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Indice

Tema n.16:

Popolo, plebe e cittadini nelle commedie politiche di Alfieri

Le prime quattro commedie di Alfieri – tra le sei scritte negli ultimi anni della sua vita –  costituiscono la cosiddetta tetralogia politica, ovvero, quattro drammi, L’uno, I pochi, I troppi e L’antidoto, che vertono su quattro differenti forme di governo, rispettivamente la monarchia, l’oligarchia, la democrazia e la moderna monarchia costituzionale esemplata sul modello inglese. Sin dalle origini della riflessione ideologico-politica di Alfieri, la monarchia e l’oligarchia sono fortemente criticate perché da sempre reprimono i diritti e le libertà dei popoli. Mentre un atteggiamento di favore e di speranza viene riservato alla spinta vitale e autentica del popolo che potrebbe essere in grado di attivare o ripristinare le virtuose dinamiche istituzionali delle grandi repubbliche del passato. Tuttavia, com’è noto, questa speranza si spegne in seguito agli sviluppi - nefasti per Alfieri - della rivoluzione francese, rea di avere instaurato, attraverso la maschera ideologica del governo popolare, un regime ancor più tirannico della monarchia e dell’oligarchia. Alfieri, come testimoniano i suoi scritti, dovrà dunque modificare le proprie idee sulla propria filosofia politica e quindi sulla funzione storico-sociale del popolo, benché su questo tema le sue posizioni rimarranno essenzialmente conservatrici. Sarà dunque utile a questo proposito, prima di circoscrivere alcuni stralci dei testi delle commedie, ripercorrere alcuni passi delle sue opere (non solo teoriche) più significative nei quali l’autore si sofferma sul tema del ʻpopoloʼ.


1. Della tirannide


Già dall’incipit del trattato Della tirannide si evince l’idea di Alfieri sugli scrittori moderni e sui moderni ‘popoli’ europei. Secondo lo stile e il pensiero alfieriano, non estraneo all’entusiasmo tutto settecentesco per un rinnovamento civile e morale dell’Italia, la ʻLibertàʼ viene spesso ʻtasteggiataʼ qua e là dalla letteratura moderna nei suoi «più sacri e infranti diritti»[1]. Ma questa, decisamente incapace di «pienamente e fortemente volere»,[2] si abbandona facilmente all’adulazione di un principe o di un suo ʻsatelliteʼ. D’altro canto, la stessa ʻLibertàʼ ʻdisdegnaʼ di rivolgere il proprio sguardo benigno ai «moderni popoli».[3] Occorre dunque considerare sin d’ora la definizione di ʻpopoloʼ (fondamentale per il pensiero alfieriano) fornita da una nota alfieriena nel capitolo sulla milizia:

nel dir popolo, non intendo mai altro che quella massa di cittadini e contadini più o meno agiati, che posseggono proprj lor fondi o arte, e che hanno e moglie e figli e parenti: non mai quella più numerosa forse, ma tanto meno apprezzabile classe di nulla-tenenti della infima plebe. Costoro, essendo avvezzi di vivere alla giornata; e ogni qualunque governo essendo loro indifferente, poiché non hanno che perdere; ed essendo massimamente nelle città, corrottissimi e scostumati; ogni qualunque governo, perfino la schietta Democrazia, non dee né può usar loro altro rispetto, che di non lasciarli mai mancare né di pane, né di giustizia, né di paura. Che ogniqualvolta l’una di queste tre cose lor manchi, ogni buon ordine di società può essere in un istante da costoro sovvertito, e anche pienamente distrutto.[4]

Nella definizione si ravvisa innanzitutto la netta differenza che corre fra il ʻpopoloʼ, costituito da possidenti agiati o abbienti, e la ʻplebeʼ, una massa indistinta di nullatenenti.[5] E in particolare questa «infima plebe», nel momento in cui viene esasperata dall’indigenza o dalle negligenze di un governo circa i suoi bisogni primari, sarebbe in grado di ʻsovvertireʼ, se non ʻdistruggereʼ, ogni ordine costituito. In linea con questa idea sono infatti i severi giudizi del Misogallo, dove la plebe viene tratteggiata come ʻperturbatriceʼ, ʻvendicativaʼ, ʻprepotenteʼ, ʻimpuraʼ, ʻvileʼ, ʻinvidiosaʼ e ʻcrudeleʼ, capace di ʻmuovere aspra guerraʼ per una ʻlunga rabbia repressaʼ[6]. E ancor di più il sonetto XXVIII:

Del Popol piaga, e non del Popol parte,
La plebe ell’è; che vizïosa, ignuda,
Tremante serva e servilmente cruda,
Le corrotte cittadi ingombra e parte.
Fera, volubil, stupida, in altr’arte,
Che bramar tutto e nulla oprar, non suda:
Sempre anelante, ch’argine si schiuda
Onde inondando possa ella ingojarte.
Popolo siam noi soli, a cui l’artiglio
D’immondi bruti la Ragion troncava;
Noi, fatti dotti dal comun periglio. –
A freno, a fren, la insana greggia ignava:
Pane, e Giustizia, e inesorabil ciglio,
In uom la cangi; o la perpetui schiava.[7]


Tuttavia, se la vera funzione del popolo potrà effettivamente esplicitarsi attraverso il corpo politico che lo rappresenta, a muovere le ruote della storia, più che l’istruzione o la propaganda, saranno proprio quelle forze che, presto o tardi, attraverso una sorta di ciclicità storica (che però non irretisce l’autonomia delle scelte volontaristiche degli individui), scaturiranno dalle infime condizioni in cui la tirannide avrà condotto i propri sudditi.[8] Per Alfieri esistono dunque due grandi e insuperati modelli antichi di virtù civile del popolo: la società ateniese del V secolo a.C. (benché anche Sparta venga spesso annoverata tra le «illuminate repubbliche») e quella romana nella sua fase repubblicana. In questi contesti politici il popolo ha beneficiato della qualità dei governi e a sua volta ha contribuito notevolmente a migliorarli. Il confronto dunque tra i popoli moderni con questi due massimi esempi dell’antichità non può che sottolineare la mortificante condizione dello stato presente delle società, e sin dal primo capitolo il popolo viene contrassegnato dai marchi della miopia e della stupidità.           
Da questa situazione non si salvano nemmeno le moderne repubbliche, così chiamate a causa della «corruzione dei tempi»,[9] poiché in verità, secondo Alfieri, occultano la loro reale natura oligarchica. Queste, anzi, volgono in loro favore la parvenza di una tirannide attenuata sfruttando l’ignoranza o la corruzione del popolo che si accontenta di «una certa apparenza di libertà».[10] A un livello più basso si trova poi la «tirannide elettiva di un solo»,[11] ovvero lo stato pontificio, dove il popolo, giunto al grado massimo della sua «stupidità», non appena muore un papa, riaffida la propria libertà, quasi senza avvedersene, al nuovo tiranno eletto dal conclave.[12] Nel capitolo Della religione, Alfieri torna sulla stupidità di un popolo che crede in un ʻtirannoʼ mediatore tra Dio e gli uomini e nella sua infallibilità,[13] a differenza delle repubbliche di Atene, Sparta e Roma che «non isforzarono mai i lor popoli a credere nella infallibilità degli oracoli.[14] Ne deriva l’equazione, ribadita più volte,[15] secondo cui un popolo cattolico non è mai un popolo libero.[16] E che la ʻstupiditàʼ sia un contrassegno dei popoli moderni lo si evince anche dagli esiti di un fuorviante nominalismo: se la ʻmonarchiaʼ è «il dolce nome che la ignoranza, l’adulazione, e il timore, davano e danno a questi sì fatti governi»,[17] i tiranni moderni hanno ben compreso che tra monarchia e tirannide non vi è differenza alcuna.[18] E così, se da un lato «i principi europei […] di tiranni tengono caro il potere, e di monarchi il nome soltanto: […] i popoli all'incontro, spogliati, avviliti, ed oppressi dalla monarchia, la sola tirannide stupidamente abborriscono».[19] Tra i ʻviziʼ di un popolo Alfieri annovera anche la paura: vero fondamento («base e molla»)[20] della tirannide. E dalla propria paura il popolo oppresso non riesce a trarre le necessarie e logiche conseguenze che lo porterebbero alla reazione e alla rivalsa.[21]21 Ma un popolo che vive sotto il giogo della tirannide non ragiona, e non pensa.[22] Anzi, contribuisce a ʻstipendiareʼ proprio quell’esercito permanente senza il quale non vi sarebbe più tirannia. Per Alfieri, quindi, in seno a un tirannide «le soldatesche son tutto, ed i popoli nulla».[23] I soldati, peggio, sono «la più vile feccia della feccia[24] della plebe».[25]


