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Indice

Tema n.13:

‘Pudore’ tra lingua, cultura e retoriche

1. 'Pudore' e 'vergogna' nei dizionari


Il modo di dire 'dove non c'è pudore non c'è vergogna' significa che se non esiste l'uno, non può certo esistere l'altra. Sono due sentimenti diversi, anche se a tutt'oggi si tende a considerare le due parole 'pudore' e 'vergogna' quasi sinonimi (e così avviene comunemente anche nei dizionari dei sinonimi e dei contrari) [1]. In fondo la loro prossimità è riscontrabile a partire dall'etimologia di 'pudore', individuata nel latino pudor, -oris, da pudere, verbo che significa 'sentir vergogna' [2]. E l'accostamento continua affrontando 'pudore' come lemma nei dizionari, nei quali appare a partire dalla terza edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca (1691). Oggi il GDLI [3], che lo documenta dal XIII secolo, riporta come prima definizione «senso di riserbo personale, che comporta il rifiuto di mostrare nudo in ogni modo il proprio corpo o parte di esso e la volontà di non lasciarsi in nessuna maniera coinvolgere in ciò che riguarda la sfera sessuale, tanto da provocare istintive reazioni di vergogna, di disagio o di difesa»; come seconda, per estensione, «atteggiamento discreto e riservato dell'animo; riserbo, discrezione»; per terza, «rispetto ossequioso verso un principio assoluto a cui non si può o non si deve derogare»; e per quarta, «scrupolo, ritegno, vergogna per agire o aver agito male». Il GDLI accoglie quindi il significato della parola legato in primo luogo alla sfera sessuale, poi all'intimità, nonché alla sfera culturale e al timore del giudizio dello sguardo altrui, persona o divinità, per l'infrazione di un codice. Nel primo caso 'vergogna' è una reazione, nell'ultimo un sinonimo di 'pudore'. I primi due sono riportati anche nel LUI [4] e nel Gradit [5], che inoltre marca entrambe le accezioni come di 'uso comune'.

Stando ai dizionari, quindi, 'pudore' è una parola il cui significato si muove tra due poli semantici [6]: da un lato il senso di riserbo e disagio nei confronti di termini, allusioni, atti, comportamenti che riguardano la sfera sessuale; dall'altro il ritegno, la discrezione, il senso di opportunità e di rispetto della sensibilità propria e altrui. È classificata come parola d'uso, ma come concetto è difficile da definire, e ha presentato diversi problemi ad esempio in ambito giuridico. È inoltre un sentimento prolifico dal punto di vista retorico, e forse anche politico.


2. La lingua tra pudore, questione sessuale e tabù


Lo psichiatra Bruno Callieri spiega che il pudore esprime «sentimenti di riserbo, ma anche di disagio o avversione, nei confronti di atti, parole, allusioni, comportamenti che riguardano la sfera sessuale», e che «la storia del pudore, inteso come sentimento e come comportamento, si presenta ricca e multiforme nelle diverse epoche storiche e della vita» [7].

Per riflettere su queste parole è utile ricordare alcuni versi di una canzone di Franco Battiato, Venezia-Istanbul:

L'Etica è una vittima incosciente della Storia
ieri ho visto due uomini che si tenevano abbracciati
in un cinemino di periferia...
E penso a come cambia in fretta la Morale
[8]

