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Indice

Tema n.16:

«A fare il giorno nuovo»: Rocco Scotellaro tra letteratura e politica*

1. Introduzione


Manlio Rossi Doria[1], a proposito dell’infanzia di Rocco Scotellaro[2], ha sottolineato che in lui vita e opera fanno tutt’uno: non si può intenderne l’opera se non se ne conosce la vita[3]. Nato a Tricarico il 19 aprile 1923 da una famiglia di piccoli artigiani, il poeta lucano, durante la formazione, ha affrontato delle brevi prigionie; subito dopo le scuole elementari a Santa Croce, egli, per studiare, fu costretto a subire l’umiliazione di vestirsi da monaco e di rinchiudersi prima nella miseria del piccolo convento alto e solitario di Sicignano degli Alburni, dove frequentò le prime tre classi ginnasiali, e, successivamente, nel convento di Cappuccini a Cava dei Tirreni, in provincia di Salerno. Proseguì poi gli studi a Matera, Tricarico, Potenza e Trento, sede in cui conseguì la maturità classica. I brevi ritorni al paese d’origine, per quanto dolorosi, rappresentavano un momento di libertà[4]. La morte del padre (1942) lo porta a uno stato di smarrimento in quanto egli si sente attratto da molteplici possibilità di vita, ben rappresentate nel dramma in tre atti Giovani soli[5] e nel racconto Uno si distrae al bivio[6], dal quale prende il titolo un’intera raccolta. Franco Vitelli, uno dei maggiori esperti dell’opera di Scotellaro, ha parlato di racconti d’ambiente, «perché danno la misura del paesaggio, del mondo, dell’ambiente, in cui Rocco visse ed operò»[7]. Per comprendere appieno la complessità di queste opere, si dovrà necessariamente tenere in considerazione la corrispondenza tra Rocco Scotellaro e Tommaso Pedio, poiché il carteggio ci ha restituito il ritratto di un uomo legato alla prassi e a un progetto di politica concreta[8], culminante nel 1944 con la fondazione della sezione Matteotti del partito socialista a Tricarico nella stessa casa di Scotellaro[9]. Le prime prove letterarie risentono quindi di un’incertezza non soltanto esistenziale, ma politica. É arrivato forse il “giorno” di riconsiderare Rocco Scotellaro non come una specie di rivoluzionario mancato della civiltà contadina lucana[10], ma come un giovane tra i giovani, un giovane con gli stessi sogni e le stesse ansie e ambizioni di colui che durante l’adolescenza sogna di cambiare il mondo tra progetti falliti e mille amori mai consumati. Scotellaro è quindi, in primis, un ragazzo, impegnato certo nell’attività politica, ma al tempo stesso è scisso tra i numerosi bivi che l’esistenza mette di fronte a ciascun individuo. La sua poesia, d’altro canto, con un procedimento squisitamente letterario e grazie a un orientamento che potremmo definire con Gramsci «nazional-popolare», è riuscita a coinvolgere una fetta di pubblico molto ampia, che va ben oltre gli angusti confini di Tricarico e della Basilicata.
Di questo fatto, in tempi oramai remoti, se ne era accorta in parte Natalia Ginzburg, quando nella trasmissione L’uva puttanella curata da Gabriele Palmieri, Roberto Sbaffi e Federico Scianò, ebbe a dire:

I versi di Scotellaro sono ricordati rasentando muri, case, vicoli di Tricarico. Parlano di lui i suoi familiari, i suoi amici, i suoi avversari politici. Parlano di lui contadini vecchi, che lo conobbero, parlano giovani che non lo conobbero mai. Parlano di lui e di loro stessi, con accenti veritieri del tutto insoliti sul piccolo schermo, famoso per rendere la gente anonima, spenta e banale[11].

Si era compiuto un vero e proprio miracolo. Del resto Antonio Gramsci, in certe pagine di Letteratura e vita nazionale, aveva posto l’accento sulla mancanza di una letteratura in grado di arrivare a un pubblico che non fosse necessariamente colto. Egli poneva dunque la sua attenzione sull’assenza, all’interno della prassi letteraria, di “ragioni socioumane profonde” e denunciava:

Certo nulla impedisce teoricamente che possa esistere una letteratura popolare artistica, l’esempio più evidente è la fortuna “popolare” dei grandi romanzi russi, anche oggi; ma non esiste, di fatto, né una popolarità della letteratura artistica, né una produzione paesana di letteratura “popolare” perché manca una identità di concezione del mondo tra “scrittori” e “popolo”[12].

Necessità di studiare la formazione di Scotellaro e il suo legame d’amore e disamore con il territorio lucano ci pare essere il presupposto indispensabile senza il quale è difficile penetrare quel mondo contadino che il poeta di Tricarico ha in un certo qual modo “dipinto”. Enzo Panareo ci ha persuasi di un fatto fondamentale: perché non sia sottratto al poeta l’asse umano, indispensabile, lungo il quale la sua poesia s’è sviluppata, attingendone motivi vitali, già con l’apparizione di Margherite e rosolacci è ingeneroso e criticamente inattendibile indicare uno Scotellaro «oltre i confini»: l’humus umano, etnografico, geografico anche di una meditata geografia dell’anima che cerca la comunione con le cose e con gli uomini, resta sempre quello della Lucania mitica e della sua gente[13]. Non si dimentichi poi un altro aspetto considerevole per chi voglia accostarsi alla sua opera: il poeta lucano è sì un letterato, ma anche un uomo politico ed è inevitabile che la sua poesia rientri in quel filone di scrittori, che nell’immediato dopoguerra, se non ambiscono fondare una nuova realtà, perlomeno cercano di portare alla luce realtà complesse attraverso il metodo dell’inchiesta, delle ricostruzioni storiche e di tutta una serie di scritti che sconfinano nella sociologia, nella testimonianza autobiografica o nella cronaca giornalistica. Si possono citare, e qui seguiamo alla lettera la lucidissima pagina di Silvio Guarnieri, gli studi sulla Fiat e su Orgosolo di Carocci e di Cagnetta, i diari della Giacobbe o della Occhipinti, di Vallini, ed infine i volumi di Giovanni Russo[14]. Non si può poi dimenticare la carica di rinnovamento espressa nella rivista «Politecnico». Rocco Scotellaro ne segue gli sviluppi dalla periferia, tanto da scrivere una lettera, datata 2 aprile 1947, a Elio Vittorini dove si presenta nella duplice veste di letterato e uomo politico:

Ora sono qui al mio paese, un grosso borgo agricolo della Lucania. Non ti desterà meraviglia sapere che il tuo giovane amico amante della letteratura, e che ti manda poesie, è il sindaco di questo paese, voluto dagli elettori della lista «Aratro». Uno dei più giovani sindaci – mi dicono: sono nato nel 1923. Stretto dalle cose amministrative, dai manovali che chiedono lavoro e sfamarsi, dal problema di mettere su un ospedale, non leggo «Politecnico». Non arriva e abbonarsi è poco facile. Scrivo anche raramente. In compenso, vivo una esperienza dura, ma necessaria, utile. Un’esperienza da Politecnico sottinteso, non scritto[15].

Non sarà certo superfluo aggiungere che le prime parole con cui si apre la rivista di Vittorini sembrano essere state scritte proprio per quel progetto esistenziale che intendeva portare avanti Rocco Scotellaro: «Non più una cultura che consoli nelle sofferenze, ma una cultura che protegga dalle sofferenze, che le combatta e le elimini»[16].
Egli, mettendo la sua persona al servizio del popolo, pur ponendosi come «capostorno» della civiltà contadina lucana, era cosciente che non bastava essere sindaco per migliorarne la miserevole condizione, ma aveva compreso, al tempo stesso, che, mettendo la propria penna al servizio degli umili, si poteva almeno marcare il valore e il peso della coscienza ed esperienza politica d’impostare il riscatto dei contadini del sud in termini nazionali. La sua poesia, ma osiamo dire tutta la sua opera, non può quindi essere letta soltanto come una sorta di «generico e lamentoso meridionalismo».
Scotellaro mettendo le “mani in pasta” nella civiltà contadina era conscio che ogni conquista sociale e civile avrebbe dovuto tenere conto, venendo non come concessione dall’alto, ma come risultato di un’uscita di minorità, di una diretta assunzione di compiti di autogoverno e di autodirezione politica, economica e culturale. Il suo più grande merito è stato quindi quello di nobilitare la parola contadina «come il fiore espressivo di una storia sepolta»[17]


2. L’ansia della giovinezza


Sono due gli aspetti sui quali vorremmo attirare l’attenzione del lettore: l’inquietudine del giovane Scotellaro alla continua ricerca di una strada su cui lasciare una traccia indelebile e le strategie retoriche adottate nella sua opera per rappresentare la civiltà contadina lucana.
Il dramma in tre atti Giovani soli, quasi interamente autobiografico e influenzato dalla concezione filosofica della “lanterninosofia” di Luigi Pirandello[18], restituisce al lettore un lucido affresco di una Weltanschauung in formazione. Giovani soli, diversamente dall’opera Uno si distrae al bivio[19], non si può dire che presenti uno Scotellaro stilisticamente maturo: le citazioni filosofico-letterarie sono esibite con l’orgoglio e il fervore di un giovane, che pur non possedendo sufficienti ricchezze economiche, era riuscito a costruirsi autonomamente un decoroso bagaglio culturale. L’opera risulta poi essere incompleta e questo permette di darne soltanto un giudizio parziale. Collocando il dramma, con un’operazione di tipo contrastivo, di fianco al racconto Uno si distrae al bivio, si possono tuttavia notare delle costanti, affatto irrilevanti.
Innanzitutto tra il 1941 e il 1942 la figura di Scotellaro non sembra essere tanto diversa da quella dei tipici eroi romantici, che, non intravedendo una soluzione concreta per il loro avvenire e per la patria, trovano nel suicidio la fine di qualsiasi sofferenza[20]. Per esprimere il suo disagio interiore Scotellaro, nel dramma, nel racconto e nella poesia, sceglie la figura del “bivio”, poiché rappresenta l’impossibilità di scegliere una strada[21]: «Mi sono fermato in un punto. Numerose strade mi chiamano. Io resto al bivio ostinato a non mettermi per nessuna di quelle strade, se il ciclo della mia gioventù prima non si conclude e non resta documentato, glorificato»[22]; mentre nel finale del racconto così leggiamo: «Ecco che uno si distrae al bivio, si perde. E chi dice «Prendi questa» e chi «Prendi da quest’altra». E uno resta là, stordito. Aspetta che le gambe si muovano da sole»[23].  
Rocco Scotellaro, volendo citare il contemporaneo cantautore Michele Bravi (Il Diario degli Errori), non sta facendo altro che cercare «nel conflitto la parvenza di un sentiero» guardando «nell’abisso di un mattino senza alba, senza avere un punto fisso o qualcuno che ti salva». Continuando la lettura dell’opera ci si avvede che oltre al “bivio”, la paura e il disagio giovanile di Scotellaro vengono indicati con la figura del “brandello”:

Scrisse canti di arrivi e di partenze! Scrisse che aveva l’anima sfilacciata e a brandelli per tutti i luoghi più solitari, che andava rincorrendo fanciulle lontane per le strade di tutti i paesi[24].

Il termine è fondamentale, perché funzionale a Rocco Scotellaro per evidenziare la perdita di qualsivoglia orientamento, sia politico che esistenziale. Se non c’inganniamo, questa tematica è una precisa scelta stilistica ricorrente non soltanto nella produzione poetica del 1942[25], ma già presente in Lucania, dove nel 1940 aveva annotato:

 M’accompagna lo zirlìo dei grilli/ e il suono del campano al collo/ d’un’inquieta capretta./Il vento mi fascia/ di sottilissimi nastri d’argento/ e là, nell’ombra delle nubi sperduto,/ giace in frantumi un paesetto lucano[26].
 
Ricorrendo all’intertestualità, se rileggiamo il riferimento al paese di Tricarico nel racconto Uno si distrae al bivio cogliamo forse meglio il riferimento al paese:

Qui vide che gli si spezzava l’anima a brandelli, mentre cercava tra le case quadre ed alte e pulite la pietra aguzza della parete del vicolo al paese, o il suo albero di fico cercava là nel suburbio, popolato di rumori di officina, di donne un po’ dimesse, di chioschi solitari[27]27.

La principale causa del malessere del poeta e sindaco di Tricarico è da individuare nel tempo ciclico della civiltà contadina. Pompeo Giannantonio, soffermandosi a lungo sul dualismo contadino/cittadino, ha fatto notare che il primo «è sottoposto alle variazioni stagionali, mentre il secondo è regolato da ritmi di lavoro industriale»[28].
Tricarico, agli occhi tristi, ma al tempo stesso infuocati e attenti di Scotellaro, non possiede alcuna identità, tutto sembra ripetersi con ritmi sempre uguali:

Morire per le cose, sempre quelle, per il mattino e la sera che non cambiano mai, per i pranzi alle stesse ore, per i pomeriggi e le domeniche, le partenze dissipate, gli amici diventati uomini, per Dio che non scendeva sulla terra a dire «Cambiamo faccia a questo mondo!»[29].

La Rabata di Tricarico nel 1950 sarà oggetto di indagini antropologiche da parte di Ernesto De Martino, il quale presenterà al mondo intero lo stesso paesetto in frantumi segnalato da Scotellaro in poesia dieci anni prima. L’antropologo napoletano parlava della Rabata come l’immagine del caos:

Vivono nel groviglio di tane che si addossano alle pendici alquanto brusche del colle di Tricarico, onde ne risulta un labirinto di sconnesse viuzze precipitate, sfogo di fogne della parte del paese[30].

Rocco Scotellaro, in tale contesto, fatica a ritagliarsi un ruolo nel mondo. Se nel dramma Giovani soli, egli preferisce congedarsi dal lettore non assumendosi alcuna responsabilità concreta: «E spegnete le luci, per Dio! La luce è il nostro peccato!»[31], la conclusione del racconto Uno si distrae al bivio è proiettata già nel futuro. Egli ha finalmente compiuto la sua scelta: dedicare la sua vita ai contadini di Lucania:

Ora dice che potrebbe far la lotta con la vita, anche se debole. Essere un altro se stesso con la mentalità dei migliori. Dice che bisogna fermamente decidere picchiando il tavolo col pugno duro. La sua generazione s’avvia con un treno che anche lui dovrà prendere[32].

Per lo sviluppo del nostro discorso critico ci pare adesso opportuno rievocare preliminarmente le ipotesi di Jacques Rancière, che nella sua opera Politica della letteratura, interrogandosi sui principi realisti dei romanzi ottocenteschi (Flaubert, Balzac), formulò una definizione di politica della letteratura che risulta essere calzante anche per il poeta contadino di Tricarico dato che, Rocco Scotellaro, al pari dei romanzieri francesi, introduce sulla scena comune oggetti e soggetti nuovi, rendendo visibile ciò che era invisibile. Egli, per la prima volta dopo Carlo Levi, si fa portavoce di soggetti della storia che, fino a quel momento, non erano stati ritenuti essere altro che “animali bercianti”. Ma v’è di più: la letteratura in Rocco Scotellaro riesce a instaurare una precisa relazione del segno col segno, una relazione inscritta nelle cose mute e sui corpi stessi del linguaggio della civiltà contadina. La letteratura diviene così il dispiegamento, la decifrazione di questi segni che sono impresse direttamente sulle cose. Per dirla con Rancière, Scotellaro «è l’archeologo, il geologo che fa parlare i testimoni muti della Storia comune»[33].


3. Dalle tenebre alla luce. Rappresentazioni della civiltà contadina lucana


L’Uva puttanella, dopo le recenti osservazioni di Andrea Battistini, può definitivamente rientrare all’interno dei libri di memoria, orientata verso il saggio e l’inchiesta[34]. Italo Calvino, formulando parole di stima su Rocco Scotellaro, definendolo “meridionale fino al midollo”, ricorda quanto ormai fosse maturo al tramonto della sua vita il progetto dell’Uva puttanella. Un mese prima della sua morte, con un atteggiamento tutt’altro che arrendevole, Scotellaro gli confidava «che era giunto al punto in cui doveva raccontare le mene dei suoi avversari per defenestrarlo dal Comune, e avrebbe dovuto fare in qualche modo l’apologia di se stesso come sindaco, e non sapeva se mantenere il racconto in prima persona, come l’aveva cominciato, o riscriverlo in terza persona, per poter trattare la materia con più distacco»[35].
Preso atto che alcuni frammenti dell’opera sono probabilmente da far risalire al periodo di composizione del racconto Uno si distrae al bivio[36], la tematica del bivio ha un ruolo preponderante anche nelle pagine iniziali dell’Uva Puttanella, in particolar modo nella passeggiata di Rocco Scotellaro nella vigna, su cui la critica si è concentrata diffusamente[37]. Egli, sia pure deluso dalla politica e dalla vita, definendosi un «uccello senza nido»[38], accompagnato da un profondo senso di solitudine[39], tenta di saldare ancora in un rapporto di stretta correlazione cultura e mondo contadino, anche solo per rimarcarne le differenze. Purtroppo il binomio, agli occhi del lettore, assume le sembianze di un amaro ossimoro: «Adesso ero solo, svolsi la borsa trassi fuori un libro per leggere, accesi la pipa: era scomodo sedere sulla pietra o addossato ai sarmenti, o sulla terra nuda, che aveva la crosta sottile, appena calda del primo sole»[40]. Le pagine di quel libro, nello spazio della campagna, non sembrano suscitare più alcuna utilità[41].
Lasciandoci guidare dai testi (L’Uva Putannella e la produzione poetica di Scotellaro) proviamo ora a tracciare un ipotetico itinerario che ci aiuti a comprendere meglio i mutamenti esistenziali, politici e sociali che investono la figura di Scotellaro dal 1945 al 1950. 
Il punto di partenza di questo cammino, se non c’inganniamo, pare essere il componimento Novena per giugno[42] (1945), incentrato sulla precarietà del mondo contadino e sulla mancata presa di coscienza nella lotta di classe da parte dei braccianti. L’alba, che precedentemente abbiamo citato in relazione al cantautore Miche Bravi, come vedremo nel nostro percorso, sarà funzionale allo scrittore nello sviluppo di questa tematica. Leggiamo l’incipit:

Già non accenna l’alba e noi siamo risospinti/ per dura forza del tempo da colmare/ a mettere dei gesti nell’aria ad occhi chiusi./ Ad occhi chiusi i miei paesani/ partono nei campi e le corriere/ turbano il silenzio che li accompagna;/[43].

