Cerca su Griselda
Questo sito usa cookie di terze parti. Leggi la nostra Informativa cookies oppure chiudi questo avviso

Indice

Tema n.16:

«Ritorni al popolo ciò che fu suo». La Commedia in prosa e altri classici tradotti «in lingua italiana moderna»

E si gridi pur anche alla profanazione: tuttavia se alcune Donne saranno curiose di leggere il romanzo di Dante con miglior grado che quelli del Chiari e del Piazza, se alcuni giovinetti vorranno valersi del mio talismano per evocar dai sacri recessi le austere Grazie Ghibelline, io ne trarrò bastevole incoraggiamento per condurre le une e gli altri a ricalcare ordinatamente le vestigia di Dante.[1]

Fare della Commedia un racconto, rendere intellegibile il testo anche ai lettori meno attrezzati,[2] in modo da poter «conoscere alla meglio i pensamenti di Dante, se non come poeta, almeno come romanziere»[3]: l’intento di Ferdinando Arrivabene è esposto con franca chiarezza e qualche ambizione fin dalla premessa alla ‘sua’ Commedia del 1812, dedicata, pour cause, ad una donna bresciana, Maddalena Ghirelli Uberti.
Del resto proprio a Brescia, e nell’ambito dell’Accademia di Scienze Lettere Agricoltura ed Arti, il progetto di Arrivabene era stato concepito e messo a punto. Qui, infatti, egli aveva recitato pubblicamente, anche prima della stampa, le sue parafrasi narrative di alcuni canti, suscitando l’approvazione collettiva di un consesso di letterati tutt’altro che isolati o marginali. Certamente, sappiamo, lesse agli Accademici (almeno in parte) i canti della baratteria[4] e «il dialogo di Dante con Cacciaguida»:[5] luoghi celeberrimi, è vero, eppure densi di riflessi politici, oggettivamente tra i meno adatti ad un pubblico, tradizionalmente considerato ‘ingenuo’, di donne e bambini. Sono loro, è vero, i lettori impliciti della parafrasi, ma sullo sfondo appare fin troppo chiara la volontà di ‘democratizzare’ la conoscenza della Commedia: una prospettiva che solo in parte si inscrive nel solco dell’uso ideologico di Dante promosso dal partito italico nell’età napoleonica, posto che nessuno, mi pare, aveva palesato l’obiettivo concreto di una divulgazione ‘popolare’ e adeguata ai tempi dei versi danteschi. Si celebra sì, e in certa misura anche si fonda, il mito del primo poeta italiano: è la chiave di lettura su cui insiste anche Vincenzo Monti, assai per tempo, intervenendo ‘in lode’ al Circolo Costituzionale di Ravenna nel 1797;[6] ma appunto non vi è chi si cimenti in esercizi di varia, e sia pure cauta, riformulazione del testo.
Al contrario, la componente più radicalizzata della cultura italica si era invece subito orientata verso un richiamo alla lezione dantesca più mediato, si vorrebbe dire di imitazione e emulazione, tanto in senso metrico (con l’adozione massiva delle terza rima) che linguistico-stilistico,[7] mentre l’antistoricismo diffuso di matrice giacobina aveva reso opaco ogni pur minimo sforzo di esegesi del testo rivolta alla moltitudine. Dante è il poeta che sta alla base del canone nazionale (la milanese Collezione de’ Classici Italiani sancisce definitivamente, a partire dal 1802, questo suo ruolo), ma non si prevede di spiegarlo al popolo, né, tanto meno, lo si ‘traduce’. L’ambizione di Arrivabene, ben diversa, è invece quella di farsi «manifattore di un Dante domestico», arrivare senza remore alla profanazione del dettato poetico:  vale a dire, in sostanza, a «smembrar que’ metri, costruirne gli elementi, sciorinarne in parafrasi quell’ardua ed anticata tenacità».[8]
Arrivabene, personalità non secondaria nel dibattito politico letterario della stagione napoleonica, deputato a Lione, dopo il 1807 Consigliere d’appello a Brescia e Presidente della Corte speciale per i diritti di Stato, era allora particolarmente vicino sia a Vincenzo Monti che a Ugo Foscolo. Ben attestata, per esempio, è la sua collaborazione con il primo, in specie per l’edizione Bettoni dell’Iliade.[9] Ma anche Foscolo appare informato sul tentativo dell’amico, e in una certa misura fin’anche coinvolto nell’impresa: è lui, ad esempio, che consiglia ad Arrivabene di allontanare da sé «il puritanesimo della lingua» per non rendere, con inutili pedantismi, «inintelligibile ed aspro» il testo.[10] Un po’ più freddo, ma comunque favorevole, egli si dimostra dopo aver avuto finalmente in mano il volume stampato: lo ringrazia infatti del «suo Dante a cui si deve dare più lodi che biasimo».[11] Ancora nel 1824, ormai in Inghilterra, Foscolo declinerà l’invito che gli viene rivolto di allestire una versione in prosa della Commedia, posto, tra l’altro, che il progetto era stato realizzato, non molto tempo prima, proprio dal suo antico sodale.[12]
In realtà si tratta di una parafrasi presto e sostanzialmente dimenticata, questa di Arrivabene,[13] che tuttavia suscitò qualche discussione degna di nota, non tanto nel merito (difficile, in verità, riconoscere particolari pregi stilistico-esegetici al suo dettato moderno), quanto su un piano più specificamente teorico. Giovanni Gherardini, per esempio, intervenne scomodando al proposito il precedente della versione in prosa del Teseida curato da Niccolao Granucci (1579). L’opera di Boccaccio – aggiungeva però – era allora pressoché ignorata dai lettori, sicché quello fu un estremo «tentativo di rinfrescarla nella memoria d’altrui»: un vero e proprio atto, si direbbe, di pietas testuale.[14]
Altro, evidentemente, era il caso della Commedia. Eppure «la profondità delle dottrine nascose dal sovrano poeta» e, non ultima, «la frequenza de’ vocaboli che più non vivono nella voce del popolo, non che nelle moderne scritture» rendevano ormai problematica anche la fruizione del testo dantesco. L’impresa di Arrivabene, a giudizio di Gherardini, appariva così utile, almeno per coloro «che altro non curano di ricercare in Dante che le storie e le finzioni sopra cui è fabbricato un sì famoso poema», ed era dunque destinata alle «anime discrete» («e son molte le così fatte!») o magari agli «artisti di secondo ordine»: al vario popolo degli indotti, insomma, cui altrimenti il dettato della Commedia sarebbe stato per sempre precluso; non però, ai giovinetti della scuola, che mai avrebbero dovuto in alcun modo farsi «sedurre dalla facilità e dalla chiarezza della nuova parafrasi».[15] Né per lui poteva bastare la replica più facile a queste obiezioni, come quella (sempre sul «Giornale italiano») di Antonio Bianchi,[16] segretario dell’Accademia di Scienze Lettere Agricoltura ed Arti di Brescia, che ricordava tra l’altro come nessuno, nella République des Lettres, sollevasse ormai dubbi sull’utilità della traduzione dei classici. La risposta di Gherardini insisteva al proposito su un interrogativo insidioso:

Ma che avrebbero detto i nostri antichi Latini, se a’ tempi ch’era viva la loro lingua, fossero uscite alla luce parafrasi de’ versi di Virgilio e d’Orazio simili a quelle del Ruea e del Jouvancy? Che direbbono ora gl’Inglesi ed i Francesi se ad uno de’ loro concittadini toccasse il capriccio di ridurre in prosa i loro Milton ed i loro Corneille?[17]