I due personaggi cantati sono uomini, quindi il discorso su etica e morale, che secondo il testo mutano in relazione alle trasformazioni della società nella storia, parte da un argomento per molti aspetti tabù: la sfera della (omo)sessualità. Uno sguardo comune, più o meno consapevolmente omofobo, potrebbe quindi considerare i due che si abbracciano 'spudorati' e senza vergogna. Anche il soggetto della canzone ne resta colpito, ma il fatto lo porta a considerazioni alte, che implicano evidentemente anche il pudore, in quanto esso – come si è visto nelle definizioni già citate – è posto sempre in relazione alla morale. Se questa cambia, cambia anche il pudore, il che si riverbera anche nell'uso linguistico. Sono trasformazioni visibili anche in intervalli temporali molto brevi, ed è possibile accorgersene autonomamente, riflettendo sui cambiamenti del proprio modo di parlare, come ha fatto ad esempio il linguista Giovanni Nencioni (1911-2008) in una conferenza tenuta a Firenze nel maggio 1982 all'interno di un corso sul tema 'La lingua italiana in movimento', organizzato dall'Accademia della Crusca e pubblicato l'anno dopo nei «Quaderni dell'Atlante Lessicale Toscano». Lo studioso ha attuato uno scavo, a ritroso nel tempo, nella sua esperienza di parlante, alla ricerca di pa-role, locuzioni, modi di dire, usi linguistici consueti nella sua famiglia, quando lui era bambino e ragazzo e poi gradualmente persi o sostituiti da nuove forme [9]. Nel farlo, affronta i tabù («censure volta a volta sessuali, religiose, superstiziose, politiche, ideologiche»), e ricorda la figura pura della madre contrapposta in canzonette e testi vari alla donna fatale. Se «in casa il sesso era rimosso del tutto, sia dal comportamento che dal linguaggio», e se si ricorreva pesantemente ad eufemismi, «l'esercizio del pudore e il controllo rigoroso del proprio comportamento cooperavano col sistema sociale, oltre che ad una severa riduzione del vocabolario (anche le funzioni fisiologiche femminili venivano taciute), a una precisa qualificazione dei valori semantici». Il mutamento del costume mette in crisi un vocabolario, con la perdita di parole usate con un preciso senso sociale e giuridico come 'signora' e 'signorina', 'fidanzata' o 'fidanzato', la sostituzione di termini ormai sentiti desueti e il fiorire di espressioni come 'ragazzo' e 'ragazza', 'compagno' e 'compagna' [10]. Il racconto di Nencioni si sofferma poi su alcune espressioni significative, come «"fare all'amore" nel senso di conversare in famiglia tra fidanzati», o la parola 'vergine', «rigorosamente ristretta al linguaggio liturgico», e quando in famiglia «i grandi si impegnavano in giudizi ginecologico-morali su qualche fanciulla, dicevano: Vi giuro che è ancora come mamma la fece».
Ovviamente un gergo crudamente sessuale, nonché barzellette sconce e canzonacce, sono sempre esistiti, ma le spie linguistiche come quelle segnalate da Nencioni sono significative. Esprimono quell'imbarazzo, quel momento di impasse nell'enunciare certe espressioni legate a precisi ambiti. Quell'attimo in cui si vive, come dice nella sua analisi psicanalitica Marta Appiani, una situazione di phobos perché si è sul punto di entrare in contatto con un contenuto pericoloso [11]. Si è in presenza di un 'tabù', parola molto usata ma spesso impropriamente, o meglio metaforicamente. Se infatti è ormai comunemente sinonimo di un qualunque argomento che è opportuno non trattare (il «falso pudore», lo definisce la Appiani) [12], in realtà 'tabù' riguarda le sfere del sacro, alimentare, sociale, e sessuale, ma solo quello fallico, cioè l'incesto, è unanimemente definito 'il tabù assoluto', mentre gli altri variano a seconda delle culture e sono mobili nel tempo.

'Tabù', 'pudore', 'vergogna' sono dunque parole legate da un discorso antropologico, culturale, psicologico. Il soggetto che si trova di fronte a un tabù reagisce con pudore anche per evitare la vergogna, e reagisce in modo significativo anche dal punto di vista linguistico. Sia che si tratti della sfera sessuale, magari anche come pruderie, come comportamento ipocrita (che genera formule stereotipiche), sia che, seguendo la Appiani che riprende Max Scheler [13], si tratti della propria intimità.


3. La lingua che sfida il tabù


Lucia Mondella, quando le viene impedito di sposarsi e deve scappare, nel capitolo VIII dei Promessi sposi, si pente «d'essere andata troppo avanti, e, tra tante cagioni di tremare, tremava anche per quel pudore che non nasce dalla trista scienza del male, per quel pudore che ignora se stesso, somigliante alla paura del fanciullo, che trema nelle tenebre, senza saper di che» [14]. Il pudore del personaggio manzoniano non è legato alla sfera sessuale, quanto a quella dell'intimità, che è stata violata. È come quello di Emilio in Senilità di Italo Svevo, quando «per pudore, non disse le parole che gli bruciavano le labbra» [15] ad Angiolina che gli dice di essere fidanzata [16].
L'intimità è tutelata dal senso del pudore, oltre i cui confini c'è un tabù, la propria intimità. Tali confini possono essere violati esponendola all'altro, volontariamente o meno, o subendo insinuazioni o affermazioni e atteggiamenti indiscreti, invadenti. I tabù riguardano però, come si è detto, anche altre sfere. Oltrepassare i confini che le delimitano, con ad esempio l'uso di esclamazioni volgari, di insulti (specie a base sessuale) e invettive, o addirittura di bestemmie, è una pratica linguistica che scarica una tensione attraverso la rottura del senso del pudore. I tabù possono essere affrontati all'interno di una trasgressione organizzata dei divieti [17], come quella carnevalesca del rovesciamento bachtiniano [18], che ha anche una funzione catartica nel riso [19] (per quanto possa essere considerato anch'esso negativamente, come insegna Il nome della rosa di Umberto Eco) [20]. Il superamento socialmente condannato avviene trasgredendo fuori dal contesto legittimante, i cui confini pertengono alla religione, alla tradizione e alle normative, poste per legge, che variano nel tempo e dovrebbero essere soggette a profonde riflessioni giuridiche e culturali.

Nel corso dell'ininterrotta negoziazione dei confini di questo territorio, e dei mutamenti culturali, un'enormità di libri, opere d'arte e film sono stati perseguitati nel nome dell'offesa al 'comune senso del pudore', o recintati all'interno di confini ai quali accedere solo con la consapevolezza della trasgressione, o dell'avvicinamento volontario a tabù, come nel caso dell'erotismo e della pornografia. Ma senza arrivare a questi generi, è ben noto che sono caduti sotto la falce della censura (e, in tempi recenti, poi spesso riabilitati dai processi) centinaia di opere [21], nelle cui intenzioni c'era magari la volontà di affrontare i tabù, superando i confini del pudore, per metterli in discussione. Un atto politico, dunque.