Comincia a farsi largo nell’opera di Scotellaro la classica dialettica hegeliana servo-padrone, sviluppata con una netta prevalenza della prassi rispetto alla teoria. L’incipit di Noi che facciamo?[44] (1946) è un canto di denuncia delle ingiustizie, di fronte alle quali i contadini non sono in grado di fare sentire la loro voce, perché manca un movimento di azione compatto che faccia prevalere la collettività sull’individuo. Agli «occhi chiusi» di Novena per giugno ora si sostituisce il silenzio dei braccianti, ridotti a merce:

Ci hanno gridata la croce addosso i padroni/ per tutto che accade e anche per le frane/ che vanno scivolando sulle argille/ Noi che facciamo? All’alba stiamo zitti/ nelle piazze per essere comprati, / la sera è il ritorno nelle file/ scortati dagli uomini a cavallo, / e sono i nostri compagni la notte/ coricati all’addiaccio con le pecore[45].

Subito dopo viene rimarcata l’immobilità del mondo contadino:

Noi siamo i deboli degli anni lontani quando i borghi si dettero in fiamme/ del castello intristito. / Noi simo figli dei padri ridotti in catene/[46].

La presa di coscienza da parte della civiltà contadina avviene solo in relazione alla loro stessa sopravvivenza, nel momento in cui arrivano nei campi, che rappresentano la loro unica fonte di guadagno: «Solo ridà sangue ai corpi un giro rabbioso di falce/e sulle messi rivendicate all’ira della grandine/ si gettano le bocche degli affamati/»[47].
Se con un’azione di tipo contrastivo da Novena per giugno e Noi che facciamo?, ci spostiamo a Sempre nuova è l’alba[48], definita notoriamente da Carlo Levi «la Marsigliese contadina», ricaviamo un insegnamento importante. Questo componimento si apre con la coscienza del poeta che si rivolge direttamente ai contadini: «Non gridatemi più dentro,/non soffiatemi in cuore/i vostri fiati caldi, contadini»[49]. Successivamente, da una dimensione soggettiva, il poeta con il suo consueto metodo narrativo che cerca di assimilare l’io al mondo contadino per rimarcarne la vicinanza, ricorre al «noi»: «Beviamoci insieme una tazza colma di vino!/che all’ilare tempo della sera/s’acquieti il nostro vento disperato»[50]. Il vino, elemento di convivialità fondamentale per stabilire un sereno confronto con l’altro, riesce a dare un momento di conforto. Ma poco dopo, ecco che riaffiorano nel mondo contadino i fantasmi del passato con l’esplicito richiamo al brigantaggio, che fu soprattutto l’espressione di una rivolta contro le ingiustizie sociali, la disperata reazione a una miseria che dura tuttora, rendendo queste figure vive e attuali nell’immaginario popolare: «Spuntano ai pali ancora/le teste dei briganti, e la caverna – l’oasi verde della triste speranza – lindo conserva un guanciale di pietra…»[51].
É come se Scotellaro stesse qui ripercorrendo con poche immagini l’intera storia del meridione, ma a differenza di Novena per giugno, in cui regna la disperazione e l’immobilità, in Sempre nuova è l’alba (1948) comincia a esserci una sorta di passivo movimento nella storia da parte dei contadini. L’ultima strofa, con le immagini realistico-metaforiche della «cova» legata alla vita e dell’«alba nuova», simbolo della speranza, sembra dare una conferma alle nostre ipotesi: «Ma nei sentieri non si torna indietro./Altre ali fuggiranno/dalle paglie della cova,/perché lungo il perire dei tempi/l’alba è nuova, è nuova»[52].
Con i tre componimenti proposti, prendendo come punto di riferimento l’alba, siamo vertiginosamente passati dal pessimismo alla speranza. Se adesso rivolgiamo la nostra attenzione alla celebre poesia E’ fatto giorno[53](1952), possiamo apprezzare la dinamicità e una moderata gioia che pervade quella pagina. In questo componimento i contadini non sono più con «gli occhi chiusi», ma cercano in tutti i modi di fare sentire la loro presenza nella storia: «E’ fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi/con le faccie e i panni che avevamo». Essi appaiono per la prima volta nella storia con le loro vesti abitudinarie, non devono e non vogliono più nascondersi agli occhi del mondo. Vogliono essere semplicemente accettati per quello che sono.
Il termine “alba”, utilizzato da Scotellaro come efficace dispositivo narrativo, non viene adoperato soltanto in chiave politica per esprimere il risveglio della civiltà contadina lucana, ma risulta essere adatto anche per affrontare il tema amoroso; diventa esso stesso un elemento di transizione da cui bisogna necessariamente passare per raggiungere la felicità e per apprezzare la luce di un sole caldo e confortevole: «Sono nate le viole nei tuoi occhi/e una luce viva che prima non era,/se non tornavo quale primavera/accendeva le gemme solitarie?/Vestiti all’alba, amore, l’aria ti accoglie,/il sole viene dopo, tu sei pronta»[54]. Per intendere però appieno questo intricato percorso che va da Novena per giugno a E’ fatto giorno, è necessario affrontare il nostro tracciato senza scorciatoie. Solo compiendo la fatica del lungo percorso, apprezzeremo con maggiore consapevolezza il passaggio da uno stadio passivo (Novena per giugno) a uno stadio – diciamo pure così – attivo della civiltà contadina (Sempre nuova è l’alba).
Bisogna partire dalla considerazione che i contadini, a parte il fenomeno del brigantaggio[55], non paiono essere interessati a nessun altro movimento politico organizzato, poiché nessuna legge sembra tutelarli. Per la poesia di Rocco Scotellaro, non ci risulta essere applicabile la formula gramsciana, in base alle quale «ogni movimento rivoluzionario è romantico per definizione»; per la sua opera, seguendo suggestioni che in altro contesto portava avanti Ezio Raimondi, si può forse ricorrere a Carl Schmitt, il quale nel suo libro Romanticismo politico aveva detto che la cultura mentale romantica si fonda su «una sorta di occasionalismo senza dio»[56], in quanto l’immaginazione s’afferma come costitutiva, ma resta incapace di costruire.
Tra il 1945 e il 1946[57], nella produzione poetica di Rocco Scotellaro, si registra concretamente ciò che Schmitt aveva teorizzato: la mancanza di un movimento collettivo in grado di risollevare le infelici sorti del Meridione.  Durante la campagna elettorale per la Repubblica, in cui Carlo Levi partecipava nella lista meridionalista dell’«Alleanza Repubblicana» con Guido Dorso e Manlio Rossi Doria, Scotellaro incontrò l’autore del Cristo[58]. Da questo momento in poi il suo impegno politico per cercare di porre rimedio alla miseria contadina si fa sempre più consistente ed è accompagnato dalla necessità dello scrittore di scolpire sulla carta le sue vittorie, accompagnate da altrettante sconfitte. Egli, alla ricerca della “social catena” che possa tenere insieme tutti uomini, per adesso non può fare altro che mostrare un eccesso di egoismo da parte della classe dirigente nazionale, che inevitabilmente finisce per sottrarre i braccianti dai piccoli centri impegnati nella ricerca del loro “posto al sole”. Ne Il primo addio a Napoli[59]le parole di Scotellaro sono a dir poco struggenti: «Non voglio più sentire di questa città,/confine dove piansero i miei padri/ i loro lunghi viaggi all’oltremare»[60]. La disgrazia del fenomeno migratorio consiste nell’andare via dal paese e lasciare i figli crescere senza padri. Per chi va via, Scotellaro avverte, attraverso le parole dei figli non soltanto la tenera nostalgia di un auspicato ritorno: «Torna, è tempo che assaggi/molliche di focacce,/e l’odore dei forni/ come te lo manderemo»[61], ma anche la desolazione dell’abbandono. Il finale di America scordarola è drammatico: «Ma papà l’americano non scrive più»[62]. Il contadino sembra avere definitivamente abbandonato le proprie radici.
Nell’aprile del 1947 si verificano in Basilicata una serie di proteste popolari contro gli ammassi[63]. Il problema, come sempre, era da individuare nel latifondo che direttamente o indirettamente dominava i rapporti sociali di produzione[64]. Manlio Rossi Doria, in un discorso al Teatro stabile di Potenza, aveva così descritto la situazione delle campagne lucane:

[…] tra voi il distacco tra contadini e borghesi è ancora più profondo che nel rimanente del Mezzogiorno. Vivete gli uni accanto agli altri, in questi miseri vostri paesi, spesso senza acqua, senza luce, ma non vi toccate. I galantuomini hanno il loro corso, la loro strada nel paese, i contadini la loro; ognuno vive asserragliato nei propri quartieri. Non c’è nessun’altra società agricola in cui questo distacco tra le classi rurali sia così spaventoso[65].

Rossi Doria evidenziava e denunciava in quella sede l’incomunicabilità di questi due mondi. Non essendo assicurati ai contadini i diritti necessari alla sopravvivenza, essi non credono più nel Tricolore. Protesi verso una forma di anarchia, la giacca di velluto su una canna diventa la loro bandiera ufficiale. Un componimento come Capostorno[66] denuncia questa lacrimevole condizione:

Sono i quotisti affamati/nella processione notturna,/ricercano con gli occhi tutto il piano/ ma si hanno ognuno un ennesimo lotto./Vengono alla terra gravida/ e i solchi son numeri e segni/ e sventola la giacca di velluto/ su una canna/ bandiera alla miseria contadina[67].

Il senso della lotta e della fame viene espresso con una prosa schietta e violenta: «Il primo letto tenero di grano/ l’hanno razziato a notte i pastori/ di stanza al di là del fosso di Acquanera./E la bestemmia si leva lontana/ con la piena fervente del Bilioso/ fa tremare la lana sulla gregge». Il lettore avrà sicuramente notato che i contadini, rispetto al momento in cui li abbiamo conosciuti (Novena per giugno), pur non riuscendo ancora a far sentire la loro voce, riescono perlomeno a emettere dei taciti sospiri. Essi non sono disposti più al silenzio in attesa di essere comprati dai padroni. Il senso della protesta si ravvisa nella poesia Primo sciopero[68], allorché i contadini di Lucania, sia pure sconfitti, cercano comunque di «emettere un grido»: «Sperduti siamo in questo mezzogiorno/nella lunga mulattiera/ cordonata da agavi sempreverdi/»[69]. Il fatto di non avere sufficiente voce in capitolo, fa sì che i padroni se ne approfittino: «E ancora dietro le agavi i padroni/puntano i fucili sulle bocche/dei foresi silenziosi come bestie»[70]
Nella produzione letteraria di Scotellaro, essendo stato sindaco di Tricarico e uomo politico della Basilicata, non può certo mancare un attento resoconto di queste sue esperienze. Egli ci invita spesso a condividere i limiti del suo operato, come accade, per esempio, nel componimento E ci mettiamo a maledire insieme[71]: «Gridano al comune di volere/il tozzo di pane e una giornata/e scarpe e strade e tutto»[72]. Scotellaro è qui diretto portavoce delle lamentele che i suoi “compagni” gli rivolgono: «E ci mettiamo a maledire insieme,/ il sindaco e le rondini e le donne,/ e il nostro urlo si fa più forte/ come quello della massaia che ha sperso la gallina e bandisce alle strade/solitarie il suo rancore»[73].
I limiti della sua attività politica, Scotellaro, nell’Uva Puttanella, ce li espone attraverso una vicenda che ci ha colpitopiù di tutte: l’episodio di Pasquale il fuochista[74]. Va dato merito e giusto riconoscimento all’attività di Antonio Martino, amico di Rocco Scotellaro, per aver introdotto nel suo blog “Rabatana” molte delle vicende individuali che il poeta di Tricarico racconta nella sua produzione. Senza la sua memoria storica, tante voci sarebbero state inevitabilmente condannate al silenzio[75]. L’episodio di Pasquale, oltre alle tante osservazioni di carattere stilistico che la critica ha messo in evidenza[76], credo che faccia riflettere soprattutto sul tipo di rapporto che si instaura tra l’amministratore locale Rocco Scotellaro e la sua gente. È un rapporto senz’altro di tipo personalistico[77].
Continuando la nostra esplorazione nella vita e nelle opere dell’autore, è necessario ricordare che nella seduta del 17 settembre 1947 si accese una discussione tra maggioranza e opposizione sulla riscossione delle imposte comunali, che mise in crisi l’attività amministrativa di Scotellaro. L’avvocato Domenico De Maria riteneva che, anziché affidarsi alla riscossione diretta delle imposte di consumo, fosse necessario nominare un direttore responsabile in modo da assicurare ai cittadini un controllo trasparente e rigoroso che ogni buona amministrazione ha il dovere di esigere «per i cespiti di importanza vitale destinati ad incidere sull’equilibrio del bilancio»[78]. Antonio Picerno, che faceva parte della maggioranza, chiese di discutere il problema dopo il ritorno di Scotellaro, che si era recato a Bari per sostenere gli esami universitari. Tuttavia, a seguito delle dimissioni dei repubblicani e indipendenti che riducevano il gruppo di sinistra, Scotellaro fu costretto a dimettersi. Egli, da Bari, con una avversativa che lascia poco spazio alle interpretazioni, scriverà Le strade diritte di Bari[79] :

È rimasta la mia tavola piena/ di briciole e d’ossa/sono sazio per stasera./ Ma questo veleno che ho ingoiato/solo nel delirio di tutti/ respinto nel vicolo insonne/ dove nemmeno un cane ci ho trovato/m’ha sconquassato il cuore e più nemmeno/posso piangere della mia pena[80].

Nonostante i problemi, Scotellaro continuava a rimanere vicino ai contadini per continuare insieme la lotta. In Comizio volante[81], oltre alle acute osservazioni di G.B. Bronzini[82], noteremo la presenza degli “stracci”, che nell’opera di Scotellaro denotano sempre uno stato di povertà. Non escluderei en passant, premettendo che si tratta di un’ipotesi non ancora verificata, un’analogia tra Scotellaro e Pasolini. Il componimento, di là da qualsiasi valutazione stilistica, ci presenta il sindaco di Tricarico tutt’altro che arrendevole di fronte alle difficoltà: guidare il popolo meridionale verso l’auspicata giornata di sole sembra essere la sua vocazione:

Come i vulcani che s’accendono/la grandine schiaffeggia la terra/ il tuono sotterraneo serpeggia nelle case/ noi pure così protesteremo ai divini potenti/la nostra suprema apocalisse./A maledirci unico sarà l’uomo nascosto/con la faccia censurata dalle persiane./ Avanti, uomini, gambe guarnite di stracci/un nostro compagno lontano/è caduto sui suoi passi[83].

Tante battaglie combattute e poche vittorie portate a casa: è questo il sincero bilancio che dobbiamo segnalare nella carriera esistenziale e politica di Scotellaro. Tra le numerose delusioni non possiamo non riportare il suo sentimento di amarezza per le elezioni del 18 aprile del 1948. In quelle votazioni la democrazia cristiana ottenne la maggioranza sul Fronte popolare di socialisti e comunisti. Scotellaro chiamerà questa sconfitta Pozzanghera nera il diciotto aprile[84]. All’indomani della disfatta, il poeta di Tricarico scriverà a Carlo Levi:

Carissimo Levi, […] ho pensiero personale che sia sorto il fascismo democratico. E voi, tu, Rossi Doria, altri, davvero rimarrete a guardare? Per i giovani sviati, senza guida o inconsciamente entusiasti, voi avete delle responsabilità necessarie. Le perplessità portano l’inerzia. E quando è naufragio non si salvano le vostre buone intenzioni. La vostra parola dovevate dirla. Dovete ora pronunciarla. Al mio paese è stato un vero naufragio. I repubblicani hanno votato DC. Ciò non sarebbe avvenuto senza la vostra assenza. Il Fronte ha raddoppiato i voti del 2 giugno. In Italia la mancanza di un centro agguerrito pregiudicherà la democrazia[85].

Rocco Scotellaro in Pozzanghera nera[86], con la sua innata ironia, ha voluto rimarcare l’ipocrisia dei padroni, che soltanto nelle occasioni di festa, quando non hanno nulla da perdere, sono disposti ad ascoltare la voce degli umili: «I padroni hanno dato da mangiare/quel giorno si era tutti fratelli,/come nelle feste dei santi/abbiamo avuto il fuoco e la banda»[87]. Terminata la festa, il popolo rimane di nuovo da solo, abbandonato al suo triste destino: «Ma è finita, è finita è finita/quest’altra torrida festa/siamo qui soli a gridarci la vita/siamo noi soli nella tempesta»[88]. Oltre a “solo”, la mancata vicinanza dei padroni ai contadini si esprime con il termine “nessuno”: «E se ci affoga la morte/nessuno sarà con noi,/e col morbo e la cattiva sorte/nessuno sarà con noi»[89]. Subito dopo Scotellaro sottolinea nel testo la distanza della civiltà contadina dal mondo borghese con la metafora del portone sbarrato, rilevando quanto questi due mondi fossero distanti: «I portoni ce li hanno sbarrati/si sono spalancati i burroni./Oggi ancora e duemila anni/porteremo gli stessi panni»[90]. Sono gli stessi panni con cui abbiamo visto entrare i contadini nell’alba di una storia ancora tutta da scrivere. Tutti questi avvenimenti portano Scotellaro a uno stato di sconforto totale, per non dire di depressione. Componimenti come Prima sarà notte[91] ce ne danno una esplicita conferma. Scotellaro ha provato a cambiare le cose nella sua Tricarico e nella Basilicata intera, ma come abbiamo già ricordato senza ottenere grandi successi. In Paese mio[92]l’urlo della solitudine è angoscioso:

Mi vogliono fuori scacciato/gli uomini che solo loro parlano/attorno al monumento due faccie/. Ognuno di noi vuole essere il padrone/della nostra città medioevale/ed è geloso a morte dell’uguale./Io me n’andrò, sono un cane di nessuno/senza sua porta da guardare/nelle notti di luna./ Per questi vicoli insonni/nell’alba le donne/andranno a infornare/e passerà la guardia urbana/col libretto in mano/delle contravvenzioni./Chi mi curerà lontano la crudele scalmana?/[93].

