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Indice

Tema n.13:

Spudorati eufemismi, false definizioni
Vicende di uno schema retorico nella letteratura latina di età imperiale

1.
La sincerità in amore, oggetto di discussione in una scena del Misantropo di Molière (Atto IV.2, vv. 711-730), è respinta con scetticismo dall'esperta Éliante, che illustra così l'atteggiamento tipico di chi prova una passione autentica:

Non vede il loro ardore nulla di censurabile,
e nell'oggetto amato trovano tutto amabile;
i difetti si mutano in pregi, se li senti,
e inventando per quelli i nomi più suadenti.
La slavata sarà un gelsomino; quella
nera da far paura, una brunetta bella;
una secca avrà slancio, disinvoltura avrà;
la grassa, un portamento pieno di maestà;
una si veste sciatta, non presenta attrattive,
andrà sotto la voce delle bellezze schive;
la gigantessa, è facile una dea si riveli;
la nanetta, un compendio degli incanti dei cieli;
l'arrogante avrà cuore degno d'una corona;
la canaglia sarà furba; la scema, buona;
la pettegola, un tipo di gradevole umore,
mentre la muta avrà cura del suo pudore.
Proprio così, l'amante che la passione infiamma,
ama fino i difetti, della donna che ama [1].


L'innamorato descritto da Éliante, con la sua attitudine a inventare 'nomi suadenti' per dissimulare i difetti dell'amata, discende da un'antica tradizione che ha inizio con Platone [2], il primo a tratteggiare la figura dell'amante disposto ad abbellire le imperfezioni fisiche dei giovani che desidera sedurre. Tra le innumerevoli riprese del topos – dalla commedia nuova al trattato di Filenide, da Teocrito all'epigramma greco [3] – mi limiterò qui a ricordare quella assunta da Molière come modello: [4] si tratta di un passo del quarto libro di Lucrezio (vv. 1160-1170), in cui, come è noto, il poeta filosofo si impegna a illustrare la natura sconvolgente – e perciò patologica dal punto di vista della dottrina epicurea – della passione erotica. L'innamorato lucreziano, per cui la donna 'sudicia e puzzolente' (immunda et fetida) è solo 'disadorna' (acosmos), la 'piccoletta, nanerottola' (parvula, pumilio) è 'una delle Grazie' (Chariton mia), non appare solo accecato dall'amore, ma linguisticamente 'perverso' [5]. In altre parole, la malattia d'amore intacca anche il linguaggio, generando espressioni tanto leziose e innaturali da risultare ridicole. E in effetti i versi lucreziani, con la loro spietata caratterizzazione dell'illusione amorosa, presentano molti punti di contatto con il linguaggio della commedia, in cui lo stesso topos è peraltro documentato: non sarà dunque casuale che proprio la versione lucreziana, in dialogo con il genere comico [6], abbia catturato l'attenzione di Molière.


2.
Ma questo tipo di dissimulazione non resta confinata al tema erotico: la letteratura antica è ricca di esempi analoghi, che Mario Labate [7] ha distinto in due «filoni principali», uno legato alla «sfera dei rapporti privati», l'altro a quella dei «rapporti politici e civili». Nella prima rientra il discorso dell'adulatore-parassita, un tipo comico per cui la capacità di 'plasmare' i difetti trasformandoli in pregi [8] diventa addirittura un mezzo di sostentamento, che gli assicura il favore (e dunque il sostegno economico) di un ricco protettore. Ma allo stesso cliché ricorrono anche l'innamorato (come si è visto) e l'ami¬co indulgente, a sua volta pronto ad appianare, in nome dell'amicizia, storture fisiche e morali [9]. Quanto alla sfera pubblica, la tendenza alla deformazione linguistica è tipica del discorso politico: in questo ambito, la «manomissione delle parole» – per prendere a prestito il titolo di un recente pamphlet – ossia la tendenza a designare con termini positivi concetti e azioni per lo meno discutibili – è ben nota almeno a partire da Tucidide (III 82,4):

Cambiarono a piacimento il significato consueto delle parole in rapporto ai fatti. L'audacia sconsiderata fu ritenuta coraggiosa lealtà verso i compagni, il prudente indugio viltà sotto bella apparenza, la moderazione schermo alla codardia, e l'intelligenza di fronte alla complessità del reale inerzia di fronte ad ogni stimolo; l'impeto frenetico fu attribuito al carattere virile, il riflettere con attenzione fu visto come un sottile pretesto per tirarsi indietro [10].