Dal 1930 esiste nel Codice penale italiano, nell'articolo 529, un capoverso che afferma chiaramente che «Non si considera oscena l'opera d'arte o l'opera di scienza, salvo, che, per motivo diverso da quello di studio, sia offerta in vendita, venduta o comunque procurata a persona minore degli anni diciotto». L'articolo è relativo agli 'atti e oggetti osceni', e sancisce che «agli effetti della legge penale, si considerano "osceni" gli atti e gli oggetti, che, secondo il comune sentimento, offendono il pudore». Materia quanto mai dibattuta, anche perché legata al «concetto extragiuridico di pudore», di cui «molteplici sono le definizioni proposte dalla dottrina» [22]. Il discorso è particolarmente interessante anche grazie alle acute osservazioni di Michel Foucault, attento a studiare come in Europa, soprattutto a partire dalla fine del XVIII secolo, l'azione sia funzionale a un'operazione di normatizzazione del comportamento sessuale [23]. In Italia ciò sarebbe avvenuto soprattutto dalla metà dell'Ottocento, grazie anche all'intervento e alla pressione di numerose associazioni cattoliche per la (ri)costruzione di un ordine morale, per altro perseguito anche dopo l'Unità dallo Stato laico, impegnato a 'fare gli italiani'. Un percorso identitario che condanna la cosiddetta decadenza dei costumi e innesta un processo che continua negli anni e produce legislazioni in materia di editoria, scuola, urbanistica, prostituzione, vita pubblica e privata, e soprattutto un immaginario ben preciso sulla vita sessuale, con una retorica che esalterà ad esempio il casto talamo familiare durante il regime fascista [24].

Nel secondo Novecento, vedremo a breve, le cose cambieranno profondamente. Restando però sulla questione legislativa, diventa particolarmente significativo notare come oggi la sfera intima, personale, abbia incontrato il diritto, quello alla riservatezza, la 'privacy', che oggi anche in Italia affronta la gestione dei dati personali, identificativi, sensibili e giudiziari che riguardano una persona [25]. Una questione molto dibattuta fin dall'antichità, filosoficamente e culturalmente tra i concetti di pubblico e privato, ma che giuridicamente ha storia recente, che si fa risalire alla pubblicazione dell'articolo The right to privacy di Samuel Warren e Louis Brandeis sull'«Harvard Law Review» nel 1890. Una storia che ha avuto una sua evoluzione, verso la tutela di sé e il controllo dell'uso dei dati che riguardano la propria persona. Un diritto che Stefano Rodotà dice «legato fortemente a quello della libertà sia individuale che collettiva. Il diritto a essere "lasciati in pace" diventa la premessa necessaria perché io possa fare liberamente una serie di scelte» [26]. Cosicché lo sguardo altrui, di qualunque tipo esso sia, e qualsiasi interesse abbia, ha ufficialmente una barriera giuridica da superare, e a cui eventualmente rispondere. Per quanto, ovviamente, la questione, anche se si parla di 'privacy', resta culturale.


4. Le parole per dirlo


La complessità della questione sessuale, il suo lessico e la sua retorica, pongono problemi anche in relazione all'effettiva capacità di affrontare l'argomento. Il primo volume del Rapporto Kinsey, Sexual Behaviour in the Human Male, è pubblicato nel 1948; Alberto Moravia ne parla sulla rivista «Il Mondo» [27] nell'aprile 1949, affrontando l'ipocrisia che la ricerca smaschera, senza per altro, a suo giudizio, rivelare alcunché di incredibile, e anzi lanciando un «messaggio […] non nuovo: tutto è in natura e ciò che noi di solito consideriamo anormale è invece la normalità. Anormali, invece, sono i sistemi educativi, le proibizioni delle leggi, le norme delle religioni» [28].

Uno sguardo e una riflessione sull'argomento come quello di Moravia non sono però comuni. Il «messaggio» è «non nuovo» per pochi. Ostacoli culturali impediscono a tanti italiani di leggere e vivere con serenità la sessualità. Tanto meno parlarne. Ancora nel 1959, in pieno boom economico, si legge nel volume Le italiane si confessano: «Milioni di italiane sono delle sconosciute. Parliamo la stessa lingua, ubbidiamo alle stesse leggi, viviamo negli stessi luoghi, eppure di loro non sappiamo nulla: né cosa pensano, né perché soffrono, né come si comportano nell'intimità» [29]. Comincia così l'Introduzione di Gabriella Parca alla sua particolare antologia: un'indagine su 8000 lettere spedite da donne di tutta Italia e di diversa età «a due riviste "a fumetti"» nel corso di tre anni. Ragazze e donne il cui «problema principe […] è il problema sessuale» [30], scrive Pier Paolo Pasolini nella Prefazione alla seconda edizione del libro (Feltrinelli, 1960), e che chiedono consigli sulla «prova d'amore», o su come scegliere chi sposare.