2. Del principe e delle lettere


Nel trattato Del Principe e delle Lettere il popolo non figura tra i soggetti che traggono dai «libri […] che scuotono il cuore dell’uomo»[26] quei motivi che accendono gli ideali della libertà. Per questo motivo, secondo Alfieri, il ruolo della letteratura nelle grandi rivoluzioni è veramente esiguo. Forse alcune grandi personalità, che hanno eccitato e persuaso le masse a ribellarsi alla tirannia, possono essere state in parte ispirate da qualche frammento di letteratura, ma non il popolo:

Leggere, come io l’intendo, vuol dire profondamente pensare; pensare, vuol dire starsi; e starsi, vuol dir sopportare. Si esamini la storia, e si vedrà, che i popoli tutti ritornati di servitù in libertà, non lo furono già per via di lumi e verità penetrate in ciascuno individuo, ma per un qualche entusiasmo saputo loro inspirare da alcuna mente illuminata, astuta, e focosa: e neppur quella era una mente seppellita nell’ozio degli studj, ma pensante per sé stessa; e di quel pensare che nasce da un sentimento naturale e profondo; forse risvegliato da un tratto di tale, o tal libro, ma non mai accattato dai molti di essi.[27]

Per Alfieri inoltre l’effetto patetico dell’eloquenza politica è strettamente connesso al grado di cultura e di civiltà di una nazione. Se da un lato per eccitare un popolo ʻbarbaroʼ sarà sufficiente un discorso che espone i pericoli «semplicissimamente»,[28] dall’altro, nel caso dei popoli ʻpiù istruitiʼ, «un capitano di nazione colta e libera» che intende infiammare o commuovere gli animi nel suo esercito, dovrà ricorrere, per i medesimi argomenti, alle astuzie e ai colori della retorica in quanto tale popolo ʻcoltoʼ «viene a sentire meno fortemente» le parole rozze, grandi, autentiche mentre sarà più sensibile alle sottigliezze del pensiero e alle eleganze della lingua.[29] Tuttavia Alfieri nota che in una nazione il passaggio da uno stato di ʻrozzezzaʼ a quello di ʻculturaʼ non avviene repentinamente. In questo transito evolutivo si assiste alla formazione di una sorta di situazione ibrida temporanea che dispone al contempo dei «due semi» della gloria passata e della cultura del presente[30], e quest’ultima produce il paradosso di un popolo che «può durare corrotto e libero».[31] Tale fase tuttavia non dura a lungo e un popolo precipiterà inevitabilmente verso uno stato di cultura e corruzione. E tra i contrassegni della decadenza della nuova condizione si riscontra il ʻsentire debolmenteʼ, a causa del «troppo parlare, […] poco pensare, e […] nulla operare»[32] delle società. A ciò si aggiunge inoltre il problema dell’«ignoranza», l’origine della «durabile servitù di ogni popolo».[33] E in un tale sistema spetterebbe alla nobiltà più avvertita emancipare il popolo. Alfieri aveva già sostenuto che a originare la tirannia ha sempre contribuito la nobiltà ereditaria la quale, per la sua ambizione, si muta in «tirannide aristocratica»,[34] discostandosi qui dalle teorie di Machiavelli[35] e di Montesquieu laddove questi vedevano nel conflitto fra popolo e nobiltà, l’origine della grandezza di Roma[36] benché in seguito ne avesse provocato la decadenza.[37] Tuttavia i nobili, posti tra il principe e il popolo, possono, qualora non vengano da questi ʻschiacciatiʼ,[38] smascherare la ʻnullitàʼ del primo, e a entrambi palesare la «forza» e i «sacri diritti» del «secondo».[39] Da questo punto di vista, la nuova gloria inglese è affine a quella della Roma che cacciava i suoi re in quanto la nascita della monarchia costituzionale inglese coincide proprio con la «cacciata della regal potestà»[40] che si eleva «in forza ed in gloria grandissima».[41] La causa principale dell’emancipazione dei Romani, degli Inglesi e degli Americani è proprio la «la loro piena ottenuta conoscenza dei proprj diritti».[42] E così, un principe, il cui scopo è comandare quanto più possibile, userà contro il popolo le armi dell’esercito e dell’ignoranza. Toccherebbe allora agli «arditi e veraci scrittori»[43] ovvero i «naturali, e sublimi tribuni dei non liberi popoli»,[44]insegnare ai sudditi «a farsi uomini e cittadini».[45]


3. Il Misogallo


Il Misogallo (scritto tra il 1789 e il 1795) sancisce la fine delle speranze rivoluzionarie di Alfieri [46] e inscrive in sé la cifra di un atteggiamento di rifiuto, negazione e ostilità nei confronti del popolo e della cultura francesi che ormai lo ha definitivamente disilluso. Vi si ravvisa un atteggiamento quasi di rancore, nutrito da sentimenti di astio e repulsione poi ravvisabili in, si può dire, tutte le opere (compreso l’epistolario) che scriverà fino alla fine dei suoi giorni. Come dichiara lo stesso Alfieri nella Ragion dell’opera della Prosa seconda del Misogallo, il fondamento teorico del suo giudizio verso la nazione francese poggia sulle passioni dell’amore e dell’odio. Infatti, poiché il «giudicare, e il sentire, son uno»,[47] l’amore di Alfieri per la «civil libertà» collima conseguentemente con il suo «odio intenso e sublime»[48] per i Francesi. La sua lode per la libertà viene così a esplicitare la sua teoria circa il rapporto fra le virtù e i popoli liberi.[49]
Se dunque negli uomini si ama quel «forte sentire» creato «da passioni ardenti e altissime»,[50] appare evidente la condizione dei Francesi, caratterizzati «dal pochissimo loro sentire di cuore, e dal fittizio sentire di capo».[51] Quello francese è dunque un popolo che «sotto diversa maschera, se ne va seminando la mostruosa e funesta anarchìa, innestata su la propria natìa putrefazione; e le più inaudite crudeltà e sceleraggini; e ad un tempo il più obbrobrioso servaggio; la dipendenza, cioè, dei possidenti e dei buoni, dai nullatenenti e dai rei».[52]52 Il finale della Ragion dell’opera esplicita ulteriormente la logica equazione di Alfieri: «amare non si può la libertà, né conoscerla, senza abborrire i Francesi; appunto perché questi due opposti nomi e materie, non si son mai raccozzati, né raccozzar mai si possono».[53] Diventa dunque particolarmente interessante, dopo aver letto la citata nota del VII capitolo della Tirannide, la nuova definizione che Alfieri dà del popolo:

Ma nel dire io un popolo, intendo bensì, una moltitudine e quasi totalità di onesti abitanti sì delle città che del contado, promiscuamente composta di tutti i ceti; la quale, non instigata, non prezzolata, ma per naturale sublime impeto dalle ricevute ingiurie commossa a sdegno e furore, agisce all’improvviso con entusiasmo energia e schietto coraggio.[54]

In questa definizione, simile nel contenuto alla prima, si assiste al passaggio dalla «massa di cittadini e contadini» del primo trattato, alla «moltitudine […] di […] abitanti sì delle città che del contado». In seguito alla delusione per il nuovo corso politico che la repubblica francese aveva avviato, Alfieri, probabilmente già da qui, prendeva le distanze dall’ormai ambiguo e sospetto termine «cittadino» (che aveva finito per assumere una forte e speciosa connotazione ideologica), se non in termini sarcastici o caricaturali come si vedrà anche nella commedia I Troppi. Più avanti, Alfieri ribadisce che il ʻpopolo autenticoʼ è costituito da coloro che possiedono proprietà, mentre i nullatenenti approfittano delle rivolte sociali per impossessarsi dei beni dei primi.[55] Accusa quindi l’Assemblea Costituente Nazionale di aver usurpato la sovranità di clero e nobiltà «a nome del popolo, con le minacce ed ajuto della plebe, operando per l’appunto l’opposto di quanto le era stato intimato di fare dal popolo vero, cioè da tutti i possidenti del regno».[56]
Per Alfieri l’incapacità di essere liberi dei Francesi è un vizio connaturato: «io fra i popoli dell’Europa, quasi tutti da me visitati in cinque anni di giovenili peregrinazioni, non ne avea visto alcuno, (eccettuandone forse i soli Moscoviti) che sopportasse l’autorità assoluta, e la servitù che n’è figlia, con maggior disinvoltura dei Francesi».[57] E il democratico popolo francese assume dunque la natura di una plebe schiava come spesso viene ricordato dall’autore: «schiavi contenti e degnissimi»,[58] «schiavi scatenati»,[59] «veri schiavi, licenziosi e insolenti»,[60] «schiavi assassini»,[61] «infima plebe»,[62] «plebe pungolata e sedotta»,[63] «plebaglia»,[64] «plebe vilissima»,[65] «feccia di plebe»,[66] «immensa folla di plebe»,[67] «popolo […] codardissimo»,[68] «popolo e schiavo, e muto, e crudele, e codardo».[69] E questo solo nella Prosa seconda.[70]
Ma è la figura dell’avvocato che diviene l’emblema di quella ʻcittadinanzaʼ nociva, ossia il ceto medio, collocata fra la plebe e il popolo (proprio come viene illustrata anche nella satira La Sesqui-Plebe)[71]. Nel dialogo fra Libero e Liberto nel Misogallo, dopo che il primo chiede con quale arte o entrate ʻcampavaʼ, alla risposta di «Avvocato…», commenta: «Ahimè! Basta. Tu dunque vendevi e parole, e opinioni, e te stesso, a chi più ti pagava. […] Spogliando io dunque d’ogni orpello il tuo dire, dalle tue stesse parole ricavo, che povero tu vivevi, ed oscuro: aggiungo io quindi, e scontento; e, concedendolo i tempi, perturbatore, vendicativo, e prepotente ed impuro».[72] E ancora nel Misogallo, nel Dialogo fra l’ombre di Luigi XVI, e di Robespierre, ovvero la Prosa quinta, Alfieri, in nota al nome del rivoluzionario scrive: «Robespierre; uno di quei tanti avvocatuzzi falliti, che rigenerarono la Francia; e che, per essersi mostrato più crudele e vigliacco degli altri, ha saputo uscire da quell’oscurissima folla, e farsi un nome tal quale».[73] E in un epigramma del 1797 si legge:

Fattisi in Gallia Re gli Avvocatuzzi,
Più che quanti mai Re delitti fanno.
Stuzzican essi i nostri Re cocuzzi,
Che buoni esser non ponno, e rei non sanno.
Testa e coda son dunque egual genìa;
Ma sempre pur più danno
A un popol reca l’Avvocaterìa.[74]


Coevo alla composizione del Misogallo è il progetto di un trattato intitolato appunto Del Popolo. Libri due, riportato da Pietro Cazzani nel primo volume degli Scritti politici e morali di Alfieri nel 1951. L’indice dei capitoli dell’opera collega questa riflessione direttamente alla tetralogia politica delle commedie alfieriane. E ciò risulta particolarmente evidente se si legge la postilla relativa al primo capitolo (Se si debba ingannare il popolo, e come, e perché, e fin dove) del Libro secondo. Del popolo, quale potrebb’essere: «Cioè, se uno, o pochi, o molti debbano dar le leggi ad un popolo; poiché da sé non può farle, per la onfusione e il cozzo delle troppe opinioni che dissolverebbe la società, prima di costituirla. Leggi, altro non sono che un utile inganno usato dall’ingegno di pochi alla forza, e stupidità dei molti».[75]


4. Le commedie


Con le commedie si giunge così agli ultimi anni di vita di Alfieri. Le prime quattro[76] vengono a comporre una tetralogia politica o una sola commedia divisa in venti atti[77] e i regimi di monarchia, oligarchia e democrazia vengono derisi e squalificati.[78] Una prima traccia delle prime tre si rinviene nei Secondi pensieri comici del 1788 dove leggiamo che le prime tre commedie tra le dodici previste dal Piano di commedie, erano:

1. La Monarchia – l’elezione di Dario darà il tema.
2. L’Aristocrazia – qualche fatto di Venezia.
3. La Democrazia – qualche fatto d’Atene (o di Parigi 89).[79]

Il progetto è meglio definito nei Quarti pensieri comici del 1800 dove si legge che le commedie si sono ridotte a sei e le prime quattro sono:

1. L’Uno o sia Dario.
2. I Pochi o sia I Gracchi.
3. I Troppi o sia Alessandro Magno.
4. Di tre veleni, un Rimedio.[80]

E ancor di più nella Seconda pensatura:

1. L’Uno – Aristofane per deridere i Persiani. Scena, Susa, elezion di Dario.
2. I Pochi – I Gracchi contro il Senato. Elezion di Console Plebeo.
3. I Troppi – Alessandro contro Atene; derisione de’ suoi Oratori. Scena in Babilonia: o altrove, al Granico … …
4. Di tre veleni – La Magna Carta personificata. Scena l’Inghilterra.[81]

Nella commedia L’Uno, ispirata al III libro delle Storie di Erodoto, lo scontro politico avviene fra tre dei sette uccisori del falso Smerdi (l’impostore che fingeva di essere il legittimo sovrano di Persia), ovvero Dario, esponente dell’ʻideologiaʼ monarchica, Megabize di quella oligarchica e Orcane della democratica.[82] Nel dramma alfieriano i tre protagonisti sono solo in apparenza mossi da un autentico interesse per l’utile della nazione poiché in realtà ciascuno mira al potere personale. Nell’intreccio della commedia ciascuna forma di governo sarà contestata dagli altri due avversari. Ma l’intento è quello di invalidarle tutte attraverso la prospettiva di Gobria.[83] Da un lato quindi Orcane si impegna a promuovere un regime democratico per la Persia, parlando di «popolari e collettizie forme» che producano «equa legge ed infrangibil»[84] nell’afflato dell’unità: «il può sola l’unïon, la forza | della comune volontà. […] | Il popol solo, e tutto»,[85] e dall’altro viene confutato dagli altri due. Megabize ne mostra la degenerazione in una «anarchia» o «tuttiarchïa» in cui proliferano «abusi», «delitti» e «sciagure».[86] Ma va più nel profondo il pensiero di Dario (il futuro sovrano di Persia) che stigmatizza la retorica della democrazia col nesso tra ʻpopoloʼ e ʻmascheraʼ, laddove la ʻmascheraʼ di ʻdemocraticoʼ occulta le reali intenzioni tiranniche: «Popolo! | Sempre Popolo, eh? Commoda maschera».[87] Spetta comunque a Gobria esporre la sintesi del pensiero alfieriano. Quando Orcane ribadisce che la miglior forma di governo sia la democrazia, egli afferma che «il meglio, e il vero, e il preferibil fia | senza dubbio, il NESSUNO».[88] Ma ecco che Gobria corregge Orcane facendo ricorso proprio alla ormai nota differenza tra plebe e popolo:

Cioè i TUTTI,
Dir volevi; e sbagliando, hai detto il giusto.
Tutti è nessuno; ma in tuo cor tu speri,
E brami, e già ti tieni esserlo TU
Quel Nessuno dei Tutti, e all’ombra starti
Dell’ingannata invidïosa e stupida
Plebe dico, e non Popolo.[89]


Nella medesima prospettiva Gobria rimprovera a Orcane la studiata parentela contratta col tiranno dandogli in sposa la propria figlia Pafima:

Tu che il Popolo amavi e veneravi,
Come facevi dunque a imparentarti
Con questi Scannapopolo?
[…] Or taci: ben tel vedi,
Che tu più ch’altri t’eri un mero arnese
Da regno, e il sei tuttora; ma non mai
Arnese tu da Popolo.[90]


finché non giunge l’affondo e lo svelamento: «Tu ’l vedi, che nel cuore, | senza pure avvedertene, ti hai l’UNO»,[91] quindi «regalarmi | or ben tu puoi in contraccambio il puzzo | di questa tua sì cara Plebucciaccia».[92]
La seconda commedia, I Pochi, ambientata nella Roma nel II sec. a.C., verte sul tema dell’oligarchia, dei suoi limiti e delle ambizioni che vi gravitano con l’attività delle sue famiglie più potenti. L’opera poggia sull’idea che l’oligarchia fondi il proprio dominio sulla forza della plebe che può essere guidata grazie alle abilità dell’oratoria. La commedia si apre infatti proprio con il filosofo Blosio che accusa il retore Diofane di aver consigliato ai Gracchi di cercare il fondamento del proprio potere nella «invan da lui leccata plebe».[93] È il personaggio di Diofane ad essere dipinto come quella sorta di liberto o avvocato da sesquiplebe che cerca di trarre profitto e vantaggi dal subbuglio della «vil plebe»[94] contro il «regnar dei POCHI» nobili. E ancor meglio ne viene definita la condotta di torbido rimestatore impuro e contaminato:[95] «gli è un perpetuo mantice, che soffiagli | veleno, quant’ei n’abbia; gli è una vipera | di Plebeïsmo fradicio».[96] Ma i personaggi forse più interessanti sono i due Gracchi il cui animo nei confronti della plebe appare inizialmente ambiguo, se non combattuto, ma poi diventa sempre più evidente il loro sdegno e l’uso che intendono farne al fine di raggiungere i propri obiettivi politici, ovvero ridimensionare il potere dell’ordine dei Cavalieri. In Tiberio dunque si riscontra da un lato la reticenza di un nobile («Io, Gracco; nipote io del gran Scipione, | plebeïzzar in cotal guisa?»),[97] dall’altra il desiderio di emancipare lo strato più basso del popolo («Il sai [..] qual puro a me nell’alma | alto avvampi desìo di alfin sottrarre | da oppressïon sì lunga questa ardita | nobile e giusta Plebe»).[98] Mentre per Cajo la passione sembra più viva («Immedesmata | mi si è nel cuor cotanto oggi la causa | della Plebe e la mia»;[99] «sol per mezzo della Plebe appieno | può vendicarsi e domar la superbia».[100] Di diverso avviso è il senatore Fabio, fiero delle proprie nobili origini e sicuro che una buona condotta individuale nella vita «frutta […] il piacere […] di non far nulla, che assomigli a Plebe».[101] In questo senso lo scarto fra nobili e plebe dev’esser netto, come ricorda Terza parlando del plebeo Lentulio («è un uom rotondo; | plebeo sì; ma, che d’esserlo si vanta; | e sente a un tempo e venera e discerne | quanta è distanza infra Patrizj e Plebe».[102] Ecco perché, «imposturando popolarità» (e ritorna qui la retorica del popolo), il possibile matrimonio fra il nobile Cajo e la plebea Mitulla, favorito da Tiberio, Gloriaccino e Diofane, sarebbe, secondo Blosio, un «mostruoso parentado».[103] Ad ogni modo lo schierarsi da parte dei nobili con il popolo viene visto con sospetto, e non solo da parte della plebe. Lentulio afferma: «Io | già mi diffido vieppiù assai di questi | plebeïzzanti ipocriti Patrizj, | che di tutt’altri. I’ ho più caro avermi | a dirittura i calci nel sedere | dagli schietti Patrizj insolentoni, | che non i finti traditori abbracci | dei mascherati e blandi».[104] La tesi di Lentulio verrà confermata da Tiberio e dalla madre Cornelia:

TIBERIO:
In noi potenti
La Plebe non c’ha fede: ella ci tiene
Per menzogneri e vendifumo; e pronti
Sempre ci tiene a prevalerci d’essa
Pe’ fini nostri, e abbandonarla poscia,
Conseguiti ch’ei sieno.

CORNELIA:
Ma un pratico
Orator, se la ride, e fa la Plebe
Sempr’esser ciò che a lui conviene.[105]


E come dimostra Tiberio, rivolgendosi a Cornelia, la plebe diviene un mero strumento della lotta da condurre contro l’ordine dei cavalieri:[106]

TIBERIO:
[…] tu il sai, ch’è d’uopo
In ciò adoprar vile stromento ingrato,
La infida iniqua e mobil Plebe: e sola
Essa è da ciò pure stromento»[107].

CORNELIA:
Vile
La Plebe, sì; ma vili più, a mio senno,
Ben son codesti Cavalieri, in cui
E dei Patrizj e della Plebe e i loro
Proprj difetti in mostruosa lega
Gareggian tutti. Ah, sì; men ch’essi, sozza
La Plebe, or noi per atterrarli, ajuti:
A noi poi spetta, e a noi fia lieve poscia,
Il rintuzzare il rintanar la Plebe
Ne’ suoi tugurj muta. Ma frattanto,
È da valersen, sì purtroppo.[108]


E più avanti, al IV atto, sarà ancora Cornelia a esplicitare il piano egemonico dei Gracchi secondo cui la «piena immondissima»[109] della plebe «inondi Roma». Lo stesso Cajo, che sembrava potesse nutrire una forma di empatia o complicità verso questo basso ceto grazie all’amore per la ʻplebeaʼ Mitulla, si rivela sdegnosamente altero ed assolutamente restìo a formare qualsivoglia «lega» con la plebe:

[…] Io, Madre, anch’io,
Benché Amore invescassemi pur tanto
D’una plebea ne’ lacci, io pur l’abborro
Codesta Plebe; né mai fia, ch’io voglia
Assomigliarla in nulla. Impatriziata
Per me Mitulla, sì; non mai per essa,
Implebeïto io mai.[110]


Anzi, Cajo sostiene cinicamente che proprio da questo «giovanile error d’amor» si potrà trarre «tant’utile» dai ʻplebeiʼ sposandone una di loro.[111] Ma nella commedia, che non giunge all’assassinio di Tiberio, nessun «utile» perverrà ai Gracchi. Anzi, il V atto si apre con il rientro in casa dei due fratelli in seguito alla rovinosa fuga causata dalla violenza popolare. Sarà così Fabio, proprio come Blosio in apertura del I atto, a fornire la morale della storia: «Ah, nella Plebe | mal vi affidaste; e mal vi affiderete | se in ciò si ostina indomita vostr’ira». Infatti, «Non è Pochi il Senato: e fra tai Pochi, | Sempre avran luogo e Scipïoni e Gracchi; Ma, Gloriaccini no».[112]
È con I Troppi che vengono infine messe in scena e ridicolizzate la democrazia e la grande oratoria ateniese, soprattutto quella di Demostene. Dopo aver preso di mira il ʻpopoloʼ e la ʻplebeʼ, qui è dunque la volta dei ʻcittadiniʼ. «Cittadini oratori»,[113] dirà Eschine. Ai «Cittadini compagni»[114] si appellerà Demostene. Si era già fatto cenno a come Alfieri, in seguito ai fatti rivoluzionari di Francia, avesse inteso mettere in caricatura il termine ʻcittadinoʼ attraverso un’operazione che smarscherasse le nuove connotazioni attribuite al vecchio consolidato gergo politico dal regime rivoluzionario francese.[115] In questa commedia i ʻdemocraticiʼ cittadini ateniesi, rappresentati da Eschine e Demostene, si scontrano a Babilonia, «gran carcer di schiavi»,[116] con Alessandro Magno.[117] La difficoltà degli oratori greci nasce quando Alessandro, «d’Asia un Tiranno»,[118] chiede loro di prosternarsi dinanzi a lui. Se la proskýnesis era infatti pratica comune presso i regni orientali, diventava sconveniente e umiliante per dei cittadini greci. La commedia tuttavia si sofferma poco sulla sostanza ma solo su formalità e liturgie di un gesto che dovrebbero tutelare l’inautentico orgoglio dei ʻliberiʼ greci. Alessandro insinua infatti: «La jattanza lieve | atenïese, la conosco: un verbo | è il prosternarsi, che ripugna or forse | più alla lor lingua che ai ginocchi loro».[119] Tant’è che Efestione definisce i ʻcittadiniʼ ateniesi «impostori | di libertà plebesca; mille volte | più vili e schiavi ch’asini di Persia».[120] L’opera mette dunque in luce il problematico rapporto tra forza e diritto. Alla proposta di Demostene di rinunciare all’ambasciata, Eschine avverte prudentemente i sodali della scuola di Demostene che l’abbandono dell’ambasciata procurerebbe «satelliti e bastoni, | contro a cui vana l’eloquenza vostra | riuscirebbe».[121] L’impotenza della retorica di fronte alle ragioni della forza trova così nelle parole di Demostene una giustificazione nella fuga verso un fragile e opportunistico ʻdecoroʼ di facciata: «Cittadini compagni, oggi l’han vinta | […]. Pel ben pubblico, piegatomi | sono agli usi di Persia; ma in tal guisa | mi vi adatto, che in salvo appien fia tosto | il decoro di Atene».[122] Attraverso le parole dello stesso Demostene si distingue il precedente piano morale dei padri («O venerande | ombre de’ nostri liberi e magnanimi | prischi Eroi Cittadini» da quello attuale dei figli («or perdonate | questa purtroppo necessaria omai | Prostituzion de’ figli vostri»).[123] La debolezza degli Ateniesi di fronte alla forza di Alessandro viene sarcasticamente sottolineata dagli accoliti di Alessandro che commentano il discorso di elogio di Eschine:

ESCHINE:
[…] Alta ed eterna,
Esimio Re, sua gratitudin vera
Ti sacrerà per la salvata intatta
Sua libertà la non mai serva Atene.

ROSSANE (Ad Efestione):
Non mai serva?

EFESTIONE:
Che favole!

ANTIPATRO:
Impostori.

EFESTIONE:
Serva sempre, dei pessimi.