 Di riformulazioni dei classici italiani, ad uso della scuola e del popolo, si è molto discusso anche negli ultimi decenni, quando non solo i testi della tradizione sono stati apertamente sottoposti a processi di riscrittura, anche estremi, ma lo stesso «verbo ereticale», traduzione, «interdetto fino a tempi recentissimi»,[18] ha cominciato a dominare il dibattito critico sul punto. L’affermazione non appare, a ben vedere, del tutto esatta, perché in realtà quel dibattito, che si è detto provocato dalle impellenti ragioni della contemporaneità, in parte almeno sembra riproporre i termini di più antichi confronti, in buona sostanza oggi trascurati,[19] e certamente, nello specifico, di questo risalente al primo Ottocento: un’età, cioè, ben lontana dalle grandi trasformazioni novecentesche, che avrebbero causato quella sorta di mutamento radicale nella lingua d’uso chiamato in causa per giustificare e promuovere il costume di mutar veste alle opere della nostra tradizione.[20]
Evidentemente non basta, sul punto, invocare fratture linguistiche repentine: c’è piuttosto, a legare intendimenti e pratiche pur così lontani nel tempo, un’esigenza comune, che nasce dalla volontà, in varie guise democraticamente declinata (ma forse non sempre estranea ai dettami del mercato), di un allargamento, questo sì improvviso, del pubblico dei lettori. L’offerta di versioni endolinguistiche dei classici, è stato giustamente sostenuto, si afferma dopo gli anni Ottanta del Novecento, come risposta alla scolarizzazione di massa del ventennio precedente, avviate dalla riforma della Media Inferiore a ciclo unico e poi dalle successive politiche scolastiche.
D’altro canto, mutare la Commedia in romanzo, nei primi dell’Ottocento, ha un chiaro significato proprio in termini di definizione sociologica del pubblico di riferimento: posto che non sono certo i Romantici ad associare per primi la fortuna del genere all’affermazione della classe media; mentre, per restare in terra italiana, nessuno come Foscolo (e il suo milieu di corrispondenti) era stato – sul punto – così tempestivamente lucido.[21]
Poco più avanti, del resto, un altro romantico irregolare, Defendente Sacchi, anche lui tanto debitore alla scuola pavese di Foscolo, si eserciterà in un volumetto in cui la materia delle maggiori opere dei più classici tra gli autori Italiani addirittura si dipana in narrazione ironica e ammiccante (ma almeno affiancata da una sezione antologica), programmatica fin dal titolo: Quattro poeti. Racconti storici.[22] Il libro è, pour cause, offerto alle scettiche «donne italiane», desiderose, si suppone, di leggere altro:

I quattro poeti! chi mai? – fate correre rapidamente i fogli e leggete sul margine più eminente – Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso: oh oh! che libro è questo? sarà una noja: almeno parlasse di Victor Hugo e di Lord Byron.

Eppure alle dame basterà soltanto insistere nella lettura per essere smentite e persino sorprese:

Qui vedrete i quattro grandi Poeti Italiani, innamorati cotti come gatti, ma vedrete delle donne che tennero loro la briglia e li fecero migliori. Dopo lette le novelle e i loro versi, dite pure, orgogliose, che la Divina commedia, il Canzoniere, il Furioso, la Gerusalemme, furono inspirati da donne, e il vostro sesso ne diede per lo meno la gloria. Incitatevi al grande esempio quanto quelle antiche con tutti i vostri zerbini, e chi sa che non ne capiti fuori un nuovo miracolo.[23]

Già Dionisotti aveva giustamente notato che l’Ottocento romantico esalta la cifra romanzesca della Commedia, la cui popolarità si manifestò in particolare «nella prosa narrativa e storico politica»: citando, peraltro, sul punto, ma con qualche imprecisione, proprio un tardo intervento di Arrivabene.[24] Si tratta di una prospettiva oggi criticamente ben scandagliata dai molti studi, anche recenti, sulle ripetute stratificazioni della memoria dantesca nella narrativa soprattutto di ispirazione risorgimentale. Ma sarà opportuno notare come in questa direzione la fortuna del mito del primo poeta nazionale si traduca anche, e direi quasi preliminarmente, nel tentativo di liberare lo stesso poema dalle difficoltà della sua veste metrica e linguistica. Si osserva quindi, da questi anni in poi, un progressivo e sia pure lento infittirsi delle proposte di parafrasi narrativa che accompagnano le nuove edizioni del testo della Commedia o che addirittura si sostituiscono in toto ai versi, finendo per risultare l’unico vestigio dell’antico dettato.
Una soluzione di compromesso è quella adottata per Le Monnier, a partire dal 1847, da Selmo Carpanetti: il quale, senza neppure commentare la sua operazione, alla fine di ogni cantica fa seguire una narrazione in prosa, addirittura dividendo il testo in «capitoli», con un interventismo esegetico disinvolto, sistematico, certamente spesso confuso.[25]
Più radicale è invece la proposta di Cristoforo Coppola, maestro (poi) molto criticato di Carlo Maria Curci, padre fondatore della «Civiltà Cattolica». Sacerdote ormai polemicamente fuori dall’ordine dei Gesuiti, nel 1855 Coppola dichiara apertis verbis che il dettato della Commedia è inaccessibile al popolo, e che il testo ha bisogno di un vero e proprio restauro («Io mi argomentai fare con la Divina Commedia quel che si usa con certi dipinti di gran pregio, ma scaduti e guasti per età. Volli ritoccarla»). Ma sono le ragioni sottese a questa disponibilità ad essere illuminanti: il punto è che sembra possibile ridurre il poema ad una prosa narrativa adeguata anche agli indotti proprio perché il pregio maggiore dell’opera risiederebbe non già nella sua veste poetica, pur straordinaria, ma nell’altissima filosofia morale della sua prospettiva cristiana:

Della Divina Commedia dell'Alighieri, dello scopo che egli s’abbia prefisso, quando imprese a scriverla, pensi ognuno come vuole: a me pare, che il suo progetto fosse tutto morale ed istruttivo: egli ideava, come una meditazione, ove s'elevasse al futuro destino del genere umano, scorto da’ lumi della religione.[26]

In verità Coppola è un personaggio scomodo, un sacerdote caduto nelle «stranezze» dopo «la dispersione del 48».[27] Durissima con lui «La Civiltà Cattolica», a proposito di un suo più tardo «librettaccio», «pieno di bestemmie», opera immonda di «un Lucifero caduto, di un apostata».[28] Sulla sua versione narrativa della Commedia neppure un accenno da parte della rivista dei Gesuiti. Nel pur modesto lavorìo traduttorio di Coppola, comunque, non si riconosce una particolare volontà censoria, né una lettura a tesi dei versi danteschi. Se lo si nota è perché la tendenza a privilegiare gli aspetti morali e teologici della Commedia rispetto alla sua importanza linguistico-letteraria segna comunque, proprio mentre si approssima l’esito del processo risorgimentale, una parte almeno del dantismo cattolico: e da questa temperie traggono origine anche alcune nuove edizioni del poema ad uso del popolo. Si potrà ricordare, sul punto, almeno La Divina Commedia di Dante Allighieri spiegata al popolo da Matteo Romani arciprete di Campegine. Anch’egli ripete infatti gli argomenti che tendono, non senza qualche acrobazia argomentativa, a sottovalutare nella sostanza l’importanza letteraria dell’opera:

nessun Comentatore ha peranche spiegato distesamente tutto il testo sì che il popolo possa intendere il principe dei nostri poeti, e il primo libro della italiana letteratura: nessuno ha mirato principalmente all’argomento, alla proposizione del sacro Poema, né all’ordine della parte alla parte, e delle parti al tutto: hanno letto Dante come si leggono gli altri poeti, coll’attenzione rivolta unicamente, o principalmente alla poesia: ma in Dante la poesia è l’ultima cosa: prime sono la Teologia, la Filosofia, la Politica; anzi la Divina Commedia non è che Teologia, Etica e Politica espresse in versi.[29]

Del resto anche il solo incipit dell’opera, nella riscrittura di Romani, è già programmatico, se non altro per il suo moralismo didascalico:

Il vivere di noi mortali è un correre a morte: perciò chiamo la nostra vita un cammino, un tratto di strada, che ha suo principio alla culla, suo termine alla tomba. Questo cammino si fa communemente dagli uomini sani e robusti, se non cadono per via, in settant’anni: or io alla metà di questo cammino, cioè negli anni trentacinque di mia vita, e negli anni mille e trecento di nostra redenzione mi accorsi di essere in mezzo ad una selva oscura, essendosi da me smarrita la via diritta: voglio dire che mi accorsi di aver perduta la religione, la verità, e la virtù, e di aver ingombra la mente d’errori, e guasto il cuore da turpi passioni.[30]

In realtà non è sul versante cattolico, pur così attento all’istruzione popolare, che nel primo decennio unitario si registra il più spiccato interesse verso le traduzioni endolinguistiche dei versi danteschi.[31] Ad appropriarsi di questo Dante è piuttosto il versante post-risorgimentale, inteso ormai alla costruzione dell’identità nazionale: è allora che il poeta della Commedia assume in primo luogo le vesti di profeta dell’Unità, e i suoi versi vengono declinati in chiave laica, patrimonio comune di una cultura disposta anche al superamento di recenti dolorose divisioni ideologiche, a patto di mantenere salda la cifra dell’affrancamento dalle pretese temporali del papato e della radicale polemica antimunicipalista.[32]
Momento centrale di questa monumentalizzazione mitopoietica di Dante furono notoriamente le celebrazioni del Centenario del 1865:[33] nell’ambito delle quali viene anche, e pour cause proposta una nuova versione in prosa di alcuni canti selezionati. La sede è già di per sé significativa, posto che questi nuovi esercizi di traduzione vengono editi in prima istanza su «La festa di Dante. Letture domenicali del popolo italiano pubblicate per cura della direzione del Giornale del Centenario»: un agile foglio di quattro pagine in vendita ogni domenica tra il 1 maggio 1864 e l’11 giugno dell’anno successivo, entro la cornice delle grandi attività promosse a Firenze. Significativamente dedicato fin dal primo editoriale «al popolo»,[34] il giornale mantiene saldo il riferimento sociale continuamente ribadito. Una Vita di Dante raccontata al popolo, dovuta a Giuseppe Pieri,  esce a partire dal secondo numero; ma si possono utilmente ricordare anche alcune delle rubriche fisse del periodico, come le Virtù di Dante proposte ad esempio al popolo[35] soprattutto un Catechismo dantesco, o massime morali della Divina Commedia spiegate alla buona, dall’inequivocabile matrice ghibellina, di cui vale la pena citare almeno un passo:

È noto oggimai il concetto che Dante si faceva di una società perfetta. Il Pontefice depositario del Vangelo doveva avere il governo esclusivo delle anime, l’imperatore quello delle cose temporali. E il tempo s’incaricò di rispondere a questo desiderio del Poeta, e produsse quello che vediamo oggi stesso compiersi con tanta virtù di popoli, cioè: Star nelle nazioni il potere, ed i re non essere che i delegati delle nazioni; la religione non potersi imporre; essere il papa il rappresentante del concetto cristiano, ma senza diritto sulle coscienze. Ciò porta naturalmente alla responsabilità di ognuno di noi e verso Dio e verso la società, ed a ciò ne portava in gran parte la stessa cagione indicata dal Poeta, cioè che si vide la guida pur a quel ben ferire ond’era ghiotta la specie umana. I pontefici, facendosi principi, tolsero l’equilibrio che pareva esistere innanzi, e i due poteri mischiati in una persona non si temono più l’un l’altro. Dante è certamente scusabile d’aver basato la società su fondamento che il tempo ha sì presto distrutto: egli cercava un rimedio di ferro ad una corruzione generale. Se l'esperienza però l’ha contraddetto nel rimedio, gli fa giustizia sulle cause principali del danno, cioè sulla mala condotta dei papi e dei principi, che guastò i popoli, e sull’essersi giunta la spada col pastorale. Così

. . . . la Chiesa di Roma
Per confondere in sé due reggimenti
Cade nel fango, e sé brutta e la soma.

Confortiamoci però che per il primo danno in gran parte si è trovato rimedio, specialmente in Europa, e che per il secondo presto lo troveremo, giacché l'istituzioni composte alla peggio dai capricci e dalle passioni umane si disfanno al tocco degli avvenimenti; che è tocco di Dio. La questione della spada e del pastorale è pure al suo termine, ed in ciò Dante non ha gridato invano.[36]


Tra queste letture dedicate al popolo escono appunto sulla «Festa di Dante» anche alcuni canti scelti «ridotti in prosa». L’autore, che non si firma, è Sebastiano  Brigidi;[37] a lui si deve, nello stesso 1865, La Divina Commedia portata alla comune intelligenza per un toscano, edizione che raccoglie le prove pubblicate sul giornale: anche in questo caso, come è chiaro fin dal titolo, il curatore appare in veste anonima, anzi, più precisamente si presenta come mero portavoce di un patrimonio radicato nella storia e fra la gente comune di una terra. Un’edizione che alterna – un secolo prima dell’affascinante Orlando Furioso di Calvino – luoghi scelti, traduzione ‘romanzata’ e qualche drastico riassunto.

Fedeli al nostro proposito di portare la chiarezza maggiore nello spiegare al popolo e ai giovani studiosi la Divina Commedia, alterneremo a questi quadri espositivi i canti del Poema più difficili a capirsi, riducendoli in prosa, e degli squarci che per la loro semplice e meravigliosa bellezza possono essere intesi da tutti. Così si avranno un testo ed un commento di Dante essenzialmente popolare, quale crediamo non sia mai stato fatto.[38]

La cifra ideologica di questo lavoro traspare con chiarezza soprattutto nei commenti finalizzati alla contestualizzazione storica (durissimi – ma è solo un esempio – quelli contro Innocenzo III, che «eccitò massacri in Italia contro i Patarini […] ed eccitò massacri in Francia contro gli Albigesi dichiarando eretici sì gli uni che gli altri, perché presero a porre al nudo la mala condotta dei chierici»).[39]
La narrazione riduce invece ad un senso letterale molto semplificato il dettato dei versi:

Io aveva trentacinque anni, quando un giorno avendo smarrita la retta via mi ritrovai per una selva oscura. Oh come è penoso il dire quanto quella selva era folta e spinosa! Solamente a pensarvi mi sento rabbrividire. Io credo che la morte sola sia più dolorosa di quella paura che provai. Però, perchè io possa far conoscere quello che ci trovai di buono, bisogna che io mi rifaccia da una parte. Veramente non saprei raccontare come v’entrassi, poiché in quel punto era tanto pieno di sonno che abbandonai la buona strada, senza avvedermene. La selva era in fondo ad una valle e questa finiva ad un colle. Attraversata che ebbi la valle, che mi aveva messo nell’animo tanta paura, arrivai a piè di quel colle, alzai la testa e vidi che dietro ad esso v’era il sole. Allora scemò un poco la paura che mi aveva fatto passare una notte così dolorosamente. E come il naufrago, che appena riesce ad afferrare la spiaggia non può a meno di non voltarsi a dare un’occhiata all'acqua ove corse pericolo, così io, che coll’animo fuggiva sempre, mi voltai per guardare il passo pericoloso dal quale nessuno usci mai vivo. Mi riposai un poco, e poi cominciai a salire per le solitarie pendici del colle.[40]

