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Indice

Tema n.16:

Attirare il popolo, andare verso il popolo
Massa ed élite alle origini della democrazia

Nel primo quindicennio del XXI secolo il concetto di democrazia ha conosciuto una singolare vitalità. In suo nome sono state fatte guerre per «esportarla» in parti del mondo dove non era praticata e per rovesciare dittatori più o meno feroci. Là dove non sia stata imposta con la forza, l'hanno invocata spontaneamente i protagonisti dei movimenti di liberazione, come è accaduto in particolare nel corso delle cosiddette «primavere arabe». Buon vessillo propagandistico o nobile ideale di utopie rivoluzionarie fuori d'Europa, la democrazia non se la passa altrettanto bene negli Stati in cui si è realizzata e consolidata come sistema politico – anche se proprio per questo si continua a dibatterne molto.
Specialmente dal 2010 in poi, la crisi economica di alcuni Paesi dell'Unione europea ha portato alla luce fortissime tensioni tra singoli Stati e la compagine comunitaria. Qui si toccano, com'è evidente, alcuni problemi che non mi è possibile sviscerare o anche solo inquadrare in modo esauriente, a partire dalla natura e dalle cause del processo economico in atto[1]. Ricorderò tuttavia che un aspetto delle relazioni fra Unione e Paesi membri riguarda anche il problema della rappresentanza popolare, essendo gli Stati, presi singolarmente, delle nazioni democratiche, laddove la qualità democratica delle istituzioni comunitarie non può essere dedotta da quella delle nazioni che vi contribuiscono. Si parla infatti spesso di un «deficit democratico» dell'Unione, una formula che coglie in primo luogo la prevalenza dei poteri della Commissione (composta da ottimati vincolati a non rappresentare gli interessi degli Stati d'origine)[2] sull'organo elettivo, il Parlamento. E non solo le funzioni legislative di quest'ultimo sono subordinate a quelle della Commissione, che detiene i poteri d'iniziativa, ma un'altra istituzione, il Consiglio dell'Unione europea, interviene a condividerle con il Parlamento e quindi a controbilanciarlo[3].
Oltre agli aspetti di architettura istituzionale, tuttavia, colpiscono nella storia degli ultimi anni le fasi in cui gli Stati debitori hanno dimostrato di poter subire nette perdite di sovranità e quindi – se sovrano è il popolo – di democrazia. Un primo ministro greco propose un referendum sul piano di «aiuti» concordato con le auorità europee nell'ottobre 2011; una decina di giorni dopo quel capo di governo venne sostituito e la proposta referendaria fu annullata. All'inizio dell'estate del 2015 un altro primo ministro greco indisse una consultazione popolare su un pesante «accordo» da stipularsi con i creditori internazionali del Paese: questa volta il referendum si tenne (5 luglio 2015), il piano dei creditori venne respinto con il famoso OXI, ma poche ore dopo il primo ministro si dichiarò disponibile a tornare al tavolo negoziale accettandone implicitamente le regole del gioco (stabilite, così accade, dai creditori).[4] Qualunque cosa si pensi intorno alla legittimità delle iniziative referendarie greche, lo spettacolo andato in scena è quello di una delegittimazione e disintegrazione di una democrazia nazionale, a opera – questo è il dato saliente, soprattutto nel secondo caso – degli stessi rappresentanti del popolo. L'Italia è il solo Paese europeo che, coinvolto nella cosiddetta crisi dei debiti sovrani, sia riuscito a non sottoporsi a un programma di 'salvataggio' con il relativo corredo di pesantissime condizionalità; tuttavia anche in Italia si sono sperimentate forti torsioni democratiche, con la formazione di governi «tecnici» o almeno dalla tenue coloritura politica, di cui spesso è stata posta in dubbio la legittimità – non certo formale o procedurale, perché tutto è avvenuto in un quadro di rispetto delle regole costituzionali, ma da un punto di vista sostanziale: quello della partecipazione del popolo alla decisione politica in momenti cruciali. Affermare, come ad esempio nel 2011 si faceva da più parti, che le elezioni anticipate sono «un pericolo per il Paese», oppure, dal punto di vista dei partiti politici, rinunciare a notevoli possibilità di vittoria per i valori della «stabilità» o del «bene comune», equivale ad ammettere che la sovranità del popolo sia una mera finzione giuridica. Quando, infatti, dovrebbe esprimersi il sovrano se non nel momento decisivo del proprio stato di pericolo, innanzi tutto per stabilire se si tratti effettivamente di uno stato di pericolo?