A questo passo, in cui per la prima volta si propone una riflessione sul «nesso tormentoso tra parola e politica» [11], se ne potrebbero aggiungere molti altri: basterà ricordare Sallustio – con l'amara affermazione di Catone vera vocabula amisimus, «abbiamo smarrito il vero significato delle parole» – e soprattutto Tacito, in cui il motivo degli speciosa nomina, le «belle parole» spese in politica per coprire una ben diversa realtà, assume, come vedremo, particolare rilievo [12]. Inoltre, per restare nell'ambito della vita pubblica, anche i 'discorsi di parte' che si confrontano nell'agone giudiziario sfruttano il procedimento: l'abile avvocato sa sostituire le parole dure con espressioni più tenui – evidentemente a scopo difensivo –, ma anche, all'opposto, aggravare e amplificare appellativi e definizioni a scopo accusatorio: in questa seconda categoria rientra, ad esempio, una delle tante tirate di Cicerone contro Verre (II 1,9) ripresa come esempio dalla manualistica retorica [13]: «non è un semplice ladro, ma un brigante, non un adultero, ma un violentatore, non un ladro di oggetti sacri, ma un nemico di tutto ciò che è venerato e sacro, non un omicida, ma il più crudele cernefice di cittadini e di alleati» [14].


3.
Vicina sunt vitia virtutibus, «virtù e vizi sono vicini»: alla base della sostituzione linguistica c'è questa massima proverbiale [15], che rimarcando la contiguità tra bene e male autorizza a etichettare i difetti come pregi e viceversa. Il principio risale ad Aristotele, che nella Retorica (1367b) mostra come si possa sfruttare questa vicinanza per riuscire efficaci nell'elogio e nel biasimo [16]:

Si devono inoltre considerare, in funzione sia del biasimo che della lode, anche qualità prossime a quelle esistenti (tá sunággus tóis hypárchousin), come se fossero identiche – ad esempio rappresentare freddo e insidioso l'uomo cauto, o buono l'uomo semplice, o mite l'uomo insensibile –, e lodando si deve di volta in volta, nel modo più appropriato, scegliere una qualità tra quelle strettamente congiunte – ad esempio, chiamare spontaneo un uomo collerico e forsennato, o splendido e dignitoso un uomo arrogante – e considerare quelli che si trovano in una condizione di eccesso come se fossero in possesso delle relative virtù – ad esempio, definire coraggioso un temerario, o liberale uno scialacquatore [17].

Lo stesso Aristotele, pur ponendo le basi di una tecnica [18], si mostra tuttavia consapevole del rischio, implicito nella sostituzione verbale, di alterare la realtà delle cose: in un altro passo della Retorica (1405b), il filosofo si oppone alla aischrología, l'uso disinvolto delle 'brutte parole' difeso dai sofisti, sostenendo che le parole non si equivalgono; esistono infatti termini 'più appropriati' di altri, ossia 'più vicini' al loro referente [19], e quindi non facilmente sostituibili:

non è vero che nessuno usa un linguaggio sconveniente, se, dicendo questa parola al posto di quell'altra, il significato è lo stesso; questo è falso, poiché un termine è più appropriato di un altro, più simile all'oggetto rappresentato e più adatto a porre la questione 'davanti agli occhi'. Inoltre, questa o quella parola non esprimono un significato nello stesso modo, e di conseguenza anche in questo senso si deve ritenere una parola più bella o più sconveniente di un'altra: entrambe esprimono il bello o il brutto, ma non come una cosa sia bella o come sia brutta; o se lo fanno, avviene in grado maggiore o minore.