ANTIPATRO:
E tiranna
Dei buoni tutti, sempre.[124]


Con l’ultimo tassello della tetralogia le tre forme di governo già rappresentate nelle prime tre commedie vengono inscenate sotto la luce di una definitiva disillusione, ma con un’ipotesi di speranza, L’Antidoto,[125] ovvero la monarchia costituzionale. Tarantella Pigliapoco, nell’ottica alfieriana di condanna a monarchia, oligarchia e democrazia, sintetizza l’inefficacia di buon governo dei tre regimi nell’isola delle Orcadi: «Ell’è quest’Isola | un guazzabuglio, una confusione. | Di tre sorte di abitanti, che si siamo, | comandar, vorrian tutti; obbedir, niuno: | l’un contro l’altro, l’è un’invidia poi, | che ci si scoppia. I pessimi, trionfano | qui, più che altrove: non vi si tien conto | di quelli che varrebbano: ed in somma, | tutto è raggiri e falsità».[126] Pigliatutto, re dell’isola, grazie all’intervento del mago Mischach avrà il poteredi scegliere quale fra «tre varie forme | di mostri» far partorire alla moglie incinta quale erede e futuro governante, ovvero, il Senzagambe (la monarchia), il Treteste (l’oligarchia) e il Senzatesta (la democrazia). E nella scelta potrà avvalersi dei consigli di tre defunti, evocati dal mago, conosciuti nelle tre precedenti commedie, Dario, Caio Gracco e Demostene, ciascuno dei quali tuttavia, suggerisce forme di governo differenti da quelle ambite in vita. Ma alla fine la pacificazione e la felicità di un popolo per Alfieri può realizzarsi solo attraverso la monarchia costituzionale,[127] con una «bella creatura»,[128] un «incanto»,[129] un «Angiol del Cielo»,[130] una «femmina celeste»,[131] che, va sottolineato, si manifesta agli uomini quale figlia di Pigliatutto, emblema della monarchia. Mischach, dunque, può sintetizzare le qualità benefiche di questo quarto nuovo regime:

[…] Ma se un Popol mai
Beato fuvvi, voi sarete or quello.
Fra voi, qual Dea, starassi omai gran tempo
Questa fanciulla portentosa. Intanto
Essa or vel dica, a quai patti promette
Felici farvi, prodi, ottimi, e giusti.[132]


Sono quattro qualità che la Neonata sintetizza nella sua persona: «Quattro parole, ch’io, ristrette in una, | farvi or prometto Liberi»[133]. Questa formidabile bambina «l’un coll’altro misti | stritolati, stacciati, e rimpastati» ciascuno dei tre regimi, che «per se stesso è un veleno», ottiene l’«antidoto divino» della ʻmonarchia costituzionaleʼ.[134] Ma l’epilogo della tetralogia ha un fondo raffinato e ombroso poiché verte sulla risposta che la Neonata dà quando le viene chiesto con quale nome debbano chiamarla:

LA NEONATA:
In fin che saggi
Sarete voi, di possedermi soli
Voi paghi appien, non m’imporrete nome.
Ma, se Opulenza e la fatal sua figlia,
Insolenza, vi fanno ebri d’entrambe,
Me nomerete allora Libertà:
Stolti, ch’io allor con voi non son già più.[135]


Con le commedie politiche si conclude dunque un percorso che sancisce l’impossibilità dell’esistenza di una nazione felice qualora sia governata da regimi monarchici, oligarchici o democatici. Inoltre viene sottolineata la falsità degli individui che retoricamente si richiamano ai valori della virtù e della libertà per affermare tali forme di governo, perché in realtà essi dissimulano la loro ambizione di potere. L’unico governo in cui gli esseri umani possono ancora sperare resta la monarchia costituzionale modellata sul caso inglese benché la prospettiva non rimanesse propriamente salda e sicura e assumesse i contorni dell’utopia. Alfieri aveva già condannato l’atteggiamento dell’Inghilterra nei confronti della nascente nazione americana, accusandola di esser ʻschiava di voglie ingiuste e assoluteʼ. Certo, l’Inghilterra rimaneva pur sempre il paese ʻpiù liberoʼ e ʻmeno corrottoʼ d’Europa. E inequivocabile resta a questo proposito l’entusiastica testimonianza dell’autobiografia in occasione del suo primo viaggio nel 1768:

Le strade, le osterie, i cavalli, le donne, il ben essere universale, la vita e l’attività di quell’isola, la pulizia e comodo delle case benché picciolissime, il non vi trovare  pezzenti, un moto perenne di danaro e d’industria sparso egualmente nelle province che nella capitale; tutte queste doti vere ed uniche di quel fortunato e libero paese, mi rapirono l’animo a bella prima, e in due altri viaggi, oltre quello, ch’io vi ho fatti finora, non ho variato mai più di parere, troppa essendo la differenza tra l’Inghilterra e tutto il rimanente dell’Europa in queste tante diramazioni della pubblica felicità, provenienti dal miglior governo. Onde, benché io allora non ne studiassi profondamente la costituzione, madre di tanta prosperità, ne seppi però abbastanza osservare e valutare gli effetti divini.[136]

A tale impressione bisogna tuttavia aggiungere la significativa parentesi aggiunta al resoconto del 1771 in occasione della sua quarta visita: «Il paese piacque molto alla mia donna per certi lati, per altri no. Io […] lo ammirai ancora, (ma un poco meno) quanto agli effetti morali del governo».[137] La tetralogia sintetizza dunque, nell’amarezza di un riso disincantato, una visione storica che contempla l’infelicità dei popoli, l’ambizione degli individui e «la favola perenne dell’ambiguità».[138] Simile visione che diventerà poi ancora più aspra nelle due ultime commedie, La Finestrina e Il Divorzio. In questo senso, ha scritto Gino Tellini, «si può parlare veramente, per le Commedie, di un pessimismo totale sulla natura umana e sulla storia».[139] È così che Alfieri mostrava al mondo il rovescio delle sue tragedie.


Pubblicato il 06/12/2017
Note:


[1] «Soglionsi per lo più i libri dedicare alle persone potenti, perché gli autori credono ritrarne chi lustro, chi protezione, chi mercede. Non sono, o DIVINA LIBERTÀ, spente affatto in tutti i moderni cuori le tue cocenti faville: molti ne’ loro scritti vanno or qua or là tasteggiando alcuni dei tuoi più sacri e più infranti diritti», in V. Alfieri, Della Tirannide, in Scritti politici e morali, vol. I, a cura di P. Cazzani, Asti, Casa d’Alfieri, 1951, I, Alla libertà, p. 7.

[2] Ivi.

[3] Ivi.

[4] Ivi, I 7, p. 41. Nel Panegirico di Plinio a Traiano Alfieri scrive: «Cittadino, in libera contrada, vuol dire, libero e sicuro posseditore dell’aver suo, dell’onor suo, delle mogli, dei figli, e di sé medesimo», in V. Alfieri, Panegirico di Plinio a Traiano, V, In Scritti politici e morali, cit., p. 303.

[5] Alfieri rammenta ancora la distinzione fra popolo e plebe nel sonetto VIII del Misogallo ( «invan ti nome | Popol; sei plebe», in V. Alfieri, Il Misogallo, a cura di M. Navone, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2016, p. 63) e nella commedia L’Uno, IV 3, 116 («Plebe dico, e non Popolo», in V. Alfieri, L’Uno, in Commedie, vol. I, LUno, I Pochi, a cura di S. Costa, Milano, Mursia, 1988). Nel sonetto XX del Misogallo, popolo e plebe vengono contrapposti così: «Freme ogni abbiente; il non abbiente esulta» (in V. Alfieri, Il Misogallo, cit., p. 92). Sempre nel Misogallo, alla Prosa quinta, Robespierre spiega a Luigi XVI che «quella moltitudine, che voi Principi e Grandi chiamate Plebe o Canaglia; e noi all’incontro (perché nessuno vuol disprezzare sé stesso ne’ suoi simili) con accorta adulazione chiamiamola Popolo» (Ivi, p. 187). In una lettera della contessa D’Albany del 1800, Alfieri annota che «Popolo è dunque tutti coloro che hanno di che campare onestamente, esercitando arti liberali, od utili, o necessarie, ma onorate. Plebe sono tutti i nullatenenti, i falliti, i viziosi, i mercenarj, i servi, e i Francesi», in V. Alfieri, Epistolario, vol. III, a cura di L. Caretti, Asti, Casa d’Alfieri, 1989, p. 57. Ad ogni modo, prevalentemente, anche nelle tragedie, la plebe assume il senso di una massa indistinta, istintiva, stolta e maligna. Bastino questi pochi esempi tratti da alcune tragedie. Ottavia: «vil plebe» (I 1), «maligna plebe» (I 1), «empia plebe» (II 3), «bollente plebe» (II 3), «plebe credula» (III 3), «audace plebe» (III 6), «ammutinata plebe» (IV 1), «ria plebe» (IV 2), (in V. Alfieri, Tragedie, vol. VIII, a cura di A. Fabrizi, Asti, Casa d’Alfieri, 1973); Virginia: «plebe stolta» (II 1), «volubil plebe» (II 4), «malnata plebe» (IV 5) (Ivi, vol. IV, a cura di C. Jannaco, 1955); Agide: «tumultuante ardita plebe» (I 1), «torbida, audace, e sozza plebe» (IV 2), «ribellante compra infima plebe» (IV 3), «rea sozza plebe» (IV 5) (Ivi, vol. XV, a cura di R. De Bello, 1975); Bruto primo: «infima plebe» (III 2) (Ivi, vol. XVII, a cura di A. Fabrizi, 1975); Bruto secondo: «compra plebe» (II 1) (Ivi, vol. XIX, a cura di A. Fabrizi, 1976); Timoleone: «plebe vile» (II 3) (Ivi, vol. IX, a cura di L. Rossi, 1981); Maria Stuarda: «insolente plebe» (V 1; ivi, vol. XI, a cura di R. De Bello, 1970), etc.

[6] V. Alfieri, Il Misogallo, cit., pp. 134-136.

