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Tema n.16:

Il popolo vero e contraffatto: il linguaggio della legittimazione e delegittimazione politica in Cicerone

A metà marzo del 56 a.C., Cicerone difese Publio Sestio, uno dei tribuni della plebe del 57 a.C., accusato di disordini e violenza proprio in relazione al suo rimpatrio dell’esilio.[1] In quella nota sezione del discorso (96-135),[2] che contiene un’autentica ‘lezione’(119) sia di analisi sia di comunicazione politica,[3] si rintracciano, in un gioco al rimbalzo che coinvolge più soggetti, suggestivi richiami al populus verus;[4] questo motivo, frutto di una specifica strategia oratoria pervasa da una sorta di ‘retorica della verità’, trova in seguito una sistemazione filosofico-politica nel trattato De re publica. Si cercherà in queste pagine di riflettere in particolar modo proprio sulla presenza di questa concettualizzazione, completamente trascurata nella storia degli studi, nel De re publica, a partire da analoghi riferimenti, che invece hanno ricevuto una certa attenzione,[5] nella produzione oratoria; si tratterà, più in generale, di tornare a meditare sulla tendenza alla manipolazione e creazione del linguaggio a fini politici,[6] ancor più significativa in questo caso, proprio poiché applicata a populus.[7]
Entreremo in argomento partendo da una singolare e paradossale dichiarazione di Cicerone (Sest. 114):

quod boni viri vellent nisi repulsam tulit. Videtis igitur populum ipsum, ut ita dicam, iam non esse popularem, qui ita vehementer eos qui populares habentur respuat, eos autem qui ei generi adversantur honore dignissimos iudicet.
[il popolo stesso non è più ormai, per così dire, popolare, dal momento che respinge con forza i sedicenti popolari e ritiene degnissimi della magistratura coloro che sono avversi a quella categoria].


È la conclusione di una riflessione sui comizi come luogo istituzionale di manifestazione della volontà e del giudizio del popolo Romano in materia politica insieme alla contio e alle occasioni pubbliche dedicate ai ludi e ai giochi gladiatori:[8] Cicerone sta ricordando gli esiti della carriera magistratuale di cinque personaggi appartenenti al collegio dei tribuni della plebe del 59 a.C.; tre di questi «non erano reputati populares», due sì; tra i primi tre, tuttavia, due ottennero il consenso alle elezioni, Gneo Domizio e Quinto Anchario, e riuscirono eletti pretori; Gaio Fannio si avviava al successo; gli altri due, considerati populares, videro invece finire le loro carriere: Gaio Alfio Flavo a causa di un errore di valutazione politica: non comprese al tempo del suo tribunato ciò che il ‘vero popolo’gradisse e scambiò per populus Romanus quello che frequentava la contio; infine, Publio Vatinio perse le elezioni.
Si coglie immediatamente il piano di argomentazione attorno al quale Cicerone fa strategicamente ruotare la sua costruzione: la realtà e l’apparenza, la verità e la finzione nella costruzione politica.
L’obiettivo dichiarato di un Cicerone precettore politico[9] va oltre la difesa di Sestio (119):

mihi sumpsi hoc loco doctrinam quandam iuventuti, qui essent optumates. In ea explicanda demonstrandum est non esse popularis omnis eos qui putentur. Id facillime conseguar, si universi populi iudicium verum et incorruptum et si intimos sensus civitatis expressero.
[Mi sono assunto il compito di insegnare ai giovani chi siano gli ottimati. A questo fine si deve spiegare che non sono popolari tutti coloro che sono reputati tali. Farò ciò molto facilmente se avrò spiegato il giudizio vero e incorrotto di tutto il popolo, se avrò espresso i sentimenti più profondi della civitas].


Egli sceglie, pertanto, di procedere per smascheramento: screditare coloro ‘che sono considerati’o ‘che vogliono essere considerati’ populares, ma non lo sono (così l’uso frequente, in relazione a questi dell’espressione isti populares, ovvero delle circonlocuzioni haberi populares o volunt haberi populares o ancora qui putentur populares,nelle orazioni ma anche nelle epistole); egli intende delegittimare gli avversari politici tramite un’operazione radicale, demolendo dalle fondamenta il centro della loro identità, nella fattispecie il populus: il populus di cui si fanno paladiniè pertanto declassato a popolo fittizio. In questa chiave si comprende il suo proposito di insegnare a riconoscere il verum iudicium populi e l’intimus sensus civitatis: un piano di realtà autentica al di sotto di quanto appare in superficie.[10]
Sarà utile ricordare, com’è stato ampiamente osservato nella storia degli studi,[11] che il motivo del verus populus è anticipato e poi accompagnato da quello dei vere populares,strategicamente cavalcato da Cicerone sin dai tempi del suo consolato; in tal senso è nota la sua autorappresentazione quale console popolare nel discorso tenuto davanti sia al Senato (I) sia alla contio (II) nel 63 a.C., intervenendo sulla proposta di legge agraria di Rullo (leg. agr. 1,23):[12]

