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Tema n.16:

Marx, Gramsci, i populismi e un’idea nuova di popolo tra letteratura e società civile

È noto a tutti che il concetto di "popolo" con l'aggettivo derivato "popolare" destò sempre molti sospetti nella tradizione marxista e socialista: da un lato se ne riconosceva la valenza positiva, derivata dall'Illuminismo e dalla Rivoluzione francese, ovvero quella pertinente alla costruzione di regimi democratici fondati sulla volontà e sul voto del popolo in contrapposizione alle élites aristocratiche e poi capitalistiche dominanti e retrive che sempre il popolo avevano sfruttato e conculcato. Dall'altro però non sfuggiva a Marx l'ambiguità della categoria "popolo": essa poteva facilmente sconfinare in una sorta di retorica interclassista e nazionalista (tutti erano "popolo") che finiva col mascherare le tragiche contraddizioni dello sfruttamento capitalistico. Ben altre e più puntuali categorie Marx ed Engels avevano messo in campo: proletariato, borghesia, capitalisti, categorie molto precise nel cogliere le profonde differenze di classe derivate dall'organizzazione del lavoro e dalla distribuzione delle ricchezze. Queste puntuali distinzioni non potevano trovare fisionomia nella generica idea di "popolo" mentre era sulla condizione del "proletariato" e della sua redenzione che il pensiero marxista intendeva soprattutto imperniare le sue riflessioni. Oggi, benché ben poco si possa mettere in discussione delle corrette distinzioni di base elaborate da Marx sulle classi sociali e sulle dinamiche dello sfruttamento, sta tornando in auge un' idea di popolo (che si vorrebbe ovviamente positiva) romantica e addirittura alla Rousseau: le contraddizioni messe in luce  dal pensiero marxista vengono rimosse con disinvoltura e si parla così di "volontà generale del popolo" e dei "cittadini" (alla Rousseau e Robespierre appunto), di democrazia popolare diretta, di necessità di guardare a ciò che pensa il popolo genericamente definito come tale e spesso riassunto nella fortunata quanto altrettanto ambigua formula di "società civile". Tutto ciò attraversa, pur ovviamente con accezioni diverse, indistintamente il pensiero di sinistra e di destra o dei nuovi movimenti europei cosiddetti antipolitici (il popolo avrebbe, alla Rousseau, un valore assoluto rispetto ai suoi "rappresentanti" ed è posto in contrapposizione a "politica" e "politici" che ne hanno tradito la volontà): le aporie che ne derivano sono gigantesche. Nessuno ovviamente che spieghi se il popolo o la società civile siano costituiti da "eguali" oppure se le enormi contraddizioni economiche e sociali siano ancora un criterio valido di analisi. Nessuno che spieghi come, di là dalle colpe della "politica", ci siano ben più gravi contraddizioni nel nuovo mercato capitalistico e vasti , talora purtroppo "popolari" questi sì, fenomeni di corruzione nella beatificata "società civile". Nessuno che spieghi come l'esasperazione delle categorie russoviane approdò durante la Rivoluzione francese a Robespierre, al Terrore e al Direttorio dei pochissimi. L'aporia delle categorie di cui oggi, specie i cosiddetti "analisti politici" o "economici" o i giornalisti o gli opinion leaders, fanno uso a man bassa si manifesta in modo eclatante quando poi si è drammaticamente messi di fronte a "populismi" che volgono in direzione autoritaria e qualunquistica, facendo emergere della cosiddetta "volontà popolare" il volto oscuro, ambiguo, sommatoria di egoismi pericolosissimi a livello di massa (vedi i movimenti anti migranti e xenofobi, ma tutto ciò era già accaduto coi "popolari" Fascismo e Nazismo…). Qui allora il pendolo volge altrove e "populismo" diventa accezione spregiativa e negativa. Eppure populismo è figlio di popolo! Ancora una volta il volto brutale dei veri rapporti di forza viene mascherato da categorie apparentemente annacquate e volutamente depistanti: clamoroso il caso in Italia del Movimento 5 Stelle, proprio per questo così ambiguamente "popolare" a destra e a sinistra e dichiaratamente invece, per volontà dell'ideologo fondatore, Gianroberto Casaleggio, lontanissimo da ogni radice sia marxista/comunista che fascista e ispirato piuttosto alle categorie e al lessico di Rousseau e di Robespierre, in una sorta di terza via ideologica che era come "in sonno" in Italia da sempre (Direttorio, consultazione permanente