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Tema n.13:

L’impudicizia della scienza tra Mantegazza e Lombroso

A conclusione dell'Arte di prender marito (1894), una divertente fisiologia del matrimonio in cui un padre dispensa consigli alla figlia adolescente, l'antropologo italiano Paolo Mantegazza (1831-1910) immagina una vivace conversazione che definisca «che cosa conserva l'amore» coniugale. La fedeltà? La gelosia? La civetteria? Il disprezzo? Queste ipotesi vengono discusse, ma una sola, avanzata da un anziano interlocutore, merita l'approvazione del narratore: il pudore.

-L'ottimo fra tutti i preservativi dell'amore, o signore amabilissime e riveriti signori… è, è…
- È, è?
- È il pudore!
Tutti e tutte tacquero, chi per sorpresa, chi per subitanei ricordi di un passato già lontano, chi per il dolore di non capire…
Eppure, figliuola mia, quel vecchio era il solo fra tutti ad avere ragione e, quando tu sarai moglie e da qualche tempo, gli darai ragione.


La testimonianza di un amabile divulgatore come Mantegazza suggerisce che nel secondo Ottocento il pudore aveva un rapporto privilegiato con il matrimonio [1]. Ma quale? Il volume si chiude con gli interlocutori ammutoliti e sorpresi: come la discrezione individuale può essere preservata negli spazi coniugali? Forse la soglia dell'intimità può restare socchiusa per anni? [2] E soprattutto, che cosa è il pudore e a cosa si apparenta? Queste, si può credere, erano alcune delle questioni in sospeso. All'epoca infatti il sociologo tedesco Georg Simmel (1858-1918) non aveva ancora scritto il suo saggio sul pudore come forma soggettiva di difesa dell'identità nei confronti dell'invasione dello sguardo sociale; né erano ancora disponibili le riflessioni di un altro filosofo tedesco, Max Scheler (1874-1928), sull'effetto del pudore sugli istinti sessuali, tanto più soddisfatti quanto più inizialmente inibiti [3]. Mancavano cioè alcune delle ipotesi più importanti su una virtù che ha a che fare con l'intimità del corpo e che proprio allora cominciava a confrontarsi con la pulsione scopica della società urbana.
In attesa di questi ed altri importanti contributi (Sigmund Freud, ad esempio) [4] , la virtù del pudore meritava una retorica della discrezione (fatta di preterizione e allusione) che aveva un suo significato, almeno nell'opinione degli studiosi ottocenteschi del corpo, antropologi e medici anzitutto: il pudore caratterizza l'individuo medio o «normale», quello destinato al matrimonio, che risulta punto di riferimento essenziale, ma opaco, per misurare gli eccessi e i difetti del corpo umano. Sono proprio questi ultimi, infatti, ad interessare gli scienziati che sperimentano anche una generosa e dettagliata retorica dell'ipotiposi, una sorta di lente di ingrandimento che accresce gli elementi visibili e concreti [5]. Pudore e impudicizia vengono così definiti insieme, l'uno per sottrazione, l'altro per aggiunzione, nella ricerca di una comprensione piena dell'uomo tra morale e scienza.
Negli anni Sessanta, ad esempio, Cesare Lombroso (1835-1909) parla del pudore nella sesta lettura tenuta all'Università di Pavia e pubblicata nel 1871 in L'uomo bianco e l'uomo di colore. Letture sull'origine e la varietà delle razze umane: il pudore è «una qualità morale» di origine «moderna», determinata dal vivere sociale («aggrupparsi di molti individui»), che non appartiene ai bambini, ai selvaggi e nemmeno ai nostri antenati e alle scimmie [6]. Aggiunge nel 1893, quando scrive con Guglielmo Ferrero La donna delinquente, la prostituta e la donna normale, che «alle origini della evoluzione il pudore è affatto sconosciuto; la più grande libertà nei rapporti sessuali è la regola generale» [7]. Tra le forme di impudicizia della sessualità che interessano lo studioso dei delinquenti e delle prostitute c'è l'omosessualità di cui, nelle pagine seguenti, cercherò di illustrare la descrizione nel segno dell'ipotiposi.