Allontanare le elezioni e disinnescare i referenda sono due dei tanti modi di togliere linfa a un ordinamento democratico. Si diffonde l'uso di «populismo» per bollare qualsiasi proposta o esigenza di dare spazio agli umori popolari nella conduzione della res publica. È lontano il tempo, la seconda metà dell'Ottocento, in cui quel termine designava positivamente la tendenza ad «andare verso il popolo» dei ceti intellettuali russi. Tecnicamente, «populismo» è oggi la categoria in cui finisce per essere catalogata, o schedata, ogni ipotesi di intervento diretto delle masse in qualche materia d'importanza vitale per la comunità[5]. «Democrazia», che pure indica etimologicamente una «superiorità del popolo»[6], è parola che si vuole tenere lontana dalla contaminazione provocata da contatti troppo intensi e diretti con la base sociale: ma con ciò l'idea originaria del prevalere del demos si scopre profondamente snaturata, e a indicare alcuni aspetti peculiari della democrazia rimane solo un termine dalla connotazione spregiativa.
In una pagina famosa del III libro della Guerra del Peloponneso Tucidide descrisse il modo in cui un evento sconvolgente come la guerra civile sia in grado di sovvertire anche le consuetudini linguistiche, in modo tale, ad esempio, da far passare per lealtà l'audacia sconsiderata, per viltà la prudenza, per inerzia la riflessione intelligente sulle cose (Thuc. III 82,4). In guerra le parole subiscono una vera e propria violenza, tanto da essere usate in un modo prima imprevisto e da acquistare valenze nuove. In particolare, ciò che prima era norma ed equilibrio viene rigettato ai margini dei comportamenti sociali accettabili. La violenza cinetica della guerra, che in tempo di pace era un'anomalia, diventa la norma e occupa anche gli spazi della consuetudine linguistica, appropriandosi il lessico della moderazione e della normalità dei rapporti sociali. La guerra silenziosa con cui il grande capitale, durante gli ultimi quarant'anni, ha potuto riconquistare quote di reddito e di potere a scapito del lavoro salariato[7] ha avuto un effetto molto simile sul moderno linguaggio politico dell'Occidente. Quelle che nel Novecento erano forme abituali dell'agire democratico, gli spazi aperti alla diretta espressione della volontà popolare, sono divenute l'eccezione da colpire e ridurre ai margini della norma politica. La vitalità della democrazia si trasforma quindi in «populismo» da espellere dalla vita «democratica», e della democrazia resta solo il guscio linguistico riempito di contenuti nuovi, o meglio molto antichi: le istanze autocratiche dei pochi, abbellite dalla legittimazione formale di appuntamenti elettorali scanditi da ben regolati e ampi intervalli.
Credo che il tema del rapporto tra massa e élite possa emergere ai nostri occhi in una luce nuova grazie alla rilettura di un testo classico: il racconto di Erodoto sui primi passi della democrazia ateniese. Ci volgiamo quindi alle origini del fenomeno storico e, nello stesso tempo, all'autore che per la prima volta nella letteratura occidentale usa il termine δημοκρατία. Dice Erodoto in V 66: «Allora Atene, grande anche in precedenza, liberata dai tiranni divenne più grande». Il contesto cui si fa qui riferimento è la fine del VI secolo a.C.: due figure eminenti, Clistene e Isagora, sono in contrasto fra loro e determinano una rottura della compagine sociale ateniese. Vi è una fase di stasis, o «guerra civile», cui segue il prevalere della linea di Clistene: questi stringe un patto con il demos e giunge a riorganizzare il sistema delle tribù, le grandi articolazioni in cui è ripartita la cittadinanza ateniese. Clistene riesce a portare il demosinteramente dalla sua parte (τὸν Ἀθηναίων