[7] Ivi, pp. 140-141.

[8] V. Alfieri, Della tirannide, cit., I 2, p. 11.

[9] Ivi, p. 13.

[10] Ivi.

[11] Ivi.

[12] Ivi.

[13] Ivi, I 8, p. 46.

[14] Ivi, p. 47.

[15] Alfieri parla della schiavitù che producono le «sei anella» (Ivi, p. 46), ovvero papa, inquisizione, Purgatorio, confessione, matrimonio e celibato dei religiosi che, dopo la trattazione viene così sintetizzata: «Che un popolo soggiogato da tanti e sì fatti politici errori, quanti ne importa il viver cattolico, possa essere politicamente libero, ella è cosa certamente molto difficile: ma, dove pure ei lo fosse, io credo che il conservarsi tale, sia cosa impossibile. Un popolo, che crede nella infallibile e illimitata autorità del papa, è già interamente disposto a credere in un tiranno, che con maggiori forze effettive e avvalorate dal suffragio e scomuniche di quel papa istesso, lo persuaderà, o sforzerà ad obbedire a lui solo nelle cose politiche, come già obbedisce al solo papa nelle religiose. Un popolo, che trema della Inquisizione, quanto più non dovrà egli tremare di quell’armi stesse che la Inquisizione avvalorano? Un popolo, che si confessa di cuore, può egli non essere sempre schiavo di chi può assolverlo o no? Dico di più; che dal ceto stesso dei sacerdoti, (ove un laico tiranno non vi fosse) ne insorgerebbe uno religioso ben tosto; o se da altra parte insorgesse un tiranno, lo approverebbero e seconderebbero i sacerdoti, sperandone il contraccambio da lui. Ed è cosa anche provata dai fatti; si veda perfino nelle semi-repubbliche italiane, i sacerdoti esservi saliti assai meno in ricchezza e in potenza, che nelle tirannidi espresse di un solo. Un popolo finalmente, che si spropria dell'aver suo, togliendolo a se stesso, a’ suoi congiunti, e ai proprj suoi figli, per darlo ai sacerdoti celibi, diventerà coll’andar del tempo indubitabilmente così bisognoso e mendico, che egli sarà preda di chiunque lo vorrà conquistare, o far servo» (Ivi, pp. 49-50).

[16] Ivi, pp. 49-51. Scriveva già Piero Gobetti nella sua tesi di laurea pubblicata nel 1923 che nel pensiero alfieriano, fra cattolicesimo e tirannide vi è una sorta di «sostanziale unità», in P. Gobetti, La filosofia politica di Vittorio Alfieri, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2012, p. 73. Si vedano in particolare i capitoli Polemica anticattolica e Polemica antimonarchica.

[17] V. Alfieri, Della tirannide, cit., I 2, p. 14.

[18] Ivi.

[19] Ivi, p. 15.

[20] Ivi, I 3, p. 16.

[21] Ivi.

[22] Ivi, p. 17.

[23] Ivi, I 7, p. 115. Sulla funzione tirannica delle milizie Alfieri scrive nel Panegirico: «un civile moderato governo tosto cangiossi in un militare e violento. Furono da quel punto in poi il senato nostro, le pretoriane coorti; i nostri tribuni del popolo, i centurioni; i sacri consoli, l’imperatore perpetuo, ed unico; «Chiaro è che gli eserciti moltiplicati, immensi, perpetui, sfrenati, e cupidi, frutto di corrotta e tropo grande repubblica, ne furono il sovvertimento, gli oppressori ne sono, e i distruttori ne saranno, rimanendo. […] Tali sono i soldati pur troppo, romani già non dirò, né di Roma; ma i soldati, che da Roma nutriti, han Roma distrutta. E tali esser debbono, e sempre saranno, i soldati, che cittadini non sono; che colla stessa mano la spada e la marra a vicenda non trattano; e che, non diventando mai padri, cessano d’esser figli di vera repubblica», in V. Alfieri, Panegirico di Plinio a Traiano, cit., V, pp. 303-304.

[24] In «vile feccia della feccia» si riscontrano stilemi usati nel sonetto XVI del Misogallo, per qualificare la milizia francese: «Sei Repubblica tu, Gallica greggia, | Che muta or servi a rei pezzenti armati, La cui vil feccia in su la tua galleggia?» (V. Alfieri, Il Misogallo, cit., p. 83). E nella satira La Plebe: «feccia di feccia sei» (V. Alfieri, Satire, in Scritti politici e morali, vol. III, a cura di C. Mazzotta, Asti, Casa d’Alfieri, 1984, v. 27). Ma si ricordi anche Bruto primo, cit., III, 2, 114-117: «Bruto, e il collega, | E dell’infima plebe la vil feccia, | sono il sol nerbo che al ribelle ardire | omai rimane». E ancora, nel Panigirico: «Passati sono i più infelici tempi, in cui rimodendo io in senato de’ suoi infami vizj la plebe e la più vile feccia di Roma sarei, senza volerlo, venuto a rimordere i primi fra i senatori», in V. Alfieri, Panegirico di Plinio a Traiano, cit., VII, p. 312.

[25] V. Alfieri, Della tirannide, cit., I 7, p. 40.

[26] V. Alfieri, Del Principe e delle Lettere, I 10, in Scritti politici e morali, vol. I, a cura di P. Cazzani, cit., p. 131.

[27] Ivi, I 8, p. 127.

[28] Ivi, II 2, p. 143.

[29] Ivi.

[30] Ivi, p. 145.

[31] Ivi, p. 146.

[32] Ivi, II 7, p. 170.

[33] Ivi, III 8, p. 231.

[34] V. Alfieri, Della Tirannide, cit., I 11, p. 59.

[35] Ivi, p. 60. Nel Del principe e delle lettere, Alfieri scriverà che Machiavelli «è stato e merita d’essere capo-setta fra noi. […] Eppure, il Machiavello, proscritto dai principi per mera vergogna di se stessi, e dai popoli poco letto e niente meditato, volgarmente viene da tutti creduto un vile precettore di tirannia, di vizi, e di viltà. Né sarà questa una delle minori prove in favore di quanto asserisco; che i filosofi non possono essere mai pianta di servitù; poichè la moderna Italia, in ogni servire maestra, il solo vero filosofo politico ch’ella abbia avuto finora, non lo conosce, nè stima», in V. Alfieri, Del principe e delle lettere, cit., II 9, pp. 181-182.

[36] V. Alfieri, Della Tirannide, cit., I 11, pp. 60-61.

[37] Nel Panegirico Alfieri scriveva: «Le inimicizie tra la plebe e il senato, cagioni ad un tempo della nostra crescente virtù e grandezza, furono poi, oltre la molte troppa della potenza nostra, la cagion principale della rovina», in V. Alfieri, Panegirico di Plinio a Traiano, cit., II, p. 293.

[38] L’inettitudine politica della nobiltà, stretta fra popolo e sovrano, può essere sintetizzata dalle parole di Raimondo nella Congiura de’ Pazzi: «Il cittadin ci abborre, | E a dritto il fa; | Siamo al tiranno affini: | Non ci odian più, ci sprezzano i tiranni; E il mettiam noi che cittadin non fummo» (V. Alfieri, Tragedie, cit., vol. 20, a cura di L. Rossi, 1968, I, 1).

[39] V. Alfieri, Del principe e delle lettere, cit., III 8, p. 232.

[40] Ivi, p. 245. Per questo Alfieri nel Misogallo fa dire a Libero che gli Inglesi restano ancora «il più libero e il men corrotto popolo dell’Europa» (p. 128) e nel sonetto XLI che «Libera innanzi, e libera più poscia | Era, e  tuttora ell’è, l’Anglica gente» (V. Alfieri, Il Misogallo, cit., p. 253).

[41] V. Alfieri, Del Principe e delle Lettere, cit., p. 245.

[42] Ivi, p. 1013. Nelle odi dell’America libera ritornano le speranze per una nuova nazione che può ancora contare su un popolo («gente ricca») conscio dei propri ʻsacri dirittiʼ: «di leggi sacrosante all’ombra | Gente crescea secura, ancor che ricca, | Cui felice aura spicca | Dal mal che nostra Europa tutta ingombra (in V. Alfieri, Scritti politici e morali, vol. II, a cura di P. Cazzani, Asti, Casa d’Alfieri, 1966, I 1, 8-11); «Angli […] | Voi, che sì a lunga prova | Giù intendeste che fosse libertade, | Di voglie ingiuste ed assolute, a prova | Schiavi or vi fate?» (I, 3, 1-5); «Tu solo omai di libertade figlio, | Popol nocchier, tu resti; e in te sta il tutto» (Ivi, I 4, 15-16). Inoltre, nel Panegirico si legge: «Era il romano popolo in quei felici tempi sagace conoscitor de’ suoi dritti, difensore acerrimo d’essi, generoso emulatore delle patrizie virtù, ferocissimo in guerra, in pace mitissmo, religioso osservator degli Dei, parco nel vivere, operante sempre, ed amator della gloria; ma con avveduto discernimento, ogni gloria riponea nella libertà della patria», V. Alfieri, Panegirico di Plinio a Traiano, cit., VII, p. 311.

