caso Sicilia permette al giovane collaboratore della «Nazione», approdato a Firenze, di interpretare i fatti anche alla luce di considerazioni più generali. È certo vero che «la perorazione di Capuana a favore di una specifica etnologia siciliana aveva anche uno sfondo politico, in quanto la Rivolta del sette e mezzo avvenuta dal 16 al 22 settembre 1866 voleva sottolineare gli aspetti del brigantaggio postunitario italiano».[9] Eppure quello che Capuana intende dimostrare è una sorta di 'fisiologismo' dei luoghi che giustificherebbe la violenza delle rivolte. Con presupposti pseudoscientifici, come la vicinanza territoriale con la complessione africana, lo scrittore elabora una teoria degli spazi sulla scorta degli studi di Lombroso, Garofalo e Ferri.[10] Con queste avvertenze occorre leggere i 18 capitoletti sulla rivolta dove Capuana ripensa, ma da un punto d'osservazione privilegiato, a uno spazio che è anche il simbolo di un'alterità rispetto al principio unificante della Nazione. Per questo i bozzetti si soffermano sulla natura dell'isola, sul suo essere appartata e distante rispetto ai cambiamenti della penisola:

La Sicilia può dirsi in Italia un paese ignorato. Senza contare il suo stato politico prima della rivoluzione del sessanta, oggi la sua qualità d'isola, e i pochi e recenti rapporti con il continente la tengono ancora come appartata dal rapido movimento di cose e d'idee che succede nella penisola. Questo non significa che sei anni d'italianità non v'abbiano recato benefizio veruno; anzi, se si bada a quello che vi era e vi è ancora da ricostruire, l'opera di questi sei anni è meravigliosa, e fa testimonianza di ciò che sarà capace di intraprendere l'ardentissima natura isolana, quando avrà corretto i vizi materiali e morali che ora l'affliggono.[11]

Su queste osservazioni Capuana elabora una prospettiva che è costruita «sulle coordinate dei punti cardinali»[12] e sull'asse nord/sud in termini oppositivi. Per questo è necessario arruolare dei testimoni oculari del nord («Carlo Ploëtz, William Böckmann, Hermann Ende e Lorenz»)[13] capaci di rendere obiettivo lo sguardo e di fare in modo che quella discesa nell'isola abbia i caratteri dell'indagine etnografica per rendere giustizia a quel coacervo di culture.


2. Dalle tradizioni al racconto


Già con le recensioni all'opera di Verga, Capuana enuncia il principio su cui si sviluppa la sua produzione novellistica. Si avverte, infatti, un'ansia di giustificazione teorica che trova consistenza nel pensiero di Zola e di Taine ma secondo una declinazione strettamente locale. Ne La Sicilia e il brigantaggio osserva: [14]

Per trovare un filone nuovo, inesplorato, noi avevamo dovuto inoltrarci nella grande miniera del basso popolo delle cittaduzze, dei paesetti, dei villaggi, interrogando creature rozze, quasi primitive, non ancora intaccate dalla tabe livellatrice della civiltà; talvolta afferrando qualche fatto eccezionale, residuo di un passato non lontano, ma sparito per sempre, lieti di fissarlo, per la storia, prima che se ne perdesse ogni significato e ogni ricordo; talvolta curiosi di rendere, più che analizzare, la sfumatura di un sentimento, la bizzarra modalità di una passione, l'atteggiamento di un carattere eccentrico che prendeva maggior risalto per l'ambiente, pel paesaggio, per una rara combinazione di luce e d'ombra da cui era irresistibilmente tentata la fantasia e, stavo per dire, l'impaziente pennello dell'artista.[15]