δῆμον πρότερον ἀπωσμένον τότε πάντως πρὸς τὴν ἑωυτοῦ μοῖραν προσεθήκατο, V 69,2). Sia che si adotti πάντωςdi Bekker, come si fa di norma, sia che si scelga il limpido πάντα del Cantabrigense 30 dell'Emmanuel College, a suo tempo stampato da Krüger[8], sia che infine si tenti di mantenere πάντων, tràdito da tutti gli altri manoscritti[9], è in ogni caso la totalità del demos a risultare coinvolta nel processo storico. E lo è, possiamo precisare grazie a un'esegesi attenta del testo, non soltanto come soggetto passivo, come massa sollecitata alla partecipazione dalle idee di un individuo. Baricentro del brano è infatti il participio ἀπωσμένον, di regola inteso come «tenuto lontano», «emarginato». Da chi? forse dai signori locali dell'Attica? o dai tiranni, che già con Pisistrato avevano avocato a sé l'amministrazione della cosa pubblica, spingendo il demos verso private occupazioni (Arist., AP, 15,4)? Ma «tenuto lontano», in quanto concetto polare rispetto a «portò dalla sua parte», dovrebbe denotare una rottura, un'assenza di contatto, una scarsità di rapporti diretti tra centri di potere e demos, e non invece l'emarginazione politica del demos, la mancanza da parte sua di un controllo effettivo della cosa pubblica, o il suo essere «tenuto in nessun conto dai dynastai»[10]. Se s'intende «emarginato» (politicamente), la contrapposizione funziona a fatica: il fatto che Clistene tragga il demos dalla propria parte non implica di per sé che esso riceva una centralità politica nuova rispetto al passato; di fatto la riceve – e lo mostra il seguito del racconto erodoteo, come ci accingiamo a vedere – ma non è questo il punto focale dell'immediato contesto, incentrato sui rapporti diretti e personali tra capoe massa[11].
Il significato da preferire per il verbo al participio è dunque «tenere a distanza». Se il participio è passivo, occorre interrogarsi sul soggetto logico dell'azione: chi ha allontanato da sé il demos prima che Clistene introducesse un nuovo stile politico? I tiranni in questo caso non vanno bene. Per Pisistrato, ad esempio, il gesto di «tenere a distanza» sarebbe stato inconcepibile: si pensi al modo in cui, al ritorno in Atene dal primo esilio, seduce i cittadini comparendo su un carro a fianco di una donna travestita da Atena. Gli Ateniesi «prosternandosi lo accolsero con meraviglia» (Arist., AP, 14,4). Una forma di rapporto con il demos, e specialmente la capacità di «trarlo dalla propria parte», erano fondamentali anche prima di Clistene: non a caso questi, nel suo esordio sulla scena ateniese, si rivolge anzitutto alla base sociale dei Pisistratidi (allorché «si associa il demos»: Hdt. V 66,2,[12] su cui ritorneremo tra poco).
Una lettura di V 69,2 che toglie felicemente ogni ostacolo è quella che dà al participio un valore di medio: «Der Sinn ist wohl: das ihn zurückgesetzt hatte», annotava Krüger nel 1856[13]. Ne risulta un'interpretazione del testo che si segnala per naturalezza e linearità concettuale: «Clistene allora trasse interamente dalla sua parte il demos ateniese che prima lo teneva a distanza». Il popolo, in questa lettura, non è un'entità marginale che attende l'uomo carismatico – e magari cinicamente interessato – capace di destarla alla vita politica: comincia a delinearsi una forza già dotata di autonomia, di una fisionomia propria, tanto da saper valutare con attenzione chi si propone per porsi alla sua guida. Forse, nella fase in cui diffidava di Clistene, il demos ha mostrato interesse per il suo avversario; di certo, Clistene ha dovuto imparare a interpretarne bene le esigenze prima di riuscire a portarlo dalla sua parte, attivando, com'è stato detto felicemente[14], un largo consenso civico.
