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Tema n.16:

Da «Scrittori e popolo» a «Scrittori e massa»

Vorrei cercare di rievocare molto brevemente il clima degli anni Sessanta, all'interno del quale Scrittori e popolo (la prima edizione è del 1965) fu concepito e scritto. Anche se se ne parla poco, io penso infatti che si tratti di un periodo cruciale nella storia dell'Italia contemporanea. Gli elementi fondamentali mi pare siano tre:
1) innanzitutto una contestazione (giusta o sbagliata che fosse) delle linee di politica culturale dominanti all'interno del partito comunista, che naturalmente occupava per la sinistra italiana un ruolo di un peso forse difficilmente immaginabile oggi; tale contestazione riguardava diversi livelli e tematiche ma, per la materia che qui più interessa, la letteratura (narrativa e poesia), essa riguardava la strumentalizzazione che del fenomeno letterario veniva realizzata a fini di consenso politico-culturale. Da questa strumentalizzazione derivava, almeno per i giovani quali noi allora eravamo, un appiattimento dei valori più autentici della ricerca letteraria e poetica: se c'è strumentalizzazione, i valori tendono ad affondare;
2) il secondo elemento era l'esaltazione del popolo, che derivava da questa strategia 'strumentalizzatrice': il popolo era, senza ombra di dubbio – e chi lo poteva contestare? – un grande protagonista della storia italiana contemporanea, della storia antifascista e resistenziale; ma su quella base veniva elevato a mito. È chiaro che fra la strumentalizzazione e la mitologia esistono dei rapporti organici: se c'è strumentalizzazione, nasce un'esaltazione mitica del proprio oggetto: mitica, non critica. Questo, per alcuni di noi si traduceva in una riflessione che tendeva a spostare l'asse, anche politico, del processo di rinnovamento nazionale, dal popolo alla classe operaia. Spostando l'asse dell'indagine storico-politica e ideologica dal popolo alla classe operaia (fenomeno che ha avuto una durata pluridecennale e che già allora fu definito 'operaismo'), il quadro cambiava completamente e la mitizzazione diventava ancora più palese ed evidente perché si potevano criticare i soggetti del processo letterario e ideologico contemporaneo sulla base di un argomento apparentemente assai più forte, che consisteva nell'individuare il soggetto del rinnovamento non nella categoria indefinita e un po' approssimativa di 'popolo', ma in quella più definita e più tangibile di 'classe operaia';
3) il terzo elemento consente invece di dare un po' più di valore all'operazione storico-critica che, con questo libro, io tentavo di fare, e cioè: se strumentalizzazione e mitizzazione vengono accantonate o criticate e se il quadro storico, sociale e politico si presenta più variegato, non uniforme, si sarebbe potuto ottenere come risultato che, al fondo di questo processo, ci fosse un recupero della ricerca letteraria più alta: non tutta la ricerca, non tutta la letteratura che si richiamava al populismo poteva essere considerata da gettare, ma al suo interno si potevano distinguere valori più o meno condivisibili a seconda di come l'autore avesse gestito questo processo, questo rapporto, e anche questa subordinazione. Per esempio, io sono stato un po' perseguitato dalla taccia di aver condotto perennemente una campagna antipasoliniana. Nelle conclusioni del saggio su Pasolini, che chiude Scrittori e popolo,viene individuata una chiave di lettura in base alla quale in Pasolini il rifiuto si può distinguere, in quanto esso non è totalitario e indeterminato, ma serve a selezionare determinati valori che l'accettazione unanime e totalmente consenziente non riusciva a raggiungere.
Infine, se la visione critica della letteratura improntata all'ideologia popolare e progressista era questa, dove si poteva trovare un ormeggio che consentisse anche alla letteratura italiana di guardare più a fondo in sé stessa e nella società che aveva intenzione di rappresentare? Allora, in maniera apparentemente paradossale rispetto alla critica politico-ideologica che ispirava questo discorso, l'approdo fondamentale fu la rivalorizzazione di quella che io già allora definivo la 'letteratura grande-borghese', europea e anche italiana, che si era sottratta per definizione alla strumentalizzazione di cui parlavo in precedenza. Emergeva che in Italia – peculiarmente in Italia, e anche questo andrebbe tenuto presente – la corrente incline alla strumentalizzazione della letteratura fosse stata così forte da attenuare la possibilità di una 'letteratura grande-borghese'. Io concludevo Scrittori e popolo proprio facendo il sintetico elenco degli scrittori che si erano sottratti storicamente a questa ipoteca. Nella mia rilettura autocritica del libro salverei indubitabilmente questa prospettiva, che mi sembra fondata ancora oggi.
Mi piace ricordare questo passo conclusivo di Scrittori e popolo:

Il popolo veniva esaltato, rappresentato, mitizzato, solo per fornire pretesto alla piattezza di un gusto privo di agganci europei. Se la letteratura italiana dell'ultimo secolo può annoverare soltanto quattro o cinque nomi di grandi scrittori borghesi (Verga, Svevo, Montale, Gadda e in parte Pirandello), ciò si deve anche a questo. Per l'idealistica illusione populista si è rifiutata la possibilità di una letteratura borghese nel senso più alto e profondo del termine.[1]

Se trasferiamo il senso di questa conclusione sugli sviluppi successivi della letteratura europea e italiana, dobbiamo prendere atto di alcuni dati. Questa 'letteratura grande-borghese', a cui io faccio riferimento, è il frutto di una fase, secondo me, estrema della storia culturale europea fra Otto e Novecento, che fa i conti col fatto che il progressismo è stato sconfitto e che il positivismo, pur avendo fatto la sua parte, è uscito di scena. Io ho scritto, forse un po' presuntuosamente, un saggio lunghissimo su Thomas Mann, che adesso è raccolto in un altro libretto, quasi postumo, intitolato Le armi della critica,[2] che è uscito qualche anno fa. In Thomas Mann – per non parlare di Kafka o di Musil – la percezione del mutamento radicale di rapporti fra cultura e storia sociale e civile è assolutamente fondamentale. Questi esperimenti europei vengono meno quando viene meno la spinta a essi impressa, cioè il fenomeno sociale-ideologico che hanno alle spalle. Se si definisce questa 'letteratura grande-borghese', infatti, bisogna che ci sia una borghesia e bisogna che questa borghesia sia grande. Io penso che queste due cose siano andate scomparendo. In altri saggi, più impegnati politicamente e ideologicamente, sostengo che i due grandi avversari della storia politica e sociale europea, fra la metà dell'Ottocento e la metà del Novecento, e cioè la classe operaia e la borghesia, escano a un certo punto tutti e due di scena. Si crea la situazione nella quale adesso viviamo, in cui, appunto, siccome non c'è più popolo, ma non ci sono neanche più classe operaia e borghesia, c'è massa. La letteratura combatte una battaglia straordinaria, anche in Italia, per reagire alla perdita di questi punti di riferimento e, secondo me, molti fenomeni del secondo Novecento si giustificano e si comprendono se analizzati da questa prospettiva.
Io, in altri saggi di questi ultimi dieci anni, parlo ad esempio di Pasolini, Fortini e Calvino come dei nostri ultimi tre grandi classici, gli ultimi tre grandi scrittori che hanno questo rapporto con la storia della grande letteratura europea. Pensate a un caso, da questo punto di vista assolutamente esemplare, come Italo Calvino, il quale si sforza in tutti i modi di cambiare i propri modelli di rappresentazione letteraria e narrativa per rimediare allo scarto che si è creato tra letteratura e società. Insomma, ci sono delle cose, nella storia della letteratura e della cultura, che fanno venire un po' i brividi. Calvino conclude la propria carriera con le Lezioni americane, nelle quali teorizza e spiega minuziosamente il debito che noi abbiamo con il passato, ma è difficile sostenere fondatamente che il messaggio delle Lezioni americane sia entrato in circolo. Io sosterrei che ciò non è accaduto e non è accaduto precisamente per il motivo che in precedenza cercavo di dire, e cioè perché si è aperta una frattura fra 'letteratura grande-borghese' del secolo passato (1850-1950) e letteratura presente, che poi è una frattura innanzitutto coscienziale: è la coscienza che si modifica in maniera profonda e radicale.
Introdurre nel ragionamento storico-culturale e storico-letterario il concetto di'massa'non è una novità recente; anzi, si potrebbe dire che il concetto di massa viene inseguito nel corso del Novecento in molteplici occasioni. E da studiosi dei più diversi ambiti disciplinari e dei più diversi livelli scientifici, tanto è vero che l'autore a cui io faccio più riferimento è uno storico tedesco degli anni Venti, Leopold von Wiese, che dà a mio avviso la definizione più puntuale e precisa del concetto di massa. Nel libro cerco di definire i caratteri di quella che per me è la massa:

Il concetto di massa, a cui io penso, e di cui mi servo, sta a significare quella realtà umano-sociale in cui i caratteri individuali e distintivi sono meno rilevanti, e più rilevanti invece quelli della comunanza e della sovrapposizione: sicché anche, a guardar bene, le differenze così marcate delle fasi precedenti (popolo, borghesia, classe operaia) non si vedono più o, se si vedono, appaiono assai più sfocate e marginali che in passato.[3]

Von Wiese, di cui parlavo prima, e che scrive negli anni Venti del secolo scorso, definisce la massa in questo modo che io trovo di un'eloquenza clamorosa (vi prego di riflettere sui singoli aspetti di questa definizione):

La massa è una formazione sociale caratterizzata dalla comparsa di un senso di solidarietà disorganizzata, emotiva, e però orientata nella medesima direzione.[4]

Se applichiamo questa definizione al mondo che ci circonda, forse riusciremo a capirne qualcosa di più. Non manca il senso di solidarietà: la massa nasce da questo, altrimenti non ci sarebbe massa. Ma questa solidarietà, diversamente dalla solidarietà popolare e borghese, è disorganizzata, fluida, mobile, emotiva, e cioè indotta da pulsioni che fanno poco riferimento alla razionalità e molto riferimento ai sentimenti, alle passioni, alle reazioni. Solidarietà disorganizzata, emotiva, che però è orientata nella medesima direzione. Nonostante la massa non sia in grado di formulare da sé un proprio programma politico, ideologico, culturale, si muove egualmente nella medesima direzione, perché le sue pulsioni, l'emotività, la spingono in quella direzione. Naturalmente, si tratterebbe di approfondire la discussione su questo concetto, e ciò non è accaduto. Questo, detto tra parentesi, è un altro degli aspetti della situazione culturale più recente, e cioè che la discussione è dismessa. Se uno fosse in grado di farlo, potrebbe pubblicare dei libri in cui si sostengono tesi inverosimili e infondate, e nessuno prenderebbe la parola per confutarle. Allora può darsi che la mia sottolineatura della presenza dell'attuale valore della massa sia assolutamente discutibile e riprovevole, ma non c'è stato nessuno che l'abbia detto.
Se le cose stanno così, ne discendono una serie di considerazioni, possibilmente non meccaniche, non automatiche, sulla realtà culturale e letteraria. Non può non esserci un rapporto. Nel mio libro io dico anche che la massa non occupa tutto lo spazio che in precedenza occupavano popolo, classe operaia e borghesia. Non si è infatti verificata una sostituzione meccanica: è un intreccio di fenomeni che si sovrappongono e si contraddicono. Eppure il fenomeno dominante è questo, e quindi quando si parla di fenomenologia letteraria, io direi anche culturale, la base del ragionamento è diventata questa.
Ci sono comunque dei tentativi, pregevoli, di dimostrare che la funzione critica degli intellettuali è viva. Sono reduce, ad esempio, dalla lettura di un libro, secondo me molto interessante, che si intitola Da fuori, scritto dal filosofo Roberto Esposito,[5] dove si fa una carrellata sulla ricerca filosofica in Italia e in Europea, dimostrando che anche nel nostro paese le espressioni autorevoli e significative in questo settore non mancano.
Io ritengo però che non sia questo l'oggetto di contestazione, bensì il rapporto tra queste cose e il resto del mondo. Anche se fare raffronti di questa natura è sempre molto sbagliato, la polemica tra Vittorini e Togliatti ha rappresentato per anni un elemento diffuso nella realtà intellettuale del secondo dopoguerra. Adesso la cosa non è neanche immaginabile. Oserei dire – senza offendere la sensibilità di nessuno – che questo dipende, in parti diseguali, sia dalla perdita di voce degli intellettuali, sia dalla perdita di rappresentatività dei politici, perché per confrontarsi bisogna che ci sia, perlomeno, un linguaggio comune. Io, personalmente, non ne vedo più