Nonostante nel 1948 «Il capitano è sempre/il più solo nella battaglia»[94], la processione dei mietitori che continuano a suonare il mattutino lascia spazio a una timida speranza. Notino i lettori la bellezza che riescono a evocare questi versi, in cui convivono pacificamente il sacro e il profano: «Nel mio viottolo lungo budello/i ferri dei muli sulle selci/suonano mattutino»[95] Per dirla con Ennio Bonea, in questo caso ci troviamo di fronte a una poesia che non riproduce la realtà come un documento archeologico, ma la sublima pure nella più meschina rappresentazione, «come può essere quella dei costumi e delle usanze più quotidiane. In tal modo la Lucania di Scotellaro diviene il paese di ogni lettore per la magia partecipativa che il poeta sa diffondere»[96].
Scotellaro, a parte gli innumerevoli fallimenti verso cui è andato incontro nella sua vita, è stato davvero un “meridionale fino al midollo” come ha detto Calvino. Appunti per una litania[97] è forse uno degli elogi più belli dedicati al Mezzogiorno, in grado di parlare a nome di tutti i lucani e i meridionali sparsi nel mondo. Sembra di rivedere in quei versi lo stesso sentimento d’amore che Rino Gaetano, con cui Scotellaro condivide il tragico destino di una giovinezza spezzata nel pieno della sua primavera, espresse per il Sud nella celeberrima canzone Ad esempio a me piace il Sud. Se vogliamo dirla con Maurizio Cucchi, il tono di Rocco Scotellaro è fiero, «perché il suo legame con le origini, con le radici, è in lui impastato d’amore e fedeltà, perché il sentimento della sua condizione e dei suoi paesani, o di sua madre, è un sentimento di forte appartenenza orgogliosa»[98].
Il 28 novembre 1948 Scotellaro è eletto sindaco per la seconda volta. La lista elettorale che si presentò con il simbolo dell’Aratro e la dizione di Fronte Democratico Popolare, che raggruppava socialisti, comunisti e indipendenti, si aggiudicò i 16 seggi della maggioranza mentre i 4 della minoranza andarono alla DC[99]. La produzione poetica di Scotellaro nel 1949 subisce un calo notevole. Probabilmente il poeta di Tricarico, assorbito dagli impegni politici, non trova più il tempo di scrivere.
Tra la fine del 1949 e l’inizio del 1950, egli si troverà ad affrontare pure il problema dell’occupazione delle terre. Riprende infatti i contatti con Tommaso Pedio chiedendogli di difendere i detenuti di Irsina e Matera, i cui processi legati all’occupazione delle terre e alla rivolta dei braccianti si sarebbero svolti nel capoluogo di regione nel corso del 1949. Il culmine dell’occupazione terriera, con i contadini decisi a prendere possesso delle terre, si registrò nei mesi di novembre e dicembre 1949. Scotellaro seguiva queste vicende con grande partecipazione e la cronaca dei fatti diventa spesso poesia, come avviene nel componimento Montescaglioso[100], che ha come obiettivo il ricordo di un episodio drammatico avvenuto il 17 dicembre 1949, quando perse la vita il giovane bracciante Giuseppe Novello. L’episodio è registrato anche nell’Uva Puttanella[101]. Scotellaro è già in carcere e con un’inquadratura dall’alto, accenna così alle rivolte:

Mi chiamavano da tutte le camerate, che avevano alcune solo le porte, altre le finestre basse sul passeggio. C’erano i contadini di Montescaglioso, i compagni di Chiellino di Pisticci; quelli di Irsina cantavano, alzavano il pugno e volevano baciarmi tra le sbarre[102].

Poco più avanti, l’occhio del poeta, che, dalla camerata del carcere si avvicina al dettaglio, tacitamente ci invita a non dimenticare il sacrificio di Giuseppe Novello:

Allora pensai, guardando Fiore rotolarsi sentendolo parlare, al dolore dei contadini di Montescaglioso, chiusi da un anno, presi all’alba di una giornata eccezionale della loro fatica, gialli e malati, che erano i più stanchi di tutto il carcere, con gli occhi dilatati. Un loro compagno era rimasto ucciso sulla strada, mentre, non più isolati e ognuno con la propria zappa quella mattina di dicembre si erano levati per andare insieme, tutti su un lembo di terra a piantare l’aratro[103].

Sfruttando le categorie di tradizione e consuetudine dello Hobsbawn, oggi possiamo dire con una maggiore consapevolezza critica che quella occupazione fu tutt’altro che una rivoluzione, poiché «quando un villaggio appoggia sulla “consuetudine invalsa nella notte dei tempi” la rivendicazione di un terreno o un diritto comune, spesso non esprime un fatto storico, bensì il rapporto di forza nella lotta costante del villaggio stesso contro il signore, o contro altri villaggi»[104].
In questo clima tutt’altro che facile, il poeta di Tricarico diventò un bersaglio politico e fu accusato di concussione per episodi risalenti agli anni 1947-48. Egli fu quindi incarcerato l’8 febbraio 1950. Di quei giorni drammatici Scotellaro ha lasciato traccia all’interno dell’Uva Puttanella, in cui il giovane di Tricarico conoscerà presto il fenomeno della camorra carceraria che nel microcosmo del carcere detta le leggi. Egli all’interno della sua camerata, fatta di leggi e statuti propri, trova una sua degna collocazione. Sapendo «leggere e scrivere»[105] propone la lettura serale del Cristo si è fermato a Eboli, che presenta ai detenuti come «il più appassionato e crudo memoriale dei nostri paesi». La forza del Cristo è descritta da Scotellaro con termini forti:

Ci sono parole e fatti da fare schiattare le molli pancie dei signori nel sonno, meccanicamente, per la forza di verità. Ci sono morti e lamenti da fare impallidire i santi màrtiri per la forza della verità. E le nostre terre si muovono da parere fiumi e i morti, tutti i morti i bambini e i vecchi vivono sulle nude terre tremanti e nei boschi. E i vivi…Leggiamo ora[106].

La lettura del Cristo per i carcerati diventerà presto un rito di cui non si potrà più fare a meno. Nei carcerati sembra di rivedere il Machiavelli del confino coatto all’Albergaccio, che dopo aver trascorso la loro giornata ingaglioffandosi nel travaglio quotidiano, la sera, sembrano indossare dei “panni curiali” per l’attività che andranno a svolgere. La lettura diventa per i contadini una vera e propria esperienza mistica[107]:

Nelle sere seguenti il libro lo consumammo come un pasto: da zingari, da abigeatari, da amici in una festa. E già le camerate ce lo chiedevano come una sigaretta[108].

E poco più avanti:

Noi ci addormentavamo felici come bambini con l’ultima parola di quella lettura che era una preghiera comune: chi pensava più all’interrogatorio e ai giri di vite del processo, al tragico momento della gabbia? Con un libro al capezzale, anche la morte è una tenera amante[109].

Al termine dei quaranta giorni di carcere a Matera, Scotellaro fu assolto con la dichiarazione d’innocenza; successivamente seguì l’ammissione del motivo politico del provvedimento. Carlo Levi, in quei momenti così delicati, si era fortemente impegnato per dimostrare la sua innocenza e per sostenerlo psicologicamente.
Walter Siti, oltre che individuare in Scotellaro una sintassi poetica che cerca di avvicinarsi alla prosa, ha messo in evidenza il fatto che, talvolta, si operano sottrazioni entro la trama narrativa, di cui l’autore non fornisce i dati essenziali, trascurando il continuum casuale e temporale. Nota inoltre che «assai spesso i vuoti stilistici coincidono con il tema dell’assenza, dell’abbandono, della perdita, del distacco, della fuga»[110]. Tutto questo è vero: senza conoscere il contesto in cui i componimenti vanno di volta in volta a collocarsi, il lettore può fare solo un’esperienza superficiale all’interno della sua opera. Tentiamo un esempio: in Passaggio alla città[111], dopo aver rassegnato le sue dimissioni l’8 maggio 1950, Scotellaro esprime tutta la sua amarezza. Il carcere lo ha colpito profondamente, il poeta e sindaco di Tricarico non riuscirà più a riprendersi del tutto da quella triste vicenda esistenziale che lo aveva visto protagonista: «Ho perduto la schiavitù contadina,/non mi farò più un bicchiere contento,/ho perduto la mia libertà»[112]. In città, prima a Torino presso Casa Einaudi, poi a Portici, Scotellaro non può essere se stesso, è costretto a indossare quella stessa maschera pirandelliana su cui aveva indugiato nel dramma Giovani soli: «Città del lungo esilio/di silenzio in un punto bianco dei boati,/devo contare il mio tempo/con le corse dei tram,/devo disfare i miei bagagli chiusi,/regolare il mio pianto, il mio sorriso»[113].
Dopo la dura esperienza del carcere, Manlio Rossi Doria invitò Scotellaro a Portici per collaborare con lui all’Istituto di Economia e Politica Agraria della Facoltà di Agraria dell’Università degli studi “Federico II” di Napoli[114], dove egli diede il suo importante contributo sullo stato delle Scuole in Basilicata[115]. Ritornano in questo scritto, forse troppo spesso trascurato in sede critica, espressioni come «chiuso mondo contadino meridionale»[116], «civiltà propria dell’immutato mondo contadino»[117], «isolamento del mondo contadino nei confronti delle istituzioni dello Stato e verso le categorie che le esprimono»[118], «mancanza della vita associata e la partecipazione passiva ai fatti dello Stato»[119]. Attraverso questo lavoro, Scotellaro intravedeva l’auspicato «progresso civile delle popolazioni»[120] nella la vicinanza delle masse all’istituzione scolastica, sia pure mettendo in luce le tante “deficienze” di assistenza scolastica che crucciavano il Mezzogiorno:

La creazione della scuola in tali zone (che oggi si localizzano nella fascia orientale della Basilicata) va vista nel quadro della trasformazione del regime fondiario, prossimo a mutarsi, con il passaggio da forme di agricoltura estensiva a forme più progredite. Il processo già avviato di trasformazione potrà conseguire gli effetti sperati se alla rivoluzione tecnica si accompagnerà con lo stesso ritmo la preparazione culturale delle masse contadine[121].

La conclusione dello scritto, d’altro canto, incentrata su prospettive e proposte per la scuola in Basilicata, non fa che rafforzare il binomio cultura-mondo contadino:

Dagli sperati interventi dell’Ente pubblico – che siano organici e, questa volta come è augurabile, non discontinui – c’è da attendersi per le sventurate popolazioni lucane quella civiltà nuova e moderna che si concreti non solo nelle scuole e nella cultura, bensì anche nelle realtà economiche, conseguenti alla trasformazione fondiario-agraria, e in organizzazioni e rapporti sociali nuovi[122].

Non sarà superfluo aggiungere che il volume Scuole di Basilicata va letto tenendo conto di un più ampio contesto. Si registrò, infatti, in quegli anni un vivo interesse da parte di studiosi americani per il Sud. Nell’ambito del programma Fullbright, arrivarono in Basilicata personalità come George Peck, interessato all’occupazione contadina delle terre; Donald S. Pitkin, che studiò la comunità di Sermoneta nella provincia di Vibo Valentia, ma anche Edward G. Banfield e Frederick G. Friedmann e il gruppo di ricerca da lui ispirato per lo studio dei Sassi di Matera[123]. Da quando, nel maggio 1953, Vito Laterza (probabilmente sotto il suggerimento di Vittorio Fiore) aveva chiesto a Scotellaro un libro sulla cultura contadina meridionale, egli non visse che per i Contadini del Sud.
Considerato lo scarso materiale che Rocco Scotellaro riuscì a raccogliere prima che sopraggiungesse la morte, ci soffermeremo poco su quest’opera. Tanto è già stato scritto, tanto ancora si scriverà. Giorgio Napolitano, in un lavoro ormai datato, si soffermava sul problema della rappresentatività della realtà contadina nell’opera di Scotellaro[124]. Era effettivamente impossibile ritrovarla perché nel libro viene presentata una zona soltanto del Mezzogiorno, o addirittura un Comune, che per di più non è tra quelli caratterizzatisi per una più intensa lotta sociale e politica. Le storie dei protagonisti dei racconti, Michele Mulieri, Andrea Di Grazia, Antonio Laurenziana, Francesco Chironna sono semplicemente dei bozzetti di storia contadina.  Se la vita non avesse sottratto il poeta di Tricarico dal suo impegno politico attivo, probabilmente, oggi vedremmo attuato quel vasto programma che Rocco Scotellaro aveva in mente: rappresentare attraverso singoli episodi di storia quotidiana quasi tutto il Mezzogiorno continentale[125].
L’originalità di questi abbozzi di civiltà contadina, come ha osservato acutamente Andrea Battistini, è da ricercare nel fatto che, prima di Rocco Scotellaro, «la vita di quei poveri braccianti, i loro sentimenti, le loro fatiche, i gesti quotidiani, non avendo voce, erano di fatto inesistenti, privi “di valore e realtà” perché immersi fino a ieri nel buio dell’inespressione”»[126].
A causa di una piena osmosi fra Rocco Scotellaro e la sua gente, De Martino aveva denunciato alcuni errori di metodo nell’inchiesta del poeta lucano, sostenendo che è difficile comprendere fin dove parla il contadino e fin dove è lui che parla. Bisogna ammettere che per quanto tra Scotellaro e De Martino ci fosse un legame di autentica amicizia (l’antropologo nel 1950 era stato ospite del poeta di Tricarico), la posizione del poeta e sindaco di Tricarico era molto più vicina a quella degli studiosi americani. L’utilizzo dei questionari, di cui Rocco si servì per l’opera Contadini del Sud, derivava a Scotellaro dalla collaborazione con George Peck, che si trovava a Tricarico in quegli anni e con cui Scotellaro collaborava per la prima indagine di comunità del Mezzogiorno e, come si sa, De Martino guardava con sospetto agli studi americani di antropologia applicata[127]


4.  Conclusioni


Siamo giunti alla fine di questo nostro itinerario. Rocco Scotellaro, sulla base di quanto abbiamo esposto in queste pagine, cosa ci ha insegnato? Egli è riuscito innanzitutto a mostrarci la voce umile e la quotidianità di chi per troppo tempo ha soffocato le proprie parole nell’oceano della solitudine e dell’amarezza; ci ha poi insegnato, per dirla con Boccaccio, che “umana cosa è aver compassione degli afflitti” e che la sofferenza è un valore, il più vivo e universale. Rocco Scotellaro sembra aver voluto far passare ai suoi lettori un messaggio che Fabrizio De Andrè, in tutt’altro contesto, scrisse alcuni anni più tardi in La città vecchia, quando affermò: «Se tu penserai, se giudicherai/da buon borghese/li condannerai a cinquemila anni più le spese/. Ma se capirai, se li cercherai/fino in fondo/se non sono gigli son pur sempre figli/vittime di questo mondo».
Ritornano ora utili al nostro ragionamento le osservazioni di Riccardo Gasperina, il quale citando Benjamin e soffermandosi sul senso della comunità ha scritto una riflessione, che oltre a Carlo Levi, sembra essere calzante anche per Scotellaro:

Egli, al pari del narratore antico di Benjamin, si pone nei confronti di quel mondo come un collezionista di farfalle che antologizza una mitologia estranea alla civiltà della tecnica e della ragione, non per rendere il dettaglio psicologico di un personaggio, ma per creare un affresco complessivo di quel mondo[128].

Rocco Scotellaro attraverso il suo personale affresco della civiltà contadina lucana ci ha altresì dimostrato che «nessun progresso può attecchire e durare manovrato dall’alto, all’insaputa e in assenza degli interessati, senza mettere in moto le loro energie nascoste e senza il loro entusiasmo; nessun progresso vi è concepibile che non sia progresso dall’interno “autoriscatto”»[129]. Se non c’è stata una rivoluzione contadina (come voleva il suo amico Carlo Levi), c’è stata certo una rivoluzione culturale che porta tutti oggi a sentire Scotellaro come un fratello d’anima, combattuto tra fedeltà ad una patria e bisogno di raggiungere una polis, un paese d’utopia, magari da esule, da giovane che ama l’azzardo, da eterno migrante[130]. Come ha giustamente sottolineato Franco Vitelli, l’industrializzazione nel Mezzogiorno e in particolar modo nella Basilicata, piuttosto che risolvere vecchi problemi ne ha creati di nuovi[131]. É inutile infatti negare che il Mezzogiorno non è mai stato preparato per fare attecchire le industrie, ma per creare un’economia basata sull’agricoltura.
Di questo se ne era accorto già Luigi Sturzo, quando nel discorso pronunciato a Napoli il 18 gennaio 1923 disse con parole quasi profetiche che dal feudo politico erano nati solo baroni che con il favoritismo incrementato dalle clientele personalistiche, concorse a mantenere il Sud nell’eterna miseria. Affinché il Sud potesse diventare centro attivo del mediterraneo, per Sturzo era doveroso improntare l’economia meridionale verso un orizzonte agricolo. Rispuntava in lui l’anima del liberista convinto, che aveva in uggia i sistemi dello Stato burocratico e accentratore: gli investimenti sarebbero venuti dal capitale privato. Quando lo Stato era intervenuto con i suoi mezzi, erano nati parassitismo e corruzione. Niente industrie meccaniche, ma impianti trasformatori dei prodotti agricoli sottolineando la necessità di scuole professionali specializzati[132].
É tempo di congedarci dal paziente lettore. Vogliamo farlo ricordando l’ultima fatica del poeta di Tricarico che lo vide impegnato, come abbiamo veduto, nell’inchiesta di Contadini del Sud. La cronaca degli ultimi giorni di Scotellaro è ben documentata anche dal toccante ricordo di Paolo Ricci, che, riprendendo a sua volta Manlio Rossi Doria, ha scritto:

La inchiesta sui contadini lo portò non più tardi di venti giorni or sono a Irsina, in provincia di Potenza. Per alcuni giorni Rocco visse nelle case dei braccianti, divide i loro pasti e dormì nei loro letti. A Irsina ebbe i primi sintomi del male: senso di soffocamento ed estrema stanchezza. Attribuì i disturbi all’anidride carbonica aspirata stando seduto intorno al braciere e tornò a Napoli, a Portici. Qui una visita medica più scrupolosa dette motivo di preoccupazione. Pareva avviato alla guarigione e si attribuiva il malessere a stanchezza.
Ma Rocco dovette avere un presentimento di morte. Diceva ai suoi amici che voleva tornare a Tricarico, dove almeno intorno al letto di morte cantano i lamenti funebri. Pareva un modo curioso di scherzare ma, appunto, non sembrava più di uno scherzo. Poi quella sera, mentre si accingeva a sedere a tavola per cenare con degli amici, improvvisamente sentì stringersi alla gola e cadde fulminato al suolo.
Noi l’abbiamo visto sul letto immobile e col volto di chi riposa serenamente. Aveva la bocca atteggiata al suo sorriso più amabile e buono, da buon ragazzo[133].


Poco tempo prima di morire (15 dicembre), Scotellaro aveva inviato a sua madre Francesca Armento la lettera seguente da Portici:

Cara mamma,
sto meglio, ma non bene. Il motivo è che devo riposare; io, invece, ogni tanto vorrei alzarmi e camminare. Il Dottore dell’Università, che mi ha visto pensa anche lui a esaurimento. Ma io penso che devo avere un reuma molto forte al petto.
Mi dispiace che non arrivano ancora i soldi. In ogni modo cercherò di mandarteli. O altrimenti a nome mio si può fare un debito provvisorio a Tricarico. Forse vengo. Non risparmiate, vi prego. Fatemi trovare la stufa di creta. Un po’ alla volta la pagherò.
Saluti e ringraziamenti per l’aiuto e l’affetto di Nicola e della moglie. Voletevi bene. Non pensate ai soldi. Un giorno usciranno e saranno troppi, se campo, come camperò, perché ne val la pena.  Ti abbraccio. Dà questo foglio a Antonio Albanese.  Rocco[134].