[43] V. Alfieri, Del Principe e delle Lettere, cit., p. 246.

[44] Ivi.

[45] Ivi.

[46] Sono ormai spente le passioni che ricordavano l’avvio della rivoluzione nel Parigi sbastigliato: «la turba rediviva, | Che ben trenta e più lustri ivi dormiva; | E il suo libero dir già al ciel rimbomba» (in V. Alfier, Scritti politici e morali, vol. II, a cura di P. Cazzani, cit., Introduzione, 5-8), o «E i cittadin feri vedea, ma giusti, | L’alta vendetta lungamente attesa | Sperar compiuta in que’ scemati busti. – | Ahi memorabil giorno! | Atroce, è ver; ma fin di tutte ambasce: | Di libertade adorno, | Fia questo il dì che vera Francia nasce» (Ivi, X, 12-18). Sul pensiero alfieriano in rapporto alla rivoluzione francese si vedano almeno A. Di Benedetto, Alfieri e la rivoluzione francese: alcune puntualizzazioni, in Tra Sette e Ottocento. Poesia, letteratura e politica, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1991, pp. 45-71; D. Gorret, La “voltolazione”: l’interpretazione misogallica dei fatti di Francia, in Il poeta e i mille tiranni. Per una rilettura critica del «Misogallo» di Vittorio Alfieri, Salerno, Laveglia, 1991, pp. 23-62; J. Lindon, Alfieri rivoluzionario e antirivoluzionario, in L’Inghilterra di Vittorio Alfieri e altri studi alfieriani, Modena, Mucchi, 1995, pp. 37-58.

[47] V. Alfieri, Il Misogallo, cit., p. 19. Qui Alfieri sembra quasi tradurre l’Helvétius dell’Esprit («tout jugement n’est pas qu’une sensation» o «juger est sentir». Si veda a tal proposito C.A. Helvétius, De lesprit, Paris, Durand, 1758, I, 1, pp. 9, 11.

[48] V. Alfieri, Il Misogallo, cit., p. 22.

[49] Ivi, p. 20.

[50] Ivi.

[51] Ivi, p. 22.

[52] Ivi, pp. 22-23.

[53] Ivi, p. 23.

[54] Ivi, p. 24.

[55] Nel sonetto XX del Misogallo la plebe viene così descritta: «Giunto è il regno dei cenci; osa pur tutto, | Tu, che temer non puoi confisca o multa» (V. Alfieri, Il Misogallo, cit, pp. 92-93). Ma si rivedano anche le fasi della ʻfugaʼ di Alfieri dalla Francia: «Ma v’era accanto alla Barriera una bettolaccia, di dove sbucarono fuori ad un tratto una trentina forse di manigoldi della plebe, scamisciati, ubriachi, e furiosi. Costoro, viste due carrozze che tante n’avevamo, molto cariche di bauli, e imperiali, ed una comitiva di due donne di servizio, e tre uomini, gridarono che tutti i ricchi se ne voleano fuggir di Parigi, e portar via tutti i loro tesori, e lasciarli essi nella miseria e nei guai. […] in mezzo a quella plebaglia si rischiava molto», in V. Alfieri, Vita scritta da esso, vol. I, a cura di L. Fassò, Asti, Casa d’Alfieri, 1951, Epoca quarta (continuazione), 22.

[56] Ivi, p. 30. Sempre nel sonetto XX, del Misogallo popolo e plebe vengono contrapposti così: «Freme ogni abbiente; il non abbiente esulta» (ivi, p. 92). Si veda anche nelle Satire (e in particolare I Re, I Grandi, La Plebe, La Sesqui-Plebe): «Meglio il svoran potere assai si adatta | Al non corrotto Popolo operante, | Che a lor cui l’ozio e la molleza imbratta. | E d’una moltitudine imperante | Gli alti pensieri chi eseguir può meglio, | Di un ben eletto suo Rappresentante» (V. Alfieri, Satire, cit., La Plebe, vv. 109-114). Marco Sterpos ha opportunamente scritto che Alfieri «non ritiene i ceti tutti esecrandi allo stesso modo, bensì istituisce una sorta di gradazione dell’abominio», in M. Sterpos, Classicismo nobiliare nelle Satire di Alfieri, «Seicento & Settecento», IX, 2014, 9, pp. 151-168: 152.

[57] V. Alfieri, Il Misogallo, cit., p. 25.

[58] Ivi.

[59] Ivi, p. 29.

[60] Ivi, p. 34.

[61] Ivi, p. 35.

[62] Ivi, p. 27. È lo stesso stilema della succitata nota alfieriana al capitolo VII della Tirannide («classe di nulla-tenenti della infima plebe»).

[63] Ivi.

[64] Ivi.

[65] Ivi.

[66] Ivi, p. 32.

[67] Ivi, p. 35.

[68] Ivi, p. 28.

[69] Ivi, p. 27.

[70] Leggendo il resto del Misogallo si trovano, spesso prossimi al linguaggio da commedia, i seguenti stilemi: «Plebei senza pudore» (p. 45), «vil gente» (p. 53), «schiavi ognora» (p. 56), «vil genìa» (p. 59), «Gallo bulicame» (p. 61), «infami schiavi scellerati» (p. 62), «Servil gregge malnato» (p. 63), «fiacchi e impertinenti» (p. 67), «Mandra assassina» (p. 69), «popol pravo» (p. 74), «ignavo | Gallico gregge» (pp. 74-75), «Turbe […] di Pigméi fastidïose» (p. 77), «tutti Eunuchi» (p. 78), «razza prava» (p. 81), «Gallica greggia» (p. 83), «schiavi […] plaudenti» (p. 87), «popolo […] gratuitamente crudele vile e tirannico» (p. 103) che si avvale di una «scurrile pagata plebe» (p. 105) (nella Prosa terza), «empia greggia» (p. 109), «vili empj aborti di Licenza» (p. 112), «Ventitre milioni di pidocchi» (p. 116), «Garruli atroci empj arroganti servi» (p. 121), «servi audacemente atroci» (p. 122), «assoluta e illimitata e insopportabile regnatura» (p. 129) e «Schiavi malnati» (p. 134) nella Prosa quarta, «Galli schiavi, e in schiavitù gaudenti» (p. 144), «profumati barbari» (p. 144), «Fantoccini […] dianzi inciprïati; […] or fetenti, e insanguinati» (p. 161), «ladri eserciti pitocchi» (p. 169), «credenzone buon popol Francese» (p. 191), «popolo ciarliero e corrotto» (p. 194), «buon Popolone» (p. 198), «carnefice Popol Parigino» (p. 209), «Gallia vile» (p. 238), «Galli scimieggianti» (p. 252), «schiavi-Re Galli» (p. 254), «Cibeleschi Galli» (p. 256).

[71] «Avvocati, e Mercanti, e Scribi, e tutti | Voi, che appellarvi osate il Ceto-medio, | Proverò siete il Ceto de’ più Brutti» (V. Alfieri, Satire, cit., vv. 1-4).

[72] V. Alfieri, Il Misogallo, cit., pp. 133-134.

[73] Ivi, p. 184. Per altre ricorrenze alfieriane sull’astio verso gli avvocati come emblemi della sesqui-plebe si veda la nota 28-29 a Prosa quarta, Dialogo fra un uomo libero e un liberto, in V. Alfieri, Il Misogallo, cit., p. 134 nell’ottimo e recente commento di Matteo Navone.

[74] V. Alfieri, Rime, a cura di C. Cedrati, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2015, p. 647.

[75] V. Alfieri, Del Popolo, in, Scritti politici e morali, vol. I, a cura di P. Cazzani, cit., p. 505. Pubblicato su questa stessa rivista, si veda a questo proposito il saggio di R. Stracuzzi, Il «Popolo» di Alfieri. Appunti sopra un trattato mai scritto («Griseldaonline», 16, 2016-2017, pp. 1-30).

[76] Per le prime quattro commedie alfieriane si vedano l’Introduzione e i commenti ottimamente curati di Simona Costa ai due utilissimi  e ottimamente commentati volumi di V. Alfieri, Commedie, 2 voll., a cura di S. Costa, Milano, Mursia, 1988-1990.

[77] Ivi.

[78] Con le sei commedie Alfieri intendeva «deridere, ed emendare l’uomo», in V. Alfieri, Vita, cit., Epoca quarta (contiunazione), 29.

[79] V. Alfieri, L’Uno, cit., p. 182.

[80] Ivi, p. 184.

[81] Ivi.

[82] È noto che Erodoto parlava di ʻisonomiaʼ (Si veda Erodoto, Storie, Torino, Utet, III 80, 2).