la presenza. Quindi c'è una cesura alla quale è molto difficile reagire, anche perché i referenti sociali, come cercavo di dire prima, si sono anch'essi volatilizzati. È difficile che uno scrittore possa  parlare 'a nome di', perché questo qualcuno non è più in campo. E infatti gli scrittori più recenti, giustamente e onestamente, non parlano più a nome di nessuno. In Scrittori e massa,parlo di un fenomeno che definisco «individualismo molecolare»:[6] è quello che caratterizza il ceto degli scrittori contemporanei. Ognuno va per sé – questo è dimostrabile persino sul piano linguistico e formale – e ognuno suppone di rappresentare soltanto se stesso, ed è anche comprensibile che questo accada. Un tempo uno scrittore 'grande-borghese' come il sopracitato Thomas Mann, che applicava sino in fondo i criteri di autonomia dell'arte e del pensiero, aveva lì tutt'intorno a lui i suoi riferimenti. Come fa uno oggi a scrivere I Buddenbrook, se i Buddenbrook non stanno lì intorno? Anche ammesso che oggi si trovi un intelletto alla pari di quello di Thomas Mann, dove li trova i Buddenbrook? Dovrebbe completamente inventarseli. La difficoltà di rappresentare qualche cosa che vada al di là dello sguardo del singolo scrittore è oggi enormemente aumentata, e ciò si rileva benissimo nella troppo abbondante produzione letteraria del nostro tempo.
Oggi va molto di moda usare il termine 'populismo' in senso negativo. Nel mio libro, come anche in articoli apparsi negli ultimi due o tre anni, io contesto, senza peraltro nessuna fortuna, l'uso del termine 'populismo' in senso negativo. Si dovrebbe dire 'massista', ma naturalmente questa innovazione linguistica è troppo audace per poter essere accolta. Dando per scontato che il termine 'populismo' oggi viene usato il più delle volte in maniera sragionata e priva di fondamento, non è forse vero che in molti fenomeni che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi emerge questa identità della massa mossa da «solidarietà disorganizzata emotiva» e però «orientata nella medesima direzione»? Non vi si riflette, forse, la spinta di opinioni diverse che si confrontano tra di loro e arrivano più o meno giustamente a una determinata conclusione? C'è semplicemente una spinta universale che fa appello a un problema, più che di identità, di sopravvivenza. L'altro grande fenomeno connesso con la comparsa della massa è la spinta autoconservativa del cosiddetto mondo occidentale. La massa istintivamente si difende da tutto ciò che può essere diverso, alternativo, disgregante. È il soggetto che senza tanto ragionare spinge in una determinata direzione. Non ha nessun bisogno di giustificarsi culturalmente e forse neanche ideologicamente, tanto la forza del suo esserci è prevalente sui ragionamenti altrui.
Come reagire, ad esempio, di fronte ad un fenomeno come Donald Trump? Si può usare il discorso critico, e cioè sottolineare che una volta dice una cosa e la volta dopo ne dice un'altra, e che le cose che afferma sono in contraddizione? Credo di no. Sicché, per ritornare al discorso critico e dare un po' di lievito a questa cultura occidentale a cui dobbiamo tanto, bisogna mettercela tutta, non solo in letteratura ma un po' in tutte le cose che ci riguardano.

[Trascrizione di V. Bernardi, A. Di Franco]

Pubblicato il 13/10/2016
Note:


[1] A. Asor Rosa, Scrittori e popolo 1965. Scrittori e massa 2015, Torino, Einaudi, 2015, p. 222.

[2] Id., Thomas Mann o dell'ambiguità borghese (1968), in Le armi della critica. Scritti e saggi degli anni ruggenti (1960-1970), Torino, Einaudi, 2011, pp. 186-307.

[3] Id., Scrittori e popolo 1965. Scrittori e massa 2015, cit., p. 367.

[4] Ivi, pp. 367-368.

[5] R. Esposito, Da fuori. Una filosofia per l'Europa, Torino, Einaudi, 2016.

[6] A. Asor Rosa, Scrittori e popolo 1965. Scrittori e massa 2015, cit., pp. 381-396: 390.
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