Vogliamo chiudere questo nostro lavoro con la cronaca del funerale di Scotellaro raccontata dalla stessa Francesca Armento, la quale dimostra che suo figlio era morto fisicamente, ma che il suo ricordo era e resterà sempre vivo nella memoria di tutti i meridionali sparsi nel mondo:

Quando mi portarono a casa la bara con il mio tesoro dentro, il corteo non finiva mai, nelle case di Tricarico non rimase nessuno, tutti ad accompagnare mio figlio, gente da tutti i paesi, macchine, corone di lusso. Il dott. Carlo Levi e il dott. Rossi Doria e i compagni ne fecero assai per mio figlio: nessuno potrà più vedere quel corteo; e quanta moneta spesero per Rocco, che gli volevano tanto bene[135].

In un momento in cui ci troviamo a fare i conti con la crisi della politica, ritengo che rileggere figure come quella di Rocco Scotellaro possa essere un’occasione che non dovrebbe essere lasciata cadere: per l’acquisizione di un senso civico concreto, di cui oggi, più che mai, ne avvertiamo pieno bisogno.



1. Introduzione


Manlio Rossi Doria[1], a proposito dell’infanzia di Rocco Scotellaro[2], ha sottolineato che in lui vita e opera fanno tutt’uno: non si può intenderne l’opera se non se ne conosce la vita[3]. Nato a Tricarico il 19 aprile 1923 da una famiglia di piccoli artigiani, il poeta lucano, durante la formazione, ha affrontato delle brevi prigionie; subito dopo le scuole elementari a Santa Croce, egli, per studiare, fu costretto a subire l’umiliazione di vestirsi da monaco e di rinchiudersi prima nella miseria del piccolo convento alto e solitario di Sicignano degli Alburni, dove frequentò le prime tre classi ginnasiali, e, successivamente, nel convento di Cappuccini a Cava dei Tirreni, in provincia di Salerno. Proseguì poi gli studi a Matera, Tricarico, Potenza e Trento, sede in cui conseguì la maturità classica. I brevi ritorni al paese d’origine, per quanto dolorosi, rappresentavano un momento di libertà[4]. La morte del padre (1942) lo porta a uno stato di smarrimento in quanto egli si sente attratto da molteplici possibilità di vita, ben rappresentate nel dramma in tre atti Giovani soli[5] e nel racconto Uno si distrae al bivio[6], dal quale prende il titolo un’intera raccolta. Franco Vitelli, uno dei maggiori esperti dell’opera di Scotellaro, ha parlato di racconti d’ambiente, «perché danno la misura del paesaggio, del mondo, dell’ambiente, in cui Rocco visse ed operò»[7]. Per comprendere appieno la complessità di queste opere, si dovrà necessariamente tenere in considerazione la corrispondenza tra Rocco Scotellaro e Tommaso Pedio, poiché il carteggio ci ha restituito il ritratto di un uomo legato alla prassi e a un progetto di politica concreta[8], culminante nel 1944 con la fondazione della sezione Matteotti del partito socialista a Tricarico nella stessa casa di Scotellaro[9]. Le prime prove letterarie risentono quindi di un’incertezza non soltanto esistenziale, ma politica. É arrivato forse il “giorno” di riconsiderare Rocco Scotellaro non come una specie di rivoluzionario mancato della civiltà contadina lucana[10], ma come un giovane tra i giovani, un giovane con gli stessi sogni e le stesse ansie e ambizioni di colui che durante l’adolescenza sogna di cambiare il mondo tra progetti falliti e mille amori mai consumati. Scotellaro è quindi, in primis, un ragazzo, impegnato certo nell’attività politica, ma al tempo stesso è scisso tra i numerosi bivi che l’esistenza mette di fronte a ciascun individuo. La sua poesia, d’altro canto, con un procedimento squisitamente letterario e grazie a un orientamento che potremmo definire con Gramsci «nazional-popolare», è riuscita a coinvolgere una fetta di pubblico molto ampia, che va ben oltre gli angusti confini di Tricarico e della Basilicata.
Di questo fatto, in tempi oramai remoti, se ne era accorta in parte Natalia Ginzburg, quando nella trasmissione L’uva puttanella curata da Gabriele Palmieri, Roberto Sbaffi e Federico Scianò, ebbe a dire:

I versi di Scotellaro sono ricordati rasentando muri, case, vicoli di Tricarico. Parlano di lui i suoi familiari, i suoi amici, i suoi avversari politici. Parlano di lui contadini vecchi, che lo conobbero, parlano giovani che non lo conobbero mai. Parlano di lui e di loro stessi, con accenti veritieri del tutto insoliti sul piccolo schermo, famoso per rendere la gente anonima, spenta e banale[11].

Si era compiuto un vero e proprio miracolo. Del resto Antonio Gramsci, in certe pagine di Letteratura e vita nazionale, aveva posto l’accento sulla mancanza di una letteratura in grado di arrivare a un pubblico che non fosse necessariamente colto. Egli poneva dunque la sua attenzione sull’assenza, all’interno della prassi letteraria, di “ragioni socioumane profonde” e denunciava:

Certo nulla impedisce teoricamente che possa esistere una letteratura popolare artistica, l’esempio più evidente è la fortuna “popolare” dei grandi romanzi russi, anche oggi; ma non esiste, di fatto, né una popolarità della letteratura artistica, né una produzione paesana di letteratura “popolare” perché manca una identità di concezione del mondo tra “scrittori” e “popolo”[12].

Necessità di studiare la formazione di Scotellaro e il suo legame d’amore e disamore con il territorio lucano ci pare essere il presupposto indispensabile senza il quale è difficile penetrare quel mondo contadino che il poeta di Tricarico ha in un certo qual modo “dipinto”. Enzo Panareo ci ha persuasi di un fatto fondamentale: perché non sia sottratto al poeta l’asse umano, indispensabile, lungo il quale la sua poesia s’è sviluppata, attingendone motivi vitali, già con l’apparizione di Margherite e rosolacci è ingeneroso e criticamente inattendibile indicare uno Scotellaro «oltre i confini»: l’humus umano, etnografico, geografico anche di una meditata geografia dell’anima che cerca la comunione con le cose e con gli uomini, resta sempre quello della Lucania mitica e della sua gente[13]. Non si dimentichi poi un altro aspetto considerevole per chi voglia accostarsi alla sua opera: il poeta lucano è sì un letterato, ma anche un uomo politico ed è inevitabile che la sua poesia rientri in quel filone di scrittori, che nell’immediato dopoguerra, se non ambiscono fondare una nuova realtà, perlomeno cercano di portare alla luce realtà complesse attraverso il metodo dell’inchiesta, delle ricostruzioni storiche e di tutta una serie di scritti che sconfinano nella sociologia, nella testimonianza autobiografica o nella cronaca giornalistica. Si possono citare, e qui seguiamo alla lettera la lucidissima pagina di Silvio Guarnieri, gli studi sulla Fiat e su Orgosolo di Carocci e di Cagnetta, i diari della Giacobbe o della Occhipinti, di Vallini, ed infine i volumi di Giovanni Russo[14]. Non si può poi dimenticare la carica di rinnovamento espressa nella rivista «Politecnico». Rocco Scotellaro ne segue gli sviluppi dalla periferia, tanto da scrivere una lettera, datata 2 aprile 1947, a Elio Vittorini dove si presenta nella duplice veste di letterato e uomo politico:

Ora sono qui al mio paese, un grosso borgo agricolo della Lucania. Non ti desterà meraviglia sapere che il tuo giovane amico amante della letteratura, e che ti manda poesie, è il sindaco di questo paese, voluto dagli elettori della lista «Aratro». Uno dei più giovani sindaci – mi dicono: sono nato nel 1923. Stretto dalle cose amministrative, dai manovali che chiedono lavoro e sfamarsi, dal problema di mettere su un ospedale, non leggo «Politecnico». Non arriva e abbonarsi è poco facile. Scrivo anche raramente. In compenso, vivo una esperienza dura, ma necessaria, utile. Un’esperienza da Politecnico sottinteso, non scritto[15].

Non sarà certo superfluo aggiungere che le prime parole con cui si apre la rivista di Vittorini sembrano essere state scritte proprio per quel progetto esistenziale che intendeva portare avanti Rocco Scotellaro: «Non più una cultura che consoli nelle sofferenze, ma una cultura che protegga dalle sofferenze, che le combatta e le elimini»[16].
Egli, mettendo la sua persona al servizio del popolo, pur ponendosi come «capostorno» della civiltà contadina lucana, era cosciente che non bastava essere sindaco per migliorarne la miserevole condizione, ma aveva compreso, al tempo stesso, che, mettendo la propria penna al servizio degli umili, si poteva almeno marcare il valore e il peso della coscienza ed esperienza politica d’impostare il riscatto dei contadini del sud in termini nazionali. La sua poesia, ma osiamo dire tutta la sua opera, non può quindi essere letta soltanto come una sorta di «generico e lamentoso meridionalismo».
Scotellaro mettendo le “mani in pasta” nella civiltà contadina era conscio che ogni conquista sociale e civile avrebbe dovuto tenere conto, venendo non come concessione dall’alto, ma come risultato di un’uscita di minorità, di una diretta assunzione di compiti di autogoverno e di autodirezione politica, economica e culturale. Il suo più grande merito è stato quindi quello di nobilitare la parola contadina «come il fiore espressivo di una storia sepolta»[17]


2. L’ansia della giovinezza


Sono due gli aspetti sui quali vorremmo attirare l’attenzione del lettore: l’inquietudine del giovane Scotellaro alla continua ricerca di una strada su cui lasciare una traccia indelebile e le strategie retoriche adottate nella sua opera per rappresentare la civiltà contadina lucana.
Il dramma in tre atti Giovani soli, quasi interamente autobiografico e influenzato dalla concezione filosofica della “lanterninosofia” di Luigi Pirandello[18], restituisce al lettore un lucido affresco di una Weltanschauung in formazione. Giovani soli, diversamente dall’opera Uno si distrae al bivio[19], non si può dire che presenti uno Scotellaro stilisticamente maturo: le citazioni filosofico-letterarie sono esibite con l’orgoglio e il fervore di un giovane, che pur non possedendo sufficienti ricchezze economiche, era riuscito a costruirsi autonomamente un decoroso bagaglio culturale. L’opera risulta poi essere incompleta e questo permette di darne soltanto un giudizio parziale. Collocando il dramma, con un’operazione di tipo contrastivo, di fianco al racconto Uno si distrae al bivio, si possono tuttavia notare delle costanti, affatto irrilevanti.
Innanzitutto tra il 1941 e il 1942 la figura di Scotellaro non sembra essere tanto diversa da quella dei tipici eroi romantici, che, non intravedendo una soluzione concreta per il loro avvenire e per la patria, trovano nel suicidio la fine di qualsiasi sofferenza[20]. Per esprimere il suo disagio interiore Scotellaro, nel dramma, nel racconto e nella poesia, sceglie la figura del “bivio”, poiché rappresenta l’impossibilità di scegliere una strada[21]: «Mi sono fermato in un punto. Numerose strade mi chiamano. Io resto al bivio ostinato a non mettermi per nessuna di quelle strade, se il ciclo della mia gioventù prima non si conclude e non resta documentato, glorificato»[22]; mentre nel finale del racconto così leggiamo: «Ecco che uno si distrae al bivio, si perde. E chi dice «Prendi questa» e chi «Prendi da quest’altra». E uno resta là, stordito. Aspetta che le gambe si muovano da sole»[23].  
Rocco Scotellaro, volendo citare il contemporaneo cantautore Michele Bravi (Il Diario degli Errori), non sta facendo altro che cercare «nel conflitto la parvenza di un sentiero» guardando «nell’abisso di un mattino senza alba, senza avere un punto fisso o qualcuno che ti salva». Continuando la lettura dell’opera ci si avvede che oltre al “bivio”, la paura e il disagio giovanile di Scotellaro vengono indicati con la figura del “brandello”:

Scrisse canti di arrivi e di partenze! Scrisse che aveva l’anima sfilacciata e a brandelli per tutti i luoghi più solitari, che andava rincorrendo fanciulle lontane per le strade di tutti i paesi[24].

Il termine è fondamentale, perché funzionale a Rocco Scotellaro per evidenziare la perdita di qualsivoglia orientamento, sia politico che esistenziale. Se non c’inganniamo, questa tematica è una precisa scelta stilistica ricorrente non soltanto nella produzione poetica del 1942[25], ma già presente in Lucania, dove nel 1940 aveva annotato:

 M’accompagna lo zirlìo dei grilli/ e il suono del campano al collo/ d’un’inquieta capretta./Il vento mi fascia/ di sottilissimi nastri d’argento/ e là, nell’ombra delle nubi sperduto,/ giace in frantumi un paesetto lucano[26].
 
Ricorrendo all’intertestualità, se rileggiamo il riferimento al paese di Tricarico nel racconto Uno si distrae al bivio cogliamo forse meglio il riferimento al paese:

Qui vide che gli si spezzava l’anima a brandelli, mentre cercava tra le case quadre ed alte e pulite la pietra aguzza della parete del vicolo al paese, o il suo albero di fico cercava là nel suburbio, popolato di rumori di officina, di donne un po’ dimesse, di chioschi solitari[27]27.

La principale causa del malessere del poeta e sindaco di Tricarico è da individuare nel tempo ciclico della civiltà contadina. Pompeo Giannantonio, soffermandosi a lungo sul dualismo contadino/cittadino, ha fatto notare che il primo «è sottoposto alle variazioni stagionali, mentre il secondo è regolato da ritmi di lavoro industriale»[28].
Tricarico, agli occhi tristi, ma al tempo stesso infuocati e attenti di Scotellaro, non possiede alcuna identità, tutto sembra ripetersi con ritmi sempre uguali:

Morire per le cose, sempre quelle, per il mattino e la sera che non cambiano mai, per i pranzi alle stesse ore, per i pomeriggi e le domeniche, le partenze dissipate, gli amici diventati uomini, per Dio che non scendeva sulla terra a dire «Cambiamo faccia a questo mondo!»[29].

La Rabata di Tricarico nel 1950 sarà oggetto di indagini antropologiche da parte di Ernesto De Martino, il quale presenterà al mondo intero lo stesso paesetto in frantumi segnalato da Scotellaro in poesia dieci anni prima. L’antropologo napoletano parlava della Rabata come l’immagine del caos:

Vivono nel groviglio di tane che si addossano alle pendici alquanto brusche del colle di Tricarico, onde ne risulta un labirinto di sconnesse viuzze precipitate, sfogo di fogne della parte del paese[30].

Rocco Scotellaro, in tale contesto, fatica a ritagliarsi un ruolo nel mondo. Se nel dramma Giovani soli, egli preferisce congedarsi dal lettore non assumendosi alcuna responsabilità concreta: «E spegnete le luci, per Dio! La luce è il nostro peccato!»[31], la conclusione del racconto Uno si distrae al bivio è proiettata già nel futuro. Egli ha finalmente compiuto la sua scelta: dedicare la sua vita ai contadini di Lucania:

Ora dice che potrebbe far la lotta con la vita, anche se debole. Essere un altro se stesso con la mentalità dei migliori. Dice che bisogna fermamente decidere picchiando il tavolo col pugno duro. La sua generazione s’avvia con un treno che anche lui dovrà prendere[32].

Per lo sviluppo del nostro discorso critico ci pare adesso opportuno rievocare preliminarmente le ipotesi di Jacques Rancière, che nella sua opera Politica della letteratura, interrogandosi sui principi realisti dei romanzi ottocenteschi (Flaubert, Balzac), formulò una definizione di politica della letteratura che risulta essere calzante anche per il poeta contadino di Tricarico dato che, Rocco Scotellaro, al pari dei romanzieri francesi, introduce sulla scena comune oggetti e soggetti nuovi, rendendo visibile ciò che era invisibile. Egli, per la prima volta dopo Carlo Levi, si fa portavoce di soggetti della storia che, fino a quel momento, non erano stati ritenuti essere altro che “animali bercianti”. Ma v’è di più: la letteratura in Rocco Scotellaro riesce a instaurare una precisa relazione del segno col segno, una relazione inscritta nelle cose mute e sui corpi stessi del linguaggio della civiltà contadina. La letteratura diviene così il dispiegamento, la decifrazione di questi segni che sono impresse direttamente sulle cose. Per dirla con Rancière, Scotellaro «è l’archeologo, il geologo che fa parlare i testimoni muti della Storia comune»[33].


3. Dalle tenebre alla luce. Rappresentazioni della civiltà contadina lucana


L’Uva puttanella, dopo le recenti osservazioni di Andrea Battistini, può definitivamente rientrare all’interno dei libri di memoria, orientata verso il saggio e l’inchiesta[34]. Italo Calvino, formulando parole di stima su Rocco Scotellaro, definendolo “meridionale fino al midollo”, ricorda quanto ormai fosse maturo al tramonto della sua vita il progetto dell’Uva puttanella. Un mese prima della sua morte, con un atteggiamento tutt’altro che arrendevole, Scotellaro gli confidava «che era giunto al punto in cui doveva raccontare le mene dei suoi avversari per defenestrarlo dal Comune, e avrebbe dovuto fare in qualche modo l’apologia di se stesso come sindaco, e non sapeva se mantenere il racconto in prima persona, come l’aveva cominciato, o riscriverlo in terza persona, per poter trattare la materia con più distacco»[35].
Preso atto che alcuni frammenti dell’opera sono probabilmente da far risalire al periodo di composizione del racconto Uno si distrae al bivio[36], la tematica del bivio ha un ruolo preponderante anche nelle pagine iniziali dell’Uva Puttanella, in particolar modo nella passeggiata di Rocco Scotellaro nella vigna, su cui la critica si è concentrata diffusamente[37]. Egli, sia pure deluso dalla politica e dalla vita, definendosi un «uccello senza nido»[38], accompagnato da un profondo senso di solitudine[39], tenta di saldare ancora in un rapporto di stretta correlazione cultura e mondo contadino, anche solo per rimarcarne le differenze. Purtroppo il binomio, agli occhi del lettore, assume le sembianze di un amaro ossimoro: «Adesso ero solo, svolsi la borsa trassi fuori un libro per leggere, accesi la pipa: era scomodo sedere sulla pietra o addossato ai sarmenti, o sulla terra nuda, che aveva la crosta sottile, appena calda del primo sole»[40]. Le pagine di quel libro, nello spazio della campagna, non sembrano suscitare più alcuna utilità[41].
Lasciandoci guidare dai testi (L’Uva Putannella e la produzione poetica di Scotellaro) proviamo ora a tracciare un ipotetico itinerario che ci aiuti a comprendere meglio i mutamenti esistenziali, politici e sociali che investono la figura di Scotellaro dal 1945 al 1950. 
Il punto di partenza di questo cammino, se non c’inganniamo, pare essere il componimento Novena per giugno[42] (1945), incentrato sulla precarietà del mondo contadino e sulla mancata presa di coscienza nella lotta di classe da parte dei braccianti. L’alba, che precedentemente abbiamo citato in relazione al cantautore Miche Bravi, come vedremo nel nostro percorso, sarà funzionale allo scrittore nello sviluppo di questa tematica. Leggiamo l’incipit:

Già non accenna l’alba e noi siamo risospinti/ per dura forza del tempo da colmare/ a mettere dei gesti nell’aria ad occhi chiusi./ Ad occhi chiusi i miei paesani/ partono nei campi e le corriere/ turbano il silenzio che li accompagna;/[43].

