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Indice

Tema n.13:

Articolazioni dell’osceno:
Bianciardi e il “comune sentimento del pudore”

approfondimento N.1
Altri numerosi tecnici del ramo vanno dicendo che la nostra civiltà d'oggi vive all'insegna del sesso. L'insegna, sì, il segno, l'ideogramma, il paradigma, il facsimile.
Dicono: guardate come oggi per vendere un'aranciata la si accoppia a un simbolo sessuale, e così un'auto, un libro, un trattore persino. A un simbolo, certo, ma non al sesso reale. Un simbolo che funziona in vista di qualche altra cosa. Tu, dicono in sostanza, desidererai il coito per arrivare a. Mai il tuo desiderio, dioneliberi, sia per il coito in sé. Deriva da qui l'attivismo ateleologico della civiltà moderna, da qui deriva, aggiungiamo pure, lo scadimento della professione meretricia.
Come il tornio e la macchina da (per, anzi, se vogliamo accettare la correzione dei venditori d'ogni livello al soldo del marchese d'Ivrea, pallidi ed efficienti come tanti valvassini), come il tornio, dicevo, come la macchina da (per) scrivere non sono beni in sé, ma mezzi e strumenti per arrivare al denaro, così il prostituirsi non è mestiere, che si ama e si pratica perché bello, ma daccapo un mezzo e uno strumento per procurarsi denaro.
Quindi il metallurgico odia il tornio, io odio la macchina, forse più dei valvassini del marchese d'Ivrea, e la prostituta odia il coito.
La riduzione di fine a mezzo, qui e altrove, aliena, integra, disintegra, spersonalizza e automatizza, e così viene fuori l'incomunicabilità, e così viene fuori l'uomomassa e la prostituta moderna, nelle sue varie sottospecie di cortigiana, mondana, amante, ganza, mignotta, zoccola, druda, ragazza-squillo, passeggiatrice, giù giù fino alla battona, alla barbona, alla spolverona e alla merdaiola, infima categoria che annovera le pestatrici di cacche canine negli stradoni bui di periferia, a notte.
Mai puttana però, secondo vorrebbe la parola antica che indicava, quando c'era, il mestiere. Non a caso la donna innamorata, accaldata, linfante, si glorierà di quest'antica parola corporativa e ti dirà, nel momento supremo, fastigioso, quando si allentano i nessi del vivere secondo paradigma – e allora i simboli svaniscono lasciando soltanto la realtà reale – ti dirà sentirsi puttana.
Ma per intanto il coito si è ridotto, per la stragrande maggioranza degli utenti, a pura rappresentazione mimica, a ripetizione pedissequa e meccanica di positure, gesti, atti, trabalzamenti, in vista dell'evacuazione seminale, unico fine ormai riconoscibile e legalmente esigibile. Il resto non conta, il resto è puro simbolo che serve a spingerti all'attivismo vacuo.
Questo vuole la classe dirigente, questo vogliono sindaco, vescovo e padrone, questurino, sociologo e onorevole, vogliono non già una vita sessuale vissuta, ma il continuo stimolo del simbolo sessuale che induce a muoversi all'infinito.

L.Bianciardi, La vita agra, in Idem, L'antimeridiano, Milano, Isbn, 2005, vol. I, pp. 614-616.