Consapevole di sé e tutt'altro che amorfa già prima dell'esperienza isonomica, la nuova forza agisce compatta: sono infatti tutti gli Ateniesi, esclusi gli uomini della fazione di Isagora (V 72,2), ad assediarli per due giorni sull'acropoli. È una collettività «unita negli intenti» e nei progetti[15]: muovere contro il nemico interno e lo straniero spartano. Si stringe intorno alla boule ma non segue un capo, perché Clistene si è allontanato. È una massa di subalterni che tuttavia, grazie alla capacità d'innovazione che ha acquisito, libera la città dalla logica della stasis in cui «due uomini dominavano» (V 66,1): riesce a non subirne l'iniziativa. L'irruzione dell'elemento nuovo e autonomo, il demos, nel contesto della stasis, è evidente anche nel lessico del racconto storiografico: προσεταιρίζεται,impiegato da Erodoto in V 66,2, indica forse che Clistene «si associa» il demos come «proprio, singolarissimo, compagno di eteria»[16]; ma in ogni caso allude a un'alleanza[17] diversa da quella di Isagora, il quale chiederà aiuto allo straniero secondo il meccanismo tipico della lotta entro una cornice di stasis[18]. L'alleanza di Clistene è interna, è il massimo allargamento possibile della partecipazione alla lotta politica, che avviene in un ambito di stasis ma conduce anche verso il suo superamento, con il compattarsi del corpo civico e il suo agire unanime. Il testo di Erodoto è un commento esplicito a questo processo del 508/7: Clistene, quando è in difficoltà con Isagora (V 66,2), «si associa» il demos. Isagora, quando è a sua volta in difficoltà, chiama in aiuto Cleomene di Sparta (70,1). Il confronto fra le due procedure, del tutto diverse, è messo in gran rilievo dalla ripetizione di un participio congiunto; e giustamente in 66,2 è stata notata la rottura, anche linguistica, con il lessico della stasis che domina il contesto[19].
Dicevamo che l'alleanza con il popolo si colloca entro un quadro stasiotico ma va verso un superamento della stasis. Quest'ultima in effetti si trasformain guerra: Erodoto in V 72,2 dice che l'acropoli venne occupata da Cleomene, da Isagora e dai suoi sodali di fazione. I rimanenti Ateniesi, uniti dalla condivisione di un medesimo progetto, li assediarono per due giorni; al terzo, quelli tra loro che erano Spartani trattarono la resa e uscirono dal territorio ateniese. Nella versione aristotelica, Cleomene e i suoi sono lasciati andare, mentre Clistene e le settecento famiglie bandite da Cleomene vengono richiamate. Il conflitto, cioè, si ridetermina nel suo evolversi: è partito come stasis, come divisione della città, e finisce come conflitto tra poleis distinte, che tornano ciascuna a occupare il proprio ambito con un ricompattamento della cittadinanza già lacerata.
L'energia della stasis si proietta all'esterno, si converte in potenziale di guerra[20]: questa rimarrà la condizione dell'Atene democratica, quasi senza stasis e con molte guerre. I primi conflitti ingaggiati dalla democrazia clistenica, contro Beoti e Calcidesi alleati di Cleomene, sono eloquenti. L'attacco feroce contro i Beoti, di cui vengono fatti settecento prigionieri, e nello stesso giorno contro i Calcidesi, con l'impianto di quattromila cleruchi sulle terre degli oligarchi filospartani della città, inaugura in maniera emblematica un'epoca di escalation militare. Non a caso l'iscrizione della quadriga bronzea che Erodoto riporta a suggello del racconto sulla crescita della potenza ateniese ricorda come i figli degli Ateniesi avessero sconfitto e ridotto in ceppi «i popoli dei Beoti e dei Calcidesi» con azioni di guerra (V 77,4). Questa sezione del logos ateniese incomincia in V 66 («Allora Atene ... liberata dai tiranni divenne più grande»), ovverosia là dove si parlava di Clistene e Isagora come dei due capi della stasis; si chiude appunto con l'epigrafe della quadriga e il suo forte accento sul polemos. Subito dopo infatti, in V 78, Erodoto sigilla:[21] «Atene dunque era cresciuta». Dalla stasis al polemos: è Erodoto stesso a dirci che in questa parabola sta la chiave dell'aumento di potenza ateniese.