Aristotele sa bene che l'uccisore della madre può essere chiamato, a seconda di come lo si giudica, 'matricida' o 'vendicatore del padre', ma ammonisce a non esagerare né in un senso, né nell'altro: «si deve stare attenti e curare in entrambi i casi la giusta misura (tò métrion)».
Procedimento ben noto alla retorica antica [20], la sostituzione verbale va dunque attuata con cautela: al retore si richiede senso del limite, abilità nel muoversi lungo la linea di separazione tra bene e male senza incorrere in esagerazioni che lo espongano al ridicolo (come capita all'innamorato lucreziano) o alla condanna etica (come nel caso della falsificazione ideologica). In entrambi i casi, infatti, il superamento del discrimen pudoris [21] nuoce all'efficacia del discorso.
Non sarà un caso che l'esercizio della sostituzione verbale sia abilmente ripreso, dopo Lucrezio, da Orazio, che del modus fa un principio estetico, oltre che etico: se in carm. I 18,10 il poeta condanna gli sfrenati Traci, che fas atque nefas exiguo fine… | discernunt, «separano il bene dal male con un angusto confine» [22], nelle Satire (I 3,44-54) incoraggia, non senza ironia, a minimizzare i difetti degli amici, proprio come fa un padre amorevole, che chiama 'pulcino' il figlio nano. L'amicizia e l'affetto sincero, dal punto di vista del poeta, sono una nobile motivazione, in grado di riscattare con un honestum nomen l'intrinseca ambiguità etica della sostituzione. Una tecnica che, in sé e per sé, è definita un errore, un travisamento della realtà [23], tant'è vero che, nei versi successivi (vv. 55-67), ne viene condannato l'impiego nel caso opposto, quando, per malafede, si mutano in difetti i pregi [24].
Proprio l'ironia, come sottolinea Labate, fa di Orazio (accanto al più scontato Lucrezio) un importante modello per Ovidio, che suggerisce il ricorso a questa tecnica in ambito erotico [25]: così in ars II 657-662 il seduttore, a cui il poeta didascalico rivolge i suoi precetti, per conquistare la 'preda' dovrà fare un uso controllato e consapevole di quelle stesse sostituzioni verbali che Lucrezio censurava nell'innamorato accecato dalla passione. Poiché dunque nominibus mollire licet mala, «con i termini adatti si possono addolcire le magagne», la strabica diventerà «simile a Venere», l'emaciata, «che per la sua magrezza è a malapena in vita», sarà invece snella, la grassa, fiorente, e così via. La conclusione è ormai nota: lateat vitium proximitate boni («si nasconda il difetto con il pregio che più gli si avvicina») [26]. A differenza di Orazio, poi, Ovidio guarda con favore anche alla sostituzione in senso inverso e, nei Remedia amoris (vv. 323-330), sollecita l'innamorato a liberarsi dalla passione molesta trasformando in difetti i pregi dell'ama¬ta che non lo ricambia: qua potes, in peius dotes deflecte puellae | iudiciumque brevi limite falle tuum, «per quanto puoi, cambia in peggio le doti della ragazza e inganna il tuo giudizio sfruttando il breve confine (sc. che distingue pregi e difetti)» (vv. 325s.) [27].
Va rilevato che Ovidio non è solo particolarmente incline ad attuare la tecnica, ma manifesta una peculiare tendenza ad articolare una riflessione di tipo 'metaretorico': il poeta-retore non solo sottolinea l'utilità del procedimenti e fornisce esempi delle possibili applicazioni, ma impiega anche una terminologia precisa, per cui la manualistica specifica offre più di un riscontro.
Consideriamo ad esempio l'espressione nominibus mollire, che in ars II 657 indica la sostituzione con un termine più 'dolce': alla metafora della mollitia ricorrerà anche Quintiliano IX 2,92 per indicare «quelle figure (schemata), frequenti nei Greci, con cui essi attenuano concetti troppo duri (res asperas mollius significant[28]. Come esempio viene addotto il caso di Temistocle, che consiglia agli Ateniesi sconfitti di «"mettere la città nelle mani degli dèi", perché sarebbe stato duro dire loro di abbandonarla». In un altro capitolo dell'Institutio (XI 1,90), in cui il ricorso all'attenuazione eufemistica è considerato una strategia vincente nell'agone giudiziario, viene definito mollissimus il procedimento per cui si definisce «la persona dura, troppo rigorosa; l'ingiusto, uno che sbaglia per convinzione; l'ostinato, uno che è troppo fermo nelle sue decisioni». Anche in un tipico prodotto della retorica di scuola di età imperiale, la Declamazione Maggiore 17, attribuita (falsamente) a Quintiliano, ritroviamo l'espressione vocabulum mollius per indicare una parola 'troppo tenue' per il concetto che esprime: l'epressione, che può essere considerato il corrispettivo latino di 'eufemismo', è dunque un tecnicismo retorico [29].
Ma Ovidio, come si è visto nei Remedia amoris, dà un nome anche al procedimento opposto, quello che induce ad 'amplificare' o ad 'aggravare' in negativo: deflectere in peius, 'cambiare in peggio'; qui la metafora è quella della flessione, della deviazione, evidentemente verso il basso (direzione indicata dal preverbio de-). Lo stesso verbo si trova in Quintiliano (III 8,32) in un passo in cui si discute una delle possibili applicazioni della 'sostituzione in peggio': si tratta del conflitto tra 'utile' e 'onesto', in cui, nel tentativo di svalutare il valore osteggiato, 'lo si trasforma a parole (nominibus deflecti solent)'; così, «quel che noi definiamo onesto, gli altri lo chiamano inutile, ambizioso, sciocco, più dimostrabile a parole che coi fatti» [30].