Il percorso à rebours, nel passato di una terra e di un popolo, è costruito sulla ricerca della propria storia culturale, dove le tradizioni s'incontrano con il vissuto e dove il folklore sembra custodire la natura più profonda della Sicilia. Per questo motivo il legame con la propria terra si configura come un ritorno alle origini e all'infanzia quando la dimensione del racconto era, di fatto, un'espressione regionale.[16] D'altra parte, quella realtà rimanda a un gioco di specchi con la visione composita di uno spazio da cui nasce il racconto. Esemplare è il caso di Comparàtico, pubblicato nel 1882 nella raccolta Homo!, che prende le mosse dalle leggende popolari inserite da Lionardo Vigo nella sua Raccolta amplissima di canti popolari Siciliani (1870). Proprio a Vigo, infatti, Capuana aveva inviato Lu Compari come specimen di canto popolare menenino e, dalla leggenda dei Compari di Comiso pubblicata da Vigo, di nuovo era partito il processo della narrazione.[17] Basterà pensare alla struttura del racconto, e al suo procedere per giustapposizioni di fatti, per esaltare il colpo di scena finale, secondo quella che Romano Luperini chiama la tecnica a montaggio del cinema, e che porterà di lì a poco alle innovazioni, ma per i contenuti, di Pirandello.[18] E questo modello si affianca alle letture che vengono da oltralpe e che avevano portato Capuana a leggere Balzac e a studiare le opere di Zola, Flaubert e Maupassant per scoprire i personaggi che vengono dal vero e che reclamano la loro autonomia. Come ha visto Ambra Carta, per Capuana esiste un «rapporto osmotico tra forma e soggetto in un'opera d'arte, perché il processo creativo è magico, misterioso in quanto l'arte riesce a importare la vita all'interno della finzione, ricreandola con l'illusione».[19] Che il problema fosse quello della creazione artistica indipendente, era chiaro fin dalle prime osservazioni di Capuana sulla produzione di Verga, ossia sul tentativo di costruire un'opera d'arte capace di farsi da sé, indipendente dal dato oggettivo, «né occhio che la intravide, né delle labbra che ne pronunciarono le prime parole», un'arte sostanzialmente «moderna»[20] dove la forma diventa organismo autonomo e l'autore si nasconde dietro le sue figure.[21]
D'altra parte Capuana aveva già riconosciuto alla letteratura francese il merito di aver saputo indagare nello statuto dei personaggi con tale approssimazione al reale da rendere i romanzi simili a mondi viventi paralleli. In particolare le opere di Balzac apparivano a Capuana «come un mondo» animato da personaggi che «sembrano vissuti davvero» e che agivano creando l'illusione del vero. E il modello di Balzac funziona anche per la letteratura campagnola e per il legame che Capuana istituisce con la sua terra d'origine. In fondo nei Paysans (1844) Balzac assume il mondo contadino come specchio di una realtà deformata, non certo il mondo campestre di George Sand, ma piuttosto l'improvvisa presa di coscienza di un idilliodefinitivamente perduto, popolato da personaggi volgari e bestiali soggiogati dalle passioni e dai vizi più meschini. Come ha visto Franco Manai, «i contadini di Balzac sono delle bestie amorali, mosse unicamente dall'interesse più immediato, e principalmente da quello di non morire di fame, al quale tutti gli altri si subordinano».[22]
Di nuovo, però, è lo sguardo dell'intellettuale cittadino a giudicare la realtà campestre e se il giudizio, come riferisce Michelet, ha il sapore della calunnia, resta inteso che il racconto appare costruito su una realtà più immaginata che vista. Eppure l'intento di Capuana, che rimanda a Balzac come modello romanzesco, è quello di fornire una difesa a tutto campo della Sicilia. Già leggendo Pitrè negli anni Novanta,[23] lo scrittore menenino esprime il desiderio profondo di difendere il territorio contro le politiche nazionali e contro le indagini governative sullo stato della Sicilia. L'inchiesta di Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti (1876) apre, infatti, il dibattito sulla condizione del sud e veicola, secondo il Capuana, i peggiori stereotipi sul Meridione. A quell'indagine si attribuisce la colpa di un'immagine distorta: «per essi la Sicilia rappresentava allora qualcosa di simile all'Africa nera, e inesplorata di oggi. Ci mancava poco perché i siciliani non fossero creduti a dirittura cannibali, e le loro provincie terre sfornite d'ogni bene delle nazioni civili».[24] Tuttavia da un punto di vista narrativo, il ritorno alla Sicilia si configura come una scelta egemonica che però coincide con l'obiettivo di Pitrè, ossia quello di mettere in luce le «sopravvivenze» e di dare loro spazio nella narrazione e nell'opera letteraria. Tanto più che il paradigma dell'illustre etnografo, medico e palermitano,[25] offriva la soluzione perfetta rispetto alla discrasia che Capuana vedeva nelle teorie di Zola e a quel procedere per sperimentazione scientifica che determinava il meccanicismo dell'opera e un sostanziale annullamento della forma, principio contrario alla fede desanctisiana.[26]


3. Un'arte aristocratica


Nella recensione all'Assomoir (1877), Capuana mette in luce le novità della produzione naturalista:

Il realismo dello Zola (diciamo pure questa brutta parola) non è precisamente quale l'intendono i realisti del progetto. Del particolare, del colore, delle minuzie egli non si serve per uno scopo puramente esteriore, ma soltanto perché gli giovano a penetrare il lettore nell'intimo spirito dei suoi personaggi. Infatti non resta indifferente, freddo o ironico e canzonatore come il Flaubert innanzi il soggetto del suo studio; anzi n'è tocco, n'è commosso. La sensazione non rimane in lui al semplice stato di sensazione, ma s'innalza, si purifica, diventa sentimento, poesia.[27]

L'esaltazione di quel programma di scrittura porta all'affermazione della forma, al rispetto delle regole del parlato che rimandano a una precisa analisi del reale, per cui si osserva con icastica fermezza:

Egli ha studiato così profondamente il suo soggetto, si è talmente connaturato coi pensieri, colle passioni, col linguaggio dei suoi operai, ch'anche quando parla per conto proprio continua ad usarne la parlata vivace, espressiva […] fino alla sguaiataggine, e fino all'indecenza. Questo ha scandalizzato gli schifiltosi, gli amanti del press'a poco tanto nella vita quanto nell'arte.[28]

Il privilegio formale, infatti, non si traduce in esperienza popolare e non si trasforma in processo di creazione per tutti, anzi quell'arte che è capace di sostituirsi alla realtà diventa esclusiva appartenenza di un gruppo sociale ristretto e per questo l'Assomoir non è un «libro che possa venir gustato da tutti».[29] È dunque «l'eccellenza della forma che lo rende un'opera d'arte elevata, lo riduce, nello stesso tempo un lavoro destinato alla più eletta aristocrazia intellettuale. L'arte, che che se ne voglia dire, è roba assolutamente aristocratica».[30] Valgono allora le esortazioni di De Sanctis nei confronti di un'arte esente dall'ipocrisia della morale e ricondotta, invece, nel filone di una scrittura dove «la parola dee esser marchio e non maschera. Quello è lo stile di Zola, un vero stile che penetra nella carne e fa spicciare il sangue».[31] Un concetto sottolineato al termine della lezione al Circolo Filologico per richiamare l'attenzione sugli aspetti sociali dell'Italia meridionale:

Nella Curée rappresenta l'alta società affarista e licenziosa, mescolata con elementi ignobili; nel Ventre de Paris dipinge la popolazione parigina ne' mercati; nell'Assomoir la vita degli operai alle barriere. Questo racconto non è solo la storia di Gervasia ma una storia sociale. E se volete averne un concetto, guardate Napoli. Napoli non ha ancora i suoi quartieri bassi? Non vi è mai giunta la voce di certi covili, dove stanno ammassati padri, figli, madri, senza aria, senza luce, tra lordure perpetue, cenciosi, laceri, scrofolosi, anemici?[32]

Tuttavia il rimando è agli aspetti sociali che suggeriscono e guidano la sostanza stessa della narrazione per mettere in scena la vita pulsante dei bassifondi e procedere di conseguenza sul piano discorsivo fino ad arrivare a un racconto depurato dall'accesso: «il motto di un'arte seria è questo, poco parlare di noi, e far parlare le cose, sunt lacrimae rerum».[33]
Un concetto a cui approda la riflessione di Capuana se si tiene conto che la dimensione politica aveva un ruolo decisivo nella descrizione di certi aspetti sociali della narrazione e di specifiche coordinate di riferimento teorico. Ha già osservato Manai[34] che anche in questo caso occorre guardare a De Meis e al saggio sul Sovrano poiché il nodo della questione siciliana è tutto nel drammatico divario tra le classi sociali. Scrive De Meis: «Oggi è la tirannia del Popolo, che pure in qualche modo pensa, sul popolo che non pensa in nessun modo; ed è una sovranità di diritto ma di fatto è vera e reale Tirannia».[35] E poi aggiunge:

Ma quando il sovrano, il Re galantuomo, sottentrò nel suo luogo, immediatamente scoppiò quello che la politica del Popolo superiore ha chiamato brigantaggio, ma che la imparziale storia chiamerà guerra civile. Essa scoppiò perché col Borbone era caduto il sovrano tradizionale, che il Popolo inferiore erasi abituato a identificare con se stesso, con le sue idee e i suoi sentimenti più o meno brutali. Egli nel re galantuomo non vide il suo re, ma solo il re dei galantuomini: bisticcio fatale e profondamente storico. Il popolo inferiore si tenne la preda del popolo tiranno, ed egli prese per fatale storico istinto le armi contro i galantuomini e il loro capo, non suo sovrano ma tiranno come loro.[36]

La simpatia giovanile di Capuana per le teorie giobertiane doveva collidere con la feroce analisi di De Meis secondo il quale la necessità del sovrano s'imponeva sul concetto di egemonia politica destinato a fallire nell'incontro con la realtà della Sicilia postunitaria.[37] Su quella scia, l'amara denuncia di Franceschetti: «La prima constatazione del viaggiatore che, sbarcato a Palermo, visita la città e i suoi dintorni ed ha occasione di frequentare anche in modo superficiale la parte educata di quella popolazione, è certamente una delle più grate che si possano immaginare».[38] Il topos del viaggiatore aperto all'incontro con la realtà, lascia immediatamente spazio alla brutale osservazione di leggi non scritte e di regole che non rimandano al diritto. Se, infatti, quello stesso viaggiatore ammirato dall'amenità del luogo s'intrattiene in quegli spazi, «se apre qualche giornale, se presta l'orecchio alle conversazioni, se interroga egli stesso, sente a poco a poco tutto mutarglisi d'intorno. I colori cambiano, l'aspetto di ogni cosa si trasforma».[39] E il quadro che si apre è quello della violenza impunita – un guardiano ucciso a fucilate, un giovane trovato morto senza apparente ragione di vendetta o rancore – secondo il principio per cui «tali norme di condotta e tali garanzie, nascono dalla natura delle cose, non da convenzioni e da statuti».[40]
La risposta di Capuana a queste osservazioni doveva però arrivare più tardi, all'altezza del 1892 con La Sicilia e il brigantaggio, un pamphlet in chiara opposizione alla politica di Giolitti.[41] Con l'intento di riabilitare l'immagine della Sicilia malavitosa e delle indagini governative sulle condizioni del Meridione, Capuana elabora un modello che cerca di assorbire le tradizioni popolari, soprattutto con riferimento a Pitrè, [42] e la necessità di sostegno alla politica crispina. Tuttavia quello sguardo sulla propria terra che passa dall'osservazione autoptica e dalle stratificazioni popolari, sembra approdare all'analisi elitaria di chi guarda, forma e ambisce ad educare le stesse classi sociali destinate, secondo l'insegnamento di Zola, a costituire la base della narrazione.[43]


4. Le paesane


Veneratissimo Sig. Lionardo, | Non ho nuove di Lei, benché le abbia scritto. Ora torno a scriverle 1° per sapere se Ella ha ricevuto la Tradizione del Vespro da me raccolta in Mineo; 2° per sapere a che stato sia la stampa dei canti popolari, perché un mio parente me ne ha mandati da Raddusa 60 scritti con un'orribile ortografia, belli assai, ma non so se tutti inediti. Se fossi in tempo, farei l'improba fatica di decifrare il manoscritto e di ricopiarli. Ho anche alcune nuove poesie del poeta popolare Vincenzo Ledda, bellissime; posso spedirle? […] Ho trovato il nome dell'autore della storia che le inviai ultimamente. È un certo Cannulicchiu di Mineo, che visse nell'ultima metà del secolo passato e nei primi di questo: poeta assai caro a questo popolo, che lo ricorda tuttora come una celebrità.Egli compose, fra altre poesie, anche la rappresentazione del Dittu che si usava fare qui la domenica antecedente alla festa delle palme […]. L'ultima rappresentazione fu fatta nel 1848; ed io, allora ragazzino, sostenni la parte della Madonna. I diavoli erano in costume, e buttavano fiammate da ogni parte; gli angioli colle spade sfoderate, gli elmi, le ale ecc., ecc.[44]