Bisogna cominciare da principio, cioè da quei tempi remotissimi in cui il pudore non esisteva, e gli uomini e le donne erano molto simili per forza, furbizia e tendenze sessuali. In seguito, lentamente, questo ermafroditismo scompare: i sessi si differenziano, l'uomo diviene forte e sessualizzato, e la donna debole, materna, pudica. In questo modo la natura ha conservato la specie, e la società ha definito ruoli specializzati per i due generi sessuali. Chi non rispetta questa diversità, chi si abbandona a quello che Lombroso definisce «amore invertito» rappresenta una devianza, una forma di regressione o atavismo: ogni omosessuale, uomo o donna, indica un individuo sviluppato male rispetto alla sua specie, una sorta di primitivo che vive in mezzo ad individui più evoluti [8] . Dello stesso avviso è lo studioso di sessualità più illustre del tempo, il medico austro-tedesco Richard Krafft-Ebing (1840-1902) che nella Psycopathia sexualis (1866) illustra numerosi «fenomeni abnormi» tra cui «l'uomo che fugge dalla donna e la donna che insegue una gratificazione sessuale», individui degenerati, non nel senso morale illustrato da Dante nell'Inferno, ma nel senso antropologico dello sviluppo bloccato del pudore [9].
Proprio nel corso dell'Ottocento, infatti, secondo l'illustre storico francese Alain Corbin [10], l'omosessuale abbandona l'identità del peccatore per diventare un malato che gli scienziati analizzano nell'aspetto e nella fisiologia, alla ricerca di cause naturali e rimedi sociali nel segno della cura e non più della punizione. Per Lombroso, ad esempio, le tracce della sessualità atavica sono evidenti sin dall'infanzia e ancora di più dall'adolescenza: un uomo che, tra i 15 e il 17 anni, si lascia crescere i capelli, li orna con forcine o pettini, veste attillato o con abiti femminili, scopre il collo e i fianchi, si guarda allo specchio pavoneggiandosi, storpia il proprio nome al femminile, ruba un anello per indossarlo, e si interessa d'arte [11], ha molta probabilità di diventare omosessuale. Allo stesso modo, una bambina che manifesta passione per i giochi maschili, per i vestiti da uomo, che – divenuta fanciulla - ama fumare sigari, ballare con le donne, ubriacarsi, andare a cavallo, addirittura fare a pugni; che disdegna i lavori d'ago; si masturba; vuole fare l'attrice (o la suora); mostra segni preoccupanti. Per non parlare della prostituzione: dopo otto, dieci anni di questo mestiere, e dunque tra i 23 e i 25 anni, la donna, non importa se frigida o ninfomane, ha «schifo per l'uomo» e perciò si concede e cerca una donna. E la trova nei postriboli, nelle carceri, nei manicomi, cioè proprio nei luoghi da cui entra ed esce di continuo [12]. Analisi di questo tipo sono importanti perché la descrizione psicofisica esclude il moralismo; la schedatura serve ai medici che cercano le cause naturali che hanno bloccato l'evoluzione dall'ermafroditismo originario alla eterosessualità. L'accumulo di dati visibili per ipotiposi risulta dunque funzionale ad una scienza moderna che non arretra dinanzi all'oscenità. Si tratta di una questione di metodo, chiarita da Mantegazza nell'introduzione all'edizione del 1889 del manuale di informazione sessuale Igiene dell'amore, intitolata non per caso Il pudore nella scienza. Accusato di «attentato al pudore», l'antropologo domanda:

Credete voi che vi possa essere un pudore anche per la scienza? […] A questa credenza io rispondo con un no reciso e franco. Per me tutte le cabale, tutte le casistiche del pudore nell'arte e nella scienza si tagliano con questa affermazione, che, per me almeno, assume dignità e forza d'un dogma: Nell'arte il bello, nella scienza il vero […] Per la scienza l'osceno non esiste od è un fatto psichico, che vuol essere studiato colle stesse lenti e cogli stessi crogiuoli, coi quali analizziamo tutto ciò che è umano: il bello e il brutto; l'alto e il basso; il volgare e il sublime. Tutto ciò che è umano appartiene alla scienza [13].