Già allora, probabilmente, stavano cambiando i sentimenti, i comportamenti, le identità sessuali degli Italiani, che oggi hanno una visione del sesso più disinibita e improntata sulle emozioni [31]. Eppure il movimento femminista italiano, dagli albori delle riunioni di autocoscienza alle manifestazioni di piazza, dovrà acquisire un linguaggio [32] per parlare di sé e dare valore al proprio vissuto: creerà slogan («il personale è politico»), muovendo dagli stereotipi maschili della rappresentazione femminile [33] («tremate, tremate, le streghe son tornate»; «Non più puttane, non più madonne, finalmente donne»), userà parole-bandiera come 'vagina', 'utero' («L'utero è mio e lo gestisco io!»), e 'orgasmo' («Col dito, col dito, orgasmo garantito»), o parole portatrici di lotte civili come 'aborto' («Se gli uomini potessero restare incinti, l'aborto diventerebbe un sacramento»), per parlare di sesso, genere, differenza, autodeterminazione («Io sono mia») [34]. Parole che affrontano tabù. Ma sono gli anni Settanta, anni in cui della questione sessuale si parla, si discute, e in cui escono anche pubblicazioni di successo che destano scandalo. Come Manuale della allegra battona, di autrice anonima, che guida dal noviziato al professionismo e all'addio alla strada le giovani prostitute che intraprendono il mestiere, perché «già che lo fai fallo bene» [35]. O come Porci con le ali (1976), dove Antonia, all'inizio dell'amplesso pubblico con Carlo, pensa: «Non ha neanche bisogno di fingersi ubriaco (dov'è finito il pudore?)» [36].

In questo caso la domanda ha un'immediata relazione con la questione sessuale, ma implica anche una riflessione sulla protezione dell'intimità. Una risposta statistica alla prima questione ha provato a darla, una ventina d'anni dopo, Il nudo e il comune sentimento del pudore, ospitato nel Bollettino della Doxa del 1995 (fasc. 4/5, pp. 89-122). In questo studio la risposta sembra essere: il pudore non è scomparso, è solo gradualmente (e inevitabilmente) cambiato, alzando l'ipotetica soglia di tolleranza. I risultati del sondaggio del 1995 sono infatti comparati con quelli analoghi del 1983 e del 1989, cioè svolti a sei anni l'uno dall'altro su un campione rappresentativo di adulti italiani, e il risultato mostra ad esempio una graduale accettazione del nudo maschile e femminile. Un fatto inevitabile, anche semplicemente considerando, ad esempio, in quegli anni e nei successivi, la proliferazione di programmi televisivi con figure femminili sempre meno coperte da indumenti, e nude o quasi sulle copertine di periodici non solo scandalistici [37]. Ma dal punto di vista dell'uso linguistico, al di là di quello che rivelano le indagini Doxa e Istat, è evidente una trasformazione notevole, perché sarebbe difficile ipotizzare che oggi, pur tra gli eufemismi 'escort' e 'bunga bunga', torni nel lessico d'uso 'prova d'amore', abbandonata ormai dagli anni Ottanta, quando ancora appariva nelle pubblicità dei profilattici Akuel [38]. O che qualcuno dica, come in casa Nencioni, «come mamma la fece» per 'vergine', almeno senza ridere.


5. La retorica e il pudore: come nasce un repertorio


Più difficile è rispondere alle implicazioni sull'intimità che la domanda di Antonia pone. Il movimento femminista è stato rivoluzionario e di rottura anche sotto il profilo linguistico, specie in relazione ai tabù e quindi al pudore: con lo slogan 'il personale è politico' si portava in scena un vissuto che era rivendicazione politica. In seguito, alla fine del decennio della contestazione, il riflusso segnava invece un trionfo del privato [39], un ritirarsi nel personale che però negli anni Novanta diventerà evidentemente pubblico. Dalla neotelevisione alla Real TV, fino alla proliferazione di spazi sul web in cui prima raccontarsi (personal pages, blog…), poi condividere momenti di vita (social network), l'esistenza personale, privata, intima, è stata messa in vetrina, esposta. Una violazione autorizzata, consenziente, e coi social media potenzialmente reciproca, vista come dialogo continuo, narrazione condivisa di sé (o del proprio personaggio), attraverso immagini, suoni e parole proprie e altrui (o magari attinte a una topica della Pop Culture, al suo repertorio visivo, sonoro, scritto), in grado di esprimere pubblicamente stati d'animo, sentimenti, passioni, idee. Descritto in questi termini, il processo in atto pare alimentare esibizionismo e voyeurismo, e abbattere i confini il pudore. Ma sarebbe davvero riduttivo leggere il fenomeno in questi termini. Bisogna tenere a mente quanto repentini possano essere i cambiamenti dell'etica e della morale, quindi del pudore e della vergogna, nonché il fatto che i tabù, tolto quello assoluto dell'incesto, siano mobili nel tempo.

Dall'antichità all'era dei social media, però, il pudore ha sempre avuto un'espressione verbale, forme di verbalizzazione, soluzioni retoriche che lo manifestano. Rispettare e costruire i confini del senso del pudore attraverso la lingua comportano l'uso di soluzioni retoriche descrivibili e spesso codificate. La Appiani parla del «fenomeno del tabù linguistico, la proibizione inconscia di usare termini che pure esistono nella lingua (è importante non dimenticarlo) ma che vengono interdetti nel discorso» [40]. Termini che quindi a loro modo rompono i confini del comune senso del pudore, per cui prima avviene l'interdizione del tabù, poi con le figure retoriche si trovano le modalità per sostituire la parola impedita.