L'interesse di Capuana per le tradizioni e la cultura locale è un dato ampiamente attestato nella produzione del menenino. Ha osservato Luciana Pasquini che «la frequentazione di Capuana con gli ambiti della magia e dell'occulto risaliva appunto all'infanzia, quando egli, nel piccolo nucleo abitato di Mineo, era immerso nella comune superstizione paesana e nelle suggestive tradizioni assorbite dalla quotidianità […]».[45] A quel côtè popolare e contadino si deve una tipologia di narrazione ancorata al fiabesco e alle tradizioni siciliane anche quelle più cupe di discorso sull'occulto e sulla superstizione. Si dà il caso, infatti, che la stessa nozione di verismo, maturata all'altezza della Sicilia nei canti popolari e nella novellistica contemporanea, potesse connotarsi come un'arte capace di prediligere «i fatti poco comuni, eccezionali dove le varie energie della vita sono germogliate e fiorite meglio, per fortunate coincidenze di clima e di suolo».[46] E ha ragione Madrignani[47] quando osserva che quel procedimento di scrittura tutto volto all'eccezione finisce per ridurre la verità sulle cose di Verga a una manipolazione politicamente orientata in Capuana, dove la Sicilia si trasfigura in termini positivi poiché rimanda a un vasto deposito di forze e culture diverse. Capuana sembra preferire una concezione «dell'abnorme, borghesemente rivisitato»[48] per cui lo sguardo sulla sua terra e sui mali della Sicilia è giustificato per le consuetudini della tradizione.[49]
Non stupisce, dunque, che sul piano narrativo, dopo i casi «di coscienza dolorosi e tragici» delle Appassionate, Capuana si sia dedicato a una nuova indagine, ossia alle «novelle di soggetto siciliano, agli studi di caratteri e d'ambiente» delle Paesane.[50] A proposito di quest'ultime, Enrico Ghidetti ha osservato che lo scrittore si sofferma sui personaggi «caratteristici di una provincia italiana ad illustrarne una tipicità risolta tutta nel grottesco o nel buffonesco che finisce col prevalere anche sull'illustrazione folkloristica».[51] Un'osservazione che trova eco in Anna Storti Abate: «Capuana […] guardava alla vita del paese dal di fuori con gli occhi del cittadino colto, che osserva curiosamente un'esistenza tanto diversa dalla sua».[52] In questo modo la presa di distanza dal Verismo[53] appare netta: «Per questa ragione, mentre i personaggi di Verga erano seri, o talvolta tragici, questi di Capuana sono generalmente macchiette comiche».[54]
L'abbinamento delle due raccolte probabilmente segnala, com'è stato osservato,[55] il desiderio di rendere espliciti i due filoni di ricerca dello scrittore, tanto più se si pensa ai «legami viscerali»[56] di Capuana con Mineo dove aveva ricoperto l'incarico d'ispettore scolastico e, per due volte, quello di sindaco. Tuttavia, se si osserva bene, la separazione delle due raccolte è solo apparente: nel primo caso Capuana tratteggia l'altro da sé nell'analisi psicopatologica dei casi umani, mentre nella seconda raccolta si misura con la dimensione paesana, e con le storie che provengono da un sostrato ancestrale, ma per approdare di fatto allo stesso risultato. Di nuovo Madrignani osserva che Capuana guarda al «sottomondo siciliano» con la «lente del paternalismo e del culturalismo borghesi, sottolineando così la distanza fra i valori positivi ed illuminanti del mondo civile e i disvalori di questi 'barbari'».[57]
Con Le paesane quel «sadismo di classe con cui il benestante osserva la gesticolata disposizione dei poveracci»[58] si somma alla reductio ad unum della figura femminile su cui è possibile sperimentare, anche sul piano ideologico, qualsiasi fatto. D'altra parte, occorre notare la prevalenza di uno sguardo dall'alto sulla massa popolare e contadina così distante dall'ottica dello scrittore intento a scrutare placidamente, e con la curiosa distanza dell'esploratore, quel brulicare di vita.[59] Ed è uno sguardo che determina complicità, che chiede al suo lettore di condividere valori comuni e di accettare le regole di un mondo di cui l'osservatore conosce regole e costumi. Certo, è pur sempre l'espressione di un privilegio di parte che farà esclamare al Capuana della recensione a Les Frères Zemganno: «l'uomo e la donna del popolo, l'uomo della bassa borghesia ha dell'animale, del selvaggio; è più dappresso alla natura. […] In cima alla scala sociale le differenze dall'uomo del popolo sono così enormi che può dirsi addirittura si tratti non di un'altra razza, ma di un'altra umanità».[60] Capuana mostra non tanto la contraddizione del suo punto di vista, ma l'indubbio distanza da una realtà che è oggetto d'indagine. Per questo motivo, nella seconda puntata delle Confessioni a Neera,[61] lo scrittore siciliano insiste sul personaggio femminile come laboratorio di analisi e sperimentazione e aggiunge all'elenco dei maestri francesi – Balzac, Flaubert, Zola – il nome del Tommaseo di Fede e bellezza «non (ovviamente) antesignano della nuova scuola naturalista, bensì antesignano in quanto osservatore dell'oggi».[62]
Nell'aprile del 1894, Capuana riceve da Roberto Bracco questa lettera: «Mio caro Luigi, – mi decido finalmente a mandarti la mia quarta raccoltina di novelle […]. Quali sono le mie intenzioni? – Ecco: ridurre la novella a un episodio, a una sfumatura, a un particolare e mettere nel particolare, nella sfumatura […] un pezzettino di vita, un pezzettino di umanità».[63] A quei 'pezzettini' di vita reale sembra ancorarsi il conservatorismo dello scrittore siciliano che non sa più riconoscere l'identità dei suoi conterranei ed è costretto a denunciare la profonda distanza da quel mondo. Il «popolo del presente» e il «popolo del passato», quello delle Paesane e quello della conferenza sulla Sicilia nei canti popolari e nella novellistica contemporanea,[64] un popolo che rappresenta l'ordine profondo della tradizione ma anche l'abissale distanza dall'ideologia conservatrice e borghese di Luigi Capuana. In quest'analisi della Sicilia si misura il fallimento di uno sguardo oggettivo su uno spazio percepito sempre e comunque da lontano, nella distanza di chi osserva i fenomeni ma non riesce a entrare in sintonia con le vicende e i meccanismi della sicilianità quotidiana. Capuana osserva la sua terra per scoprire l'eccezione, il tratto mitico che si affaccia nelle leggende dei paesi e nel sostrato etnografico. D'altra parte, proprio a quelle figure anomale di paese, quasi archetipi di un luogo che non esiste più, Capuana assegna il compito di rappresentare le passioni, i «germi patogeni»[65] della tradizione folklorica, che mette in atto i conflitti sociali, ma è distante dal presente del popolo e ancora di più dallo sguardo malinconico di un «siciliano d'oggi».[66]