[83] È il quarto tirannicida Gobria, l’alter Alfieri, a svelare le reali intenzioni dei tre protagonisti: «Voi tre | Non siete punto di un parer diverso; | Sol di diversa chiacchiera. Lo stesso | ciascun di voi vorrìa sott’altra maschera. | Leviamcela. Regnar da Re, vuol Dario; | E da magnate, regnar, Megabize; | E vuol regnar da tavernajo, Orcane» (V. Alfieri, L’Uno, cit., IV 3, 117-124).

[84] Ivi, II 4, 162-163.

[85] Ivi, IV 3, 154-157.

[86] Ivi, II 4, 165-173.

[87] Ivi, II 5, 245-247.

[88] Ivi, IV 3, 109-110.

[89] Ivi, IV 3, 110-116.

[90] Ivi, IV 3, 181-190.

[91] Ivi, IV 3, 202-203.

[92] Ivi, IV 3, 209-211.

[93] V. Alfieri, I Pochi, cit., I 1, 14.

[94] Ivi, I 1, 38. Si osservino gli stilemi «Plebe vile» e «vil plebe» e il secondo, «vil plebe», era già stato usato da Dario ne L’Uno.

[95] Ivi, I 2, 113-118.

[96] Ivi, II 2, 100-102.

[97] Ivi, I 3, 131-132.

[98] Ivi, I 4, 163-170.

[99] Ivi, I 4, 196-198.

[100] Ivi, I 4, 212-213.

[101] Ivi, II 1, 14-21.

[102] Ivi, II 3, 147-150.

[103] Ivi, II 4, 191-192. Tiberio, anche per persuadere Cornelia di questa ʻinnaturaleʼ unione, si avvale del vantaggio che questa potrebbe apportare alla loro causa: «sarebbe | D’ogni argomento il più dimostrativo | Per davver guadagnarci appien la Plebe, | Se con strepito e pompa si stringesse | Con essa un qualche luminoso nodo | Di parentela.» (III 1, 84-89).

[104] Ivi, II 4, 251-259.

[105] Ivi, III 1, 66-73.

[106] «CORNELIA: Lustro sia almen del Tribunato tuo, | Il torre al ceto ambizioso audace | De’ Cavalieri e l’impudenza e il molto | Poter ch’ogni dì più usurpan essi | E coi subiti illeciti guadagni, | E con quel loro irsi innestando a forza | Con noi Patrizj» (III 1, 32-38).

[107] Ivi, III 1, 41-45.

[108] Ivi, III 1, 44-54.

[109] Similmente dirà Tiberio rientrando in casa e trovandovi Furiaccino, Gloriaccino e Mitulla: «Son io in mercato, o in casa mia? Credei | ch’a un tratto qui della più immonda Plebe | Inondasse la piena» (IV 6, 230-232).

[110] Ivi, IV 3, 80-86.

[111] Ivi, IV 3, 90-91.

[112] Ivi, V, sc. 7, 155-162. Più avanti, dopo che Gloriaccino abbandona il campo e la famiglia dei Gracchi («Malora il giorno, in che mi inGracchizzai!»), Tiberio lo apostrofa «Vil plebeaccio…» (V 8, 195; V 9, 196). Alfieri torna quindi per la terza volta nelle commedie sullo stilema del ‘vil plebeo’. E, a proposito dell’uso strumentale della plebe come strumento politico nell’ambito della ricezione di Machiavelli nel Settecento si vedano almeno S. Landi, Alcune considerazioni sulla «voce dunpopolo» inMachiavelli (Discorsi, I 58), «Laboratoire Italien», 1, 2001, pp. 35-52 e C. Del Vento, Il Principe e il Panegirico. Alfieri tra Machiavelli e De Lolme, «Seicento & Settecento», I, 2006, 9, pp. 149-170.

[113] V. Alfieri, in I Troppi, in Commedie, vol. II, I Troppi, L’Antidoto, cit., I 2, p. 53.

[114] Ivi, III 2, 66.

[115] Si veda in proposito E. Leso, Il “cittadino” nel triennio rivoluzionario (1796-1799), «Lingua nostra», XXXI, 1970, 4, pp. 111-117, ora in Lingua e rivoluzione. Ricerche sul vocabolario politico italiano del Triennio rivoluzionario 1796-1799, Venezia, Istituto veneto di Scienze, lettere ed arti, 1991, specie pp. 272-279. E si ricordino l’epigramma Sacro ebbi giù di cittadino il nome, in V. Alfieri, Rime, a cura di C. Cedrati, Alessandria, Edizioni dell’Orso, p. 649. Nell’ottima recente edizione delle Rime curata da Chiara Cedrati si legge che il manoscritto BML Alfieri 13, c. 55 v., datato 13 febbraio 1797, a margine del componimento, Alfieri annota: «Parere o sia Profession di fede su la moderna profanazione del titolo di Cittadino». Per il commento e la bibliografia relativa all’epigramma si rimanda alle note di questa edizione. E il brano di una lettera dell’Alfieri inviata nel 1801 all’abate di Caluso, poi inserita Alfieri nell’autobiografia: «E senza tergiversare vi dico anche, che io non ingozzo a niun patto quell’infangato titolo di Cittadino, non perché io voglia esser Conte, ma perché sono Vittorio Alfieri libero da tant’anni in qua, e non liberto. […] costà codestoro non doveano mai né pensare a me, né nominarmi mai né in bene né in male; ma che se pure lo faceano, doveano conoscermi, e non mi sporcare con codesta denominazione stupida non meno, che vile e arrogante: poiché se non v’è Conti senza Contea, molto meno c’è Cittadini senza Città», in V. Alfieri, Epistolario, cit., p. 111, e Vita, cit.,  Epoca quarta (continuazione), 29.

[116] V. Alfieri, I Troppi, cit., I 1, 9.

[117] Clito lo chiamerà «Persiano Re dispotico» (Ivi, IV 6, 231). E si ricordi il distico finale del sonetto XLII dedicato ad Alessandro Magno: «Gloria a Persian tiranno, ove all’altezza | Nato era pur di cittadino Greco?», in V. Alfieri, Rime, cit., p. 188.

[118] Ivi, III 3, 158.

[119] V. Alfieri, I Troppi, cit., I 1, 54-57.

[120] Ivi, II 7, 220-224.

[121] Ivi, I 3, 193-195.

[122] Ivi, III 2, 66-72.

[123] Ivi, III 3, 167-171. Che l’eloquenza degli oratori in una tirannide si trasformi in ʻprostituzioneʼ, viene ricordato anche nel Panegirico: «Ma dispersi, avviliti, e confusi, tacciono quegli altri parlatori pur tanti, che nella lunga nostra servitù di oratori il nome usurpavansi; colpa dei tempi, nol niego; ma colpa di essi non meno, che con sordide adulazioni una così nobile arte prostituivano; mentre, se libero non era il parlare, liberissimo era pur sempre il tacersi», in V. Alfieri, Panegirico di Plinio a Traiano, cit., IX, p. 316.

[124] Ivi, III 4, 270-276.

[125] Si veda G. Santato, Il pensiero politico alfieriano e L’Antidoto, in Tra mito e palinodia. Itinerari alfieriani, Modena, Mucchi, 1999, pp. 137-176.

[126] V. Alfieri, L’Antidoto, in Commedie, vol. II, cit., III 1, 28-36.

[127] Per i rapporti fra l’ideologia alfieriana e la politica inglese si veda almeno A. Battistini, Vittorio Alfieri, le “mosche” francesi e le “api” inglesi, in La rivoluzione francese e l’Inghilterra, a cura di L.M. Crisafulli-Jones, Napoli, Liguori, 1990, pp. 399-419; e J. Lindon, L’Inghilterra di Vittorio Alfieri e altri studi alfieriani, cit.

[128] Ivi, V 6, 191.

[129] Ivi, V 6, 193.

[130] Ivi, V 6, 195.

[131] Ivi, V 7, 211.

[132] Ivi, V 8, 267-272.

[133] Ivi, V 8, 267-274.

[134] Ivi, V 8, 297-302.

[135] Ivi, V 8, 331-337.

[136] V. Alfieri, Vita, cit., Epoca terza, 6. Vengono qui in mente i primi versi (1-3) della favola alfieriana Le mosche e l’api, in cui sono contrapposte le nazioni francese e inglese: «D’api un libero sciame, | Industrioso e lieto, | Se ne vivea felice», in V. Alfieri, Scritti politici e morali, vol. II, a cura di P. Cazzani, cit.

[137] V. Alferi, Vita, cit., Epoca quarta (continuazione), 21.

[138] E. Raimondi, L’ultimo Alfieri. Il poeta delle “Commedie”, «Convivium», 1949, 3-4, pp. 488-512: 496.



[139] G. Tellini, L’Alfieri comico dall’«Esquisse» alle commedie, in G. Tellini (a cura di), Letture alfieriane, Firenze, Edizioni Polistampa, 2003, p. 116.
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