L'eufemismo, presente in ogni lingua, è la forma più nota di sostituzione della parola tabuizzata, e l'interdizione generalmente può essere su Dio [41], su eventi gravi (malattie, morte, sciagure), sui campi biologici del sesso e delle funzioni escretorie [42]. Esso è una soluzione per questa funzione del dire senza dire [43], che allontana ma continua a partecipare dell'oggetto [44]. Il Gruppo μ considera l'eufemismo appunto un metalogismo, che implica la conoscenza del referente e ne impedisce la descrizione fedele. E per la neoretorica di Perelman e Olbrechts-Tyteca esso è legato alla tecnica argomentativa dell'attenuazione. E può diventare un'operazione esplicita: nello scritto, ad esempio con la reticenza dei puntini di sospensione, o usando solo la lettera iniziale («quella donna è una p.») o forme miste («A qqui ce conviè annasse a ripone a Santa Calla, porco d...!») [45]. La pratica eufemistica nella produzione letteraria è per altro ampiamente attestata, e Riccardo Tesi ha recentemente mostrato ad esempio come nel Decameron di Boccaccio siano individuabili numerose forme attenuative legate all'area sessuale e scatologica, eufemismi attinti alla lingua corrente o coniati ad hoc: metafore, perifrasi, omonimie, figure etimologiche, alterazioni fonetiche [46].

In effetti la tradizione scritta, non solo letteraria, offre numerose testimonianze del fenomeno. Possono sostituire il termine tabuizzato, svolgendo funzione prevalentemente eufemistica, alterazioni fonetiche (come nelle imprecazioni: porco zio), antonomasie, dissimulazioni o perifrasi sostitutive (aborto > interruzione di gravidanza), analogie (pene > cetriolo), litoti (e l'ironia [47] per modalità negativa o, come la definisce il Lausberg, «di azione tattica»), forme allusive, metaforiche o metonimiche [48]. Possono essere usate inoltre una sorta di captatio benevolentiae antifrastica (maledetti > benedetti), con motti di spirito e formazioni giocose (inizio delle mestruazioni > arrivo del marchese), per vie grammaticali come alterazione (Madonna > Maremma, Cristo > cribbio) o deriva-zione astratta (sesso > sessualità).

Per una presa di coscienza anche visiva della prolificità di questo processo, è utile vedere lo schema in cui il sociolinguista Gaetano Berruto ha organizzato una serie di termini, perifrasi ed espressioni designanti il 'morire', in relazione a tre assi: 'formale/informale', 'solenne/volgare', 'eufemistico/disfemistico' [49]. Una trentina di voci che mostrano come il termine scelto o usato di fronte a determinati argomenti sensibili, se non tabù (in questo caso il 'morire', appunto), risponda anche alle variabili sociolinguistiche. Andrebbe poi considerato l'uso di forestierismi, o meglio prestiti non adattati, come slip o toilette per mutanda e bagno, o altre espressioni ormai accasate, specie sui giornali, rispetto ai quale esistono anche rimostranze, che si appellano a quello che Luca Serianni ha chiamato – per rimanere in argomento – il «comune senso del pudore linguistico» [50].

Per via eufemistica si costruisce di fatto un'ampia sinonimia, spesso stereotipata [51]. Un vero e proprio dizionario, che per altro accresce il vocabolario in quanto i termini risemantizzati a volte perdono il loro significato originario in favore del nuovo, quindi vengono 'contagiati', e per tanto vanno a loro volta sostituiti. In questo caso, come diceva Émile Benveniste: «se la nozione è di quelle riprovate dalla norma morale e sociale, l'eufemismo non dura» [52].

C'è infine un ultimo aspetto da considerare in questo discorso: il politically correct, che nasce per evitare «ogni potenziale offesa verso determinate categorie di persone», e nel quale «le opinioni che si esprimono devono apparire esenti, nella forma linguistica e nella sostanza, da pregiudizi razziali, etnici, religiosi, di genere, di età, di orientamento sessuale o relativi a disabilità fisiche o psichiche della persona» [53]. Ma è un atto politico attraverso la lingua o un eufemismo che alimenta l'ipocrisia istituzionale? [54] Nasce con ideali progressisti, ma è stato da molti accusato di essere usato come formula eufemistica [55]. La lingua, però, non è mai 'neutrale', e ha il potere, almeno, di costringere a osservare determinati fenomeni, rivelare come le parole abbiano un valore inclusivo o esclusivo, come possano essere (diventate) offensive e discriminatorie, come possano mostrare una prospettiva sociale e culturale. Il rapporto col 'diverso', o meglio con l'altro, sia esso una persona malata, o straniera, o appartenente a una minoranza etnica, o di un'altra razza, che sia donna, uomo, gay, lesbica, transgender, queer, chiunque sia, già la denominazione è un modo di relazionarsi che può esprimere rispetto, per sé e per l'altro, per la propria e l'altrui intimità [56]. È pudore.


Pubblicato il 21/10/2013
Note:


[1] Sono solitamente considerati sinonimi del termine 'pudore': castigatezza, castità, innocenza, morigeratezza, pudicizia, purezza, riserbo, ritrosia, verecondia, vergogna.