Un’opera declinata dunque in senso popolare, in un orizzonte laico teso ad esaltare il valore civico di Dante: una prospettiva che ben si attaglia al profilo di Brigidi: un «progressista di vecchio stampo», che «ebbe fede costante nei destini d’Italia», e che per questo fu «sempre onorato dall’odio dei ministri del Signore»,

i quali, nell’attuale agonia della loro potenza non hanno ancora trovato il modo nè il tempo di perdonare ai generosi entusiasmi del vecchio deputato alla Costituente toscana, al filosofo deista, al letterato battagliero che non tradì mai la verità, che non corteggiò mai i potenti, che non vendè mai la sua penna; al patriota disinteressato, sdegnosamente nemico di qualunque adulazione servile; al filantropo che cooperò efficacemente all'istituzione degli asili infantili nella nostra città, al cittadino insomma che fece sempre il  suo dovere, e beneficò sempre i suoi simili col continuo oblio di se stesso.[41]

Ma non è certo, quest’opera, la mera fatica di un ‘resistente’ anticlericale «di vecchio stampo», né una proposta concepita per un pubblico di nicchia e marginale. Come si è detto la Divina commedia di Brigidi esce nell’ambito delle celebrazioni del 1865, subito palesando in bella vista, nel frontespizio, l’approvazione ufficiale che la inserisce a pieno titolo tra i testi scolastici d’uso; le ripetute edizioni (almeno tre nei primi sette anni) rendono anzi la misura di un certo successo, mentre si dovrà ricordare come la stessa «Illustrazione popolare» dei Treves, non proprio un foglio dell’‘estrema’ scapigliata, ne parli con sicuro rispetto in una rubrica significativamente intitolata Consigli agli operai. I libri per il popolo: «Essendo vergogna che un italiano non conosca le opere dei suoi migliori poeti, vi consiglierei a leggere La Divina commedia portata alla comune intelligenza da un toscano».[42]
Dagli anni Settanta il quadro appare più movimentato, perché l’offerta di edizioni dantesche variamente ‘trasformate’ in prosa aumenta nel tempo in modo significativo. Il panorama, s’intende, è vario e difficile da riassumere. Converrà intanto osservare come le poche proposte concepite ad uso di una ‘morale cattolica’ di chiara ispirazione clericale escano quasi sempre per editori di secondo piano: anche, ma non solo per questo sembrano aver avuto una modesta circolazione. Fra queste capita più volte di imbattersi in ripetute rivendicazioni di originalità, che ignorano gli ormai cospicui precedenti di versioni in prosa della Commedia. Ancora nel 1875 l’avvocato Giuseppe Belli poteva dichiarare con qualche spocchia:

L’idea era per verità nuova. Alcuno avrebbe detto: vedi modo di strapazzare Dante! Ridurre in prosa il più sublime dei Poeti! A chi mai venne in mente di mettere in prosa Petrarca o simili? In verità siete un baggiano. E poi il non averlo fatto alcuno, non vi prova che non si può fare? In quanto al non aver ciò fatto alcuno, poco prova, giacché in tutte le cose havvi ad essere il primo, in quanto al mettere in prosa  è da rimarcare appunto quello che già si è detto, che il bello di Dante non è il solo verso, ma altre mille e mille cose, e specialmente il sublime pensiero che è svolto nelle tre Cantiche.[43]

Belli trasforma dunque i canti in «capitoli», le cantiche in «parti»; e proprio perché Dante è molto più di un poeta, e anzi è soprattutto un teologo, anche lui ritiene possibile manomettere il testo, censurandone gli aspetti più problematici e ideologicamente delicati:

Similmente Dante mai lascia l’occasione, come Ghibellino ch’egli era, e quindi avverso ai Papi, di morder questi, comeché in genere egli si dichiari ossequente alle Sede Apostolica, ora codeste continue invettive, mentre rendono inescusabile Dante ed a se stesso contradittorio, giacché scusare non puossi quel mancare di reverenza a questo ed a quel Sommo Pontefice, ed ergersi a giudice delle cose ecclesiastiche, lo rendono anche fastidioso, dirò così, e troppo uniforme, nel ficcare ad ogni tanto quelli intercalari con cui finisce non pochi canti, specialmente del Paradiso, onde io l’ho troncati via, siccome erba nociva.[44]

Più consistente appare invece quel filone di versioni in prosa della Commedia che cercano di intercettare il mercato scolastico, cui guarda con interesse un’editoria che si fa sempre più agguerrita, e al quale si era per tempo già rivolta, coi crismi dell’ufficialità, la stessa edizione Brigidi: ‘all’intelligenza dei giovani’ si propongono dunque la maggior parte delle riduzioni fin de siècle, che talvolta affiancano il testo in versi,[45] talvolta lo sostituiscono del tutto.[46] Anche da questo punto di vista si dovranno ricordare, per la loro funzione esemplare, le pagine dedicate alla Commedia del Manuale della letteratura italiana di Francesco Ambrosoli, che già nel 1831 alternavano brevi passi antologizzati ad ampi compendi in prosa[47]: questi ultimi poi rifusi, pur con qualche intervento, nel fortunato Manuale della letteratura italiana curato a partire dagli anni Novanta da Alessandro D’Ancona e Oreste Bacci.
Del resto è la stessa comunità degli agguerriti pedagogisti italiani a promuovere talvolta queste opere, posto che, ad esempio, La Divina Commedia di Dante Alighieri additata ai giovanetti allestita da Francesco Regonati[48] ottiene una menzione specifica già al VI Congresso Pedagogico di Torino del settembre 1869.[49] Nessuna prescrizione specifica arriva invece dai programmi e dai decreti del Ministero della Pubblica Istruzione, che peraltro rinuncia assai presto ad impegnarsi in una politica di controllo dall’alto dell’editoria scolastica, notoriamente delegando ai singoli consigli provinciali (quando non alle singole scuole) il compito dell’approvazione dei testi in uso.[50]
Ma oltre le mirate ragioni di un’editoria che si rivolge alla scuola, permane ed anzi si rafforza l’idea progressista (in votis) di ‘restituire’ Dante al popolo. Poiché la Commedia era stata scritta come un’opera civile e offerta come guida politica e morale alla lettura dei toscani del Trecento (i quali, si suppone, la comprendevano benissimo), appariva giustificato ogni tentativo di ridarle una veste attualizzante: tanto più necessaria dacché il testo era divenuto uno dei miti fondativi su cui si basava la memoria comune degli Italiani redenti.

La Divina Commedia di Dante Alighieri, oltre di essere il monumento più splendido di nostra gloria letteraria, e come pura ed inesausta sorgente di leggiadra favella, e come limpida fonte di bei parlari toscani, e come esempio di altissima poesia; risguardata nello scopo che si prefisse il Poeta, che fu la rigenerazione morale, politica e religiosa dell'itala gente, ed il risorgimento della Nazione allo splendore ed alla rinomanza dell'antica Roma, è il libro altresì più utile ed importante che mai studiare ed approfondir possano gl’Italiani.
[…]
Lungi quindi da quell'ingombro di note e contro-note, di osservazioni estetiche e filologiche, di critiche severe ed erudite, ottime e degne degli uomini  illustri che se ne sono occupati, in questa nostra età in cui la lettura dei buoni libri è un imperioso bisogno, non solo dovrebbe il poema dell’immenso Alighieri esser aggiustato ed acconcio allo intendimento della gioventù studiosa, che oggi più che mai debb’esser educata a nobili e retti principii; ma elaborato eziandio e proporzionato alla capacità di tutti coloro che non son mica versati nelle classiche lettere; è mestieri insomma far di Dante un libro da leggersi come un romanzo dal gentil sesso pur anco, ed invogliar quindi le popolari masse eziandio a meditarlo e comprenderlo, a divenir più diligenti e premurose del proprio bene.[51]