Pubblicato il 30/11/2016
Note:


[1] Il testo della conferenza è pubblicato in L. Capuana, L'isola del sole, Catania, Giannotta, 1898, pp. 157-208, da cui si cita. Edizioni più recenti: Palermo, Edrisi, 1977; con introduzione di N. Mineo, Caltanissetta, Lussografica, 1994; a cura di M. Freni, Verona, Ed. del Paniere, 1998.

[2] Ivi, pp. 165-166.

[3] «M'ero sentito un po' straniero nella terra dove sono nato […]. Un dubbio mi agitava: ero cambiato io? O gli uomini e le cose della dolce provincia riveduta?», ivi pp. 158-159.

[4] Cfr. M. Picone, La Sicilia come mito, in L'illusione della realtà. Studi su Luigi Capuana, Atti del Convegno internazionale di studi (Montreal, 16-18 marzo 1989), a cura di M. Picone, E. Rossetti, Roma, Salerno, 1990, pp. 63-80: 65.

[5] «Indeed to define Sicily (or for the matter, the Italian mezzogiorno) as either one or the other i sto betray her, to paint only half of the picture, reducing her to one dimensional space that lacks some quintessentially Sicilian property essential to her make-up»; cfr. G. M. Miele, Trought the Looking Glass. A Consideration of Luigi Capuana's Fiabe, «Fabula», 50 (2009), pp. 247-260: 252.

[6] Capuana, La Sicilia nei canti popolari in L'isola del sole, cit., p. 183.

[7] «Dopo la Raccolta dei canti popolari siciliani, non c'è libro che dipinga la Sicilia con maggior potenza e con maggior precisione dei Malavoglia, della Vita dei campi e di quelle Novelle rusticane del Verga. Ed ecco ora il reverendo, compare Cosimo, Nanni, compare Carmine, Mazzarò, Lucia, don Marco e tutti quest'altri che vengono a tener bella compagnia a Jeli il pastore, al Rosso Malpelo, alla Lupa, all'amante di Gramigna; ed ecco quel povero asino di S. Giuseppe la cui storia interessa e stringe il cuore come se fosse la storia di una creatura umana spietatamente sballottata di miseria in miseria dal destino»; cfr.L. Capuana, Per l'arte, Catania, Giannotta, 1885, p. 171 (si veda ora l'edizione a cura di R. Scrivano, Napoli, Esi, 1994).

[8] Cfr. Di alcuni usi e credenze religiose della Sicilia, a cura di G. Finocchiaro Chimirri, Catania, Cuem, 1994, p. 136. Si vedano le osservazioni di J. Davies, The Realism of Luigi Capuana. Theory and Practise in the Development of Late Nineteenth-Century Narrative, London, The Humanities Research Association, 1979, p. 73.

[9] A. Oster, Novecento nord/sud. Verità e punti cardinali nello specchio d'Europa (Luigi Capuana, Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino), «Babel. Littérature plurielles», 32, 2015, pp. 221-240. Gli articoli occupano il taglio basso del quotidiano rispettivamente nei giorni 12, 14, 18 e 23 ottobre 1866.

[10] Ivi, p. 221.

[11] Di alcuni usi e credenze religiose della Sicilia, cit., p. 67.

[12] A. Oster, Novecento nord/sud, cit.

[13] Di alcuni usi e credenze religiose della Sicilia, cit., p. 83: «Io visitai Siracusa nei primi di maggio del 1858, ed erano con me quattro prussiani; il dott Carlo Ploëtz professore di storia romana nel ginnasio di Berlino, William Böckmann, Hermann Ende e Lorenz, ingegneri civili, tutte egregie e dotte persone delle quali mi sarà sempre cara la ricordanza».

[14] Il 7 gennaio 1894, Eduardo Boutet pubblicò sul «Don Chisciotte» di Roma un articolo dal titolo Sicilia Verista e Sicilia Vera. Il motivo di fondo è l'accusa a Verga e Capuana di aver disegnato una Sicilia esclusivamente letteraria. Capuana reagì duramente rinfacciando a Boutet di aver voluto parlare di una terra a lui sconosciuta, si vedano i riferimenti in Gli «ismi» contemporanei, ora nell'ed. a cura di G. Luti, Milano, Fabbri, 1973, pp. 198-201.