della volontà del "popolo" attraverso la Rete, continua verifica della legittimità dei "rappresentanti" eletti e loro "rotazione", potere robesperriano nella mano di pochissimi designati a "interpretare" il pensiero dei cittadini adepti e quindi i soli depositari della volontà popolare, conseguente dispotismo nelle decisioni, continua tentazione ovviamente di ricorrere al "Terrore" alla Robespierre attraverso i mezzi di oggi, mediatici innanzitutto, e così via … ci fosse un commentatore politico di qualunque appartenenza che avesse notato questa matrice del Movimento, prima causa del suo successo fra l'altro nonché indispensabile per comprenderne le dinamiche…). Insomma, il reale fallimento ovunque dei regimi comunisti o travolti o evoluti in brutali totalitarismi o trasformati (come in Cina) in capitalismi di stato anch'essi totalitari ha trascinato nel discredito qualunque categoria concettuale che fosse di origine "comunista" (confondendo Marx col comunismo reale!!), ha reso "inattuali" e fuori moda le grandi intuizioni marxiane e messo addirittura in ombra il fondamentale e nobile pensiero riformatore settecentesco: si parla a vanvera di "società liquida" mentre il terrorismo, le povertà, la radicalità planetaria degli scontri sociali, le efferate violenze che tengono il campo non hanno nulla di "liquido" ma sono il volto "duro" e "inossidabile" di un mondo diviso e violato da enormi interessi da profitto (vedi in che condizioni abbiamo ridotto l'Africa!). Occorre riprendere l'equilibrato, articolato e consapevole concetto di "popolo" elaborato dai grandi padri dell'Illuminismo nel Settecento in Europa come nei nascenti Stati Uniti; occorre riprendere con lucidità le più felici e puntuali categorie marxiane per capire a fondo cos'è davvero oggi "popolo". E soprattutto occorre rileggere uno dei più grandi pensatori del Novecento, interprete geniale di un "suo" marxismo ancora oggi fertile di intuizioni fondamentali: alludo ovviamente al nostro Antonio Gramsci. Egli si rapportò, come ben si sa, soprattutto nei Quaderni del carcere, in modo davvero originale a molte categorie marxiste e di nuove ne declinò per trovare il bandolo che potesse portare, sotto la guida di un rinnovato movimento comunista (nessuna simpatia e anzi molte riserve gli avevano destato l'ascesa e il potere di Stalin), a veri e profondi cambiamenti le società occidentali travolte dai totalitarismi. Fra l'altro comprese le peculiarità delle democrazie nate con le Rivoluzioni francese e americana e il ricco tessuto di "società civile" che esse avevano creato: fu proprio Gramsci, e in una accezione tutta diversa da quella attuale e banale, che coniò il termine "società civile" in accezione appunto marxista e come snodo fondativo cui far riferimento per ogni riforma in Occidente. Per Gramsci società civile voleva dire soprattutto tener conto delle articolazioni complesse della tradizione occidentale e dei molteplici ceti intellettuali che ne radicavano i fondamenti (e non assimilabili alla categoria del proletariato tout court). Lo stesso concetto di "popolo" non viene affatto demonizzato da Gramsci ma riattualizzato e risillabato; il popolo comprende infatti per Gramsci una vasta gamma di "subalterni" ovvero di ceti sfruttati secondo complesse e arcaiche modalità pur non essendo parte del proletariato industriale in senso stretto: le donne, ad esempio, i contadini, le popolazioni di interi continenti oppresse e colonizzate, i piccoli borghesi impiegatizi, i bambini e così via. Questa sua straordinaria e originale riflessione sui ceti "subalterni" sta alla base non a caso di gran parte del pensiero postcoloniale che riconosce fin dai suoi primi esponenti (vedi Said) in Gramsci una sorta di precursore (ampia la sua fortuna in tal senso, ad esempio, tra i maggiori intellettuali in India, in Sudamerica, in Palestina, nei campus universitari USA, ecc…). Per altro questa particolare accezione di "popolo di subalterni" in senso gramsciano, idealizzato e marxista, popolo da riscattare e cui far riscoprire l'orgoglio della propria identità oppressa dalle efferate dittature militari sudamericane, sta alla base delle tante battaglie di una figura ormai leggendaria e romantica come quella di Che Guevara e degli esordi della stessa rivoluzione cubana. Così come presiedette alla coraggiosa, vittoriosa e lunga (per decenni) lotta di liberazione del