In un celebre frammento di Alceo (130b Voigt) si lamenta la lontananza dall'assemblea, la condizione di marginalità rispetto alla polis. Essere lontani dalla città significa fuggire la guerra, polemos (11), ma questo essere fuori dal conflitto non è un valore. Anche quando si manifesta sotto specie di guerra civile, il conflitto è coessenziale alla polis. Il polemos è in Alceo appunto la stasis, che è «disdicevole deporre» (12). Nella partecipazione politica greca, nel mondo di coloro che sono stati definiti «azionisti della polis»[22], senso di appartenenza alla città ed essere parte in conflitto sono fenomeni coesistenti e non contraddittori. La legge sulla stasis attribuita a Solone (fr. 38a-g Ruschenbusch, 350-357 Martina), ma comunque arcaica, che in alcune versioni prevede l'obbligo di prendere le armi a favore di una parte (cfr. in part. Arist., AP, 8,5), mirava forse a garantire la neutralizzazione di possibili colpi di stato tirannici, ma data la generalità della norma si può pensare che desse voce anche all'esigenza di stabilizzare la polis, facendo convergere verso una delle parti una possibile maggioranza di cittadini. Nell'anno dell'arcontato di Isagora Clistene ottiene proprio questo: il demos converge su un'unica proposta politica e crea una maggioranza inequivocabile, tale da rompere la precarietà del gioco della stasis e creare un'unità cittadina. Se prima l'appartenenza alla polis era simultaneamente l'adesione a una parte in guerra, d'ora in poi ad Atene significa in sostanza essere nel demos, inteso non più come insieme di subalterni ma come totalità politica. Si conserva il dato arcaico della partecipazione e dell'appartenenza; cambia invece (ma è un mutamento che s'innesta sulla continuità) la natura di questo appartenere, non più relativo a una parte in guerra con altre, bensì alla comunità del demos in cui la parte di Clistene, con l'alleanza del 508, è venuta dilatandosi.
Nell'Atene arcaica la stasis, o polemos interno – per riprendere il linguaggio di Alceo –era, per così dire, l'altra faccia della partecipazione politica. Da Clistene in poi, superata la condizione di stasis ad Atene, la partecipazione democratica si lega inscindibilmente alla guerra: un polemos questa volta esterno[23]. È accaduto che l'ampliamento della partecipazione a più larghi strati ha incanalato il potenziale di scontro fuori dalla città. Un risultato tragico per gli sconfitti, ma fondamentale per la maturazione della polis classica: vengono qui anticipati alcuni sviluppi di tipo imperialistico che saranno tipici dell'Atene del V secolo. La sintesi tra massa ed élite compiuta da Clistene e dal demos ateniese alla fine del VI secolo si rivela capace, dunque, di mutare la fisionomia interna della città e insieme i suoi rapporti con l'esterno; la rende nel bene e nel male un'entità politica potente.
Il caso dell'Atene del 508/7 a.C. è il più chiaro esempio storico degli effetti di una partecipazione diretta (ma sarebbe meglio dire irruzione) del popolo nella vita politica di una comunità antica. È una partecipazione che crea uno sviluppo dal ritmo imprevisto, introducendo una cesura storica. Se ad Atene fossero proseguite le tradizionali lotte tra fazioni oligarchiche il V secolo e l'intera età classica dei Greci sarebbero stati diversi da quelli che conosciamo. Se le lotte aristocratiche di stampo arcaico fossero prevalse, quale sarebbe stata l'immagine di Atene per i contemporanei e quindi di riflesso per noi? Probabilmente sarebbe apparsa una città meno dinamica di quello che fu; in un certo senso, molto più simile a Sparta[24]. I moderni, a parte le ovvie differenze nel modello di funzionamento del sistema democratico, sanno bene quanto l'allargamento dei diritti politici sia connesso con fasi di aumento di potenza. La riduzione delle disuguaglianze nel secondo dopoguerra, e in particolare nel trentennio che si chiuse alla metà degli anni settanta del secolo scorso, è spiegabile con la tassazione progressiva e redistribuzione dei redditi, a loro volta consentite dall'estesa partecipazione politica che caratterizzò quei decenni[25]; dato che la diminuzione delle disuguaglianze accompagnò la forte crescita postbellica, si può dire che ci sia una plausibile correlazione tra sviluppo economico e incremento della partecipazione popolare al governo della cosa pubblica.
Ci sarà allora da riflettere con attenzione su un fenomeno opposto e a noi ben noto, quello del declino economico dei Paesi a economia matura, e sulla parte che può avervi un fenomeno dal profilo molto netto e chiaro: la progressiva sdemocratizzazione dei sistemi politici dell'Occidente.