Per Mantegazza dunque il pudore non ha nulla a che fare con la scienza che deve occuparsi dell'uomo vero, cioè di una creatura «proteiforme e versatile» che è talora anche oscena. Altro che respingere le accuse di immoralità! Siamo di fronte a un Mantegazza doppiamente spudorato: anzitutto per i materiali analizzati (le forme di sessualità); e inoltre per il metodo, senza ipocrisia, della ricerca scientifica. D'altronde, ricorda sempre Mantegazza, «non si parlò mai tanto di virtù e di pudore come nei tempi più corrotti e nelle società più libertine» [14]; persino il matrimonio, che dovrebbe essere il «nido» del pudore, alimenta spesso la finzione.
Nulla di tutto ciò nella scienza moderna che smaschera ogni tipo di «tartufismo» [15], precisando ad esempio le due cause del tribadismo femminile (dal greco trìbein, sfregare): per Lombroso esso dipende dalla naturale inferiorità del genere femminile, più vicino alle origini della specie, e dunque al comportamento senza pudore che caratterizzava la vita sessuale originaria. Atavica per natura, la donna mostrerebbe «una libidine eccessiva» che cerca sfogo in «tutte le direzioni, anche le più innaturali» tra cui appunto l'omosessualità [16]. Farebbero eccezione, naturalmente, le madri di famiglia, dotate di quel pudore evocato da Mantegazza e qui specificato nei termini di un'insensibilità sessuale utilissima nel momento del parto. Quanto alla seconda motivazione, quella sociale, Lombroso rielabora la fondamentale opera De la Prostitution dans la ville de Paris di Alexandre Parent-Duchatelet (1790-1835), pubblicata postuma nel 1836. Il medico francese sosteneva che le prostitute parigine si abbandonavano tra le braccia delle loro sfortunate compagne perché ricercavano un amore che i clienti non erano disposti a concedere [17]. Parent-Duchatelet non poteva immaginare che queste sue osservazioni avrebbero ispirato uno straordinario romanziere del secondo Ottocento, e cioè Émile Zola, l'autore di Nana (1880), storia di una escort parigina che intrattiene anche una relazione lesbica con l'amica Satin: carezze, baci e, in un caso almeno, nel cap. 10, una descrizione inequivocabile: di fronte a quattro uomini, le due donne «abusano del loro sesso tranquillamente», manifestando il loro «disprezzo per il maschio» . E Lombroso commenta in questo modo: «Così Nana si getta alle donne e per lo schifo degli uomini dagli amori sozzi, e per l'abbandono dei volubili amanti del cuore» [19]. Non è, beninteso, una giustificazione moralistica, ma una spiegazione sociale, antropologica. Lombroso approfondisce il discorso sul l'«influenza della dimora» nell'opera intitolata La donna delinquente, la prostituta e la donna normale: oltre al bordello, «grandi scuole del tribadismo» sono la prigione, soprattutto se vi si deve restare a lungo, intorno ai venti mesi, e il manicomio: «Lo stesso fatto si verificò nei manicomi, in cui l'entrata di una sola tribade bastò ad infettare tutto il manicomio, in cui prima non ve n'era la più lontana tendenza». Il fatto è che, proseguono Lombroso e Ferrero:

la riunione di molte donne, specie se fra queste vi siano delle prostitute e delle lascive, provoca per fermento imitativo nella comunità, per moltiplicarsi dei vizi di ciascuno, un vizio collettivo maggiore. Ora le prostitute vivono spesso nude, in contatto continuo fra loro, spesso due, tre nello stesso letto; nel gran mondo ciò si ripete nei collegi [20].