Comincia a farsi largo nell’opera di Scotellaro la classica dialettica hegeliana servo-padrone, sviluppata con una netta prevalenza della prassi rispetto alla teoria. L’incipit di Noi che facciamo?[44] (1946) è un canto di denuncia delle ingiustizie, di fronte alle quali i contadini non sono in grado di fare sentire la loro voce, perché manca un movimento di azione compatto che faccia prevalere la collettività sull’individuo. Agli «occhi chiusi» di Novena per giugno ora si sostituisce il silenzio dei braccianti, ridotti a merce:

Ci hanno gridata la croce addosso i padroni/ per tutto che accade e anche per le frane/ che vanno scivolando sulle argille/ Noi che facciamo? All’alba stiamo zitti/ nelle piazze per essere comprati, / la sera è il ritorno nelle file/ scortati dagli uomini a cavallo, / e sono i nostri compagni la notte/ coricati all’addiaccio con le pecore[45].

Subito dopo viene rimarcata l’immobilità del mondo contadino:

Noi siamo i deboli degli anni lontani quando i borghi si dettero in fiamme/ del castello intristito. / Noi simo figli dei padri ridotti in catene/[46].

La presa di coscienza da parte della civiltà contadina avviene solo in relazione alla loro stessa sopravvivenza, nel momento in cui arrivano nei campi, che rappresentano la loro unica fonte di guadagno: «Solo ridà sangue ai corpi un giro rabbioso di falce/e sulle messi rivendicate all’ira della grandine/ si gettano le bocche degli affamati/»[47].
Se con un’azione di tipo contrastivo da Novena per giugno e Noi che facciamo?, ci spostiamo a Sempre nuova è l’alba[48], definita notoriamente da Carlo Levi «la Marsigliese contadina», ricaviamo un insegnamento importante. Questo componimento si apre con la coscienza del poeta che si rivolge direttamente ai contadini: «Non gridatemi più dentro,/non soffiatemi in cuore/i vostri fiati caldi, contadini»[49]. Successivamente, da una dimensione soggettiva, il poeta con il suo consueto metodo narrativo che cerca di assimilare l’io al mondo contadino per rimarcarne la vicinanza, ricorre al «noi»: «Beviamoci insieme una tazza colma di vino!/che all’ilare tempo della sera/s’acquieti il nostro vento disperato»[50]. Il vino, elemento di convivialità fondamentale per stabilire un sereno confronto con l’altro, riesce a dare un momento di conforto. Ma poco dopo, ecco che riaffiorano nel mondo contadino i fantasmi del passato con l’esplicito richiamo al brigantaggio, che fu soprattutto l’espressione di una rivolta contro le ingiustizie sociali, la disperata reazione a una miseria che dura tuttora, rendendo queste figure vive e attuali nell’immaginario popolare: «Spuntano ai pali ancora/le teste dei briganti, e la caverna – l’oasi verde della triste speranza – lindo conserva un guanciale di pietra…»[51].
É come se Scotellaro stesse qui ripercorrendo con poche immagini l’intera storia del meridione, ma a differenza di Novena per giugno, in cui regna la disperazione e l’immobilità, in Sempre nuova è l’alba (1948) comincia a esserci una sorta di passivo movimento nella storia da parte dei contadini. L’ultima strofa, con le immagini realistico-metaforiche della «cova» legata alla vita e dell’«alba nuova», simbolo della speranza, sembra dare una conferma alle nostre ipotesi: «Ma nei sentieri non si torna indietro./Altre ali fuggiranno/dalle paglie della cova,/perché lungo il perire dei tempi/l’alba è nuova, è nuova»[52].
Con i tre componimenti proposti, prendendo come punto di riferimento l’alba, siamo vertiginosamente passati dal pessimismo alla speranza. Se adesso rivolgiamo la nostra attenzione alla celebre poesia E’ fatto giorno[53](1952), possiamo apprezzare la dinamicità e una moderata gioia che pervade quella pagina. In questo componimento i contadini non sono più con «gli occhi chiusi», ma cercano in tutti i modi di fare sentire la loro presenza nella storia: «E’ fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi/con le faccie e i panni che avevamo». Essi appaiono per la prima volta nella storia con le loro vesti abitudinarie, non devono e non vogliono più nascondersi agli occhi del mondo. Vogliono essere semplicemente accettati per quello che sono.
Il termine “alba”, utilizzato da Scotellaro come efficace dispositivo narrativo, non viene adoperato soltanto in chiave politica per esprimere il risveglio della civiltà contadina lucana, ma risulta essere adatto anche per affrontare il tema amoroso; diventa esso stesso un elemento di transizione da cui bisogna necessariamente passare per raggiungere la felicità e per apprezzare la luce di un sole caldo e confortevole: «Sono nate le viole nei tuoi occhi/e una luce viva che prima non era,/se non tornavo quale primavera/accendeva le gemme solitarie?/Vestiti all’alba, amore, l’aria ti accoglie,/il sole viene dopo, tu sei pronta»[54]. Per intendere però appieno questo intricato percorso che va da Novena per giugno a E’ fatto giorno, è necessario affrontare il nostro tracciato senza scorciatoie. Solo compiendo la fatica del lungo percorso, apprezzeremo con maggiore consapevolezza il passaggio da uno stadio passivo (Novena per giugno) a uno stadio – diciamo pure così – attivo della civiltà contadina (Sempre nuova è l’alba).
Bisogna partire dalla considerazione che i contadini, a parte il fenomeno del brigantaggio[55], non paiono essere interessati a nessun altro movimento politico organizzato, poiché nessuna legge sembra tutelarli. Per la poesia di Rocco Scotellaro, non ci risulta essere applicabile la formula gramsciana, in base alle quale «ogni movimento rivoluzionario è romantico per definizione»; per la sua opera, seguendo suggestioni che in altro contesto portava avanti Ezio Raimondi, si può forse ricorrere a Carl Schmitt, il quale nel suo libro Romanticismo politico aveva detto che la cultura mentale romantica si fonda su «una sorta di occasionalismo senza dio»[56], in quanto l’immaginazione s’afferma come costitutiva, ma resta incapace di costruire.
Tra il 1945 e il 1946[57], nella produzione poetica di Rocco Scotellaro, si registra concretamente ciò che Schmitt aveva teorizzato: la mancanza di un movimento collettivo in grado di risollevare le infelici sorti del Meridione.  Durante la campagna elettorale per la Repubblica, in cui Carlo Levi partecipava nella lista meridionalista dell’«Alleanza Repubblicana» con Guido Dorso e Manlio Rossi Doria, Scotellaro incontrò l’autore del Cristo[58]. Da questo momento in poi il suo impegno politico per cercare di porre rimedio alla miseria contadina si fa sempre più consistente ed è accompagnato dalla necessità dello scrittore di scolpire sulla carta le sue vittorie, accompagnate da altrettante sconfitte. Egli, alla ricerca della “social catena” che possa tenere insieme tutti uomini, per adesso non può fare altro che mostrare un eccesso di egoismo da parte della classe dirigente nazionale, che inevitabilmente finisce per sottrarre i braccianti dai piccoli centri impegnati nella ricerca del loro “posto al sole”. Ne Il primo addio a Napoli[59]le parole di Scotellaro sono a dir poco struggenti: «Non voglio più sentire di questa città,/confine dove piansero i miei padri/ i loro lunghi viaggi all’oltremare»[60]. La disgrazia del fenomeno migratorio consiste nell’andare via dal paese e lasciare i figli crescere senza padri. Per chi va via, Scotellaro avverte, attraverso le parole dei figli non soltanto la tenera nostalgia di un auspicato ritorno: «Torna, è tempo che assaggi/molliche di focacce,/e l’odore dei forni/ come te lo manderemo»[61], ma anche la desolazione dell’abbandono. Il finale di America scordarola è drammatico: «Ma papà l’americano non scrive più»[62]. Il contadino sembra avere definitivamente abbandonato le proprie radici.
Nell’aprile del 1947 si verificano in Basilicata una serie di proteste popolari contro gli ammassi[63]. Il problema, come sempre, era da individuare nel latifondo che direttamente o indirettamente dominava i rapporti sociali di produzione[64]. Manlio Rossi Doria, in un discorso al Teatro stabile di Potenza, aveva così descritto la situazione delle campagne lucane:

[…] tra voi il distacco tra contadini e borghesi è ancora più profondo che nel rimanente del Mezzogiorno. Vivete gli uni accanto agli altri, in questi miseri vostri paesi, spesso senza acqua, senza luce, ma non vi toccate. I galantuomini hanno il loro corso, la loro strada nel paese, i contadini la loro; ognuno vive asserragliato nei propri quartieri. Non c’è nessun’altra società agricola in cui questo distacco tra le classi rurali sia così spaventoso[65].

Rossi Doria evidenziava e denunciava in quella sede l’incomunicabilità di questi due mondi. Non essendo assicurati ai contadini i diritti necessari alla sopravvivenza, essi non credono più nel Tricolore. Protesi verso una forma di anarchia, la giacca di velluto su una canna diventa la loro bandiera ufficiale. Un componimento come Capostorno[66] denuncia questa lacrimevole condizione:

Sono i quotisti affamati/nella processione notturna,/ricercano con gli occhi tutto il piano/ ma si hanno ognuno un ennesimo lotto./Vengono alla terra gravida/ e i solchi son numeri e segni/ e sventola la giacca di velluto/ su una canna/ bandiera alla miseria contadina[67].

Il senso della lotta e della fame viene espresso con una prosa schietta e violenta: «Il primo letto tenero di grano/ l’hanno razziato a notte i pastori/ di stanza al di là del fosso di Acquanera./E la bestemmia si leva lontana/ con la piena fervente del Bilioso/ fa tremare la lana sulla gregge». Il lettore avrà sicuramente notato che i contadini, rispetto al momento in cui li abbiamo conosciuti (Novena per giugno), pur non riuscendo ancora a far sentire la loro voce, riescono perlomeno a emettere dei taciti sospiri. Essi non sono disposti più al silenzio in attesa di essere comprati dai padroni. Il senso della protesta si ravvisa nella poesia Primo sciopero[68], allorché i contadini di Lucania, sia pure sconfitti, cercano comunque di «emettere un grido»: «Sperduti siamo in questo mezzogiorno/nella lunga mulattiera/ cordonata da agavi sempreverdi/»[69]. Il fatto di non avere sufficiente voce in capitolo, fa sì che i padroni se ne approfittino: «E ancora dietro le agavi i padroni/puntano i fucili sulle bocche/dei foresi silenziosi come bestie»[70]
Nella produzione letteraria di Scotellaro, essendo stato sindaco di Tricarico e uomo politico della Basilicata, non può certo mancare un attento resoconto di queste sue esperienze. Egli ci invita spesso a condividere i limiti del suo operato, come accade, per esempio, nel componimento E ci mettiamo a maledire insieme[71]: «Gridano al comune di volere/il tozzo di pane e una giornata/e scarpe e strade e tutto»[72]. Scotellaro è qui diretto portavoce delle lamentele che i suoi “compagni” gli rivolgono: «E ci mettiamo a maledire insieme,/ il sindaco e le rondini e le donne,/ e il nostro urlo si fa più forte/ come quello della massaia che ha sperso la gallina e bandisce alle strade/solitarie il suo rancore»[73].
I limiti della sua attività politica, Scotellaro, nell’Uva Puttanella, ce li espone attraverso una vicenda che ci ha colpitopiù di tutte: l’episodio di Pasquale il fuochista[74]. Va dato merito e giusto riconoscimento all’attività di Antonio Martino, amico di Rocco Scotellaro, per aver introdotto nel suo blog “Rabatana” molte delle vicende individuali che il poeta di Tricarico racconta nella sua produzione. Senza la sua memoria storica, tante voci sarebbero state inevitabilmente condannate al silenzio[75]. L’episodio di Pasquale, oltre alle tante osservazioni di carattere stilistico che la critica ha messo in evidenza[76], credo che faccia riflettere soprattutto sul tipo di rapporto che si instaura tra l’amministratore locale Rocco Scotellaro e la sua gente. È un rapporto senz’altro di tipo personalistico[77].
Continuando la nostra esplorazione nella vita e nelle opere dell’autore, è necessario ricordare che nella seduta del 17 settembre 1947 si accese una discussione tra maggioranza e opposizione sulla riscossione delle imposte comunali, che mise in crisi l’attività amministrativa di Scotellaro. L’avvocato Domenico De Maria riteneva che, anziché affidarsi alla riscossione diretta delle imposte di consumo, fosse necessario nominare un direttore responsabile in modo da assicurare ai cittadini un controllo trasparente e rigoroso che ogni buona amministrazione ha il dovere di esigere «per i cespiti di importanza vitale destinati ad incidere sull’equilibrio del bilancio»[78]. Antonio Picerno, che faceva parte della maggioranza, chiese di discutere il problema dopo il ritorno di Scotellaro, che si era recato a Bari per sostenere gli esami universitari. Tuttavia, a seguito delle dimissioni dei repubblicani e indipendenti che riducevano il gruppo di sinistra, Scotellaro fu costretto a dimettersi. Egli, da Bari, con una avversativa che lascia poco spazio alle interpretazioni, scriverà Le strade diritte di Bari[79] :

È rimasta la mia tavola piena/ di briciole e d’ossa/sono sazio per stasera./ Ma questo veleno che ho ingoiato/solo nel delirio di tutti/ respinto nel vicolo insonne/ dove nemmeno un cane ci ho trovato/m’ha sconquassato il cuore e più nemmeno/posso piangere della mia pena[80].

Nonostante i problemi, Scotellaro continuava a rimanere vicino ai contadini per continuare insieme la lotta. In Comizio volante[81], oltre alle acute osservazioni di G.B. Bronzini[82], noteremo la presenza degli “stracci”, che nell’opera di Scotellaro denotano sempre uno stato di povertà. Non escluderei en passant, premettendo che si tratta di un’ipotesi non ancora verificata, un’analogia tra Scotellaro e Pasolini. Il componimento, di là da qualsiasi valutazione stilistica, ci presenta il sindaco di Tricarico tutt’altro che arrendevole di fronte alle difficoltà: guidare il popolo meridionale verso l’auspicata giornata di sole sembra essere la sua vocazione:

Come i vulcani che s’accendono/la grandine schiaffeggia la terra/ il tuono sotterraneo serpeggia nelle case/ noi pure così protesteremo ai divini potenti/la nostra suprema apocalisse./A maledirci unico sarà l’uomo nascosto/con la faccia censurata dalle persiane./ Avanti, uomini, gambe guarnite di stracci/un nostro compagno lontano/è caduto sui suoi passi[83].

Tante battaglie combattute e poche vittorie portate a casa: è questo il sincero bilancio che dobbiamo segnalare nella carriera esistenziale e politica di Scotellaro. Tra le numerose delusioni non possiamo non riportare il suo sentimento di amarezza per le elezioni del 18 aprile del 1948. In quelle votazioni la democrazia cristiana ottenne la maggioranza sul Fronte popolare di socialisti e comunisti. Scotellaro chiamerà questa sconfitta Pozzanghera nera il diciotto aprile[84]. All’indomani della disfatta, il poeta di Tricarico scriverà a Carlo Levi:

Carissimo Levi, […] ho pensiero personale che sia sorto il fascismo democratico. E voi, tu, Rossi Doria, altri, davvero rimarrete a guardare? Per i giovani sviati, senza guida o inconsciamente entusiasti, voi avete delle responsabilità necessarie. Le perplessità portano l’inerzia. E quando è naufragio non si salvano le vostre buone intenzioni. La vostra parola dovevate dirla. Dovete ora pronunciarla. Al mio paese è stato un vero naufragio. I repubblicani hanno votato DC. Ciò non sarebbe avvenuto senza la vostra assenza. Il Fronte ha raddoppiato i voti del 2 giugno. In Italia la mancanza di un centro agguerrito pregiudicherà la democrazia[85].

Rocco Scotellaro in Pozzanghera nera[86], con la sua innata ironia, ha voluto rimarcare l’ipocrisia dei padroni, che soltanto nelle occasioni di festa, quando non hanno nulla da perdere, sono disposti ad ascoltare la voce degli umili: «I padroni hanno dato da mangiare/quel giorno si era tutti fratelli,/come nelle feste dei santi/abbiamo avuto il fuoco e la banda»[87]. Terminata la festa, il popolo rimane di nuovo da solo, abbandonato al suo triste destino: «Ma è finita, è finita è finita/quest’altra torrida festa/siamo qui soli a gridarci la vita/siamo noi soli nella tempesta»[88]. Oltre a “solo”, la mancata vicinanza dei padroni ai contadini si esprime con il termine “nessuno”: «E se ci affoga la morte/nessuno sarà con noi,/e col morbo e la cattiva sorte/nessuno sarà con noi»[89]. Subito dopo Scotellaro sottolinea nel testo la distanza della civiltà contadina dal mondo borghese con la metafora del portone sbarrato, rilevando quanto questi due mondi fossero distanti: «I portoni ce li hanno sbarrati/si sono spalancati i burroni./Oggi ancora e duemila anni/porteremo gli stessi panni»[90]. Sono gli stessi panni con cui abbiamo visto entrare i contadini nell’alba di una storia ancora tutta da scrivere. Tutti questi avvenimenti portano Scotellaro a uno stato di sconforto totale, per non dire di depressione. Componimenti come Prima sarà notte[91] ce ne danno una esplicita conferma. Scotellaro ha provato a cambiare le cose nella sua Tricarico e nella Basilicata intera, ma come abbiamo già ricordato senza ottenere grandi successi. In Paese mio[92]l’urlo della solitudine è angoscioso:

Mi vogliono fuori scacciato/gli uomini che solo loro parlano/attorno al monumento due faccie/. Ognuno di noi vuole essere il padrone/della nostra città medioevale/ed è geloso a morte dell’uguale./Io me n’andrò, sono un cane di nessuno/senza sua porta da guardare/nelle notti di luna./ Per questi vicoli insonni/nell’alba le donne/andranno a infornare/e passerà la guardia urbana/col libretto in mano/delle contravvenzioni./Chi mi curerà lontano la crudele scalmana?/[93].