approfondimento N.2
Ma io so che la noia finirebbe nell'attimo in cui si ristabilisse la natura veridica del coito. Lo so, finirebbe anche la civiltà moderna, perché il coito veridico non è spinta ad alcunché, si esaurisce in se medesimo e, in ipotesi estrema, esaurisce chi lo compie.
Provate questa sorta di predicazione (evitando tuttavia di chiamarla educazione sessuale, altrimenti addio i miei limoni e buona notte al secchio) e avrete ogni anno un certo numero di coppie estinte per eccesso di coito. Lo so bene, ma i casi mortali sarebbero pur sempre meno di un decimo di quelli oggi provocati dai doppi sorpassi in terza corsia, o dallo smog, o dalle malattie cardiocircolatorie.
E non sarebbe forse una bella morte? Gli amanti così periti avrebbero onori distinti, e sulle loro tombe, erette nei parchi cittadini e nei campi di gioco dei bimbi, altri amanti andrebbero a giurarsi fedeltà eterna.
E poi ogni anno, al volgere della primavera, ciascun villaggio sceglierebbe il suo bel prato, e lì s'intratterrebbero, da stelle a stelle, due trecento coppie di copulanti, sullo sfondo di un cielo terso, durando lo strillare delle cicale (…).
Lo so, finirebbe la civiltà moderna: cesserebbe ogni incentivo alla produzione dei beni di consumo, essendo dono gratuito di natura l'unico bene riconosciuto e durevole; cesserebbe anche l'insorgere di bisogni artificiali, nessuno vorrebbe più comprarsi l'auto, la pelliccia, le sigarette, i libri, i liquori, le droghe, e nemmemo giocare a bigliardo, vedere la partita di calcio, discutere sul Gattopardo.
Unico grande bisogno sarebbe quello di accoppiarsi, di scoprire le centosettantacinque possibilità di incastro realizzabili fra l'uomo e la donna, ed inventarne ancora. Unirsi in piedi, seduti, supini, bocconi, inginocchiati, accoccolati, a caposotto. Eseguire la penetrazione vaginale, rettale, orale, scritta, telegrafata, intramamillare, subascellare, praticare l'irrumazione, la fellazione, la podicazione, il cunnilingo, il symplegma trium copulatorum.
Unirsi sui letti, dentro gli armadi, alla finestra guardando chi passa, nei prati di periferia e nella pineta di Tirrenia, sopra un moscone al largo della costa adriatica, abbandonati al ritmo delle correnti, anche a rischio di toccare l'orgasmo già in acque territoriali jugoslave; negli scompartimenti di seconda classe sulla linea di Sarzana, al cinema dietro le tende delle uscite di sicurezza, per le scale di casa (coi piedi su due gradini diversi, ove trattisi di donne zoppe, neanche esse escluse dai festeggiamenti), dentro le cabine degli ascensori, nei capanni della spiaggia di Rimini, in acque salse poso oltre la battigia e frammezzo ai bagnanti …

approfondimento N.3
La vita sessuale esiste, e tutti noi dobbiamo farci i conti, ogni giorno. Eppure c'è gente che si rifiuta di sentirne parlare, di vederla illustrata. Non sto a spiegare quali sono le cause storiche di tutto questo. Voi le conoscete benissimo. Voglio solo farvi notare la singolarità delle leggi, che restringono il pudore ai fatti del sesso. E leggi, più o meno rigide, in questo senso, esistono in tutti i paesi di civiltà, badate bene, cristiana.
Bene io voglio dire che se il sentimento del pudore (questa reazione irrazionale, questo rifiuto di una fetta di realtà) esiste, non necessariamente esso si esercita verso i fatti del sesso. Non sempre il pudore, per dirla con l'amico De Marchi, è sessuofobico. Io, per esempio, non sono sessuofobico. Sono, guarda caso, tanatofobico. Cioè non accetto la rappresentazione della morte. La fotografia di Sofia Loren agli esordi (dalla cintola in su tutto il vedrai, come il povero Farinata) non mi turba. Mi turba invece l'immagine del capo della polizia sud-vietnanita che spara alla tempia di un prigioniero. Io evito i funerali (ho promesso a me stesso che parteciperò soltanto al mio), non visito le camere mortuarie, non entro nei cimiteri, chiudo il libro quando mi accorgo che il protagonista sta per abbandonarci.
Badate bene, accanto ai tanatofobi (più di quanti voi immaginiate) ci sono i tanatofili, quelli cioè che non mancano a un funerale (…)
Vi prego di credermi, ora che vi dico quanta fatica io duri adesso a raccontare queste cose: mi sento veramente pornografo, ora sì. Eppure io non scrivo lettere ai giornali per chiedere che si aboliscano i funerali pubblici, né auspico una legge che vieti la pubblica frequentazione dei cimiteri. Non tuono contro le religioni cristiane che hanno scelto a loro massimo simbolo una immagine di morte. Anzi, di morte cruentissima e infamante. Immaginate un indù, uso a vedere nei suoi templi rappresentazione multipla dell'atto sessuale, se noi lo portassimo in una nostra chiesa. «Ma come?» avrebbe il diritto di chiederci, «voi adorate l'immagine di un morto?»

L. Bianciardi, L'Antimeridiano, cit., vol. II, pp. 1531-33.

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