[2] Cfr. a.v. M. Cortelazzo, P. Zolli (a cura di), Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Bologna, Zanichelli, 1979-1988; e C. Battisti, G. Alessio (a cura di), Dizionario etimologico italiano, Firenze, Barbera, 1948.

[3] Grande dizionario della lingua italiana, fondato da S. Battaglia, diretto da G. Bàrberi Squarotti, Torino, Utet, 1961-2002.

[4] Lessico Universale italiano, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1968-2011.

[5] T. De Mauro (dir. da), Grande dizionario italiano dell'uso, Torino, Utet, 1999.

[6] Nel 1988, G. D'Anna scriveva, alla voce 'pudore', nel Dizionario italiano ragionato (Firenze, Sintesi): «Una lettura storica della voce illustrerebbe con efficacia i mutamenti avvenuti nel comune senso del pudore. Tuttavia anche i dizionari contemporanei presentano imbarazzanti diversità: vi si può infatti leggere che il pudore è un "sentimento di riserbo e di vergogna nei confronti di tutto quanto riguardi la sfera sessuale"; ma anche che il pudore è un "senso di avversione e difesa nei confronti degli aspetti equivoci e morbosi del sesso", non quindi nei confronti degli aspetti più naturali. Di fatto il comune senso del pudore accatta oggi atteggiamenti ed espressioni che non avrebbe accettato alcuni decenni fa, e al dizionario non può chiedersi di più che la registrazione del fenomeno. Forse oggi potremmo dire: Il naturale senso di ritegno per quanto riguarda sia l'intimità fisica sia l'intimità spirituale della propria persona e della altrui».

[7] Questo sentimento di rilevanza antropologica che «si oppone sempre allo svelamento di una regione del corpo come a quello di un sentimento, che deve restare nel segreto, nei territori interni». Cfr. B. Callieri, Pudore, in L'universo del corpo. Il corpo e le sue parole, vol. V, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2000.

[8] La canzone è incisa nel disco Patriots (EMI, 1980).

[9] Il testo integrale della conferenza è disponibile sul sito dell'Accademia della Crusca (pagina consultata il 25/7/2013).

[10] Sui problemi di denominazione della figura del partner ai nostri giorni cfr. A. Sebastiani, Il mio… ragazzo? La mia… ragazza? Psicodrammi linguistici per carenze d'identità, «Lid'O. Lingua italiana d'oggi», IV, 2007, diretto da Massimo Arcangeli, Roma, Bulzoni, 2008, pp. 95-102.

[11] Cfr. M. Appiani, Tabù: elogio del pudore, Milano, Franco Angeli, 2004, Ead., Il pudore nel linguaggio. Il tabù linguistico: un'interpretazione psicoanalitica, Milano, Hoepli, 2006.

[12] Il 'falso pudore' per la Appiani «va inteso come l'opposto del pudore, o meglio, come la sua negazione. Se il pudore infatti ha la funzione di mettere in forma la sensorialità dei soggetti e di far esprimere la loro pulsione di vita e la tendenza ai legami nella reciprocità dei rapporti, il falso pudore non solo non adempie a questa funzione espressiva, ma comporta un nascondimento e un occultamento di qualcosa che è invece sempre dell'ordine di una aggressività distruttiva. Il falso pudore cioè nasconde un'intenzione malevola, sotto le spoglie del rispetto delle forme convenzionali». Cfr. M. Appiani, Il pudore nel linguaggio, cit., p. 65).

[13] Cfr. M. Scheler, Pudore e sentimento del pudore, trad. it. di A. Lambertino, Napoli, Guida, 1979.

[14] A. Manzoni, I promessi sposi, Milano, Garzanti, 2001, p. 113.

[15] I. Svevo, Senilità, in Romanzi e «continuazioni», ed. critica con apparato genetico e commento di N. Palmieri, F. Vittorini, Milano, Mondadori, 2004, p. 433.

[16] Non si affronta, in questa sede, la semantizzazione del termine 'pudore' da parte di autori letterari né quello della «estetica del pudore», affrontato ad esempio nel saggio Il pudore di Ungaretti da M.L. Altieri Biagi («Archivio glottologico italiano», LX, 1975, 1-2, pp. 160-161). Analizzando principalmente gli scritti critici del poeta in cui ricorre la parola 'pudore' o sue derivazioni aggettivali, Altieri Biagi delinea infatti il significato anche dal punto di vista estetico e poetico che il termine ha per Ungaretti, per il quale «esprimersi con pudore» significa «esprimersi attraverso il mondo fisico, ma senza aderirvi naturalisticamente: usandolo come pretesto, facendo di esso rappresentazione allegorica del mondo spirituale». Ma il pudore sarebbe per l'autore una caratteristica della lingua italiana, «perché possiede in misura speciale la capacità di "allontanare", di "arretrare", di "assentare" il reale». Affermazioni che permetterebbero di ampliare il discorso al 'pudore della lingua' riprendendo le riflessioni di Italo Calvino del 1965 sull'antilingua, ovvero quell'italiano che, per nulla concreto e attaccato alle cose, si rifugia nell'astrazione (L'antilingua, in Saggi. 1945-1985, a cura di M. Barenghi, Milano, Mondadori, 1995, vol. I, pp. 154-159).