Errastis, Rulle, vehementer et tu et non nulli conlegae tui qui sperastis vos contra consulem veritate, non ostentatione popularem posse in evertenda re publica populares existimari. Lacesso vos, in contionem voco, populo Romano.
[Sbagliaste pesantemente tu, Rullo, e alcuni tuoi colleghi che speraste, a fronte di un console popularis sul serio e non in apparenza, di poter essere considerati populares, mentre distruggevate la res publica].[13]


Parimenti, lo stesso anno, parlando in difesa di Rabirioaccusato di perduellio (11-12), Cicerone, con il medesimo spirito, di nuovo attribuiva a sé la qualifica di popularis,rinfacciando alla parte avversaria di calpestare i diritti fondamentali dei cives, la cui tutela dovrebbe invece essere il compito fondamentale di un popularis.[14]La strategia di autodefinirsi popularis nei discorsi o nelle orazioni giudiziarie, in contesti che lo rendessero necessario, considerata sia la controparte sia i destinatari sia la finalità dell’intervento, compare sino alla fine della sua vita; nella settima Philippica (7.4)[15] Cicerone recupera il motivo del vere popularis contro Antonio: proprio lui, Cicerone,l’adversarius multitudini temeritat,in nome della salus rei publicae, si fa popularis, in contrasto con coloro che furono populares ‘non voluntate’. Vent’anni avanti egli aveva adoperato popularis in questa stessa accezione in relazione a Cesare e alla sua proposta di pena da infliggere ai catilinari (Catil. 4.9): in quell’occasione egli aveva segnato un distacco tra l’animus vere popularis di Cesare e la levitas degli arruffapopolo (contionatores) (4.9).[16]
In tutti questi contesti, in sintesi, Cicerone interviene sul significato del termine, lo sfuma, lo adatta alle sue necessità; giunge a legarlo a valori di base della civitas (persino alla sua stessa sopravvivenza) e nella orazione De domo sua lo proietta all’indietro fino a trovarne la più autentica interpretazione nei maiores; in relazione a civitas e libertas,egli precisa infatti che i maiores furono populares vere et sapienter, non ficte et fallaciter (dom. 77).[17]
Popularis, com’è stato convincentemente dimostrato, è aggettivo/sostantivo plurivoco, sfaccettato, e proprio per questo adattabile a contesti e situazioni d’uso diversificate;[18] Cicerone applica ad esso la sua ‘creative eloquence’,[19] e interviene sull’accezione politica del termine modellandola a seconda delle occasioni.
Nella Pro Sestio, com’è noto,concentrata a sostenere, per ragioni di opportunità politica, la tesi di un ceto ottimate allargato[20] al quale si riporta ogni caratterizzazione positiva,[21] populares assume un’accezione negativa che potrebbe avvicinarsi a quella dell’odierno ‘populisti’:[22]coloro che si millantano populares il più delle volte non sono che i tutores e i duces di una multitudo pericolosa che agisce in preda alla paura e al senso di colpa o alla follia o alla disperazione (Sest. 99): una follairrazionale e scomposta. In questo discorso, però, egli inserisce un elemento nuovo, sostanziale e definitivo rispetto alla individuazione dei populares: gli autoproclamatisi populares non possono essere considerati tali poiché non agiscono a vantaggio del verus populus.
Questo sintagma ricorre in due circostanze nella Pro Sestio: nella prima è evocato in relazione al già menzionato Gaio Alfio Flavo (114) e indica il populus raccolto nei comizi, diverso da quello della contio;[23] esso non è che un populus peculiaris improbis civibus (125), una sorta di antipopolo tagliato su misura dei disonesti, e del popolo Romano non esprime né la voluntas né il iudicium. Nella seconda situazione d’uso il populus verus è il populus della contio, il quale, radunato al campo Marzio (108), non seguì Clodio che lo aizzava contro Cicerone (108). Per superare quest’apparente contraddizione d’uso (populus verus diverso da quello della contio nel primo caso e populus verus coincidente con quello della contio nel secondo), andrà ricordato che Cicerone nell’elenco dei luoghi in cui si esprimono verum iudicium populi e intimos sensus civitatis ha inserito anche le contiones, certo quelle verae,[24] ossia quelle costituite dal populus Romanus che si esprime consensualmente (106, Quae contio fuit per annos, quae quidem esset non conducta, sed vera, in qua populi Romani consensus non perspici posset?); egli le riconoscerà poi, non a caso, in quelle che hanno espresso una posizione a suo favore: si pensi a quella tenuta da Lentulo in ordine al suo richiamo a Roma dall’esilio (Sest. 107), un argomento al quale Cicerone attribuisce una connotazione fortemente popularis: nihil ut umquam videretur tam populare ad populi Romani auris accidisse.[25] La differenza non è pertanto collocata da Cicerone nella natura dell’assemblea, i comizi o le contiones, ma in quella dei partecipanti; anche la contio può essere genuina, ma deve essere frequentata dal populus verus, ossia il populus Romanus che si riunisce per agire in nome dell’interesse collettivo e di comune accordo, non al soldo di alcuni personaggi e dei loro obiettivi (127):

Videtisne igitur quantum [intersit] inter populum Romanum et contionem? dominos contionum omni odio populi notari, quibus autem consistere in operarum contionibus non liceat, eos omni populi Romani significatione decorari?
[Allora vedete quanta differenza intercorre tra il populus Romanus e la contio? Che i padroni delle concioni sono fatti segno dell’odio popolare; e che coloro ai quali invece non è consentito di partecipare a queste riunioni di mercenari sono invece insigniti del plauso del popolo Romano?].