popolo vietnamita da colonizzatori e oppressori (francesi, cinesi, americani, Khmer rossi di Pol Pot …) sotto la guida allora di Ho Chi Min e del Generale Giap (complessa figura di militare, scrittore e politico), il cui esercito "di popolo" di fatto nessuna grande Potenza è mai riuscita finora, caso unico nella storia del Novecento, a sconfiggere. Perciò il popolo può essere anche portatore di valori identificativi e spesso positivamente interclassisti delle Nazioni: una sorta di cemento che crea identità indispensabili per caratterizzare la stessa società civile. E qui Gramsci "inventa" un'altra e fortunatissima categoria (anch'essa troppo spesso usata oggi a sproposito), il "nazionalpopolare". Ovvero una identità di un "popolo" che si riconosce nei valori positivi della sua "nazione"; e per Gramsci vi primeggiano i valori culturali, artistici, letterari specie per l'Italia. Teatro, musica, opera lirica, romanzi d'avventura e d'appendice, letteratura grande e soprattutto narrativa sono i terreni su cui in pagine geniali Gramsci va come fondando una sorta di nuova sociologia culturale del mondo occidentale al suo punto più alto di crisi. E' significativo che in quegli stessi decenni altri intellettuali comunisti "atipici", in Germania ad esempio e non a caso, lavorassero con analoga lucidità ermeneutica a comprendere le svolte drammatiche del mondo occidentale: basti pensare a Benjamin, Brecht, Horkheimer, Adorno.  Nessun snobismo (purtroppo dominante da sempre in molti ceti intellettuali "di sinistra") nel mettere le mani nel mondo della letteratura e musica "popolari": anzi Gramsci fra i primi coglie l'enorme importanza dei crescenti generi letterari e musicali "di massa" come punti decisivi dell'aggregazione politica e sociale del mondo contemporaneo. "Fare la Rivoluzione" o semplicemente serie "Riforme" voleva dire misurarsi con questo complesso impasto (oggi partirebbe, che so, dalla Rete e dai media più diffusi): egli, fra i pochi, accanto a Renato Serra, diede giudizi acuti sui nascenti generi polizieschi, avventurosi/drammatici (Kipling) o neoromantici ("rosa") così come dimostrò che Verdi fu il vero tramite "nazional popolare" italiano nel Risorgimento perché fra i pochi capace allora di coniugare altezza d'arte con grande attenzione alla sua ricezione popolare. Ovvero Gramsci dilatò quanto già Marx aveva intuito in molti testi: la potenza nel tempo della grande arte di saper parlare di là dalle contraddizioni di classe e dai modi di produzione economica via via dominanti (appunto Marx notava come continuiamo a dare grande valore estetico e a comprendere persino opere e autori lontanissimi come i Greci classici). Il marxismo insomma non avrebbe dovuto presupporre nessun determinismo politico ed economicistico in arte e cultura: all'inizio infatti la Rivoluzione russa di Lenin convisse con le grandi avanguardie comuniste in arte e letteratura (Majakovskj o Kandinskj) e solo con Stalin si affermò un'arte di Stato di stampo ossessivamente realistico e dogmatico e anzi si perseguitarono gli artisti innovatori e d'avanguardia come pericolosi sovversivi. Gramsci invece comprese benissimo fra i primi l'enorme importanza che nella società occidentale occorreva conferire al ruolo degli intellettuali, degli scrittori, degli artisti per costruire un consenso forte intorno al cambiamento rivoluzionario: per lui la produzione culturale andava intesa quindi in una accezione politica davvero inequivoca e non ambigua di "popolare" capace di coniugare il più alto livello intellettuale con le istanze di pubblici ampi e non elitari. Ne conseguiva, in questa riflessione, un ruolo rinnovato da assegnare alla letteratura con particolare riferimento alla narrativa, come vitale campo di tensioni positive tra autori e "popolo" (di qui il suo interesse molto forte per le migliori prove dei nuovi generi letterari di successo nel mondo occidentale). Gramsci insomma mise sempre al centro delle sue riflessioni (lo fece con Machiavelli per la politica) ovviamente anche i grandi classici della letteratura ed è proprio da essi che egli sovente prese spunto per dare di leadership politica rivoluzionaria, di popolo e popolare una nuova, geniale interpretazione che ancora oggi sarebbe fertilissima di esiti, se solo sapessimo rileggerla con attenzione.

Pubblicato il 21/09/2016
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