Nonostante nel 1948 «Il capitano è sempre/il più solo nella battaglia»[94], la processione dei mietitori che continuano a suonare il mattutino lascia spazio a una timida speranza. Notino i lettori la bellezza che riescono a evocare questi versi, in cui convivono pacificamente il sacro e il profano: «Nel mio viottolo lungo budello/i ferri dei muli sulle selci/suonano mattutino»[95] Per dirla con Ennio Bonea, in questo caso ci troviamo di fronte a una poesia che non riproduce la realtà come un documento archeologico, ma la sublima pure nella più meschina rappresentazione, «come può essere quella dei costumi e delle usanze più quotidiane. In tal modo la Lucania di Scotellaro diviene il paese di ogni lettore per la magia partecipativa che il poeta sa diffondere»[96].
Scotellaro, a parte gli innumerevoli fallimenti verso cui è andato incontro nella sua vita, è stato davvero un “meridionale fino al midollo” come ha detto Calvino. Appunti per una litania[97] è forse uno degli elogi più belli dedicati al Mezzogiorno, in grado di parlare a nome di tutti i lucani e i meridionali sparsi nel mondo. Sembra di rivedere in quei versi lo stesso sentimento d’amore che Rino Gaetano, con cui Scotellaro condivide il tragico destino di una giovinezza spezzata nel pieno della sua primavera, espresse per il Sud nella celeberrima canzone Ad esempio a me piace il Sud. Se vogliamo dirla con Maurizio Cucchi, il tono di Rocco Scotellaro è fiero, «perché il suo legame con le origini, con le radici, è in lui impastato d’amore e fedeltà, perché il sentimento della sua condizione e dei suoi paesani, o di sua madre, è un sentimento di forte appartenenza orgogliosa»[98].
Il 28 novembre 1948 Scotellaro è eletto sindaco per la seconda volta. La lista elettorale che si presentò con il simbolo dell’Aratro e la dizione di Fronte Democratico Popolare, che raggruppava socialisti, comunisti e indipendenti, si aggiudicò i 16 seggi della maggioranza mentre i 4 della minoranza andarono alla DC[99]. La produzione poetica di Scotellaro nel 1949 subisce un calo notevole. Probabilmente il poeta di Tricarico, assorbito dagli impegni politici, non trova più il tempo di scrivere.
Tra la fine del 1949 e l’inizio del 1950, egli si troverà ad affrontare pure il problema dell’occupazione delle terre. Riprende infatti i contatti con Tommaso Pedio chiedendogli di difendere i detenuti di Irsina e Matera, i cui processi legati all’occupazione delle terre e alla rivolta dei braccianti si sarebbero svolti nel capoluogo di regione nel corso del 1949. Il culmine dell’occupazione terriera, con i contadini decisi a prendere possesso delle terre, si registrò nei mesi di novembre e dicembre 1949. Scotellaro seguiva queste vicende con grande partecipazione e la cronaca dei fatti diventa spesso poesia, come avviene nel componimento Montescaglioso[100], che ha come obiettivo il ricordo di un episodio drammatico avvenuto il 17 dicembre 1949, quando perse la vita il giovane bracciante Giuseppe Novello. L’episodio è registrato anche nell’Uva Puttanella[101]. Scotellaro è già in carcere e con un’inquadratura dall’alto, accenna così alle rivolte:

Mi chiamavano da tutte le camerate, che avevano alcune solo le porte, altre le finestre basse sul passeggio. C’erano i contadini di Montescaglioso, i compagni di Chiellino di Pisticci; quelli di Irsina cantavano, alzavano il pugno e volevano baciarmi tra le sbarre[102].

Poco più avanti, l’occhio del poeta, che, dalla camerata del carcere si avvicina al dettaglio, tacitamente ci invita a non dimenticare il sacrificio di Giuseppe Novello:

Allora pensai, guardando Fiore rotolarsi sentendolo parlare, al dolore dei contadini di Montescaglioso, chiusi da un anno, presi all’alba di una giornata eccezionale della loro fatica, gialli e malati, che erano i più stanchi di tutto il carcere, con gli occhi dilatati. Un loro compagno era rimasto ucciso sulla strada, mentre, non più isolati e ognuno con la propria zappa quella mattina di dicembre si erano levati per andare insieme, tutti su un lembo di terra a piantare l’aratro[103].

Sfruttando le categorie di tradizione e consuetudine dello Hobsbawn, oggi possiamo dire con una maggiore consapevolezza critica che quella occupazione fu tutt’altro che una rivoluzione, poiché «quando un villaggio appoggia sulla “consuetudine invalsa nella notte dei tempi” la rivendicazione di un terreno o un diritto comune, spesso non esprime un fatto storico, bensì il rapporto di forza nella lotta costante del villaggio stesso contro il signore, o contro altri villaggi»[104].
In questo clima tutt’altro che facile, il poeta di Tricarico diventò un bersaglio politico e fu accusato di concussione per episodi risalenti agli anni 1947-48. Egli fu quindi incarcerato l’8 febbraio 1950. Di quei giorni drammatici Scotellaro ha lasciato traccia all’interno dell’Uva Puttanella, in cui il giovane di Tricarico conoscerà presto il fenomeno della camorra carceraria che nel microcosmo del carcere detta le leggi. Egli all’interno della sua camerata, fatta di leggi e statuti propri, trova una sua degna collocazione. Sapendo «leggere e scrivere»[105] propone la lettura serale del Cristo si è fermato a Eboli, che presenta ai detenuti come «il più appassionato e crudo memoriale dei nostri paesi». La forza del Cristo è descritta da Scotellaro con termini forti:

Ci sono parole e fatti da fare schiattare le molli pancie dei signori nel sonno, meccanicamente, per la forza di verità. Ci sono morti e lamenti da fare impallidire i santi màrtiri per la forza della verità. E le nostre terre si muovono da parere fiumi e i morti, tutti i morti i bambini e i vecchi vivono sulle nude terre tremanti e nei boschi. E i vivi…Leggiamo ora[106].

La lettura del Cristo per i carcerati diventerà presto un rito di cui non si potrà più fare a meno. Nei carcerati sembra di rivedere il Machiavelli del confino coatto all’Albergaccio, che dopo aver trascorso la loro giornata ingaglioffandosi nel travaglio quotidiano, la sera, sembrano indossare dei “panni curiali” per l’attività che andranno a svolgere. La lettura diventa per i contadini una vera e propria esperienza mistica[107]:

Nelle sere seguenti il libro lo consumammo come un pasto: da zingari, da abigeatari, da amici in una festa. E già le camerate ce lo chiedevano come una sigaretta[108].

E poco più avanti:

Noi ci addormentavamo felici come bambini con l’ultima parola di quella lettura che era una preghiera comune: chi pensava più all’interrogatorio e ai giri di vite del processo, al tragico momento della gabbia? Con un libro al capezzale, anche la morte è una tenera amante[109].

Al termine dei quaranta giorni di carcere a Matera, Scotellaro fu assolto con la dichiarazione d’innocenza; successivamente seguì l’ammissione del motivo politico del provvedimento. Carlo Levi, in quei momenti così delicati, si era fortemente impegnato per dimostrare la sua innocenza e per sostenerlo psicologicamente.
Walter Siti, oltre che individuare in Scotellaro una sintassi poetica che cerca di avvicinarsi alla prosa, ha messo in evidenza il fatto che, talvolta, si operano sottrazioni entro la trama narrativa, di cui l’autore non fornisce i dati essenziali, trascurando il continuum casuale e temporale. Nota inoltre che «assai spesso i vuoti stilistici coincidono con il tema dell’assenza, dell’abbandono, della perdita, del distacco, della fuga»[110]. Tutto questo è vero: senza conoscere il contesto in cui i componimenti vanno di volta in volta a collocarsi, il lettore può fare solo un’esperienza superficiale all’interno della sua opera. Tentiamo un esempio: in Passaggio alla città[111], dopo aver rassegnato le sue dimissioni l’8 maggio 1950, Scotellaro esprime tutta la sua amarezza. Il carcere lo ha colpito profondamente, il poeta e sindaco di Tricarico non riuscirà più a riprendersi del tutto da quella triste vicenda esistenziale che lo aveva visto protagonista: «Ho perduto la schiavitù contadina,/non mi farò più un bicchiere contento,/ho perduto la mia libertà»[112]. In città, prima a Torino presso Casa Einaudi, poi a Portici, Scotellaro non può essere se stesso, è costretto a indossare quella stessa maschera pirandelliana su cui aveva indugiato nel dramma Giovani soli: «Città del lungo esilio/di silenzio in un punto bianco dei boati,/devo contare il mio tempo/con le corse dei tram,/devo disfare i miei bagagli chiusi,/regolare il mio pianto, il mio sorriso»[113].
Dopo la dura esperienza del carcere, Manlio Rossi Doria invitò Scotellaro a Portici per collaborare con lui all’Istituto di Economia e Politica Agraria della Facoltà di Agraria dell’Università degli studi “Federico II” di Napoli[114], dove egli diede il suo importante contributo sullo stato delle Scuole in Basilicata[115]. Ritornano in questo scritto, forse troppo spesso trascurato in sede critica, espressioni come «chiuso mondo contadino meridionale»[116], «civiltà propria dell’immutato mondo contadino»[117], «isolamento del mondo contadino nei confronti delle istituzioni dello Stato e verso le categorie che le esprimono»[118], «mancanza della vita associata e la partecipazione passiva ai fatti dello Stato»[119]. Attraverso questo lavoro, Scotellaro intravedeva l’auspicato «progresso civile delle popolazioni»[120] nella la vicinanza delle masse all’istituzione scolastica, sia pure mettendo in luce le tante “deficienze” di assistenza scolastica che crucciavano il Mezzogiorno:

La creazione della scuola in tali zone (che oggi si localizzano nella fascia orientale della Basilicata) va vista nel quadro della trasformazione del regime fondiario, prossimo a mutarsi, con il passaggio da forme di agricoltura estensiva a forme più progredite. Il processo già avviato di trasformazione potrà conseguire gli effetti sperati se alla rivoluzione tecnica si accompagnerà con lo stesso ritmo la preparazione culturale delle masse contadine[121].

La conclusione dello scritto, d’altro canto, incentrata su prospettive e proposte per la scuola in Basilicata, non fa che rafforzare il binomio cultura-mondo contadino:

Dagli sperati interventi dell’Ente pubblico – che siano organici e, questa volta come è augurabile, non discontinui – c’è da attendersi per le sventurate popolazioni lucane quella civiltà nuova e moderna che si concreti non solo nelle scuole e nella cultura, bensì anche nelle realtà economiche, conseguenti alla trasformazione fondiario-agraria, e in organizzazioni e rapporti sociali nuovi[122].

Non sarà superfluo aggiungere che il volume Scuole di Basilicata va letto tenendo conto di un più ampio contesto. Si registrò, infatti, in quegli anni un vivo interesse da parte di studiosi americani per il Sud. Nell’ambito del programma Fullbright, arrivarono in Basilicata personalità come George Peck, interessato all’occupazione contadina delle terre; Donald S. Pitkin, che studiò la comunità di Sermoneta nella provincia di Vibo Valentia, ma anche Edward G. Banfield e Frederick G. Friedmann e il gruppo di ricerca da lui ispirato per lo studio dei Sassi di Matera[123]. Da quando, nel maggio 1953, Vito Laterza (probabilmente sotto il suggerimento di Vittorio Fiore) aveva chiesto a Scotellaro un libro sulla cultura contadina meridionale, egli non visse che per i Contadini del Sud.
Considerato lo scarso materiale che Rocco Scotellaro riuscì a raccogliere prima che sopraggiungesse la morte, ci soffermeremo poco su quest’opera. Tanto è già stato scritto, tanto ancora si scriverà. Giorgio Napolitano, in un lavoro ormai datato, si soffermava sul problema della rappresentatività della realtà contadina nell’opera di Scotellaro[124]. Era effettivamente impossibile ritrovarla perché nel libro viene presentata una zona soltanto del Mezzogiorno, o addirittura un Comune, che per di più non è tra quelli caratterizzatisi per una più intensa lotta sociale e politica. Le storie dei protagonisti dei racconti, Michele Mulieri, Andrea Di Grazia, Antonio Laurenziana, Francesco Chironna sono semplicemente dei bozzetti di storia contadina.  Se la vita non avesse sottratto il poeta di Tricarico dal suo impegno politico attivo, probabilmente, oggi vedremmo attuato quel vasto programma che Rocco Scotellaro aveva in mente: rappresentare attraverso singoli episodi di storia quotidiana quasi tutto il Mezzogiorno continentale[125].
L’originalità di questi abbozzi di civiltà contadina, come ha osservato acutamente Andrea Battistini, è da ricercare nel fatto che, prima di Rocco Scotellaro, «la vita di quei poveri braccianti, i loro sentimenti, le loro fatiche, i gesti quotidiani, non avendo voce, erano di fatto inesistenti, privi “di valore e realtà” perché immersi fino a ieri nel buio dell’inespressione”»[126].
A causa di una piena osmosi fra Rocco Scotellaro e la sua gente, De Martino aveva denunciato alcuni errori di metodo nell’inchiesta del poeta lucano, sostenendo che è difficile comprendere fin dove parla il contadino e fin dove è lui che parla. Bisogna ammettere che per quanto tra Scotellaro e De Martino ci fosse un legame di autentica amicizia (l’antropologo nel 1950 era stato ospite del poeta di Tricarico), la posizione del poeta e sindaco di Tricarico era molto più vicina a quella degli studiosi americani. L’utilizzo dei questionari, di cui Rocco si servì per l’opera Contadini del Sud, derivava a Scotellaro dalla collaborazione con George Peck, che si trovava a Tricarico in quegli anni e con cui Scotellaro collaborava per la prima indagine di comunità del Mezzogiorno e, come si sa, De Martino guardava con sospetto agli studi americani di antropologia applicata[127]


4.  Conclusioni


Siamo giunti alla fine di questo nostro itinerario. Rocco Scotellaro, sulla base di quanto abbiamo esposto in queste pagine, cosa ci ha insegnato? Egli è riuscito innanzitutto a mostrarci la voce umile e la quotidianità di chi per troppo tempo ha soffocato le proprie parole nell’oceano della solitudine e dell’amarezza; ci ha poi insegnato, per dirla con Boccaccio, che “umana cosa è aver compassione degli afflitti” e che la sofferenza è un valore, il più vivo e universale. Rocco Scotellaro sembra aver voluto far passare ai suoi lettori un messaggio che Fabrizio De Andrè, in tutt’altro contesto, scrisse alcuni anni più tardi in La città vecchia, quando affermò: «Se tu penserai, se giudicherai/da buon borghese/li condannerai a cinquemila anni più le spese/. Ma se capirai, se li cercherai/fino in fondo/se non sono gigli son pur sempre figli/vittime di questo mondo».
Ritornano ora utili al nostro ragionamento le osservazioni di Riccardo Gasperina, il quale citando Benjamin e soffermandosi sul senso della comunità ha scritto una riflessione, che oltre a Carlo Levi, sembra essere calzante anche per Scotellaro:

Egli, al pari del narratore antico di Benjamin, si pone nei confronti di quel mondo come un collezionista di farfalle che antologizza una mitologia estranea alla civiltà della tecnica e della ragione, non per rendere il dettaglio psicologico di un personaggio, ma per creare un affresco complessivo di quel mondo[128].

Rocco Scotellaro attraverso il suo personale affresco della civiltà contadina lucana ci ha altresì dimostrato che «nessun progresso può attecchire e durare manovrato dall’alto, all’insaputa e in assenza degli interessati, senza mettere in moto le loro energie nascoste e senza il loro entusiasmo; nessun progresso vi è concepibile che non sia progresso dall’interno “autoriscatto”»[129]. Se non c’è stata una rivoluzione contadina (come voleva il suo amico Carlo Levi), c’è stata certo una rivoluzione culturale che porta tutti oggi a sentire Scotellaro come un fratello d’anima, combattuto tra fedeltà ad una patria e bisogno di raggiungere una polis, un paese d’utopia, magari da esule, da giovane che ama l’azzardo, da eterno migrante[130]. Come ha giustamente sottolineato Franco Vitelli, l’industrializzazione nel Mezzogiorno e in particolar modo nella Basilicata, piuttosto che risolvere vecchi problemi ne ha creati di nuovi[131]. É inutile infatti negare che il Mezzogiorno non è mai stato preparato per fare attecchire le industrie, ma per creare un’economia basata sull’agricoltura.
Di questo se ne era accorto già Luigi Sturzo, quando nel discorso pronunciato a Napoli il 18 gennaio 1923 disse con parole quasi profetiche che dal feudo politico erano nati solo baroni che con il favoritismo incrementato dalle clientele personalistiche, concorse a mantenere il Sud nell’eterna miseria. Affinché il Sud potesse diventare centro attivo del mediterraneo, per Sturzo era doveroso improntare l’economia meridionale verso un orizzonte agricolo. Rispuntava in lui l’anima del liberista convinto, che aveva in uggia i sistemi dello Stato burocratico e accentratore: gli investimenti sarebbero venuti dal capitale privato. Quando lo Stato era intervenuto con i suoi mezzi, erano nati parassitismo e corruzione. Niente industrie meccaniche, ma impianti trasformatori dei prodotti agricoli sottolineando la necessità di scuole professionali specializzati[132].
É tempo di congedarci dal paziente lettore. Vogliamo farlo ricordando l’ultima fatica del poeta di Tricarico che lo vide impegnato, come abbiamo veduto, nell’inchiesta di Contadini del Sud. La cronaca degli ultimi giorni di Scotellaro è ben documentata anche dal toccante ricordo di Paolo Ricci, che, riprendendo a sua volta Manlio Rossi Doria, ha scritto:

La inchiesta sui contadini lo portò non più tardi di venti giorni or sono a Irsina, in provincia di Potenza. Per alcuni giorni Rocco visse nelle case dei braccianti, divide i loro pasti e dormì nei loro letti. A Irsina ebbe i primi sintomi del male: senso di soffocamento ed estrema stanchezza. Attribuì i disturbi all’anidride carbonica aspirata stando seduto intorno al braciere e tornò a Napoli, a Portici. Qui una visita medica più scrupolosa dette motivo di preoccupazione. Pareva avviato alla guarigione e si attribuiva il malessere a stanchezza.
Ma Rocco dovette avere un presentimento di morte. Diceva ai suoi amici che voleva tornare a Tricarico, dove almeno intorno al letto di morte cantano i lamenti funebri. Pareva un modo curioso di scherzare ma, appunto, non sembrava più di uno scherzo. Poi quella sera, mentre si accingeva a sedere a tavola per cenare con degli amici, improvvisamente sentì stringersi alla gola e cadde fulminato al suolo.
Noi l’abbiamo visto sul letto immobile e col volto di chi riposa serenamente. Aveva la bocca atteggiata al suo sorriso più amabile e buono, da buon ragazzo[133].