La distanza tra il populus verus e i populares, così come quella tra la contio e il populus Romanus[26] è per Cicerone recente, legata all’azione dei nuovi populares:[27] se lo studium multitudinis e il commodum populi a metà del II secolo a.C. divergevano dall’utilitas della res publica (fu così ai tempi di Cassio Longino con le leggi tabellarie, temute dagli ottimati per la temeritas populi e la licentia, e di Tiberio e Gaio Gracco), e il populus, mosso da condizioni di necessità, seguiva i populares che, però, non corrompevano le masse o prezzolavano i partecipanti alle assemblee, ‘ora, sottolinea Cicerone, il populus non dissente dai principes e non è desiderosodi novità, anzi si compiace del suo otium, della dignitas degli ottimati e della gloria della res publica; è per questo che i ‘sediziosi’ non riescono più ad avere un ascendente sul populus, pertanto non resta loro che trascinare nelle contiones folle a pagamento che nulla hanno a che fare con il populus verus chesta, invece, dalla parte degli optimates (103-104).
È proprio questa forma di contio ad essere posta sotto accusa da parte di Cicerone.[28]
La moltitudine che frequenta la contio, soltanto qualche volta definita populus e di rado populus Romanus (come nel caso appena citato di Lentulo), è infatti destinataria di pesanti attacchi ciceroniani; sarà efficace in merito un solo riferimento: il 7 febbraio del 56 a.C. (la notizia è nella lettera a Lentulo scritta dopo il 9 febbraio del 56, fam. 1.5b) il populus convocato nella contio accolse il discorso di Pompeo a sostegno di Milone tra schiamazzi e insulti (postea quam Pompeius et apud populum a. d. VII Id. Febr., cum pro Milone diceret, clamore convicioque); l’episodio riferito da Cicerone al fratello Quinto, in una lettera della fine di marzo del 56 a.C. (2.5), dunque in un clima di più rilassata schiettezza che si presume esprima la sua reale attitudine, contiene un infamante giudizio su questo populus definito infima faex:[29]

et Pompeius noster in amicitia P. Lentuli vituperatur. et hercule non est idem; nam apud perditissimam illam atque infimam faecem populi propter Milonem suboffendit (…).[30]
[E il nostro Pompeo è biasimato in merito all’amicizia con Lentulo; e per Ercole non è più lo stesso; infatti a causa di Milone irrita quella sordida e infima feccia del popolo].


Il conflitto tra Cicerone e Clodio e le note vicende che ne segnarono lo sviluppo sostanziano l’atteggiamento ciceroniano: la contio fu, è noto, il luogo di azione di Clodio, la sua fonte di legittimazione politica; un passaggio tratto da una lettera di Cicerone al fratello Quinto, dell’agosto del 58 a.C. (cfr. ad Q. fr. I.4.3), conferma questa percezione; scrivendo infatti del posizionamento politico dei tribuni della plebedel 57 Cicerone commenta a Quinto che: Sestius et (spero) Curtius, Milo, Fadius, Atilius, sed valde adversante Clodio, qui etiam privatus eadem manu poterit contiones concitare. deinde etiam intercessor parabitur. Tra i nuovi tribuni, dunque, Sestio, Curzio, Milone e Fadio sono schierati con Cicerone, ma dovranno fare i conti con Clodio che anche da privato potrà aizzare le contiones con la sua banda.[31]
Il richiamo dall’esilio attraverso la lex Cornelia Lentula vede Cicerone grato al populus Romanus di Roma e dell’Italia romana, ma in aperto contrasto con Clodio e i consoli del 58 a.C. Egli mira, dunque, nei discorsi pubblici a delegittimare Clodio, il quale, a sua volta, riteneva di aver agito contro Cicerone e nell’interesse del popolo, e a legittimare se stesso.
L’attacco di Cicerone a Clodio, autoproclamatosi vendicatore della libertas del populus Romanus calpestata nel 63 a.C., quindi simbolicamente da lui ristabilita con la costruzione del tempio alla Libertas proprio nel luogo, sul Palatino, dove sorgeva la casa di Cicerone,[32] doveva passare proprio attraverso lo svuotamento di valore del suo centrale motivo politico, il populus. Ecco quindi che di ritorno dall’esilio, nel 57 a.C., menzionando l’attacco ai suoi beni, Cicerone dichiara nell’orazione De domo sua del 29 settembre (108) che Civis est nemo tanto in populo, extra contaminatam illam et cruentam P. Clodi manu,«nessun cittadino in un così grande popolo, a parte quella banda sanguinaria e marcia di Clodio»,toccò i suoi beni o non scese in sua difesa: il popolo Romano, dunque, quello dei cives schieratisi per il suo richiamo, contro il popolo di Clodio, una necrosi del corpo del popolo Romano. Il seguito di Clodio ha le fattezze, nella resa di Cicerone, di una frangia d’uomini miserabili, rozzi e manipolabili (homines appunto senza alcuna definizione socio-istituzionale) che agisce sotto suo impulsus: cosìnella lettera scritta pressappoco il 10 settembre del 57 a.C. ad Attico, in cui racconta le pressioni popolari che si espressero al suo arrivo, in relazione alla carestia (Att. 4.73=4.1).[33]
Non c’è che un solo passo, mi pare, nel quale Cicerone ponga in stretta relazione Clodio e il popolo, certamente anche qui in una maniera bizzarra e provocatoria: è nella lettera ad Attico del 26 giugno del 55 a.C. (4.11=4.86) nella quale Clodio è allusivamente definito quid illa populi Appuleia, un richiamo insieme alla sua attitudine rivoluzionaria, con il rinvio a Saturnino, simbolo della demagogia violenta e sediziosa, e alle preferenze sessuali del tribuno. Negli anni che corrono fino all’assassinio di Clodio e oltre, Cicerone non pone, si dovrà supporre intenzionalmente, il sostantivo populus in relazione al tribuno del 58: anzi, come si è visto, la banda di Clodio è tenuta distinta dal populus Romanus e Clodio (come il Labieno della pro Rabirio perduellionis) è descritto come nemico del populus Romanus.[34]
Ebbene, i riferimenti al populus verus, fondamentali nell’argomentazione della Pro Sestio, ma certo piegati, sebbene all’interno di una riflessione politica ampia e argomentata, alle finalità di una orazione giudiziaria e all’intento dichiarato di formare i più giovani, ritornano liberati dall’occasione politica contingente, nel De re publica, trattato certamente di ispirazione filosofica, ma che si sostanzia dell’esperienza politico-istituzionale del suo autore: Cicerone, in questo scritto di filosofia politica riflette su una civitas autentica,[35] come egli stesso dichiara, distanziandosi da Socrate in Platone che finse uno stato (rep. 2.3; 22).[36] L’affiorare di questa concettualizzazione nel De re publica, come dicevamo ingiustamente trascurata negli studi, merita senz’altro attenzione per le implicazioni che porta con sé.
Nel capitolo trentanovesimo del primo libro del De re publica è contenuta la notissima definizione di res publica e, subito appresso, quella di populus:

(1.39) Est igitur, inquit Africanus, res publica res populi, populus autem non omnis hominum coetus quoquo modo congregatus, sed coetus multitudinis iuris consensu et utilitatis communione sociatus (…). (1.41) Omnis ergo populus, qui est talis coetus multitudinis, qualem exposui, omnis civitas, quae est constitutio populi, omnis res publica, quae, ut dixi, populi res est (…).
(1.39) Disse dunque l’Africano: “la res publica è cosapropria del populus (…)[37]; populus però non inteso come un qualsiasi gregge di uomini, ma come la riunione di una moltitudine associata da un diritto sul quale ha convenuto consensualmente e per difendere l’utilità comune (…). (1.41) Dunque ogni popolo che è l’unione della moltitudine così come l’ho esposta, ogni civitas che è l’organizzazione del popolo, ogni res publica che, come ho detto, è la cosa del popolo (…)”].[38]


Attribuita teoricamente e preliminarmente la titolarità della res al populus, l’esistenza della res publica che ne discende è vincolata al permanere dell’una e dell’altro (cfr. anche rep. 3.45); in relazione al populus è sottolineato nel testo che il populus da considerarsi debba essere quello definito da Scipione (1.39), di conseguenza nessun’altra nozione è ammissibile (1.41; 3.45).[39]
Qualunque sia la forma rei publicae che si realizzi, il regnum o la civitas optimatium o la civitas popularis, andrà pertanto salvaguardato il populus la cui esistenza è garantita dall’illud vinclum quod primum homines inter se rei publicae societate devinxit (1.42).[40]
Certo è che ognuna di queste formae ha in sé vitia che in qualche modo mettono a repentaglio populus e res publica; Cicerone ne distingue due tipologie, delle quali la seconda è più funesta della prima per la res publica. Il primo tipo di vitia comporta che nel caso del regnum i cittadini sono esclusi dal ius commune e dal consilium;in quello del dominatus optimatium la multitudo con fatica partecipa della libertas, in quanto manca di potestas ed è estromessa dal commune consilium; infine in quello della civitas popularis ogni differenza di merito è cancellata. Sono, tuttavia, come si anticipava, gli altri i vitia perniciosa: essi consistono nella corruzione di queste formae rispettivamente in tirannide, oligarchia e anarchia sfrenata delle masse. In tutti e tre i casila res publica è annientata: nel primo poiché nihil enim populi et unius erat populus ipse (3.43), nel secondo poiché populi nulla res erat (3.44); nel terzo perché populus non est (3.45). In quest’ultima circostanza a venire meno è appunto il popolo nella definizione fornita da Scipione nel libro primo, eda Lelio nel terzo (3.45, non video qui magis in multitudinis dominatu rei publicae nomen appareat, quia primum mihi populus non est, ut tu optime definisti…). Abbiamo dinanzi un populus avido di libertas,in predaall’insania, al furor e alla temeritas, che calpesta il ius e perde di vista l’utilitas communis: una belua immanis quae populi speciem et nomen imitatur,[41] un populus contraffatto dunque, che nella radicalizzazione di Memmio nel libro terzo è peggiore della tirannide.
L’idea di un falso popolo affidata a poche battute nella Pro Sestio trova pertanto nel De re publica una sistemazione teorica nella riflessione sui generi di governo e sulla loro degenerazione; esso è espressione del deterioramento della forma della civitas popularis e la sua natura è incompatibile con la sopravvivenza della res publica. Il campo semantico che caratterizza questa imitazione di popolo è nel de re publica come nella Pro Sestio (ma anche nelle altre orazioni che propongono situazioni assimilabili)[42] quello delle passioni smodate, cieche, bestiali: temeritas, insania, furor, licentia; il populus, ormai privo del ius commune e dell’idea di utilitas communis, ritorna ad essere gregge[43] di uomini; anzi, ormai belua immanis,esso sprofonda nella dimensione precivica della ferinità che precede la vita associata, dunque la societas stessa ancor prima che la civitas è annullata.[44]
La necessità dichiarata nel libro primo (38) di definire l’oggetto della discettazione (explicetur quid declaretur eo nomine), la res publica, nello stabilire una corrispondenza stretta tra il termine populus e il suo significato, da presupposto metodologico (ea lex) diventa strumentoutile a rigettare come falso quello che non risponde a quanto stabilito dall’enunciatore dell’argomentazione.[45]