Pubblicato il 30/11/2016
Note:


[1] La crisi ha colpito i Paesi europei in modo disomogeneo a partire dal 2008; in Italia ha dimensioni quasi doppie rispetto a quella del 1929 (la decrescita del prodotto interno lordo fino al 1934 fu del 5 per cento e il recupero del livello antecedente alla crisi avvenne in otto anni, il calo nel 2013 rispetto al 2007 è stato di circa il 9 per cento; gli indicatori economici di riferimento sono pubblicati dalla Banca d'Italia). La letteratura in merito, di carattere scientifico o divulgativo, è già molto vasta. Segnalo per la straordinaria lucidità dell'analisi il volume di V. Giacché, Titanic Europa. La crisi che non ci hanno raccontato, Roma, Aliberti, 2012.

[2] La Commissione europea come organismo unitario è il prodotto del Trattato di fusione firmato a Bruxelles nel 1965. Per il principio di indipendenza dei commissari cfr. in particolare il Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (versione consolidata), «Gazzetta ufficiale dell'Unione europea», 26 ottobre 2012, parte VI, titolo I, capo 1, sezione 4, art. 245.

[3] Cfr. il Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (versione consolidata),cit., parte VI, titolo I, capo 2, sezione 1, artt. 288-299.

[4] Intorno alla vicenda sono fondamentali le analisi condotte da Jacques Sapir nel suo blog «RussEurope» (luglio 2015).

[5] Bisogna astrarre dall'uso giornalistico del termine in Italia, molto condizionato soprattutto dall'esperienza politica del primo decennio del secolo e dal problema della personalità carismatica in politica, che è un aspetto per noi non essenziale. Punto di riferimento per la concezione del populismo come fenomeno profondamente legato alle dinamiche democratiche, e non come minaccia alle medesime, è M. Canovan, Populism, New York, Harcourt Brace Jovanovich, 1981; in una prospettiva di storia del pensiero politico moderno, J.P. McCormick, Machiavellian Democracy: Controlling Elites with Ferocious Populism, «American Political Science Review», XCV, 2001, pp. 297-313. Per un orientamento sul dibattito italiano e internazionale è utile Il populismo: soggetti, culture, istituzioni, numero monografico di «Democrazia e diritto», 2010, 3-4.