E proprio in questi luoghi il tribadismo incide anche dal punto di vista psicologico: ecco ad esempio la testimonianza di una certa Sart. Gius., una prostituta detenuta che annota sui margini del periodico cattolico torinese La buona settimana la riflessione seguente, raccolta da Lombroso nei Palimsesti dal carcere (1888): «Non amare donne, ama un uomo e sarai rispettata da tutti, se ami una donna da tutti sei odiata; val più un uomo brutto che tutte le donne belle» [21]. La raccolta di ogni tipo di dato (dalla misura somatica alla scrittura privata), la descrizione medica, l'osservazione sui comportamenti sono i metodi con cui gli scienziati del secondo Ottocento ridefiniscono un vizio spudorato ed osceno come un blocco naturale dello sviluppo. E la retorica dell'aggiunzione serve a chiarire la scoperta medico-scientifica dell'atavismo. All'omosessualità manicomiale, ad esempio, Lombroso dedica un articolo, intitolato Del tribadismo nei manicomi, pubblicato dall'«Archivio di psichiatria» nel 1885 e scritto anche sulla base dell'esperienza personale (aveva diretto il manicomio di Pesaro tra il 1871 e il 1872) [22]: in questi luoghi «tutte le passioni più brutte vengono a galla», e soprattutto quelle delle donne che si danno spesso e volentieri alla masturbazione e al tribadismo: ne basta talora una sola, magari con una certa esperienza dovuta all'età, perché questa pratica si diffonda:

La più infetta è una cretinosa cinquantenne, d'aspetto virile, zoppa, gozzuta; essa per la prima introdusse nello stabilimento l'infame pratica […] Però io me ne accorsi soltanto dopo due mesi che si erano introdotte, vedendo in pieno giorno accoppiate sopra una sedia, in mezzo alle altre alienate, questa cretina con una maniaca soggetta ad accessi furiosi. La cretina, tenendo una mano tutta ravvolta nei panni, imitava gli atti virili sull'altra giovane che le stava a cavalcione, e le dava intanto baci.

Lasciando da parte il pudore, come consigliava Mantegazza, Lombroso descrive un incontro omosessuale con la precisione dell'ipotiposi. Con un gusto che parrebbe morboso, ma è scientificamente utile alla ridefinizione di un'identità, prosegue:

Essa ha fisonomia virile e quasi marziale, cranio dolicocefalo, fronte bassa, orecchie mal impiantate, prognata con pelle di color terreo, mammelle atrofiche. Il grande labbro sinistro è grosso quattro volte più del normale, è duro quasi come cartilagine al tatto; le piccole labbra sono ipertrofiche anch'esse e di color paonazzo ai margini; ingrossata è la clitoride alla base [23].

E non si deve credere che Lombroso sia l'unico a dilungarsi in queste analisi fisiognomiche. Anche il giurista e sociologo Scipio Sighele (1868-1913) dà una mano ai medici quando distingue la tribade, di età spesso matura, maschile negli abiti e nell'acconciatura, con ipertrofia clitoridea, oltre ai caratteri atavici dei criminali (cioè la crudeltà, l'insensibilità, la falsità, la vanità, l'amore per l'orgia, la tendenza alla prostituzione), dalla saffista, femmina lussuriosa disposta a ricevere soddisfazione da uomini e donne indifferentemente; una donna senza pudore, debole nel carattere, succube di sé e degli altri [24]. Accanto a questi caratteri segnati dalla marginalità, esistono naturalmente le donne «normali», tanto note all'opinione pubblica che ogni descrizione risulterebbe pleonastica. Di contro, è importante definire tribadismo e saffismo come varianti della prostituzione, a sua volta versione femminile della criminalità. Rispetto a quest'ultima, le forme di omosessualità femminile sono più arretrate dal punto di vista della scienza e più perturbanti agli occhi dell'individuo comune. Il merito di questi studi ai limiti della caricatura consiste allora nell'avere fornito una prima definizione naturale, fisiologica, medica, di comportamenti fino ad allora condannati dal punto di vista etico-teologico.
Veniamo ora a parlare di uomini, cercando anche in questo caso di individuare le cause dell'omosessualità secondo Lombroso. Facciamo riferimento in particolare all'articolo Du parallélisme entre l'homosexualité et la criminalité innée (Del parallelismo tra l'omosessualità e la criminalità innata), scritto in francese per l'«Archivio di psichiatria» del 1906. Lombroso fa riferimento a studiosi stranieri del tempo, tra cui il già ricordato Krafft-Ebing, per affermare «uno strano parallelismo tra le numerose specie di omosessuali e le specie di criminali» [25]. Come esistono criminali-nati e occasionali, così esistono omosessuali nati, che sono la maggioranza atavica, cresciuta in famiglie segnate spesso da alcolismo o epilessia (con l'aspetto ricordato all'inizio di queste pagine), e un 10 % di omosessuali «occasionali», che si lasciano andare solo in determinate circostanze. Dieci anni dopo gli studi sulla donna, il discorso risulta molto simile quando Lombroso scrive:

l'occasione viene soprattutto dal fatto di essere assembrati in parecchi durante il periodo della più viva sensualità in uno stesso spazio, come nelle navi, nelle prigioni, nei collegi, nei manicomi, senza contatti con l'altro sesso [26] .

Ed anche in questo caso Lombroso raccoglie nei Palimsesti dal carcere la testimonianza di un tale Campagna, autore di un componimento decisamente spudorato, dal titolo Il settentrione di Dandolo (alludendo al "posteriore di chi si concede") :

Un bel culo è un bel trastullo usato
Sia pel frate che pel soldato.
E si gode e fa goder da pazzo
E di più non dà male al ca… [27].


Con una struttura elementare, simmetrica e ripetitiva, che ricorda le riflessioni della detenuta (che trattavano però di sentimento e di opinione pubblica), Campagna denuncia l'esercito e la vita conventuale come cause sociali di un comportamento regressivo, innato o acquisito, che – precisano gli scienziati del tempo - si può talvolta perdere. Questo almeno sarebbe accaduto a uno dei criminali più illustri, più colti e citati da Lombroso, cioè il francese Pierre-François Lacenaire, il quale viene condannato a morte con il suo amico omosessuale Avril per l'assassinio del giovane omosessuale Chardon, soprannominato «Tante Madeleine» (zia Maddalena) nel gergo criminale di Parigi. Chardon e Avril si erano conosciuti e amati nel carcere di Poissy. Quanto a Lacenaire, avrebbe confessato al capo della polizia di Parigi che «il bisogno di avere rapporti omosessuali si era sviluppato in lui nella prigione per mancanza di meglio, ma il giorno stesso in cui era ridiventato libero, le sue inclinazioni naturali avevano ripreso il sopravvento» [28].
Resta il fatto che, come per le donne, l'omosessualità è una malattia (una regressione atavistica più o meno marcata) che si accompagna spesso alla delinquenza, peraltro dovuta alla stessa malattia. E anche nel caso dell'uomo, Lombroso individua due tipi almeno di fisionomia: un 40 % effeminato, senza barba e peli, con bacino largo, ipertrofia delle mammelle e persino secrezioni di latte; e il restante 60 % che non presenta caratteri speciali nel corpo. Gli uni e gli altri, però, hanno una psicologia

del tutto amorale e molte volte criminale, e soprattutto strana. Così si nota tra gli omosessuali la frivolezza, l'egoismo, la gelosia, la falsità, la menzogna, il pettegolezzo, la vanità per gli ornamenti esteriori, una certa propensione estetica, e per questo si notano tra loro un gran numero di persone di teatro, ed anche di grandi artisti, pittori e musicisti [29].