Il populus verus, dunque, evidentemente generato nell’ambito di una strategia oratoria, è poi inequivocabilmente individuato etrova spazio nel progetto politico-filosofico del de re publica, quindi nella soluzione politica che esso propone.
La sistemazione teorica ciceroniana della fine degli anni cinquanta raccoglie elementi già presenti (alcuni casi sono stati velocemente passati in rassegna) nell’oratoria e ne mantiene, sebbene attraverso una differente elaborazione di genere, la funzione: inibire la propaganda ideologica nel nome del populus dei ‘sedicenti’ populares (s’intende nella percezione ciceroniana); si tratta evidentemente da parte di Cicerone di manipolare il linguaggio politico per costruire categorie coerenti con i propri obiettivi: un’operazione ancor più importante in quanto compiuta su un concetto centrale non solo nella vita politico-istituzionale, ma anche nel sistema dei valori a Roma.
Sulle ragioni sottese alla elaborazione politica di Cicerone nella Pro Sestio si è detto;alla fine degli anni cinquanta, proprio mentre attendeva al De re publica nel rifugio intellettuale che si era creato per occuparsi di politica a livello teorico, una volta allontanato dalla politica attiva, accaddero fatti imponenti che segnarono la storia e furono senz’altro recepiti dalla sua sensibilità. Gli anni 54-51 conobbero la progressiva conquista da parte di Pompeo del primato politico: il processo fu accelerato dalla morte di Crasso a Carre e soprattutto dal clima di instabilità e tensione che seguì alla morte di Clodio, simbolicamente espressa dalla celebrazione del suo funerale. In quest’atmosfera il Senato guardò a Pompeo come figura di garanzia, una terapia per la res publica in crisi (parafrasando Appiano 2.23.84-85);[46] anche Cicerone, in questa linea, pensa verosimilmente a Pompeo, quando elabora l’invito, destinato a Scipione nel Somnium (rep. 6.12) a constituere la res publica.[47]
Nella parte iniziale dell’orazione in difesa di Milone tenuta il 7 o 8 aprile del 52 a.C. Cicerone richiama, strategicamente e allusivamente, la sapientia di Pompeo contrapponendola alla temeritas concitata della multitudo (2);[48] la stessa immagine ritorna in riferimento al criterio con il quale ha scelto il presidente della corte giudicante (22): Tulit ut consularem necesse esset: credo, quod principum munus esse ducebat resistere et levitati multitudinis et perditorum temeritati,«credo che ritenne necessario un ex console, poiché riteneva che è dovere dei cittadini autorevoli contrapporsi sia alla volubilità inconsistente della moltitudinesia alla avventatezza sconsiderata di gente dissoluta».
Pompeo è ritratto in contrapposizione a quella che è, lo abbiamo visto, la degenerazione del populus: la moltitudine temeraria; di conseguenza egli assume il profilo del popularis ‘vere et sapienter’, per richiamare la definizione adoperata per i maiores (dom. 77).Si può forse leggere in questo passaggio un richiamo all’intenzione politica di Cicerone, già espressa nel giugno del 60 a.C. ad Attico in un’epistola (2.1=2.21): (…) sed ut ille esset melior et aliquid de populari levitate deponeret, «renderlo [sc. Pompeo] migliore, e fargli attenuare un poco la sua volubilità popularis». Un auspicio che pareva realizzarsi, data la prossimità politica di Pompeo al Senato, proprio nella seconda metà degli anni Cinquanta.
Peraltro, dall’inizio dell’anno 52 a.C. un’altra preoccupante complicazione politica si stava manifestando: la lotta, a suon di leggi, tra Cesare e Pompeo per le magistrature.[49]
Se per Cicerone, nelle fasi finali della redazione del de re publica nel 51, subito prima di partire per la Cilicia, Clodio e il suo seguito popolare erano ormai alle sue spalle, Cesare,che si proponeva con una forte connotazione popolare e contro il quale Pompeo muoveva i suoi passi a Roma, gli era davanti. Non è escluso che la concettualizzazione delineata nel de re publica potesse rispondere non solo alla necessità di delegittimare esperienze politiche passate, ma soprattutto atteggiamenti politici presenti o futuri, che andassero nella stessa direzione.
Possiamo forse cogliere la concretezza di questa supposta preoccupazione in una lettera scritta nel febbraio del 50 a.C. da Celio a Cicerone (fam. 8.6.5):