[6] Va evitato l'errore di riportare la seconda parte del composto «democrazia» alla parola greca κράτος nel senso di «violenza», con il risultato che in «democrazia» si esprimerebbe il concetto di «brutalità del demos». Ma κράτος indica la «superiorità», la «preminenza», mentre la nozione di «violenza» appartiene a un campo semantico contiguo ma distinto, quello dell'aggettivo κρατερός: si veda la capillare analisi di E. Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, ed. it. a cura di M. Liborio, Torino, Einaudi, 1976, vol. II, pp. 337-346.

[7] Per un orientamento sul problema, I. Drudi, G. Tassinari, Il lungo addio. La concentrazione della ricchezza in Italia dal 2002 al 2012, «Critica marxista», n.s., 2016, 2, pp. 33-40, con bibliografia.

[8] K.W. Krüger (Erkl. Anmerkungen von), Herodotou histories apodexis, Berlin, Krüger, 1856, vol. III, p. 32.

[9] È la scelta editoriale di H.B. Rosén (in Herodoti Historiae, Stutgardiae-Lipsiae, in aedibus B.G. Teubneri, 1997, vol. II, p. 41) ed esegetica di G. Camassa, Atene. La costruzione della democrazia, Roma, «L'Erma» di Bretschneider, 2007, pp. 58-59, che insiste sulla forza del nesso τότε πάντων: in quella determinata situazione storica, la partecipazione del demos «in tutti i suoi membri» fu necessaria per la costruzione di un nuovo orizzonte politico. La soluzione non ha convinto G. Maddoli, che nella recensione al libro (in «La Parola del passato», LXII, 2007, pp. 476-477) preferisce intendere «dopoché anzitutto ebbe tratto dalla propria parte il demos, che allora era escluso da tutto». Per «escluso da tutto» cfr. A.D. Godley (ed.), Herodotus, III, Cambridge, MA, Harvard university press, 1922, p. 77 («debarred from all rights»); Ph.-E. Legrand (éd.), Hérodote, Histoires. Livre V, Paris, Les Belles Lettres, 1946, p. 109 («exclue auparavant de tout»); G. Nenci (a cura di), Erodoto, Le Storie, volume V. Libro V, La rivolta della Ionia, Milano, Fondazione Lorenzo Valla - Mondadori, 1994, p. 79.

[10] Così G. Camassa, Atene. La costruzione della democrazia, cit., p. 59.

[11] In primo piano qui è ancora Clistene, con le sue mosse politiche tese a conseguire un vantaggio personale.

[12] Che in V 66,2 demos coincida, in senso stretto, con la parte dei Pisistratidi, è esegesi tradizionale (ad es. R.W. Macan [ed.], Herodotus: The Fourth, Fifth, and Sixth Books, London, MacMillan and Co.,I, p. 206, ad 66.7; W.W. How, in Id., J. Wells, A Commentary on Herodotus, Oxford, Clarendon, II, 19282, p. 33, aggiunge gli «immigrants excluded from the phratries and the four Ionic tribes»). Ma demos è concetto dinamico, passibile di espansione, come ben si vede in V 69 (dove già coincide con l'insieme della cittadinanza). Il legame tra i due passi è molto forte: di V 66,2 si è detto che «È la prima volta che il demos è visto come un gruppo omogeneo» (G. Nenci [a cura di], Erodoto, Le Storie, volume V. Libro V, La rivolta della Ionia, cit., p. 254, ad 66.7-8), ma lo stesso vale non meno per V 69.

[13] Vd. n. 8. In senso inverso la relazione Clistene-demos ricostruita da Hignett (C. Hignett, A History of the Athenian Constitution to the End of the Fifth Century B.C., Oxford, Clarendon, 19582, p. 125: «previously he had spurned them»).