Anche a proposito di questa ultima caratteristica, Lombroso precisa il punto di vista medico secondo cui l'esteta, soprattutto se geniale, manifesta spesso scompensi nella crescita perché un'intelligenza troppo evoluta può significare una sessualità primitiva o un sistema affettivo primitivo, insomma qualcosa di atavico. Questo vale anche e soprattutto per le donne: «quasi tutte le donne geniali ebbero accessi o anomalie o pervertimento nella sessualità: Saffo, Caterina II, Aspasia, [George, n.d.c.] Sand […] il gusto artistico e letterario andò di pari passo colla esagerazione sessuale» [30].
A questo punto, volendo tentare un bilancio provvisorio, viene naturale chiedersi se la scienza impudica di Mantegazza sia stata utile alla conoscenza sessuale anche grazie a una retorica dell'aggiunzione, dell'accumulo di dati fisici al limite della caricatura. La risposta non risulta semplice perché da un lato l'approccio medico all'atavismo limita il giudizio moralistico; dall'altro però introduce una nuova forma di stigmatizzazione stabilendo un parallelismo tra omosessualità e criminalità. Non per caso Lombroso si impegna nella sperimentazione di cure e rimedi, peraltro difficilmente efficaci. Per le detenute e le ricoverate nei manicomi, ad esempio, l'isolamento funziona poco, visto che si ingegnano in ogni modo per stare vicine, arrivando persino a procurarsi delle ferite, pur di incontrarsi in infermeria. Poco conta anche la sorveglianza, che può facilmente essere elusa, soprattutto di notte. Lombroso ricorre allora alle proprietà sedative del bromuro di potassio e della belladonna, alla qualità anestetizzante della canfora e talora alla cauterizzazione della clitoride (con il misero effetto di sei giorni di quiete). In situazioni particolari e con tutti gli scrupoli del caso, consiglia l'espulsione dell'alienata dalla struttura manicomiale: «io lo noto perché non poche volte mi sono pentito di non avervi dato corso» . Per gli uomini si può tentare con l'ipnosi, l'incontro con le prostitute, la ginnastica, la vita all'aria aperta ed eccezionalmente la castrazione.
Tutto questo per proteggere quell'evoluzione naturale del pudore che, come suggeriva Mantegazza, garantisce il buon funzionamento del matrimonio, principale correttivo delle inversioni sessuali. Nel secolo in cui questa istituzione si definisce nel senso della buone maniere studiate dal sociologo tedesco Norbert Elias (1897-1990) , non deve stupire il fatto che l'omosessualità sia ancora definita un «misfatto». Più importante risulta invece sottolineare che la nuova scienza ha quantificato danni «limitati» che, comunque, «cesseranno con la perdita dell'attività sessuale» . Così, nel secondo Ottocento, ingenuità, pregiudizi ed incomprensioni si intrecciano ad intuizioni e indagini su un corpo umano che si vuole studiare senza vergogna. Aveva forse ragione Mantegazza: ci vuole pudore per conservare il matrimonio, ma impudicizia per ricercare la verità, non solo quella sessuale.

Pubblicato il 18/09/2013
Note:


[1] P. Mantegazza, L'arte di prender moglie, L'arte di prender marito, a c. di L. Rodler, Roma, Carocci, 2008, pp. 218-219. Già nel volume dedicato al matrimonio nel 1877, Mantegazza scriveva: «o uomini, o donne, o creature d'ogni paese, siate casti, siate pudichi» (cfr. Id., Igiene del nido: Consigli sull'amor coniugale, Napoli, Società editrice partenopea, 1910, p. 40).

[2] Per una storia del pudore in relazione alla nascita di uno sguardo sociale tra Cinque e Seicento è ancora molto utile J.-J. Courtine-G. Vigarello, La physionomie de l'homme impudique, «Communications», XLVI (1987), pp. 79-91; per il periodo successivo, con particolare riferimento al contesto legislativo francese e agli spazi della sessualità, pubblici e privati, visibili e invisibili, cfr. M. Iacub, Par le trou de la serrure. Une histoire de la pudeur publique – XIX-XXIe siècle, trad. it. Dal buco della serratura: Una storia del pudore pubblico dal XIX al XXI secolo, Bari, Dedalo, 2010.

[3] Cfr. G. Simmel, Zur Psychologie der Scham (1901), trad. it. Sulla psicologia del pudore, in Id., Sull'intimità, Roma, Armando, 1996; M. Scheler, Über Scham und Schamgefühl (1933), trad. it. Pudore e sentimento del pudore, Napoli, Guida, 1979. Sul nesso tra pudore e sguardo sociale oggi cfr. M. Belpoliti, Senza vergogna, Parma, Guarda, 2010; T. Griffero, Lo stano caso del pudore (vicario) e della sua atmosfera, «Spazio filosofico» (2012), pp. 1-9, www.spaziofilosofico.it/wp-content/uploads/2012/05/Griffero.pdf

[4] Cfr. J. Morel Cinq-Mars, Pudeur, in Dictionnaire du corps, M. Marzano (dir.), Paris, Puf, 2007, pp. 790-793, per una sintesi del pensiero di Freud, Lacan, Bataille; più divulgativo U. Galimberti, Spudoratezza, in Id., I vizi capitali e i nuovi vizi, Milano, Feltrinelli, 2003, pp. 85-91.