Quod tibi supra scripsi Curionem valde frigere, iam calet; nam ferventissime concerpitur. levissime enim, quia de intercalando non obtinuerat, transfugit ad populum et pro Caesare loqui coepit (…).
[Riguardo a quanto ti ho scritto sopra che Curione ha molto freddo; ora si è riscaldato, tanto caldamente è criticato; poiché non aveva ottenuto l’inserimento del mese intercalare, con grande leggerezza è passato al popolo e ha cominciato a parlare a sostegno di Cesare].


Pubblicato il 19/06/2017
Note:


[1] Cfr. tra gli altri, C. Renda, La pro Sestio tra oratoria e politica, Rubettino, Catanzaro 2007; E. Narducci, Cicerone. La parola e la politica, Roma-Bari, Laterza, 2009, pp. 244-256, con bibliografia precedente a p. 256.

[2] Per l’analisi di questa parte dell’orazione, seguendo il valore che Cicerone attribuisce a popularis,M.A. Robb, Beyond Populares and Optimates. Political Language in the Late Republic, Historia Einzelschriften 213, Stuttgart, Steiner Verlag, 2010, pp. 55-64.

[3] Risulta discussa la natura della Pro Sestio, tra chi ritiene che si tratti di un manifesto politico (tra gli altri E. Narducci, Cicerone. La parola…,cit., pp. 243-256) e chi si tratti di una risposta politica contingente (M.A. Robb, Beyond Populares...,cit., pp. 11-12, con bibliografia; ma il concetto è asse del volume).

[4] La sottolineatura dell’autenticità di ciò di cui si parla si estende nell’orazione anche ad altri soggetti: e.g. contio, iudicium populi.

[5] R. Morstein-Marx, Mass Oratory and Political Power in the Late Roman Republic, Cambridge, Cambridge University Press, 2004, p. 148. La riflessione sul verus populus nella Pro Sestio trova spazio nella storia degli studi, ma di striscio e in maniera subordinata alle concettualizzazioni politiche di populares e optimates. Diversamente, come vedremo, i vere populares sono oggetto di un’accurata riflessione.

[6] Cfr. ancora e utilmente su oratoria e politica il volume citato alla nota immediatamente precedente.

[7] Il ruolo del populus nella vita politica a Roma è ampiamente discusso, soprattutto a partire da F. Millar, The Crowd in Rome in the Late Republic, Ann Arbor, The University of Michigan Press, 1998. Per una sintesi dell’ampio dibattito a riguardo e la ricca e vivace bibliografia relativa, oltre che per le suggestive considerazioni rinvio a M. Pani, La repubblica romana, Bologna, Il Mulino, 2010, pp. 67-76.

[8] Cfr. Cic. Sest. 106: etenim tribus locis significari maxime de re publica populi Romani iudicium ac voluntate potest, contione, comitiis, ludorum gladiatorumque consessu.

[9] J.-L. Ferrary, Le idee politiche a Roma nell’epoca repubblicana, in Storia delle idee politiche, economiche e sociali, vol. I, a cura di L. Firpo,Torino, Utet, pp. 1982, p. 771.

[10] I. Gildenhard, Creative Eloquence. The Construction of Reality in Cicero’s Speeches, Oxford, Oxford University Press, 2011, pp. 141-167.

[11] R. Morstein-Marx, Mass Oratory…,cit., pp. 211-212; M.A. Robb, Beyond Populares…,cit.

[12] Nel rivendicare la propria qualifica di popularis il Cicerone del 63 a.C. richiama il panorama dei valori di riferimento tradizionali della civitas: pax, concordia, otium, libertas, oltre alla consapevolezza di essere stato eletto col voto di tutto il populus Romanus. A ribadire l’autenticità della sua identità popolare interviene il discrimine che egli pone tra sé, ‘popolare per davvero’ e coloro che sono popolari soltanto a parole e imbastiscono un’azione politica ipocrita , fingendo di fare gli interessi del populus (II.7). Cfr., tra gli altri, M.A. Robb, Beyond Populares…,cit., pp. 72-75.

[13] Il motivo ritorna anche nel discorso dinanzi alla contio.

[14] Questa volta legando l’identità popularis all’atteggiamento di chi si pone a tutela dei iura dei cives Romanus. Cfr. M.A. Robb, Beyond Populares…,cit., pp. 45-46.