[15] Pubblicato per la prima volta a Roma (Il Folchetto, 1892) confluirà poi in L'isola del sole del 1898. L'edizione più recente è quella con introduzione di C. Ruta, Palermo, Edi.bi.si, 2005. Si cita da L. Capuana, L'isola del sole, cit., pp. 10-11.

[16] M. Picone, La Sicilia come mito in Capuana, cit., p. 67 sostiene che «trascrivere leggende o scrivere novelle, più che delle inchieste condotte sul campo, sono soprattutto delle operazioni di repêchage di strati memoriali originari depositati nella psiche collettiva o nel ricordo degli scrittori».

[17] Nella nota di chiusura alla raccolta Homo! (Milano, Treves, 1883, p. 238) Capuana precisa: «La novella Comparàtico è stata tratta da una leggenda stampata a pag. 651 della Raccolta amplissima di canti popolari siciliani pubblicata da L. Vigo (Catania, Tipografia Galàtola, 1870-74). La riporto qui appresso pei lettori che volessero osservare in che maniera lo stesso soggetto sia sto svolto e adattato nel farlo passare da un genere letterario a un altro, dalla leggenda popolare alla novella. La cosa, forse, potrà parere curiosa quando si saprà che l'autore del Comparatico ha soltanto ripreso quello che è suo e che nel 1868 aveva osato presentare al Vigo come produzione popolare». Si vedano anche le osservazioni introduttive alla traduzione inglese del racconto, in A. Alexander, Centenary of Verismo. Luigi Capuana's Comparatico. A Story which Made Literary History, Roma, Ciranna, 1970, pp. 3-6, e la lettera di Verga a Capuana del 24 settembre 1882 in G. Verga, Opere, a cura di G. Tellini, Milano, Mursia, 1988, p. 1392.

[18] R. Luperini, L'autocoscienza del moderno, Napoli, Liguori, p. 171.

[19] A. Carta, Il romanzo italiano moderno: Dossi e Capuana, Pisa, Ets, 2008, p. 85.

[20] L. Capuana, Studii sulla letteratura contemporanea, Catania, Giannotta, 1882, p. 123. Per ulteriori approfondimenti, si veda G.Tellini (a cura di), Verga e gli scrittori. Da Capuana a Bufalino, Firenze, Società editrice fiorentina, 2016, pp. 19-33.

[21] A. Carta, Il romanzo italiano moderno, cit., p. 86.

[22] F. Manai, Capuana e la letteratura campagnola, Pisa, Tipografia Editrice Pisana, 1997, p. 79.

[23] G. Pitrè, Usi e costumi. Credenze e pregiudizi del popolo siciliano, Palermo, Pedone Lauriel, vol. I, 1889 che nell'Avvertenza (p. IX) scrive «Agitato incessantemente dal desiderio di tutto raccogliere quel che giovi a far conoscere la Sicilia da un punto di vista inesplorato e nuovo, io non ho trascurato nessuna, per quanto in apparenza meschina ed insignificante, manifestazione del suo popolo: ed ora, non senza un intimo compiacimento per la materia che offro, dico fiducioso ai nostri governanti ed ai nostri legislatori: "Ecco il popolo siciliano: studiate e provvedete"». Subito dopo aggiunge (p. X): «io credo di rispondere degnamente ai bisogni della giovane scienza del Folklore facendo parlare il popolo minuto – il solo depositario delle sue tradizioni – della Sicilia con le sue costumanze, i suoi pregiudizi, le sue leggende, i suoi proverbi, indovinelli, scongiuri, canzonette, formule, motti e parole: vere sopravvivenze secondo E. Taylor».

[24] Capuana, L'isola del sole, cit., p. 39.

[25] G. Pitrè, Usi e costumi. Credenze e pregiudizi del popolo siciliano, cit., p. XI: «Palermitano e medico, io ho avuto sempre occasione di vedere e di sentir cose che non tutti vedono e sentono, perché non tutti si è disposti a scendere nei più bassi fondi della società; e dal settembre del 1870, in cui principiai a scrivere, man mano che mi capitassero pratiche e ubbie, nulla dies sine linea: non è passato giorno senza una nota, senza un appunto».

[26] Si veda la recensione a Nana in L. Capuana, Emilio Zola; poi in Studii sulla letteratura contemporanea, seconda serie, cit., (vedi l'ed. a cura di P. Azzolini, Napoli, Liguori, 1988, pp. 100-109), dove s'insiste sui difetti del romanzo sperimentale. Cfr. inoltre Manai, Capuana e la letteratura campagnola, cit., p. 75.

[27] Capuana, Studi sulla letteratura contemporanea, prima serie, Milano, Brigola, 1880, pp. 63-64. Le recensioni all'Assomoir e ad Une page d'amour furono pubblicate sul «Corriere della Sera» l'11 marzo 1877 e il 10 giugno 1878, ora in Studi sulla letteratura contemporanea, seconda serie, a cura di P. Azzolini, cit., pp. 100-109.

[28] Capuana, Studi sulla letteratura contemporanea, cit., p. 55.

[29] Ibid.

[30] Ibid. Cfr. inoltre L. Meneghel, Luigi Capuana critico letterario del «Corriere della sera», «Acme», LIV-II, 2011, pp. 157-179:163.

[31] Cfr. F. De Sanctis nello Studio sopra Emilio Zola pubblicato sul «Roma» tra il giugno e il dicembre 1877. Il saggio fu poi raccolto nella seconda edizione ampliata dei Nuovi saggi critici del 1879 con il titolo Studio sopra Emilio Zola.