Poco tempo prima di morire (15 dicembre), Scotellaro aveva inviato a sua madre Francesca Armento la lettera seguente da Portici:

Cara mamma,
sto meglio, ma non bene. Il motivo è che devo riposare; io, invece, ogni tanto vorrei alzarmi e camminare. Il Dottore dell’Università, che mi ha visto pensa anche lui a esaurimento. Ma io penso che devo avere un reuma molto forte al petto.
Mi dispiace che non arrivano ancora i soldi. In ogni modo cercherò di mandarteli. O altrimenti a nome mio si può fare un debito provvisorio a Tricarico. Forse vengo. Non risparmiate, vi prego. Fatemi trovare la stufa di creta. Un po’ alla volta la pagherò.
Saluti e ringraziamenti per l’aiuto e l’affetto di Nicola e della moglie. Voletevi bene. Non pensate ai soldi. Un giorno usciranno e saranno troppi, se campo, come camperò, perché ne val la pena.  Ti abbraccio. Dà questo foglio a Antonio Albanese.  Rocco[134].


Vogliamo chiudere questo nostro lavoro con la cronaca del funerale di Scotellaro raccontata dalla stessa Francesca Armento, la quale dimostra che suo figlio era morto fisicamente, ma che il suo ricordo era e resterà sempre vivo nella memoria di tutti i meridionali sparsi nel mondo:

Quando mi portarono a casa la bara con il mio tesoro dentro, il corteo non finiva mai, nelle case di Tricarico non rimase nessuno, tutti ad accompagnare mio figlio, gente da tutti i paesi, macchine, corone di lusso. Il dott. Carlo Levi e il dott. Rossi Doria e i compagni ne fecero assai per mio figlio: nessuno potrà più vedere quel corteo; e quanta moneta spesero per Rocco, che gli volevano tanto bene[135].

In un momento in cui ci troviamo a fare i conti con la crisi della politica, ritengo che rileggere figure come quella di Rocco Scotellaro possa essere un’occasione che non dovrebbe essere lasciata cadere: per l’acquisizione di un senso civico concreto, di cui oggi, più che mai, ne avvertiamo pieno bisogno.



Pubblicato il 11/12/2017
Note:


[*]In apertura di questo lavoro mi preme ringraziare i professori Andrea Battistini e Marco Veglia per i preziosi suggerimenti e l’incoraggiamento dimostratomi.

[1] M. Rossi Doria et al., Il sindaco poeta di Tricarico, Roma-Matera, Basilicata editrice, 1974, p. 12.

[2] Per un percorso biografico esaustivo dell’autore è necessario ricorrere a R.S. Borello, A giorno fatto: linguaggio e ideologia in Rocco Scotellaro, Matera, Basilicata editrice, 1977, pp. 11-19; A. Giannone, Profilo di Rocco Scotellaro, in «Critica letteraria», fasc. IV (2002), n. 117, pp. 867-888; M. Motta, Rocco Scotellaro: l’enigma del Neorealismo: nota biobliografica, in «Atelier», IX (settembre 2004), pp. 5-7. Per un primo orientamento nell’opera critica di Scotellaro, cfr. F. Vitelli, Bibliografia critica su Scotellaro, Matera, Basilicata editrice, 1997.

[3] Domenico Di Palo, in un articolo risalente agli anni ’60, ma pur sempre attuale, invitava il lettore a liberare Scotellaro dai rigidi formulari politici e dogmatici, ammettendo la necessità di analizzare la sua figura proprio attraverso la sua formazione ideologica da cui scaturiscono poi quell’affermazione di turbamenti e quell’aggrovigliarsi di sentimenti che finiscono col negargli la vita, l’impegno e la partecipazione. Bisognava quindi indagare nella sua “umanità sofferta”. Dichiarava Di Paolo nelle sue tesi lungimiranti: «Alla luce di un atto di fede nella parola (gli uomini devono comunicare tra loro le testimonianze della propria coscienza oltre che della civiltà in cui vivono) ecco quindi il problema di una personale vicenda, il fatto privato, il desiderio di conforto e la paura della solitudine, e l’acerba locuzione d’amore, ora per la donna straniera, donde traspare il desiderio di evasione, ora per la contadina, come volontà di fissarsi, di rifugiarsi nello squallore; e il paesaggio lucano, nella sua lirica bellezza, e quindi la rievocazione dei fatti dei paese, con i suoi costumi, le sue vicende, i suoi frammenti di canto popolare che si allargano nella memoria di un momento di vita, di una partecipazione di esperienze; di avventure dei sensi». Cfr. Domenico Di Palo, Il Sentimento poetico di Rocco Scotellaro, in «La Gazzetta del Mezzogiorno», 13 febbraio 1964, p. 3.

[4] Manlio Rossi Doria et al., Il sindaco poeta di Tricarico, Roma-Matera, Basilicata editrice, 1974, p. 12.

[5] R. Scotellaro, Giovani soli, a cura di R. Toneatto, Matera, Basilicata editrice, 1984.

[6] R. Scotellaro, Uno si distrae al bivio, Roma, Basilicata editrice, 1974.

[7] F. Vitelli, L’ispirazione e l’ambiente nell’opera di Scotellaro, in «Basilicata», n. 8-9 (1974), pp. 21-23.

[8] R. Nigro nella sua introduzione al carteggio ha suddiviso l’epistolario in due grossi nuclei: «un primo compreso tra gli anni 1943-44 (Armistizio fra l’Italia e gli Alleati e formazione del governo Badoglio) relativo alla nascita della sezione “Matteotti” di Tricarico e alla conversione di Scotellaro prima ai progetti “anarchici” e poi al socialismo, e quello degli anni 1950-53, relativo ai rapporti tra un avvocato chiamato a più riprese in aiuto dall’amico per imbastire uno scritto difensivo dei tanti contadini “disoccupati” o invischiati nelle occupazioni dei latifondi e nelle vicende politiche degli anni scelbiani, e un sindaco socialista angosciato dalla lotta serrata mossagli dalla “Spes”, la sezione propaganda della DC». Cfr. R. Scotellaro, Lettere a Tommaso Pedio, a cura di R. Nigro, Venosa, Osanna, 1986, pp. 12-13.

[9] Per quanto riguarda gli articoli di carattere politico di Scotellaro su periodici e quotidiani politici, che coprono il periodo 1944-1946, cfr. G. Settembrino, La cronaca ritrovata, Napoli, RCE edizioni, 1999, pp. 81-90.

[10] Cfr. tra gli altri A. Asor Rosa, Scrittori e popolo 1965; Scrittori e massa 2015, Torino, Einaudi, 2015, pp. 186-189; G. Scalia, Realismo e critica letteraria, in «Nuova Corrente», vol. 16 (ottobre-dicembre 1959), pp. 1-34.

[11] N. Ginzburg, Speranze e delusioni del Sud di Scotellaro, in «Corriere della sera», venerdì 29 ottobre 1976, p. 19.

[12] Citiamo da E. Raimondi, La letteratura italiana: il moderno, la tradizione e l’identità nazionale; appunti delle lezioni del corso monografico 1993-1994, Bologna, Cusl, 1994, p. 410. Ci sembra opportuno lasciare la parola a Raimondi per il commento della citazione: «non c’è una concezione del mondo comune. Varrebbe la pena, prendendo fuori subito le pagine anche più avanti dedicate al folclore, vedere poi come Gramsci usa in modo intelligente la nozione di visione del mondo e di visione del mondo non soltanto dei ceti alti, ma anche di tutti gli altri ceti che compongono alla fine una società complessa. Visione del mondo, nel senso originario, nella traduzione di Weltentstehung, vuol dire gli schemi nei quali si raffigura l’esistere e attraverso cui si giudica e si parla delle cose. Dunque non c’è identità di concezione del mondo tra scrittore e popolo: gli scrittori non si fanno interpreti, ignorano, conoscono troppo poco, non portano alla luce della coscienza quell’universo, ne hanno un altro».

[13] E. Panareo, I contadini nella poesia di Scotellaro, in «Salento domani», 13 marzo 1979, p. 5.

[14] S. Guarnieri, Condizione della letteratura, Roma, Editori riuniti, 1975, p. 107.

[15] Citiamo la lettera da R.S. Borello, A giorno fatto: linguaggio e ideologia in Rocco Scotellaro, cit., p. 11.

[16] E. Vittorini, Una nuova cultura, in «Il Politecnico», 29 settembre 1949. Aggiungeva Vittorini: «Per questo suo modo di consolatrice in cui si è manifestata fino ad oggi, la cultura non ha potuto impedire gli orrori del fascismo. Nessun forza sociale era «sua» in Italia o in Germania per impedire l’avvento al potere del fascismo, nè erano «suoi» i cannoni, gli aeroplani, i carri armati che avrebbero potuto impedire l’avventura d’Etiopia, l’intervento fascista in Spagna, l’«Anschluss» o il patto di Monaco. Ma di chi se non di lei stessa è la colpa che le forze sociali non siano forze della cultura, e i cannoni, gli aeroplani, i carri armati non siano «suoi»?

[17] L. Sacco, Rocco Scotellaro poeta del riscatto contadino, in «La Gazzetta del Mezzogiorno», 16 dicembre 1973, p. 3.

[18] Per una rapida ed efficace spiegazione della “laterninosofia”, cfr. A. Battistini, La crisi del personaggio nel «Fu Mattia Pascal», in Id., Sondaggi sul Novecento, a cura di L. Gattamorta, Cesena, Il ponte vecchio, 2003, pp. 112.

[19] Il racconto è suddiviso in tre sezioni, che corrispondono ai momenti di vita di Rocco Scotellaro: periodo del collegio, soggiorno a Trento con meditazioni sull’assillo amoroso, rientro a Tricarico e acuirsi della crisi. Sulla datazione e sull’importanza esistenziale e politica del racconto è necessario ricorrere a Franco Vitelli, il quale stabilisce con l’opera un nesso politico fondamentale: Scotellaro si iscrive infatti al PSI il 4 dicembre 1943. Cfr. F. Vitelli, L’aspirazione e l’ambiente dell’opera di Scotellaro, in «Basilicata», n. 8-9 (1974), pp. 21-23. Per la «foresta di simboli e di archetipi» che popolano il racconto, si dovrà leggere la Prefazione al racconto di Carlo Levi. Cfr. R. Scotellaro, Uno si distrae al bivio, Roma, Basilicata editrice, 1974, pp. V-XI.

[20] «Ci sentiamo cadere cadere soltanto ma aborriamo il precipizio e vorremmo salvarci, ad ogni costo salvarsi e non ce la sentiamo». R. Scotellaro, Giovani soli, cit., p. 6. Lo stesso tema con un artificio narrativo decisamente più maturo, si ripete nel racconto Uno si distrae al bivio, nel momento in cui si narra la storia di Ramorra, alter ego di Scotellaro, e di un vecchio, i quali, dirigendosi verso la sponda del fiume, decidono di porre fine alla loro esistenza. Il vecchio riesce nel suo intento, Ramorra no: «Il vecchio si avanzò nel fiume col bastone, piano, quasi per non farsi male. E diceva «Su, forza» a Ramorra «altrimenti ti piglio col bastone. Su, forza, dei ragazzi non ci si può proprio fidare. Sù, forza» e Ramorra piangeva: Sì! Mi slaccio le scarpe, voglio che le tenga mia madre da qualche passante. Vengo subito.
Cadde in ginocchio, chinò il capo, piangeva, vedeva a un metro da sé tumultuare l’acqua del fiume.
Il corpo del vecchio s’allontanava con le onde, frattanto. Allucinato e preso pietà per il vecchio, che aveva tenuta la parola, Ramorra si erse: - Addio, addio vecchietto, addio! Già i cavalloni lontani sommergevano tutto. Il vecchietto non poté rispondere e Ramorra si salvò». R. Scotellaro, Uno si distrae al bivio, cit., p. 39.

[21] Michele Sovente ha sviluppato considerazioni degne di interesse sul tema del bivio in Rocco Scotellaro ed Elio Vittorini di Conversazione in Sicilia. Cfr. M. Sovente, Il tema del viaggio in Rocco Scotellaro, in Le ragioni del Sud nella vita e nella poesia di Rocco Scotellaro: atti del Convegno di studio promosso e organizzato dalla rivista Hyria, Napoli, 30-31 marzo 1984, a cura di A. La Rocca; introduzione di Manlio Rossi Doria, Liguori editore, 1987, pp. 85-95.

[22] R. Scotellaro, Uno si distrae al bivio, cit., p.4.

[23] Ivi, p. 41. In Giovani soli aveva scritto: «Piero: […] Le voci sono tante. Abbandonandoci a una sola di esse, c’è pericolo di sbagliare. Ora che cosa dobbiamo fare? Angelo (spiegando): Che si fa? Ci si avvia spinti da un grande avvenire, da vaghe visioni, poi ti trovi smarrito tra una folla agitata in tutte le direzioni. Non sai che verso prendere e preferisci il rifugio della stanzetta, dove i mobili si fanno ogni giorni più vecchi e le carte, ahi! Ingialliscono». R. Scotellaro, Giovani soli, cit., p. 28.
Nel componimento poetico Traguardo di questi stessi anni Scotellaro, riprendendo l’Infinito di Leopardi, così annota: «Sconfinati deserti/ io mi figuro. Cammino e cammino/ ansante/ sfinito./ Desolato/ la voce sola mi resta./ Una sillaba sola/ l’eco non ripete/ del mio grido. /Avanzo/m’abbatto/ mi levo./ In un baleno improvviso/ un traguardo ravviso./ E un tuono rimbomba/ al mio grido». Cfr. R. Scotellaro, Tutte le poesie, a cura di F. Vitelli, Introduzione di M. Cucchi, Milano, Oscar Mondadori, 2004, p. 157.

[24] R. Scotellaro, Uno si distrae al bivio, cit., p. 20. Poco più avanti: «si spezzava l’anima a brandelli». Ibidem

[25] «Una legge impose/ alla mia vita un carme:/ cercare i miei lidi da me/canti d’arrivi e di partenze./ Ho l’anima sfilacciata a brandelli/ per tutti i luoghi più solitari/ Vado rincorrendo fanciulle lontane/ per le strade di tutti i paesi./ […] E’ la sosta di casa mia/ che compone i brandelli dell’anima». R. Scotellaro, Tempo nostalgico, in Id., Tutte le poesie, cit., p. 168.

[26] Ivi, pp. 11-12.

[27] R. Scotellaro, Uno si distrae al bivio, cit., p. 21.

[28] P. Giannantonio, Rocco Scotellaro, Milano, Mursia, 1986, pp. 23-26.

[29] R. Scotellaro, Uno si distrae al bivio, cit., p. 38.

[30] E. De Martino, Note Lucane, in «Società», VI (1950), n. 4, p. 119.

[31] R. Scotellaro, Giovani soli, cit., p. 31.

[32] R. Scotellaro, Uno si distrae al bivio, cit., p. 40.

[33] J. Rancière, Politica della letteratura, tr. di Anna Bissanti, Palermo, Sellerio, 2010, pp. 13-38. Sullo stesso concetto evoluzionistico-progressivo della cultura popolare pare orientato Alan Swingewood: «La cultura popolare può essere definita non semplicemente come un processo di comunicazione passivo, uno strumento per inculcare pregiudizi e stereotipi nelle masse, ma come una pratica dinamica e aperta in cui l’accento cade sull’attività di fornire significati, sulla funzione di dare senso al mondo in cui vive il gruppo sociale». Cfr. A. Swingewood, Il mito della cultura di massa, Roma, Editori riuniti, 1980, p. 190.

[34] Aggiunge Battistini: «Mentre le autobiografie propriamente dette sono il racconto retrospettivo di un’intera vita e la storia di una personalità, le memorie si concentrano in genere su un segmento più o meno lungo dell’esistenza, coincidente con un periodo in cui il protagonista ha assolto un ruolo pubblico o comunque rilevante. Ne deriva un’ottica per così dire più estroversa, attenta agli eventi sociali nei quali si è stati anche attori». Cfr. A. Battistini, Rocco Scotellaro, la voce del silenzio, in «Forum Italicum», 2016, vol. 50 (2), pp. 714-723. Accanto al saggio citato, si dovrà vedere A. Battistini, L’Uva puttanella e il genere dell’autobiografia, in E. Candela (a cura di), Studi sulla letteratura italiana della modernità. Dal secondo Novecento ai giorni nostri, Napoli, Liguori, 2009, pp. 313-328. Tuttavia, qualsiasi prospettiva critica, come suggerisce lo stesso Battistini, dovrà necessariamente tener conto del giudizio che Scotellaro diede della sua opera: «Questo racconto, ispirato solo in parte a fatti realmente avvenuti e a persone anagrafiche, ha rasentato appena l’autobiografia e l’inchiesta che sono gli strumenti più diretti della comunicazione. Per un’autobiografia mancano altri elogi e altri biasimi e poi si sa bene l’inganno di ogni lettere scritta all’amico e all’amata; per un’inchiesta occorrevano calcoli che possono benissimo non tornare alla fine come accade nella varia pronunzia dello stesso verso in una poesia». E sulla struttura: «L’ordine che non c’è non lo troverete come appunto è nel grappolo d’uva che gli acini sono di diversa grandezza anche a volere usare la più accurata sgramolatura. Questi sono gli acini piccoli, aspireni, seppure maturi che andranno egualmente nella tina del mosto il giorno della vendemmia. Così il mio paese fa parte dell’Italia». Cfr., R. Scotellaro, L’uva Puttanella: frammenti e appunti dai quaderni, in http://www.prodel.it/rabatana/wp-content/uploads/2016/01/ROCCO-SCOTELLARO-LUP_-APPUNTI-E-FRAMMENTI.pdf. Carlo Levi nella sua Prefazione all’Uva Puttanella e a Contadini del Sud, sostiene che L’Uva puttanella sia una «storia generale poetica del Mezzogiorno», al contrario di Contadini del Sud, che considerava «una storia generale e una sociologia poetica del Mezzogiorno». Cfr. R. Scotellaro, L’Uva puttanella, Contadini del Sud, cit., pp. V-XIV.

[35] I. Calvino, Ricordo di Scotellaro, in Saggi 1945-1985, Milano, A. Mondadori, 1985, p. 2168. L’articolo era già apparso nel giornale «L’Unità» il 22 dicembre 1953.

[36] F. Vitelli, L’ispirazione e l’ambiente nell’opera di Scotellaro, cit., p. 22.

[37] R.S. Borello, A giorno fatto: linguaggio e ideologia in Rocco Scotellaro, cit., pp. 130-133.