[5] Per le figure retoriche di detrazione e di aggiunzione cfr. M.P. Ellero, M. Residori, Breve manuale di retorica, Firenze, Sansoni, 2001, ad vocem.

[6] C. Lombroso, L'uomo bianco e l'uomo di colore: Letture sull'origine e la varietà delle razze umane (1871), a c. di L. Rodler, Bologna, Archetipolibri, 2012, p. 93. Il dibattito sulla natura innata o acquisita del pudore in J. Morel Cinq-Mars, Pudeur, in Dictionnaire du corps, cit., p. 790.

[7] C. Lombroso, G. Ferrero, La donna delinquente, la prostituta e la donna normale (1893), ed. by M. Gibson, N. Hahn Rafter, Milano, et al./edizioni, 2009, p. 274 (nella parte dedicata alla Storia della prostituzione, pp. 234-276). Sul rapporto tra pudore e sessualità in Italia cfr. B.P.P. Wanrooij, Storia del pudore: La questione sessuale in Italia, 1860-1940, Venezia, Marsilio, 1990, pp. 171-225, in riferimento a donne e omosessuali (cfr. in particolare p. 173 su Lombroso e le contraddittorie teorie sulla sessualità femminile).

[8] C. Lombroso, L'amore nei pazzi, in «Archivio di psichiatria, scienze penali ed antropologia criminale», vol. II, fasc. 1 (1881), pp. 1-32.

[9] R. Krafft-Ebing, Psycopathia sexualis, Paris, Carré, 1895, I: Fragments d'une psychologie de la vie sexuelle, http://www.gutenberg.org/files/24766/24766-h/24766-h.htm: « Dans tous les cas, l'homme qui a horreur de la femme et la femme qui court après les plaisirs sexuels sont des phénomènes anormaux». Il riferimento a Dante, va a Inferno, XV-XVI, cioè al terzo girone del settimo cerchio, quello dei sodomiti, giudicati violenti contro la natura di Dio.

[10] Sull'importanza del pensiero ottocentesco per la definizione dell'identità omosessuale (da peccato a malattia) cfr. A. Corbin, La rencontre des corps, in Histoire du corps, A. Corbin-J.-J. Courtine-G. Vigarello (dir.), Paris, Seuil, 2005, vol. II, pp. 149- 214 (198-206 in particolare), anche per il dialogo a distanza sulla scientia sexualis con M. Foucault, La volonté de savoir (1976), trad. it., La volontà di sapere, Milano, Feltrinelli, 2010.

[11] C. Lombroso, L'amore nei pazzi, cit., pp. 24-25; Id., L'uomo delinquente in rapporto all'antropologia, alla giurisprudenza ed alle discipline carcerarie, Torino, Bocca, 1889, vol. II, parte III, p. 236: nella sezione dedicata alla psicologia del delinquente pazzo, ed in particolare al rapporto tra figure giuridiche di reato – in questo caso la pederastia - e figure psichiatriche. Per la fisionomia ottocentesca dell'omosessuale cfr. A.-M. Sohn, "Sois un homme!": La construction de la masculinité au XIXe siècle, Paris, Seuil, 2009.

[12] C. Lombroso, G. Ferrero, La donna delinquente…, cit., pp. 407-436 (nella parte dedicata a Biologia e psicologia delle criminali e delle prostitute).

[13] P. Mantegazza, Igiene dell'amore (1889), a c. di G. Artemise, Lecce, Pensa Multimedia, 2004, pp. 5-6.

[14] Ibidem.