[32] Si veda l'intervento su Zola e l'Assomoir, al circolo filologico di Napoli, del 15 giugno del 1879 (Milano, Treves, 1879), ora in F. De Sanctis, L'arte, la scienza e la vita. Nuovi saggi critici, conferenze e scritti vari, a cura di M.T. Lanza, Torino, Einaudi, 1972, pp. 432-453. Cfr. N. Ruggiero, Il "fenomeno Zola" e la fortuna equivoca del romanzo sperimentale in La civiltà dei traduttori. Transcodificazioni del realismo europeo a Napoli, Napoli, Guida, 2009, pp. 17-31.

[33] De Sanctis, Saggi critici, a cura di L. Russo, Bari, Laterza, III, 1952, p. 303; Studio sopra Emilio Zola, cit., p. 453. Com'è noto, Lacrymae rerum è anche il titolo conclusivo della raccolta Vagabondaggio (1887) di Verga; cfr. S. Contarini, La fantasmagoria del reale: una lettura delle novelle milanesi di Verga, «Lettere italiane», 3, 2008, pp. 323-351: 348.

[34] F. Manai, Capuana e la letteratura campagnola, cit., pp. 68-71.

[35] A.C. De Meis, Il Sovrano. Saggio di filosofia politica con riferimento all'Italia (1868), seguito da una polemica tra G. Carducci, F. Fiorentino, A. C. De Meis ed altri, a cura di B. Croce, Bari, Laterza, 1927, p. 13.

[36] Ibid., p. 14. Entrambe le citazioni sono riportate anche in F. Manai, Capuana e la letteratura campagnola, cit., pp. 69-70.

[37] F. Manai (Capuana e la letteratura campagnola, cit., p. 71) fornisce come esempio della simpatia giovanile di Capuana per le idee di Gioberti la pubblicazione nel 1883 dell'articolo sul poeta siciliano Giuseppe Macherione morto per l'Unità d'Italia nel 1861, il testo fu poi raccolto in Per l'arte, Catania, Giannotta, 1885, p. 140.

[38] La Sicilia nel 1876, per Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, 2 voll., Firenze, Barbèra, 1877, ora in L'inchiesta in Sicilia di Franchetti e Sonnino. La Sicilia nel 1876, Palermo, Kalós, 2004, p. 29. Sulla Sicilia, e sul problema dell'identità siciliana, si veda da ultimo M. Di Gesù, L'invenzione della Sicilia. Letteratura, mafia, modernità, Roma, Carocci, 2015.

[39] L'inchiesta in Sicilia di Franchetti e Sonnino, cit., pp. 29-30: «Altrove, a un giovane che aveva avuto l'abnegazione di dedicarsi alla fondazione e alla cura di asili infantili nei dintorni di Palermo, è stata tirata una fucilata. Non era per vendetta, o per rancori; era perché certe persone, che dominano le plebi di quei dintorni, temevano ch'egli, beneficando le classi povere, si acquistasse sulle popolazioni un poco di influenza ch'essi volevano riserbata esclusivamente a se stesse».

[40] Ibid, p. 30.

[41] A.M. Morace, L'apoteosi crispina di Capuana, in Capuana verista, Atti dell'Incontro di studio (Catania, 29-30 ottobre 1982), Catania, Fondazione Verga, 1984, p. 272.

[42] S. Monaco, Da Pitrè a Capuana. Per una lettura sicilianista della mafia, in Maestri Cercando. Per i quarant'anni d'insegnamento di Antonio Di Grado, a cura di R. Castelli, Acireale-Roma, Bonanno, 2015,pp. 43-66. Cfr. Pitrè, La mafia in Usi e costumi, cit., ora con prefazione di D. Carpitella, Palermo, Edizioni "Il Vespro", II, 1978, p. 288. Salvina Monaco rileva i punti di coincidenza fra le osservazioni di Pitrè e la polemica di Capuana. In particolare osserva che secondo entrambi (p. 45) «del fenomeno mafioso si può dare una spiegazione psicologica ed etnologica ma non storica». Analogamente, nella recensione ai due volumi di Grassi Bertazzi su Lionardo Vigo, Capuana insiste sulla necessità di cancellare gli stereotipi sulla Sicilia: «Un discreto volume, meno ingombro di particolari troppo minuti e insignificanti, […] sarebbe servito più efficacemente a raddrizzare, con gli inevitabili raffronti, parecchi storti giudizi intorno alla Sicilia odierna»; cfr. Un tipo archeologico, in L. Capuana, Lettere inedite a Lionardo Vigo (1857-1875), a cura di L. Pasquini, Roma, Bulzoni, 2002, pp. 189-194: 189. Del resto è nota la posizione di Capuana che associa la mafia alla delinquenza comune a tutti i luoghi: «la camorra napoletana, la teppa milanese o il bagherinaggio romano», cfr. L'isola del sole, cit., p. 45.

[43] Non è un caso che Capuana nella sua attività d'ispettore scolastico avesse rilevato l'importanza dell'istruzione per la formazione del popolo, cfr. L. Capuana, Il bucato in famiglia (discorso tenuto il 24 novembre 1870), «Le ragioni critiche», II, 3, 1974, a cura di E. Scuderi. Si veda S. Monaco, Il naufragio degli ideali risorgimentali in Luigi Capuana, in La letteratura degli Italiani. Rotte confini Passaggi, Atti del XIV congresso nazionale Adi (Genova, 15-18 settembre, 2010), a cura di A. Beniscelli, Q. Marini, L. Surdich, Novi Ligure, Città del Silenzio, 2012. Allo stesso modo, negli anni della sua attività di Sindaco, Capuana rivendica la gestione della cosa pubblica oltre il sistema borbonico e oltre la natura stessa dei propri compaesani, la relazione di fine mandato si legge in L. Capuana, Il Comune di Mineo. Relazione del Sindaco, Catania, Galàtola, 1875.