Il poeta che parlava al popolo torna così, grazie alle traduzioni «in lingua italiana moderna», a rivolgersi ai suoi antichi lettori.[52] Una premessa ideologica che gradualmente si svincola dal solitario riferimento alla Commedia per coinvolgere tutti i classici della letteratura italiana. In questa direzione si dovranno almeno ricordare, sottraendoli dall’oblio in cui sono caduti, almeno i numerosi tentativi di Giuseppe Castelli, docente nelle scuole ma soprattutto alto funzionario del Ministero della Pubblica Istruzione a cavallo tra i due secoli e collaboratore stretto di Guido Baccelli.[53] «È sempre stata mia convinzione», scrive infatti Castelli

che il popolo italiano, e principalmente l’operaio, ha bisogno di istruirsi; e in questa mia convinzione so di aver compagni tutti coloro che realmente amano di veder l’Italia rafforzata in quel primato intellettuale che già ebbe e che ancora le spetta.
[…]
A mio modesto parere, compito degli scrittori italiani dev’essere quello di collaborare tutti alla formazione di una sana biblioteca per il popolo.
Se è difficile scrivere opere nuove, si prendano le opere migliori e le si rendano in istile adatto alla istruzione popolare. In questo modo avremo reso anche il popolo partecipe dei principali tesori che offre il vasto campo della nostra letteratura.[54]


E infatti allo stesso Castelli si deve una più ampia offerta di classici ‘tradotti’ a favore del popolo: oltre alla Commedia (con i versi incastonati nella riduzione prosastica), anche l’Orlando Furioso e la Gerusalemme Liberata.[55] I ‘quattro poeti italiani’, canonizzati nel corso del secolo decimonono, diventano insomma tre, proposti (almeno nelle intenzioni) in accattivanti prose narrative; resta escluso il Canzoniere, la cui dimensione ‘romanzesca’ (su cui insistono oggi molti interpreti) non viene valorizzata, ma che soprattutto ha faticato a vedersi riconosciute le stigmate della popolarità nazionale (nonostante i programmi scolastici da tempo insistessero nel privilegiare il «Petrarca civile»).[56]
Vendute a dispense, stampate su carta economica e con un costo ridotto (pur se ampiamente illustrate), queste opere vengono concepite da Castelli proprio come i primi mattoni di una pur «minuscola biblioteca» «scritta apposta»[57] per l’operaio e per il popolo indotto.
Agli stessi lettori e più o meno negli stessi anni si rivolge anche Ettore Fabietti, cui si deve invece una vera e propria traduzione endolinguistica del Decameron, la prima, se ho ben visto, dopo il breve saggio seicentesco di Paolo Beni: mosso, s’intende, da ben altre preoccupazioni, nel pieno del confronto linguistico cruscante.[58] Agli inizi del ventesimo secolo non è dunque più soltanto l’‘oscuro’ linguaggio della poesia ad essere oggetto di una prassi attualizzante, ma anche l’opera su cui si era storicamente esemplata la prosa letteraria italiana.
Fabietti (1876-1962) è ricordato soprattutto come disinvolto volgarizzatore del Capitale di Marx (1902), e per la sua instancabile opera di promozione della cultura tra le classi lavoratrici, cominciata nel 1903, quando Filippo Turati gli affidò la direzione del Consorzio milanese delle biblioteche popolari, emanazione della Società Filantropica Umanitaria.[59] La traduzione del Decameron si colloca proprio in questa prima stagione della sua lunga attività, nella quale Fabietti, riflettendo sull’esempio della prosa divulgativa francese, pose l’attenzione sulla deplorevole incapacità della cultura italiana «di parlare alla gente umile».[60] La centuria boccacciana appariva quindi una buona palestra per esercitarsi e un testo particolarmente significativo per avanzare la sua antiaccademica provocazione: con l’obiettivo di far riemergere, da un testo ormai largamente oscuro, i tanti «elementi imperituri di popolarità». La profanazione inferta all’opera aveva dunque bisogno, ancora una volta, di essere giustificata:

Il Decamerone non è una statua o un dipinto su cui l’incoscienza d’un mestierante dello scalpello o del pennello s’adoperi a levar la patina antica per rinfrescarne i colori o le forme: il Decamerone rimane intangibile e intatto, e gli studiosi dell’aureo Trecento, i puristi, i classicisti potranno ancora e sempre baciarne la polvere veneranda fra le pagine ingiallite delle antiche edizioni.
Soltanto, perché il popolo non lo capisce e non lo legge più nella sua forma originale, si è voluto tentarne una copia per lui e colorirla col suo stesso eloquio presente. Non altro. Poiché chi scrive pensa che – oltre l’antiquata vernice delle parole – poche opere come il Decamerone hanno in sé elementi imperituri di popolarità.
Se nella sua nuova veste, l’opera del Certaldese ritornerà popolare, a nessuno che sappia il valore di certi ritorni alla purezza delle fonti in cui prima rifulse il carattere natìo del nostro genio, sfuggirà l’importanza e il significato di questo tentativo.[61]


Ma ad essere particolarmente significativa è l’epigrafe che campeggia nel frontespizio di quest’opera. Il ricordo, che si voleva ancora vivo, riverberava evidentemente una pagina gloriosa del Quarantotto siciliano, quando, alla Camera dei Comuni, il ministro Filippo Cordova, osteggiato dalla nobiltà e da parte del clero, ottenne l’abolizione dei benefici ecclesiastici e della tassa sul macinato. Le sue parole, pronunciate il 13 ottobre del 1848, divennero presto celebri[62] e ancora furono rivolte ai parlamentari italiani nella tornata del 18 marzo 1868, in un altissimo intervento di Francesco Crispi, che si opponeva, lui pure, all’introduzione della più odiata fra le imposte indirette:

Dite ai pari ecclesiastici che facciano presto perché gli eventi incalzano e se parlando delle loro prebende ci diranno “Rendete a Dio ciò che di Dio” noi risponderemo loro “Rendere al popolo ciò che è del popolo”.[63]

Nel crocevia tra retaggio risorgimentale e nuovo linguaggio socialista Fabietti conia a sua volta un endecasillabo, isolato e icastico; un’epigrafe che dà forma e senso ad una pratica traduttiva che si nutre evidentemente (e certo, oggi possiamo dire, anche con non poca ingenuità) di un desiderio di affrancamento sociale ormai radicato nella coscienza di inizio secolo: «Ritorni al popolo ciò che fu suo».

Pubblicato il 07/11/2017
Note:


[1] La Divina Commedia di Dante Alighieri illustrata da Ferdinando Arrivabene, Brescia, Franzoni, 1812, vol. I, p. XVII.

[2] «Diciamla schietta: i fanciulli hanno bisogno d'intendere in prosa il Dante, per poterlo poscia intendere in versi: a molte donne poi Dante è quasi sconosciuto scrittore», ivi, p. X.

[3] Ivi, p. XI.

[4] Il «Giornale del Dipartimento del Mella» dava notizia che nella sessione del 5 maggio 1813 Arrivabene aveva letto i canti XX e XXI dell’Inferno (la notizia è riportata dal «Giornale Italiano» del 17 maggio 1813).

[5] «Il signor Ferdinando Arrivabene […] lesse una parafrasi del dialogo di Dante con Cacciaguida suo trisavolo in Paradiso, per saggio di traslatare a questa foggia ad uso delle dame tutte e tre le parti di quel meraviglioso poema “al quale ha posto mano e cielo e terra”. Il voto dei soci che si trovarono presenti a questa lettura è stato che il coltissimo autore prosegua coraggiosamente una tale lodevolissima impresa, la quale non può che riuscire di molta utilità alle persone cui la destina, e certo renderebbe affatto superflui tanti pedanteschi e ponderosi commenti, che invece di invitare, svogliano il leggitore, e ben sovente ritardano, anzi che agevolino l’intelligenza del testo» (la relazione relativa alla sessione accademica del 5 aprile 1812 si legge  sul «Giornale Italiano» del 2 maggio 1812).