[15] Sul rapporto tra pudore e ipocrisia cfr. P. Mantegazza, Il secolo tartufo ovvero l'elogio dell'ipocrisia (1888), Padova, Muzzio, 1997, pp. 23-25 in particolare: Mantegazza sostiene che l'ipocrisia sarebbe nata dal pudore di Adamo ed Eva che si vergognano di essere nudi. Dall'episodio biblico muove anche A. Tagliapietra, La forza del pudore: Per una filosofia dell'inconfessabile, Milano, Rizzoli, 2006.

[16] C. Lombroso, G. Ferrero, La donna delinquente…, cit., p. 419.

[17] A. Parent-Duchatelet, De la Prostitution dans la ville de Paris, Paris, Baillière, 1857, I, pp. 158-169.

[18] É. Zola, Nana (1880), trad. it. Nanà, in Romanzi, a c. di P. Pellini, Milano, Mondadori, I, p. 1148.

[19] C. Lombroso, G. Ferrero, La donna delinquente…, cit., p. 424.

[20] Ivi, p. 421.

[21] C. Lombroso, Palimsesti del carcere, a c. di G. Zaccaria, Milano, Ponte alle Grazie, 1996, p. 156.

[22] C. Lombroso, Del tribadismo nei manicomi, in «Archivio di psichiatria, scienze penali ed antropologia criminale», vol. VI, fasc. 3 (1885), pp. 218-221.

[23] Ivi, pp. 220-221.

[24] S. Sighele, Le coppie degenerate, in «Archivio di psichiatria, scienze penali ed antropologia criminale», vol. XIII, fasc. 6 (1892), pp. 505-542.

[25] C. Lombroso, Du parallélisme entre l'homosexualité et la criminalité innée, in «Archivio di psichiatria, neuropatologia, antropologia criminale e medicina legale», vol. XXVII, fasc. 3 (1906), pp. 378-381 (p. 378 in particolare). Per la traduzione italiana e per una lucida ricostruzione delle teorie sull'omosessualità dell'Ottocento, cfr. G. Dall'Orto, Il concetto di degenerazione nel pensiero borghese dell'Ottocento, http://www.fondazionesandropenna.it/SodomaDue/207GIOVANNIDALL'ORTOCritica.pdf, pp. 1-17.

[26] C. Lombroso, Du parallélisme …, cit., p. 379.

[27] C. Lombroso, Palimsesti…, cit., p. 142. Per l'interpretazione del titolo cfr. G. Zaccaria, Note ai palimstesti, ivi, p. 302, n. 48

[28] La testimonianza si legge nelle memorie di Louis Canler, cfr. L. Canler, Mémoires (1862), J. Brenner (dir.), Paris, Mercure de France, 1968, p. 320. Su questa figura di criminale cfr. A.-E. Demartini, De l'invisible au visible : regards du XIXe siècle sur l'enquête judiciaire relative à l'affaire Lacenaire, in L'enquête judiciaire en Europe au XIXe siècle, J.-C. Farcy-D. Kalifa-J.-N. Luc (dir.), Paris, Éditions Créaphis, 2007, pp. 209-219.

[29] C. Lombroso, Du parallélisme …, cit., p. 380.

[30] C. Lombroso, L'uomo di genio, Torino, Bocca, 1894, p. 255. Per un giudizio positivo sulle doti intellettuali dell'omosessuale cfr. R. von Krafft-Ebing, Il sessuale contrario dinanzi al foro penale: De sodomia ratione sexus punienda. De lege lata et de lege ferenda: Memoriale, Spalato, Morpurgo, 1896, pp. 7-8.

[31] C. Lombroso, Del tribadismo…, cit., p. 221.

[32] Cfr. N. Elias, La civiltà delle buone maniere: La trasformazione dei costumi nel mondo aristocratico occidentale, trad. it. Bologna, il Mulino, 2009; sull'ipotesi di Elias circa la natura storico-sociale del pudore si confronta, anche attraverso la tesi contraria del H.P. Dürr di Nudità e vergogna (1988), A. Tagliapietra, La forza del pudore…, cit., pp. 131-134.

[33] C. Lombroso, Du parallélisme…, cit., p. 381.
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