[17] Si riprende in questo caso il concetto di trasgressione esposto da G. Bataille in L'erotismo, trad. it. di A. Dell'Orto, Milano, Es, 1991, in partic. pp. 61-67.

[18] Cfr. M. Bachtin, L'opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale, trad. it. di M. Romano, Torino, Einaudi, 1979.

[19] Per una sintesi delle teorie del riso e della sua funzione si rimanda a F. Ceccarelli, Sorriso e riso. Saggio di antropologia bisociale, Torino, Einaudi, 1988, pp. 269-338.

[20] Cfr. U. Eco, Il nome della rosa, Milano, Bompiani, 1980.

[21] Per una riflessione generale sulla censura nell'ambito librario, e su alcuni specifici casi letterari nel corso dei secoli, cfr. ad esempio R. Francavilla, Leggere la cenere. Saggi su letteratura e censura, Roma, Artemide, 2009; M. Morini, R. Zacchi (a cura di), Forme della censura, Napoli, Liguori, 2006.

[22] Cfr. M. Ronco, S. Ardizzone (a cura di), Codice Penale ipertestuale. Commentario con banca dati di giurisprudenza e legislazione, Torino, Utet, 2007, p. 2176.

[23] Sull'argomento si rimanda almeno ai tre volumi di M. Foucault sulla Storia della sessualità: La volontà di sapere, trad. it. di P. Pasquino, G. Procacci, Milano, Feltrinelli, 1978; L'uso dei piaceri, trad. it. di L. Guarino, Milano, Feltrinelli, 1984; La cura di sé, trad. it. di Ead., Milano, Feltrinelli, 1985.

[24] Cfr. B.P.F. Wanrooij, Storia del pudore. La questione sessuale in Italia (1860-1940), Venezia, Marsilio, 1990.

[25] Cfr. il Codice in materia di protezione dei dati personali: Decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, aggiornato secondo i successivi provvedimenti.

[26] Cfr. S. Rodotà, Intervista su privacy e libertà, a cura di P. Conti, Roma-Bari, Laterza, 2005, p. 13.

[27] Sulla collaborazione di Alberto Moravia e «Il Mondo», e sul tipo di interventi pubblicati in quella sede, cfr. A. Sebastiani Per un'educazione alla complessità. Alberto Moravia e "Il Mondo" (1949-1951), in N. Novello (a cura di), La sfida della letteratura. Gli intellettuali e i poteri nel Novecento letterario italiano, Roma, Carocci, 2004, pp. 82-96.

[28] A. Moravia, L'antifreud, «Il Mondo», I, 1949, 7, p. 8.

[29] G. Parca (a cura di), Le italiane si confessano, Firenze, Parenti, 1959.

[30] Ora in P.P. Pasolini, [Prefazione a Le italiane si confessano], in Saggi sulla politica e la società, a cura di W. Siti, S. De Laude, Milano, Mondadori, 1999, pp. 99-103.

[31] Cfr. M. Barbagli, G. Dalla Zuanna, F. Garelli, La sessualità degli italiani, Bologna, il Mulino, 2010.

[32] Cfr. A. Cavarero, Diotima. Il pensiero della differenza sessuale, Milano, La Tartaruga, 1987, in partic. il capitolo Per una teoria della differenza sessuale, pp. 43-79.

[33] «L'immagine femminile con cui l'uomo ha interpretato la donna è una sua invenzione», si legge nel manifesto scritto da Carla Lonzi, Rivolta femminile, del luglio 1970.

[34] Cfr. N. Balestrini, P. Moroni, L'orda d'oro 1968-1977. La grande armata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale (1987), Milano, Feltrinelli, 2005, pp. 473-503.

[35] Cfr. Manuale della allegra battona, Milano, Mazzotta, 1979, p. 7.

[36] M. Lombardo Radice, L. Ravera, Porci con le ali, Roma, l'Unità, 1993, p. 112.

[37] Da ricordare come significativa testimonianza, in questo discorso, il Borsino Tette e culi che la rivista satirica «Cuore» stillava su ogni numero, valutando la quantità di nudi femminili in copertina a riviste di approfondimento come «Panorama» e «l'Espresso».

[38] Nella pubblicità, una mamma previdente affronta con la figlia il problema della prevenzione sessuale, mentre il fidanzato lo attende sotto casa, sulla moto. La madre dice alla figlia che presto lui le chiederà la 'prova d'amore', e le consiglia di munirsi sempre di una confezione di profilattici Akuel.

[39] Celebre, sull'argomento, al tempo, fu il volume Il trionfo del privato, Roma-Bari, Laterza, 1980, con interventi di E. Galli della Loggia (La crisi del politico), M. Bianchi (La nuova ricchezza), N. Aspesi (Amore e famiglia), U. Volli (Mode, modi, modelli), A.M. Di Nola (Religiosità e misticismo), R. Simone (Parlare di sé) e N. Ajello (Il riflusso allo specchio).

[40] Cfr. M. Appiani, Il pudore nel linguaggio, cit., p. 13.