[14] M. Giangiulio, Identità civica e partecipazione. Clistene e Atene, in Id. (a cura di), Storia d'Europa e del Mediterraneo antico, III, Grecia e Mediterraneo dall'VIII sec. a.C. all'età delle guerre persiane, Roma, Salerno, 2007, pp. 533-560: 536.

[15] Sulla nozione di progetto comunitario insiste J. Ober, The Athenian Revolution of 508/7 B.C. Violence, Authority and the Origins of Democracy, in Id., The Athenian Revolution. Essays on Ancient Greek Democracy and Political Theory, Princeton, Princeton University press, 1996, p. 44: «strong and communal views on political affairs». N. Loraux, Clistene e i nuovi caratteri della lotta politica, in S. Settis (a cura di), I Greci. Storia cultura arte società, vol. 2, I, Torino, Einaudi, 1996, 1083-1110: 1105, preferisce parlare di «comunione di sentimenti» che associa il popolo alla boule, sminuendo l'importanza dell'iniziativa popolare – un elemento in primo piano, invece, nel testo erodoteo.

[16] G. Camassa, Atene. La costruzione della democrazia, cit., p. 52.

[17] «H. het ww. opvat als 'maakt hij tot zijn club' of 'voegt hij aan zijn club toe'» (B.A. van Groningen [uitgegeven door], Herodotus' Historiën, IV, Leiden, Brill, 19662, p. 109, ad 66.2).

[18] Su questo e altri aspetti della stasis può essere utile, fra l'altro, il rapido quadro di M.H. Hansen, Th.H. Nielsen, An Inventory of Archaic and Classical Poleis: An Investigation Conducted by the Copenhagen Polis Centre for the Danish National Research Foundation, Oxford, Oxford University press, 2004, pp. 124-129.

[19] G. Camassa, Atene. La costruzione della democrazia, cit., p. 50 («smagliatura in un lessico del tutto omogeneo»).

[20] Cfr., con riferimento ad altro contesto, H.-J. Gehrke, La «stasis», in S. Settis (a cura di), I Greci. Storia cultura arte società, vol. 2, II, Torino, Einaudi, 1997, pp. 453-480: 463 («il potenziale di conflitto interno veniva in questo modo canalizzato verso l'esterno e l'armonia della città era promossa attraverso l'aggressività nei confronti dell'altro»).

[21] K. Abicht, Herodotos. Für den Schulgebrauch erklärt, Leipzig, Teubner, 1863, vol. III, p. 74, ad 78.5: «sclieszt an c. 66 an»; R.W. Macan (ed.), Herodotus: The Fourth, Fifth, and Sixth Books, cit., I, p. 224, ad 78.1.

[22] C. Ampolo, Il sistema della «polis». Elementi costitutivi e origini della città greca, in S. Settis (a cura di), I Greci. Storia cultura arte società, vol. 2, I, Torino, Einaudi, 1996, pp. 322-324.

[23] In questo quadro si potranno recuperare alcuni risultati importanti dell'analisi di P. Siewert, Die Trittyen Attikas und die Heeresreform des Kleisthenes, München, Beck, 1982, che ha collegato la riforma clistenica delle phylai a esigenze di rapida mobilitazione dell'esercito. Un aspetto decisivo – «but that was not the whole story», come osservò A. Andrewes nella sua recensione, in «Classical Review, n.s., XXXIII, 1983, pp. 346-347: 347.

[24] Non leggeremmo, quindi, il quadro delle opposte indoli greche che emerge da alcune famose pagine tucididee (vd. i Corinzi in Thuc. I 70, Pericle in II 39-40).

[25] J.D. Turner, Wealth Concentration in the European Periphery: Ireland, 1858-2001, «Oxford Economic Papers», LXII, 2010, pp. 625-646.
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