[6] Discorso recitato dal Cittadino Vincenzo Monti Commissario del Potere Esecutivo della Repubblica Cisalpina, in Circolo Costituzionale di Ravenna aperto il giorno 9 nevoso a. VI  [29 dicembre 1797], s.n.t., ora in V. Monti, Poesie (1797-1803), a cura di L. Frassineti, prefazione di G. Barbarisi, Ravenna, Longo, 1998, pp. 569-574. Solo il paziente studio, questa la tesi di Monti, permette di superare l’accusa di oscurità rivolta al poema dalla «plebe de’ letterati». «Parlo del suo stile, che suona sì aspro all’orecchio della moltitudine e le giovani fantasie allontana dallo studio de’ suoi poemi. Fu stagione ch’io medesimo, ingombrato la mente di questo error popolare, riputai barbaro il vostro Dante e gli ammiratori ne derisi e i devoti. […] Conobbi in appresso il delitto del mio giudizio, e si converse in trasporto la mia ripugnanza, in ammirazione il disprezzo. I suoi versi divennero la vigilia di molte mie notti, li meditai con riverenza e pazienza, ne feci tesoro nella memoria» (ivi, pp. 572-573).

[7] «Prenderemo […] le similitudini, le metafore, e gli epiteti accrescitivi e illustrativi, d’ora in poi, da virtù cittadine. Dante che scrisse in tempi repubblicani, Petrarca stesso in alcuni luoghi, Boccaccio e Machiavelli ponno in parte additarci la buona strada in questo genere, pieni di modi di dire repubblicani e atti a inspirare la voluta energia», G. Bocalosi, Dell’educazione democratica da darsi al popolo italiano, seconda edizione con aggiunte, Milano, Pogliani, a. I (1797), p. 199: si veda sul punto E. Leso, Lingua e rivoluzione, Venezia, Istituto Veneto di Scienze Lettere e Arti, 1991, p. 72.

[8] La Divina Commedia di Dante Alighieri illustrata da Ferdinando Arrivabene, cit., pp. IV-V.

[9] Sul punto si faccia ad esempio riferimento ad una lettera di Arrivabene a Monti datata 11 febbraio 1811 e conservata ad nomen nella Autografoteca Campori della Biblioteca Estense ed Universitaria di Modena.

[10] A Ferdinando Arrivabene, da Milano, 2 agosto 1812, in U. Foscolo, Epistolario, vol. IV (1812-1813), Edizione Nazionale delle Opere, vol. XVII, a cura di P. Carli, Firenze, Le Monnier, 1954, p. 72.

[11] A Camillo Ugoni, da Bellosguardo, 29 maggio [1813], in U. Foscolo, Epistolario, vol. IV, cit., p. 267.

[12] «It has occurred to me that if Ugo Foscolo is an enthousiastic admirer of the immortal bard, Dante, he has it in his power to render an essential service to the lover of Poetry and Italian, and to acquire fama and emolument, by the publication of an Italian paraphrase of the Commedia. — It is a mode of explaining that obscure but most original and sublime composition hitherto never attempted, and if executed by such a poetic mind as the author of Ortis and Ricciarda, and by such a perfect master of his language, as the translator of Sterne, it could not fail to give an elegant exposition of the Poet’s meaning and to be most acceptable to many a native Italian, as well as foreigner, who is at present frightened as much from the study of Dante by the formidable array of notes and commentaries as by the obscurity of his style […]. I am convinced that there is no book, except the Bible, that might be made such a vehicle for conveying improvement to the mind as Dante I should be happy therefore to promote the study of him, and if I had talent or influence to command the paraphrase, I would beg Murray to print it in octavo, the paraphrase being on the righthand page, and (Lombardi’s) the corresponding test, on the left: — with copious notes thrown together at the end of each Canto, without the test (as in Venturi) being perplexed by numerical references» (Hants a Foscolo, 24 marzo 1824, in U. Foscolo, Epistolario, vol. IX [1822-1824], Edizione Nazionale delle Opere, vol. XXII, a cura di M. Scotti, Firenze, Le Monnier, 1994, pp. 366-368). Sul punto cfr. anche D. Colombo, Foscolo e i commentatori danteschi, Milano, Ledizioni, 2015, p. 112.

[13] Non fu esposta neppure nella mostra fiorentina allestita in occasione delle celebrazioni del 1865: non la si trova infatti censita tra le numerosissime edizioni citate nel catalogo curato per l’occasione (cfr. Esposizione dantesca in Firenze. Maggio MDCCCLXV, Firenze, Successori Le Monnier, 1865).

[14] GG [G. Gheradini], La Divina Commedia di Dante illustrata da Ferdinando Arrivabene, «Giornale Italiano», 27 aprile 1813, pp. 471-472.

[15] Ibid.

[16] Antonio Bianchi (1774-1828), docente di Grammatica al Ginnasio di Brescia, vicino a Foscolo e strenuo difensore dei suoi Sepolcri, fu in stretto rapporto con Arrivabene: fece anche lui parte del gruppo di letterati bresciani che coadiuvarono Monti per l’edizione Bettoni dell’Iliade.

[17] Intervento redazionale, ma attribuibile allo stesso Gherardini, in «Giornale Italiano», 5 giugno 1813, p. 628. Gherardini allude alle edizioni virgiliane e orazione di Charles de La Rue (1643-1725) e di Joseph de Jouvancy (1643-1719), autori di riferimento, tra l’altro, nei programmi dei collegi d’istruzione dei Gesuiti.

[18] R. Tesi, “Da un italiano all’altro”: tradurre i classici della letteratura italiana nella lingua di oggi, in F. Frasnedi, R. Tesi(a cura di), Lingua Stili Traduzioni. Studi di linguistica e stilistica italiana offerti a Maria Luisa Altieri Biagi, Firenze, Cesati, 2004, p. 428.

[19] «La prima volta che nelle nostre lettere si è discusso sull’opportunità di volgere in italiano moderno la lingua degli autori del passato è stato in seguito all’esperimento di Marco Santagata di pubblicare le Canzoni di Leopardi» (P. Stoppelli, Tradurre i nostri classici in italiano di oggi tra filologia ed editoria, in P. Italia, G. Pinotti(a cura di), Editori e filologi. Per una filologia editoriale, Roma, Bulzoni [«Studi (e testi) italiani», 33], 2014, p. 151).

[20] Lo stesso Santagata, giustificando l’esigenza di traduzione dei classici, ha individuato una frattura generazionale («un vero e proprio salto antropologico») tra la cultura tradizionale, di formazione umanistica, e la società postindustriale, che avrebbe contribuito ad «“antichizzare” nel volgere di pochi decenni l’intera tradizione letteraria nazionale» (M. Santagata, Tradurre Machiavelli?, «Rivista dei libri», 5, maggio 1998, p. 12). Sul punto gli interventi negli ultimi anni si sono moltiplicati: impossibile e non utile, al fine della tesi qui proposta, ricordarli nel dettaglio. Si faccia riferimento comunque, oltre al saggio di Tesi citato nella nota precedente, anche a G.L. Beccaria, L’italiano antico va tradotto? Elogio della pazienza, in L’artefice aggiunto. Trenta scritti sulla traduzione, «I dossier dell’Indice», 7, «L’Indice», maggio 2001, p. X. Invita decisamente a spostare il confronto da un piano linguistico, che non giustificherebbe il ricorso alle traduzioni endolinguistiche, ad uno più specifico di politica culturale, denunciando l’equivoco demagogico di una prospettiva solo apparentemente democratica, M. Loporcaro, Tradurre i classici italiani? ovvero Gramsci contro Rousseau, «Belfagor. Rassegna di varia umanità», LXV, 385, 31 gennaio 2010, pp. 3-32.

[21] Si ricorderà che era stato proprio Foscolo, fin dalla recensione alle Novelle del Sanvitale (1803), ad insistere sulla funzione politica delle novelle e dei romanzi per la formazione di «quel gran numero di gente che sta fra i letterati e gl’idioti» (cfr. U. Foscolo, Scritti letterari e politici dal 1796 al 1808, a cura di G. Gambarin, Firenze, Le Monnier 1972, p. 263).