[41] Il nome di Dio, impronunciabile in molte religioni, viene sostituito con nomi (metafore, metonimie, perifrasi…) come Altissimo, Signore, Padreterno, Colui che sta nei cieli. Il lessico religioso e liturgico, dal latino all'italiano, è però entrato a far parte del lessico familiare, popolare, dialettale, risemantizzato o inserito all'interno di modi di dire, proverbi, espressioni idiomatiche; cfr. G.L. Beccaria, Sicuterat. Il latino di chi non lo sa. Bibbia e liturgia nell'italiano e nei dialetti, Milano, Garzanti, 1999.

[42] Cfr. G.R. Cardona, Introduzione all'etnolinguistica, Bologna, il Mulino, 1976, pp. 143-148.

[43] La bibliografia sull'eufemismo è molto vasta. Per una sua visione si rimanda a M. Caroli, Eufemismi e tabù: una bibliografia, in F. De Martino, A.H. Sommerste (a cura di), Studi sull'eufemismo, Bari, Levante, 1999, pp. 431-466.

[44] Cfr. Premessa "bilingue", in Studi sull'eufemismo, cit., p. 9: «L'eufemismo è un perenne "dirottamento", che consente alla società dei parlanti di continuare a dire le cose che si temono o si odiano, sia pure con termini non "diretti"».

[45] P.P. Pasolini, Ragazzi di vita, in Romanzi e racconti, vol. I, 1946-1961, a cura di W. Siti, S. De Laude, Milano, Mondadori, 1998, p. 711.

[46] R. Tesi, Dispositivi eufemistici e attenuazione nel "Decameron", in «Lingua e stile», a. XLVII, n. 1, giugno 2012, pp. 45-88.

[47] Non a caso, per H. Weinrich, «nell'ironia verità e menzogna non formano contrasto» (Metafora e menzogna, Bologna, il Mulino, 1976, p. 171).

[48] Sull'argomento cfr. G.L. Beccaria (dir. da), Dizionario di linguistica e di filologia, metrica, retorica, Torino, Einaudi, 1994; B. Mortara Garavelli, Manuale di retorica, Milano, Bompiani, 1988; Gruppo μ, Retorica generale. Le figure della comunicazione, trad. it. di M. Wolf, Milano, Bompiani, 1976; H. Lausberg, Elementi di retorica, trad. it. di Lea Ritter Santini, Bologna, il Mulino, 1969 (ed. parziale); C. Perelman, L. Olbrechts-Tyteca, Trattato dell'argomentazione. La nuova retorica, trad. it. di C. Schick, M. Mayer, E. Barassi, Torino, Einaudi, 1966.

[49] Cfr. G. Berruto, Varietà diamesiche, diastratiche e diafasiche, in A.A. Sobrero, Introduzione all'italiano contemporaneo. La variazione e gli usi, Roma-Bari, Laterza, 20002, pp. 37-92: p. 72.

[50] L. Serianni, Prima lezione di grammatica, Roma-Bari, Laterza, 2006, pp. 40-41.

[51] N. Galli de' Paratesi, Semantica dell'eufemismo. L'eufemismo e la repressione verbale con esempi tratti dall'italiano contemporaneo, Torino, Giappichelli, 1964.

[52] Cfr. É. Benveniste, Eufemismi antichi e moderni, in Problemi di linguistica generale, trad. it. di M.V. Giuliani, Milano, Il Saggiatore, 20103, p. 369.

[53] Cfr. R. Fresu, Politically correct, in R. Simone (dir. da), Enciclopedia dell'Italiano, vol. 2, Roma, Istituto dell'Enciclopedia italiana, 2011, pp. 1117-1119.

[54] S. Canobbio, Confini invisibili: l'interdizione linguistica nell'Italia contemporanea, in G. Iannàccaro, V. Matera (a cura di), La lingua come cultura, Torino, Utet, 2009, pp. 35-47.

[55] Cfr. ad esempio F. Baroncelli, Il razzismo è una gaffe. Eccessi e virtù del "politically correct", Roma, Donzelli, 1996; M. Arcangeli, La lingua imbrigliata. In margine al politicamente corretto, «Studi di lessicografia italiana», XVIII, 2001, pp. 285-305; Id., Cercasi Dante disperatamente, Roma, Carocci, 2012, pp. 121-140.

[56] Si vedano ad esempio F. Faloppa, Meglio handicappato o portatore di handicap? Disabile o persona con disabilità? Diversamente abile o diversabile?, nella sezione Consulenza linguistica. Risposte ai quesiti" nel sito dell'Accademia della Crusca (pagina consultata il 25/7/2013); Id., Parole contro. La rappresentazione del diverso in italiano e nei dialetti, Milano, Garzanti, 2004; Id., Razzisti a parole (per tacer dei fatti), Roma-Bari, Laterza, 2011; S. Luraghi, A. Olita (a cura di), Linguaggio e genere. Grammatica e usi, Roma, Carocci, 2006; I. Pitoni (a cura di), I termini della parità, Ministero del lavoro e della previdenza sociale, Ufficio della consigliera nazionale di parità, Roma, Isfol, 2007; M. Arcangeli, Lingua e identità, Roma, Meltemi, 2007, in partic. L'io è anche un altro. Lingue identitarie e identità linguistica, pp. 97-134.
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