[38] R. Scotellaro, L’Uva Puttanella, Contadini del Sud, cit., p. 2.

[39] «[…] io ero solo di fronte ai loro malanni, alle loro grida, ai loro problemi recenti e remoti, taluni irrisolubili e disperati, allora prendevo il biroccio o la corriera o mai mi mettevo la via sotto i piedi, dovevano lasciarmi stare, si dispiacevano per avermi irritato, tornavano calmi ad aspettare il mio ritorno e le risposte che potevo alle loro domande». Ivi, p. 1.

[40] Ivi, p. 5.

[41] Rocco Scotellaro, ormai sconfitto, con la sua consueta ironia, scrive riflessioni degne di nota che segnano il suo abbandono dallo stesso mondo di “passioni e inimicizie” acutamente descritto da Carlo Levi: «Veniva dalla città la giardiniera di un padrone, rombando, con la seconda, in curva. Lui mi vide, solo così, scendere per la campagna, mi salutò al parabrezza, ossequioso, togliendosi il cappello e mosse le labbra. Certo mi stimò la prima volta perché abbandonavo così apertamente un mondo di passioni e inimicizie che non mi convenivano. Molti dicevano di volere il mio bene, anche quel padrone e mi indicavano la via della stazione, la scorciatoia per andarci prima è proprio quella che passa per la vigna: volevano per il mio bene che spendessi altrove il cervello e il cuore, mentre qui, servo degl’ignoranti, dei rivoltosi, degli scontenti, mi sciupavo i nervi e le inestimabili energie». Ivi, p. 3.

[42] R. Scotellaro, Novena per giugno, in Id., Tutte le poesie, cit., pp. 54-55. Sugli aspetti stilistici, cfr. N. De Blasi, «Infilo le parole come insetti». Aspetti sintattici delle poesie di Rocco Scotellaro, in E. Candela (a cura di), Studi sulla letteratura italiana della modernità, Dal secondo Novecento ai giorni nostri, cit., pp. 297-311.

[43] Ibidem.

[44] R. Scotellaro, Noi che facciamo, in Id., Tutte le poesie, cit., p. 48.

[45] Ibidem. L’espressione ritorna nell’Uva Puttanella, quando i contadini vengono carcerati per aver occupato le terre dei potenti (pp. 101-112): «Qui, nella camerata, i sei pagliericci per terra e le brande strette una all’altra, parevano l’addiaccio delle pecore in una terra a maggese». R. Scotellaro, L’Uva Puttanella, Contadini del Sud, cit., pp. 108-109.

[46] Ibidem.

[47] Ibidem.

[48] R. Scotellaro, Sempre nuova è l’alba, in Id., Tutte le poesie, cit., p. 67.

[49] Ibidem.

[50] Ibidem.

[51] Ibidem. Sul brigantaggio di Lucania gioverà prendere visione del saggio ancora fresco di stampa di N. Rubbi, Geografia umana dell’altro mondo. Popolo e potere nel Mezzogiorno di Carlo Levi, in «Centro Studi Camporesi», «griseldaonline», 2017.

[52] L’irrompere dei contadini della storia è auspicata da un bellissimo frammento (14) dell’Uva Puttanella: «L’uomo dell’uva puttanella ha il solo problema: l’attesa ha il solo problema: l’attesa del giorno in cui a suo dispetto sarà gettato nel tinello per far mosto»: http://www.prodel.it/rabatana/wp-content/uploads/2016/01/ROCCO-SCOTELLARO-LUP_-APPUNTI-E-FRAMMENTI.pdf.

[53] R. Scotellaro, È fatto giorno, in Id., Tutte le poesie, cit., pp. 278-79.

[54] R. Scotellaro, Il sole viene dopo, in Id., Tutte le poesie, cit., p. 105.

[55] Sul senso di appartenenza che lega i contadini al brigantaggio occorrerà meditare le pagine di C. Levi, Cristo si è fermato a Eboli, cit., pp. 121-127.

[56] Citiamo da E. Raimondi, Conversazioni: una speranza contesa, a cura di D. Rondoni, Rimini, Guaraldi, 1998, p. 109.

[57] Per inquadrare la situazione politica di Tricarico in quegli anni, cfr. P. Scotellaro, Rocco Scotellaro sindaco, cit., pp. 45-56.

[58] Sull’amicizia tra Rocco Scotellaro e Carlo Levi, cfr. F. Vitelli, L’amore della somiglianza: saggi su Sinisgalli, Scotellaro, Bernari, Salerno, P. Laveglia editore, 1989, pp. 75-94. Scotellaro, come al solito, orientato verso la prassi politica «si mostrava preoccupato sia per «le forme di apoliticità ancora diffuse, sia per l’inizio dei lavori della Costituente un po’ infelice ed irritante. Egli richiamava la necessità per i socialisti di vivificare la base in modo da offrire una maggiore e sentita adesione ai problemi che il partito doveva affrontare con l’attivazione della partecipazione del cittadino alla cosa politica […]. Scotellaro guardava con realismo alla necessità della costituzione dell’unità della classe lavoratrice a partire dallo specifico impegno amministrativo nella realtà locale». P. Scotellaro, Rocco Scotellaro sindaco, cit., pp. 39-40.

[59] R. Scotellaro, Il primo addio a Napoli, in Id., Tutte le poesie, cit., p. 14.

[60] Ibidem.

[61] R. Scotellaro, America scordarola, in Id., Tutte le poesie, cit., p. 77.

[62] Ivi, p. 78.

[63] «Migliaia di contadini della montagna lucana, da Vaglio di Basilicata, Brindisi di Montagna, Tolve, Anzi, San Chirico Nuovo, Senise giunsero a Potenza e manifestarono sotto la Prefettura, chiedendo l’abolizione degli ammassi, dei consorzi, delle tessere di macinazione. Mentre i dimostranti stavano per invadere il palazzo governativo, la polizia sparò alcune raffiche di mitra sulla folla: due dimostranti morirono e dodici di essi furono feriti, alcuni gravemente. Impellente, risultava, dunque, il compito di direzione politica sugli stessi contadini poveri». P. Scotellaro, Rocco Scotellaro sindaco, cit., p. 68.

[64] Sul tema del latifondo e il suo rapporto con i contadini cfr. S. D’Amaro, “La mia terra è dove l’erba trema”. Rocco Scotellaro a novant’anni dalla nascita, in «Il Ponte», LXX, n.3, marzo 2014.

[65] I prossimi dieci anni in Lucania, in Manlio Rossi Doria e la Basilicata: il Mezzogiorno difficile. Un convegno e scritti di Manlio Rossi Doria, F. Angeli, Milano, 1982, pp. 231-232.

[66] R. Scotellaro, Capostorno, in Id., Tutte le poesie, cit., p. 52.

[67] Ibidem. Sull’anarchia contadina, non si può non citare in questa sede la singolare storia di Michele Mulieri auto-narrata in Contadini del Sud. Egli aveva scelto come sua arma di combattimento contro lo Stato il Tricolore repubblicano, «listato però a lutto e puro solo nella piccola repubblica assoluta della sua casetta al bivio di Grassano. La sua singolare Canzone del Tricolore lascia poco spazio all’interpretazione: «Quà c’è la vita, quà c’è l’amore, qua c’è il dolore/del tricolore. Vita amor dolor del tricolor./Uomini della pace e lavoro senza sudore, traditor/del tricolore, chiedete il lavoro col sudore/ed innalzate il tricolore che guadagnate vita amore/e grande onore da vivo Italiano./Uomini del Bianco fiore, traditore del tricolore./Ritornate al proprio lavoro e cantate:/Vita amore e trionfo del tricolore./Il verde l’amore mai si perde, troppo è il patire,/ma io alzo la mia bandiera,/questo lo scrive Michele Mulieri l’avventuriere». Cfr. R. Scotellaro, L’Uva Puttanella, Contadini del Sud, cit., pp. 139-175.

[68] R. Scotellaro, Primo Sciopero, in Id., Tutte le poesie, cit., p. 55.

[69]

[70] Ibidem.

[71] R. Scotellaro, E ci mettiamo a maledire insieme, in Id., Tutte le poesie, cit., p. 65.

[72] Ibidem.

[73] Ibidem.

[74] Pur non avendo modo approfondire l’argomento in questa sede, non escluderei che la figura di Pasquale sia stata fonte d’ispirazione per il soggetto cinematografico I fuochi di San Pancrazio scritto con la collaborazione di Carlo Levi. Su questo soggetto cinematografico la critica deve fare ancora chiarezza. Promettiamo di ritornarci in altra sede. Cfr., R. Scotellaro, Giovani Soli, cit., pp. 67-90

[75] Cfr. antoniomartino.org: «Del fatto qui raccontato ho personale ricordo. Pasquale abitava sotto la Chiesa Madre, e sotto la Chiesa Madre abitavo anch’io. Quando il fatto accadde dalla mia casa udii il forte rumore dello scoppio del mortaretto e la lunga eco che rimbombava nei vicoli come annuncio funebre, con cui Pasquale si dette un’orribile morte».

[76] Cfr. R.S. Borello, A giorno fatto, cit., pp. 135-143.

[77] Questo rapporto di tipo personalistico è testimoniato da Scotellaro poche pagine più avanti con una lunga enumerazione: «A ogni passo la gente mi fermava nella strada, da uno passavo a un altro. «”Una cosa” “Una preghiera” “Un fatto importante” “Il certificato” Il libretto di lavoro, il lavoro, l’elenco dei poveri, i medicinali, la casa che sorge acqua dalla strada, la lampada alla latrina, la tassa bestiame, il bilancio preventivo, l’orario della corriera, Mancano 4 banchi, un’altra lavagna, Il custode al cimitero, Tizio ha parlato male di te, ha detto “basta eccetera”, dopo te lo dico, ha bruciato gli ossi dei morti, Facciamo le guardie consorziali, Dammi un posto qualunque, Solo a me non mi avete dato il sussidio, tutti lo prendono, Quando tutto si vuole tutto si fa, La domanda l’hai messa a dormire?» E le mie infinite risposte e mia madre che dalla finestra diceva loro: «Favorite» e rientrando da me «Neanche pace quando si mangia» (p. 76) L’episodio è confermato dal racconto di Francesca Armento, orientato verso il planctus: «Povero lui, in quei tempi di crisi, povertà, miseria, disoccupazione, che non gli facevano prendere pace. Lui era così affliggevole: voleva aiutare e dare soccorso a tutti, tanto che se avesse avuto proprietà per suo conto l’avrebbe consumata per i poveri. Allora non era come adesso, che il sindaco prende la paga: lui niente. Ma quel poco che io gli davo in tasca, lo dava ai poveri. Io dicevo: - Ma figlio mio, chi ce la deva dare la moneta? Pensa che anche da noi non c’è chi guadagna -. Ma era nato così. I poveri, non solo lo seccavano al municipio, ma lo venivano a trovare a casa. Come si metteva a tavola – sempre la porta aperta! – salivano sopra. Gli faceva mangiare anche la nostra porzione, e noi per tenerlo contento – ché gli volevamo bene – facevamo quello che lui diceva. Se aveva una camicia, calzoni, scarpe, giacca, a chi una cosa a chi un’altra li dava». F. Armento, Dalla nascita alla morte di Rocco Scotellaro: il racconto e le immagini, Galatina, Congedo editore, 2011, pp. 56-57.

[78] P. Scotellaro, Rocco Scotellaro sindaco, cit., pp. 70-71.

[79] R. Scotellaro, Le strade diritte di Bari, in Id., Tutte le poesie, cit., p. 210.

[80] Ibidem.

[81] R. Scotellaro, Comizio volante, in Id., Tutte le poesie, cit., pp. 210-211.

[82] G.B. Bronzini, L’Universo contadino e l’immaginario poetico di Rocco Scotellaro, Bari, Dedalo, 1987, p. 94.

[83] R. Scotellaro, Comizio volante, in Id., Tutte le poesie, cit., pp. 210-11.

[84] «La sconfitta delle sinistre era frutto di quella campagna anticomunista che stava investendo il mondo occidentale stretto intorno agli Stati Uniti. Non solo il clima di acceso fanatismo ideologico che aveva infuocato anche l’Italia fu all’origine dell’attentato a Togliatti pochi mesi dopo le elezioni, il 14 luglio 1948. Il ferimento del segretario comunista, che tuttavia si salvò, destò generale scalpore e commozione soprattutto tra le classi popolari, tanto che fiorirono presto canti e ritornelli in onore del “capo del lavoro” scampato al tentato omicidio». L.P. Sarti, Invito alla lettura di Scotellaro, cit., p. 19.

[85] P. Scotellaro, Rocco Scotellaro sindaco, cit., p. 77.

[86] R. Scotellaro, Pozzanghera nera, in Id., Tutte le poesie, cit., pp. 53-54.

[87] Ibidem.

[88] Ibidem.

[89] Ibidem.

[90] Ibidem.

[91] R. Scotellaro, Prima sarà notte, in Id., Tutte le poesie, cit., p. 238.

[92] R. Scotellaro, Paese mio, in Id., Tutte le poesie, cit., p. 239.

[93] Ibidem.

[94] R. Scotellaro, Storiella del vicinato, in Id., Tutte le poesie, cit., p. 73.

[95] R. Scotellaro, Mattutino, in Id., Tutte le poesie, cit., p. 62.

[96] E. Bonea, Le ideologie di Scotellaro, in E. Bonea, A. Marasco, C. Alberto Augieri, Trittico su Scotellaro, cit., pp. 46-47.

[97] R. Scotellaro, Appunti per una litania, in Id., Tutte le poesie, cit., p. 241.

[98] M. Cucchi, Introduzione a R. Scotellaro, in R. Scotellaro, Tutte le poesie, cit., p. VII.

[99] Paola Scotellaro, Rocco Scotellaro sindaco, cit., p. 81.

[100] R. Scotellaro, Montescaglioso, in Id., Tutte le poesie, cit., pp. 262-263.

[101] Montescaglioso, insieme a Melissa e Torremaggiore furono i paesi in cui la repressione assunse i toni più violenti.

[102] R. Scotellaro, L’Uva Puttanella, Contadini del Sud, cit., p. 64.

[103] Ivi, p. 111.

[104] E.J. Hobsbawm, T. Ranger (a cura di), L’invenzione della tradizione, tr. di E. Basaglia, Torino, Einaudi, 1994, p. 4.

[105] Ivi, p. 72.

[106] Ivi, p. 73.

[107] Machiavelli, come testimoniato dagli Appunti e frammenti all’Uva puttanella, era un autore particolarmente amato da Rocco Scotellaro.

[108] Ivi, p. 74.

[109] Ivi, p. 75.

[110] W. Siti, Il neorealismo nella poesia italiana: 1941-1956, Torino, Einaudi, 1980, p. 46.

[111] R. Scotellaro, Passaggio alla città, in Id., Tutte le poesie, cit., pp. 112-113.

[112] Ibidem.

[113] Ibidem.

[114] G.A. Marselli, Rocco Scotellaro a Portici, pp. 1-11. L’articolo è disponibile al link seguente: http://www.centrodocumentazionescotellaro.org/doc/MARSELLI,%20Rocco%20Scotellaro%20a%20Portici.pdf.

[115] R. Scotellaro, Scuole di Basilicata, Napoli, RCE edizioni, 1999.

[116] Ivi, p. 11.

[117] Ivi, p. 15.

[118] Ivi, p. 29.

[119] Ivi, p. 53.

[120] Ivi, p. 13.

[121] Ivi, pp. 49-50.

[122] Ivi, p. 54.

[123] Per approfondire questo tema è necessario ricorrere al saggio di R. Mazzarone, Studiosi americani in Basilicata negli anni cinquanta, in «Basilicata», 22/1-3 (1978), pp. 45-48.

[124] G. Napolitano, Personaggi nuovi delle campagne del Sud, in L. Mancino (a cura di), Omaggio a Scotellaro, Manduria, Lacalta, 1974, p. 233.

[125] M. Rossi Doria, Prefazione a Contadini del Sud (1954), in L. Mancino (a cura di), Omaggio a Scotellaro, cit., p. 271.

[126] A. Battistini, Rocco Scotellaro, la voce del silenzio, cit., p. 716.

[127] S. Piscopo, Quella volta che De Martino dimenticò Scotellaro, in «Corriere del Mezzogiorno», 31 ottobre 2003, p. 13.

[128] R.G. Geroni, Le immagini prima delle parole: l’antinomia interno/esterno nell’elaborazione del Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, in «Poetiche», vol. 14, fasc. 1/2 (2012), p. 80.

[129] Ivi, p. 74.

[130]Rec. di S. D’Amaro a R. Scotellaro, Tutte le poesie 1940-1953, cit., in «Misure critiche» (2004), n. 1-2, p. 229.

[131] Citiamo Vitelli anche per conferirgli un ulteriore merito: aver messo in evidenze le specificità di una Letteratura lucana, che va per il periodo preso in considerazione (1940-1953) da Giulio Stolfi a Michele Parrella, non dimenticando poi Pierro, Riviello ed altri ancora, che sradicati dalla loro humus storico-sociale «pagano di persona per l’insufficienza politica di dotare di strutture economiche e cultuali la nostra regione». Cfr., F. Vitelli, La letteratura lucana nel secondo dopoguerra, in «Basilicata», settembre-ottobre (1976), pp. 55-56.

[132] L. Sturzo e la questione meridionale, in G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel Sud: ricerche di storia socio-religiosa dal 17. al 19. secolo, Napoli, Guida, 1983, pp. 243-256.

[133] P. Ricci, Il poeta dei contadini: ricordo di Scotellaro, in «L’Unità», 22 dicembre 1953.

[134] A. Martino, Due ultime lettere di Rocco, in I. Guastalla et al., Parma e Scotellaro: atti della giornata di studio: Parma, 27 settembre 2003, Parma, Uninova, 2004, p. 73.

[135] F. Armento, Dalla nascita alla morte di Rocco Scotellaro, cit., p. 67. Il ritratto «buono e caritatevole» di Scotellaro Francesca Armento, oltre che in prosa, viene trasposto in poesia: «Peccato morire così giovine/non ancora compiuto trentun anno./Tutto il popolo l’ha pianto./Lui è andato a godere l’altro mondo/restando tutto a lutto il nero manto./Ecco la morte col suo falcione/che tira da lontano e da vicino:/come ha troncato il povero Rocchino!/Ha detto a tutti – Addio, mia madre, fratello, sorelle, amici, parenti,/vado a godere il Cielo eternamente -./Sono la madre afflitta sconsolata,/il mio figlio la morte me l’ha troncato,/ho perduto tutte le mie grandezze,/il mio tesoro era lui, la mia ricchezza./ F. Armento, Dalla nascita alla morte di Rocco Scotellaro, cit., p. 68.
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