[22] Sui ‘quattro poeti’, anche per la bibliografia di riferimento, cfr. D. Tongiorgi, I canzonieri della nazione: sulle antologie poetiche di età risorgimentale, in B. Alfonzetti, F. Cantù, M. Formica, S. Tatti (a cura di), L’Italia verso l’Unità. Letterati, eroi, patrioti, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2011, in specie alle pp. 411-415.

[23] Signore leggete questo avvertimento, in D. Sacchi, I quattro poeti. Racconti storici, Milano, Vallardi, s.d. [ma posteriore al 1833], p. 5 e pp. 9-10.

[24] Dionisotti rimanda ad un discorso di Arrivabene del 1827; in realtà la frase citata («Seguendo il gusto oggidì prevalente si avrebbe materia onde comporre un bello ed erudito romanzo storico») va correttamente attribuita all’editore Luigi Caranenti, curatore di un volumetto curioso (Amori e rime di Dante Alighieri, Mantova, co’ tipi virgiliani di Luigi Caranenti, 1823, p. VIII), in cui, del medesimo Arrivabene, si possono leggere Gli amori di Dante e Beatrice tolti d’allegoria e avverati con autentiche testimonianze.

[25] Inferno di Dante Alighieri in verso e in prosa, Firenze, Le Monnier, 1847 (nel 1849, sempre per i tipi di Le Monnier, esce il Purgatorio). Assai critica verso quest’opera, tra le altre, la recensione di Francesco Gregoretti, con alcuni puntuali esempi di lettura, significativamente comparati alla proposta di Arrivabene, giudicata ben più convincente («Giornale euganeo di Scienze Lettere e Arti», IV, settembre 1847, pp. 247-250).

[26] Parafrasi letterale della Divina Commedia di Dante Alighieri del sacerdote Cristoforo Coppola, Napoli, Stabilimento Tipografico Gioia, 1855, s.n.p. (ma pp. 8 e 10).

[27] C.M. Curci, Memorie, Firenze, Barbera, 1891, p. 44.

[28] Cose spettanti al futuro Concilio, «La Civiltà Cattolica», serie VII, vol. VII, fasc. 465 (1867), p. 351.

[29] Prefazione del Comentatore in La Divina Commedia di Dante Allighieri spiegata al popolo da Matteo Romani arciprete di Campegine, Reggio, Davolio e figlio, 1858, s.p.

[30] Ivi, p. 19.

[31] Si dovrà comunque ricordare che «La Civiltà Cattolica» (quarta serie, vol. I, 1859, p. 474) recensisce positivamente anche La Divina Commedia di Dante Alighieri illustrata dal nobil conte Francesco Trissino, Vicenza, Paroni, 1857-1858: un’edizione che presenta una parafrasi di servizio, senza nessuna velleità narrativa. Più problematica, dal punto di vista qui preso in considerazione, La Divina Commedia sui comenti di Brunone Bianchi illustrata ed esposta e renduta in agile prosa per G. Castrogiovanni, Palermo, Lo Bianco, 1858: un’edizione con doppio apparato (la parafrasi sinotticamente disposta a fianco dei versi e il commento critico a pie’ di pagina), curata da Giovanni Castrogiovanni, sacerdote gesuita (che uscirà dall’Ordine negli anni Sessanta), non insensibile alle idee liberali (come del resto lo era stato Bianchi, a suo tempo vicino ai moderati Raffaello Lambruschini e a Gino Capponi). L’introduzione non lascia margini di dubbio sul lettore di riferimento: «Non iscrivo pe’ dotti, nè per coloro che, in opera di bello scrivere, senton molto avanti. Qual ch’egli è questo mio povero lavoro, è tutto inteso a’ giovani studiosi ed a quella parte del popolo, che non è affatto ignorante» (Al cortese lettore, ivi, p. 5).

[32] Cfr. L. Sebastio, 1865 tra filologia e retorica, in E. Ghidetti e E. Benussi(a cura di), Culto e mito di Dante dal Risorgimento all’Unità, Atti del Convegno di Studi (Firenze, novembre 2011), «La rassegna della letteratura italiana», 116 (2012), serie IX, n. 2 (il saggio in questione alle pp. 421-442).

[33] Davvero ampia la bibliografia sul punto; si segnala in particolare il numero monografico de «La Rassegna della letteratura italiana» citato alla nota precedente; ma cfr., anche, F. Tieri, L’Italia di Dante: il centenario del 1865, «Studi danteschi», 2003, 68, pp. 211-232. Per un’indagine sulla fortuna del Dante ghibellino, ‘antivaticano’ e persino esoterico, in specie in area massonica, si veda G. Cazzaniga, Dante profeta dell’unità d’Italia, in Storia d’Italia. Annali 25. Esoterismo, a cura di G. Cazzaniga, Torino, Einaudi, 2010.

[34] «Questo giornaletto è per il Popolo ed ha per iscopo di prepararlo alla gran festa» (Al popolo, «La festa di Dante. Letture domenicali del popolo italiano pubblicate per cura della direzione del Giornale del Centenario», 1, maggio 1864, p. 1).

[35] Si veda questo Aborrimento dell’adulazione: «Lo incivilimento delle Nazioni dipende in gran parte dalla virtù e dalla istruzione del popolo, ed è per questo che tutti i buoni cittadini si adoperarono e si adoperano a spargere i semi della virtù e della istruzione, affinchè poi fioriscano e fruttifichino il progredimento della sociale civiltà. Però più delle lunghe prediche e delle astratte teorie valgono a ciò li esempi, perchè la natura popolana, tutta imaginosa e tutta cuore prende ad amare negl’individui offertile a tipo le belle virtù che in quelli rifulsero. La Divina Commedia, libro ora quasi esclusivo dei dotti, fu dall'immortale poeta concepito e scritto ad ammaestramento del popolo, che egli voleva col mezzo della virtù e della istruzione sollevare alla dignità di nazione» (Virtù di Dante proposte ad esempio del popolo. Aborrimento dell’adulazione, «La Festa di Dante», n. 26, 23 ottobre 1864).

[36] Catechismo dantesco, «La Festa di Dante», n. 48, 26 marzo 1865, p. 3 (il testo, firmato da Guido Corsini, era già stato edito – con qualche pointe polemica in meno – nelle Letture di famiglia e scritti per fanciulli, tomo II, decade seconda, Firenze, Tipografia Galileiana, 1860, pp. 162-164).

[37] Cfr. L. Saginati, G. Calcagno, La collezione dantesca della Biblioteca Civica Berio di Genova, Firenze, Olschki, 1966, p. 66 (ma l’attribuzione a Brigidi è già largamente attestata anche a ridosso della pubblicazione).

[38] La Divina Commedia portata alla comune intelligenza per un toscano, seconda edizione ad uso delle Scuole Secondarie, Autorizzata dal Consiglio Scolastico, Firenze, Paggi, 1868, p. 69 (la prima edizione, Firenze, Alla Galileiana, 1865, reca l’indicazione «ad uso delle scuole inferiori»).

[39] Le note storiche sono però attribuibili a Bonaventura Bellomo: la citazione a p. 50.

[40] La Divina Commedia portata alla comune intelligenza per un toscano, cit., pp. 69-70.

[41] E.A. Brigidi, Al chiarissimo scrittore dottor Sebastiano Brigidi, in Id., Giacobini e Realisti o Il Viva Maria. Storia del 1799 in Toscana con documenti inediti, Siena, Torrini, 1882, s.n.p. (ma pp. 5-7).

[42] E. Gnudi, Consigli agli operai. I libri per il popolo, «Illustrazione popolare», 6 novembre 1870, p. 15.

[43] La Divina Commedia di Dante Alighieri tradotta in prosa per l’avvocato Giacomo Belli, Roma, Tipografia della Pace, 1875, p. VII.