[44] Lettera a Lionardo Vigo del 26 gennaio 1871, pubblicata in L. Capuana, Lettere inedite a Lionardo Vigo, cit., p. 143.

[45] L. Pasquini, Introduzione a L. Capuana, Lettere inedite a Lionardo Vigo, cit., p. 29.

[46] C.A. Madrignani, Effetto Sicilia. Genesi del romanzo moderno, Roma, Quodlibet, 2007, p. 21.

[47] Ibid.

[48] Ibid., p. 22.

[49] C.A. Madrignani, Effetto Sicilia, cit., p. 23, osserva che «lo scritto sui canti popolari è sì pervaso dal patetismo nostalgico di chi rimpiange la vecchia Sicilia, ma è una nostalgia strumentale, che veicola una condanna non più prorogabile del governo sabaudo».

[50] Si veda L. Capuana, Prefazione a Le Appassionate, Catania, Giannotta, 1893. Per un'analisi generale delle Paesane, si veda A. Guarnieri, Sulla narrativa siciliana di Luigi Capuana, Pellegrini, Cosenza, 2012, p. 16 ss.

[51] E. Ghidetti, Nota introduttiva a L. Capuana, Racconti, vol. II, Roma, Salerno, 1974, p. XLII.

[52] A. Storti Abate, Le novelle: Appassionate e Paesane, in Introduzione a Capuana, Roma-Bari, Laterza, 1989, p. 105.

[53] Peraltro si leggano le parole di Verga a proposito della fotografia dei contadini: «vanno visti da lontano, e attraverso certe lenti, per non far cascare le braccia e le illusioni»; cfr. G. Verga,Lettere d'amore, a cura di G. Raya,Roma, Ciranna, 1971, pp. 472-473, citt. in G. Sorbello, Due scrittori davanti all'obiettivo: Capuana e Verga, in S. Albertazzi, F. Amigoni (a cura di), Guardare oltre. Letteratura, fotografia e altri territori, a Roma, Meltemi, 2008, pp. 15-30: 23.

[54] A. Storti Abate, Introduzione a Capuana, cit., p. 105.

[55] E. Scarano, Introduzione, in Novelliere impenitente. Studi su Luigi Capuana, Pisa, Nistri-Lischi, 1985, pp. 12-13.

[56] E. Ghidetti, Nota introduttiva a L. Capuana, Racconti, cit., p. 3.

[57] C.A. Madrignani, Capuna e il Naturalismo, Roma-Bari, Laterza, 1970, p. 240.

[58] Ibid.

[59] Ibid., p. 194. In particolare si può ricordare la scena dei flagellanti in Profumo dove i protagonisti, borghesi e benestanti, osservano dai balconi la sfilata dei popolani sanguinanti; cfr. P. Barnaby, The Haunted Monastery: Capuana's 'Profumo' and the Ghosts of the 'Nuova Italia', «Romance Studies», 19, 2001, pp. 109-121.

[60] «Corriere della sera», 12 agosto 1879, poi Capuana, Studi sulla letteratura contemporanea, prima serie, cit., p. 85; F. Manai, Capuana e la letteratura campagnola, cit., p. 109 e nota.

[61] La Confessione si legge in L. Capuana, Prefazione a Giacinta, Catania, Giannotta, 1889, pp. V-VI.

[62] Cfr. G. Tellini, Su Tommaseo narratore e poeta, in A. Volpi, R. Turchi (a cura di), Niccolò Tommaseo a Firenze, Atti del Convegno di studi (Firenze, 12-13 febbraio 1999), Firenze, Olschki, 2000, pp. 113-132. Per Capuana, la protagonista di Fede e Bellezza è quasi «un'antenata più fortunata di Giacinta», ossia un'anticipatrice delle eroine del romanzo psicologico; cfr. E. Ghidetti, Storia di Capuana romanziere, in L'ipotesi del realismo. Storia e geografia del naturalismo italiano, Sansoni, Milano, 2000, p. 183. Di Fede e Bellezza si veda l'ed. crit. commentata a cura di F. Danelon, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 1996, e successivamente l'ed. a cura di D. Martinelli, Parma Fondazione Pietro Bembo – Ugo Guanda editore, 1997.

[63] Di nuovo Franco Manai (Capuana e la letteratura campagnola, cit., p. 114) spiega con precisione il concetto: «Le idee sulla cultura popolare espresse nella conferenza del 1894 servono a chiarire il senso dell'operazione svolta con le novelle paesane scritte in quegli anni. Centrale è senz'altro la contrapposizione fra un popolo del passato e un popolo del presente. Al primo pertiene il possesso di una serie di caratteristiche culturali che gli permette di produrre arte, seppur popolare; al secondo, invece, viene attribuito un carattere di ibridità che non consente se non la produzione di "scempiaggini e sconcezze"».

[64] Si veda la lettera di Roberto Bracco (da Napoli, venerdì aprile '94), in Lettere a Capuana, a cura di A. Longoni, Milano, Bompiani, 1993, p. 54. La raccolta è probabilmente Donne del 1893.

[65] Il concetto di contagio, nello specifico del naturalismo, si trova in A. Pellizzari, Il pensiero e l'arte di Luigi Capuana, Napoli, Società Anonima editrice Francesco Perrella, 1919, p. 26.

[66] Capuana, L'isola del sole, cit., p. 97.
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