[15] In Phil. 7.4, in Senato, ancora rivendicando per sé la qualifica di popularis: Atque haec ei loquuntur qui quondam propter levitatem populares habebantur. Ex quo intellegi potest animo illos abhorruisse semper ab optimo civitatis statu, non voluntate fuisse popularis. Qui enim evenit ut, qui in rebus improbis populares fuerint, idem in re una maxime populari, quod eadem salutaris rei publicae sit, improbos se quam popularis esse malint? Me quidem semper, uti scitis, adversarium multitudinis temeritati haec fecit praeclarissima causa popularem.

[16] Intellectum est quid interesset inter levitatem contionatorum et animum vere popularem saluti populi consulentem.

[17] Il contesto di riferimento è il diritto assoluto del civis in materia di libertas e civitas, a questo riguardo cfr. E. Todisco, Non solum in legibus publicis sed etiam in privatorum libertate. Cittadinanza romana e voluntas nella pro Balbo di Cicerone, in S. Cagnazzi et al. (a cura di), Scritti di storia per Mario Pani, Bari, Edipuglia, 2011, pp. 479. Il motivo dei maiores quali populares è già in De lege agraria 2.18.3. In De re publica 2.54, affiora l’idea del popularis sapienter.

[18] M.A. Robb, Beyond Populares…,cit.

[19] Ancora I. Gildenhard, Creative Eloquence…,cit.

[20] Cfr., tra gli altri, E. Narducci, Cicerone. La parola…,cit., p. 244.

[21] Narducci, ivi osserva che i valori caratterizzanti i populares nelle orazioni in cui Cicerone rivendica a se stesso questa qualifica sono poi adoperati nella Pro Sestio per caratterizzare gli optimates.

[22] Cfr. supra M.A. Robb, Beyond Populares…,cit., pp. 59-61, dove è sottolineato che la vera popolarità è poi legata al mandato popolare.Si veda per un’idea di populismo a Roma, J.-M. Roddaz, Popularis, populisme, popularité, in G.P. Urso (a cura di), Popolo e potere nel mondo antico,Atti del Convegno internazionale (Cividale del Friuli, 23-25 settembre 2004), Pisa, Ets, 2005, pp. 109-113.

[23] Cic. Sest. 114: et quod illum esse populum Romanum qui in contione erat arbitrabatur. Cfr. F. Pina Polo, Contra arma verbis. Der Redner vor dem Volk in der späten römischen Republik, Stuttgart, Steiner Verlag, 1996, pp. 110 e 120; H. Mouritsen, Plebs and Politics in the Late Roman Republic, Cambridge, Cambridge University Press, 2001, pp. 63-82.

[24] Si ricordi anche il giudizio nel trattato De amicitia (96) del 44 a.C.: qui la contio è dotata di capacità di distinguere, pur essendo costituita da ‘imperitissimi’, inter popularem, id est adsentatorem et levem civem, et inter constantem, severum et gravem». Su questo R. Morstein-Marx, Mass Oratory…,cit., pp. 244-246.

[25] Così nel gennaio del 62, quando, avendo il console Metello (già in Siria con Pompeo) proibito a Cicerone di tenere il suo discorso di fine consolato dinanzi al popolo e avendogli concesso solo il giuramento, Cicerone lo proclamò, variato nella formula, sostenuto dal popolo consenziente (e.g. fam. 5.2, circa 12 gennaio 62, a Quinto Metello: nam cum ille mihi nihil nisi ut iurarem permitteret, magna voce iuravi verissimum pulcherrimumque ius iurandum, quod populus idem magna voce me vere iurasse iuravit).

[26] F. Pina Polo, Contra arma…,cit., pp. 110-111.

[27] Il dibattito sulla contio, i suoi caratteri e il suo ruolo,è ricco, vivace e articolato; rinvio per una bibliografia essenziale e per una sintesi partecipata della discussione a M. Pani, La percezione della contio nella Roma tardo repubblicana, in Id. (a cura di), Epigrafia e territorio. Politica e società. Temi di antichità romane, IX, Bari, Edipuglia, 2013, pp. 245-254. Si vedano inoltre i contributi, che esprimono divergenti opinioni in relazione alla funzione e allo spazio politico della contio e conseguentemente ai caratteri della politica a Roma, raccolti in Community and Communication: Oratory and Politics in Republican Rome, C. Steel-H. van der Blom (ed. by), Oxford University Press, Oxford, 2013, soprattutto a riguardo pp. 1-225.

[28] E.g. Sest. 107-108. Cfr., tra gli altri, F. Pina Polo, Contra arma…, cit., pp. 119-126; H. Mouritsen, Plebs…,cit., pp. 56-57; Id. 2013, pp. 69-70.

[29] T. P. Wiseman, Remembering the Roman People. Essays on Late-Republican Politics and Literature, Oxford, Oxford University Press, 2009, p. 117, utile anche per il confronto tra il valore del populus in Cicerone e in Varrone.

[30] In riferimento alla popolazione di Roma Cicerone adopera faex anche nella epistola a Volumnio di febbraio o marzo del 50 a.C. (fam. 7. 32) e nella lettera ad Attico da Anzio intorno al 3 giugno del 60 (2.1=2.21). Per i criteri delle citazioni delle lettere di Cicerone ad Attico, cfr. infra nt. 23.

[31] F. Pina Polo, Contra arma…, cit., p. 41 e nt. 28.