[44] Ivi, pp. XIV-XV. Su questa linea vedi anche La Commedia di Dante Alighieri traslata in prosa da Domenico Anzelmi, Napoli, Nobile, 1875 (e la recensione molto positiva che ne dà «La Civiltà Cattolica», XXVI [1875], vol. VII, serie IX, p. 586).

[45] Alla fine del secolo l’edizione di maggior diffusione, con molte ristampe, è senz’altro La Divina Commedia di Dante Alighieri voltata in prosa col testo a fronte da Mario Foresi, Firenze, Salani, 1899.

[46] È il caso, tra gli altri, della Divina Commedia presentata senza il sussidio de’ commenti all’intelligenza de’ giovani dal professor Agostino Ferdinando Capovilla, Rocca San Casciano, Cappelli editore, 1894.

[47] F. Ambrosoli, Manuale della letteratura italiana, Milano, Fontana, 1831, vol. I, pp. 115-205.

[48] La Divina Commedia di Dante Alighieri additata ai giovanetti, per cura del prof. Abate Francesco Regonati, Milano, Carlo Barbini Librajo Editore, 1867.

[49] Per la menzione cfr. J. Ferrazzi, Enciclopedia dantesca, Bassano, Tipografia Sante Pozzato, 1871, p. 357.

[50] Sulle modalità della presenza dantesca nei programmi ministeriali postunitari è di riferimento M. Moretti, Dante al Ministero. Note sui programmi scolastici dell’Italia Unita, in N. Tonelli, A. Milani(a cura di), Dante nelle scuole. Atti del Convegno di Siena (8-10 marzo 2007), Firenze, Franco Cesati Editore, 2007, pp. 45-69.

[51] La Divina Commedia di Dante Alighieri esposta in prosa, corredata di testo e di figure e diligentemente interpretata nelle sue allegorie dal prof. Luigi De Biase, Napoli, De Angelis e figlio, 1876, pp. I-III.

[52] Già nella versione del 1812 di Arrivabene si potevano riconoscere queste premesse ideologiche: «eppure la divina Commedia formava un tempo la delizia non dirò solo delle colte signore, ma ben anche de’ più idioti fra il volgo toscano. Franco Sacchetti racconta che Dante, all’udire un fabbro il quale al suono dell'incudine cantava una canzone di lui, smozzicandone i versi il più scioccamente, entrò nella bottega e cominciò a gettar per la via i ferramenti, e domandato del perchè da quel fabbro maravigliato, disse: se tu non vuoi ch’io guasti le cose tue, non guastar tu le mie. Racconta ancora che un asinajo cantava per la via la divina Commedia» (La Divina Commedia di Dante Alighieri illustrata da Ferdinando Arrivabene, cit., pp. XIV-XV). Ma sul punto, in relazione alle celebrazioni del 1865, si veda anche supra,n. 35.

[53] Alcuni riferimenti biografici su Castelli (1846-1915), si leggono in V. Caputo, Italia poetica antica e moderna, 1967, p. 77.

[54] [G. Castelli], La Divina Commedia di Dante Alighieri ampiamente tradotta in prosa per uso del popolo italiano, Milano, Società editoriale milanese, s.d. (ma forse 1903), p. 4; ho rintracciato almeno una ristampa di quest’opera, datata 1910.

[55] Cfr. [G. Castelli], L'Orlando furioso ampiamente tradotto in prosa per uso del popolo italiano, Milano, Società editoriale milanese, 1913; e [G. Castelli], La Gerusalemme liberata ampiamente tradotta in prosa, ad uso del popolo italiano, Milano, Società editoriale milanese, 1912.

[56] E infatti proprio in quegli stessi anni il Regio Decreto del 28 settembre 1913, che determinava i programmi di insegnamento dei Ginnasi e dei Licei, a firma del Ministro Luigi Credaro, prescriveva per la prima classe del Liceo la «Lettura e commento di rime di Dante e del Petrarca (particolarmente di quelle d’argomento civile)», «Gazzetta Ufficiale»,  30 ottobre 1913, n. 253.

[57] [G. Castelli], La Divina Commedia, cit., p. IV.

[58] Nel suo Il Cavalcanti overo la Difesa dell’Anticrusca (1612) Paolo Beni propone alcune ‘traduzioni’ di luoghi boccacciani. Sul punto, molto studiato, basti qui quanto si legge in Tesi, “Da un italiano all’altro”, cit., pp.  43-44.

[59] Su Fabietti, anche per la bibliografia che lo riguarda, si può fare riferimento alla voce di Rossano Pisano sul Dizionario Biografico degli Italiani (ad nomen), a cui si dovrà aggiungere almeno P.M. Galimberti e W. Manfredini(a cura di), Ettore Fabietti e le biblioteche popolari, Atti del Convegno di Studi, Milano, Società Umanitaria, 1994. Il profilo offerto da Pisano, pur accurato, non registra tuttavia l’edizione decameroniana di cui qui si discute, per la quale vedi invece l’attenta analisi di F. Nasi, L’onesto narrare, l’onesto tradurre: il Decameron in italiano, in Id., Specchi comunicanti. Traduzioni, parodie riscritture, Milano, Medusa, 2010, pp. 98 e 115-116.

[60] E. Fabietti, Una iniziativa italiana di coltura popolare, «Nuova Antologia», 1 novembre 1913, p. 114: traggo la citazione dalla voce Fabietti del Dizionario Biografico degli Italiani (per la quale cfr. la nota precedente). Proprio nella sua qualità di promotore della cultura popolare Fabietti sollevò anche l’interesse di Gramsci, che lo cita più volte nei Quaderni: dove invece non si fa parola della sua edizione del Decameron voltata ‘ad uso del popolo’ (come neppure appaiono menzionati i lavori di Castelli): cfr., per questi rimandi, i Quaderni 2 (XXIV), § (88); 7 (VII) § (61); e 10 (XXXIII) § (37). In realtà, nell’ambito di una riflessione molto articolata sulla teoria della traduzione, Gramsci appare meno sistematico e puntuale proprio nell’affrontare l’ambito della trasformazione endolinguistica. È interessante in particolare il caso di Spartaco, romanzo di Raffaello Giovagnoli (1873), che Gramsci consiglia di «tradurre in lingua moderna: purgarlo delle forme retoriche e barocche come lingua narrativa, ripulirlo di qualche idiosincrasia tecnica e stilistica, rendendolo “attuale”». Una disponibilità che «entro certi limiti, potrebbe diventare un metodo», soprattutto «per opere che hanno un valore “culturale-popolare” più che artistico» (dunque per lui da non estendere, è lecito sostenere, ai classici della tradizione italiana). Sul punto sto comunque tornando con un saggio specifico in corso di elaborazione (per la citazione cfr. A. Gramsci, Letteratura e vita nazionale, a cura di E. Sanguineti, Roma, Editori Riuniti, 1987, pp. 164-165).

[61] [E. Fabietti], Il Decamerone di Giovanni Boccaccio tradotto in lingua italiana moderna ad uso del popolo. Edizione integrale illustrata dall’artista A. Bastianini, Firenze, Casa Editrice Nerbini, 1906, pp. 3-4.

[62] Lo ricorda anche G. La Farina, Storia d’Italia dal 1815 al 1850, Torino, Società Editrice Italiana, 1852, vol. IV, pp. 354-355.

[63] Rendiconti del Parlamento italiano. Sessione del 1867 (prima della legislatura X). Discussioni della Camera dei Deputati. Volume V dal 2 marzo al 27 aprile 1868, Firenze, Tipografia Eredi Botta, 1868, Tornata del 18 marzo 1868, p. 5009.


Alma Mater Studiorum
Dipartimento di Filologia Classica E Italianistica Alma Mater Studiorum - Università di Bologna
Via Zamboni 32 - 40126 Bologna - Cod.Fiscale: 80007013376 P.Iva: 01131710376 - © 2012
CREDITS: MEDIAVISION