[32] V. Arena, Libertas and the Practice of Politics in the late Roman Republic, Cambridge, Cambridge University Press, 2012, pp. 212-214, con richiamo poi alla ricostruzione della casa e della porticus di Catulo da parte di Cicerone al suo ritorno.

[33] Per la citazione delle Epistole ad Attico, D.R. Shackleton-Bailey, Cicero’s Letters to Atticus, voll. I-VII, Cambridge, Cambridge University Press, 1965-1970; e Cicerone, Epistole ad Attico, a cura di C. Di Spigno, Torino, Einaudi, 1998.

[34] L’esistenza di un populus di Clodio, attraverso un crescendo, è presente invece nel commento di Asconio Al discorso in difesa di Milone di Cicerone, proprio nella descrizione delle fasi del suo funerale (32-33): una infirma plebs e una servorum maxima multitudo circondano il corpo del tribuno ucciso nell’atrio della sua domus; un vulgus imperitum lo trasporta nel foro e lo pone sui rostra per renderne visibili le sue ferite; infine il populus inferocitoe aizzato ne accompagna la salma nella curia per bruciarla. Questi richiami sono interessanti anche a fronte di quanto concluso dalla M.A. Robb, Beyond Populares…,cit., pp. 122-127 sull’uso di optimates e populares da parte di Asconio.

[35] Per il populus in Cicerone, A. Grilli, Populus in Cicerone, in G.P. Urso (a cura di), Popolo e potere nel mondo antico, cit., pp. 123-139.

[36] S. Gastaldi, Vita politica e vita filosofica nei proemi del De republica di Cicerone, «Etica & Politica / Ethics & Politics», XVI, 2014, 2, p. 380. Lo stesso spirito percorre il de legibus; cfr. L. Paulson, A Painted Republic: the Constitutional Innovations of Cicero’s De legibus, ivi, p. 317, il quale sottolinea anche le differenze e le affinità con la prospettiva di Platone esposta nella Repubblica e nelle Leggi.

[37] Per res populi, F. De Martino, Storia della Costituzione romana, vol. I, Napoli, Jovene, 19722, pp. 494-498 (con riferimenti ricchi alla bibliografia precedente); cfr. M. Schofield, Cicero’s definition of res publica, in Cicero the Philosopher, ed. by J. G.F. Powell, Oxford, Oxford Clarendon Press, 1995, pp. 69-77; M. Pani, La politica in Roma antica, Roma, La Nuova Italia, 1997, pp. 15-23.

[38] A. Grilli, L’idea di stato dal de re publica al de legibus, «Ciceroniana», n.s., VII, 1990, pp. 249-257.

[39] Sebbene in altro contesto, il rapporto è sottolineato anche nel Brutus (157): itaque doleo et illius consilio et tua voce populum Romanum carere tam diu; Atticus: dixeram, inquit, a principio, de re publica ut sileremus. Si veda anche M. Schofield, Cicero’s definition…,cit., pp. 67, 74; cfr. anche O. Kharkhordin, Res Publica and Res Publicae: History and Politics of the Terms, in The Materiality of Res Publica: How to Do Things with Publics, ed. by D. Colas and O. Kharkhordin, Cambridge, Cambridge Scholars Publishing, 2009, pp. 217-269.

[40] J. Harries, The Law in Cicero’s writing, in The Cambridge Companion to Cicero, ed. by C. Steel, Cambridge, Cambridge University Press 2013, p. 120; J.E. G. Zetzel, Political Philosophy, in The Cambridge Companion to Cicero, ed. by C. Steel, Cambridge, Cambridge University Press 2013, pp. 187-188.

[41] In De re publica 5.1.2, Cicerone applica questa constatazione anche alla res publica: nostris enim vitiis, non casu aliquo, rem publicam verbo retinemus, re ipsa vero iam pridem amisimus. Cfr. A. Grilli, Populus…, cit., pp. 130-131.

[42] Cfr. anche Cic. leg. 3.23.

[43] A. Grilli, Populus…,cit., p. 124.

[44] Si confrontino a riguardo, e.g. Cic., inv. 1.2-2; Sest. 41 ; cfr. A. Grilli, Populus…,cit., pp. 127-130.

[45] I. Gildenhard, Creative Eloquence…,cit., pp. 141-146.

[46] E. Todisco, Cicerone politico e la scientia civilium commutationum, «Politica antica», III, 2013, pp. 132-133.

[47] Ibid. p. 134.



[48] L. Traversa, Prudentia e providentia in Cicerone. Il “ritorno al futuro” dal de inventione al de officiis, «Historia», LXVIV, 2015, pp. 306-335, per il valore di sapientia legato a providentia come qualità dell’uomo politico, appunto contrapposto a temeritas. Per il commento a questo passo con il valore da attribuirsi al riferimento a Pompeo, vedi L.S. Fotheringham, Persuasive Language in Cicero’s ‘Pro Milone’: A Close Reading and Commentary,BICS Supplement 121, London, 2013. pp. 120-121.

[49] Per la questione e la bibliografia in merito, L. Gagliardi, Cesare, Pompeo e la lotta per le magistrature: anni 52-50 a. C., Milano, Giuffrè, 2011, pp. 9-149.
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