4.
Una conferma della tendenza di Ovidio a focalizzare questo schema retorico viene dal monologo di Medea, nel VII libro delle Metamorfosi: la maga innamorata, in balìa dei sensi di colpa suscitati dall'amore per Giàsone, che la spinge a tradire la patria e la famiglia di origine, si rivolge così a se stessa (VII 69-71):

coniugiumne putas speciosaque nomina culpae
inponis, Medea, tuae?...
ma pensi a un matrimonio? Dài un nome specioso
alla tua colpa, Medea?... [31]


I commentatori non mancano di rilevare [32] il precedente virgiliano di Aen. IV 171s. nec iam furtivum Dido meditatur amorem: | coniugium vocat, hoc praetexit nomine culpam, «Didone non pensa più a un amore clandestino: lo chiama "matrimonio", con questo nome nasconde la colpa». Non diversamente da Didone, Medea tenta di mentire a se stessa, dissimulando la natura 'colpevole' della sua relazione con il ricorso alla falsa definizione (coniugium subentra così a furtivus amor). Il passo virgiliano è riecheggiato anche nelle Heroides (IV 138), dove Fedra invita il figliastro Ippolito a 'coprire' la colpa dell'incesto ricorrendo eufemisticamente al termine di 'parentela' per designare il loro legame (cognato poterit nomine culpa tegi, «la colpa potrà essere coperta con il nome della parentela»). Ma la peculiarità di Medea va vista nel fatto che – a differenza di Didone e anche di Fedra – riconosce la tecnica da lei stessa attuata e ne dà una definizione: gli speciosa nomina sono le 'belle parole', o meglio, le parole 'che appaiono belle' [33], perché abilmente scelte dal retore per suscitare ammirazione. Del resto Medea – la maga abile nell'arte della trasformazione magica, così come Ovidio eccelle nella trasformazione delle parole – è una figura in cui il poeta retore si rispecchia, come gli interpreti delle Metamorfosi hanno recentemente sottolineato [34]. Inoltre speciosus è termine caro alla retorica, di cui coglie la dimensione appariscente e spettacolare: non a caso ricorre con particolare frequenza in Quintiliano [35], che lo riferisce all'eloquenza stessa [36] e agli aspetti più affascinanti e accattivanti del discorso, impiegandolo anche come sinonimo di candidus ('brillante') [37]. Ma, proprio perché sottolinea il fascino esteriore del significante, speciosus implica talora il contrasto con la 'sostanza' del significato: ad esempio in VII 1,41, dove il retore critica quanti, in cerca di fama, «si accontentano di argomenti appariscenti (locis speciosis), ma che non portano nessun contributo alla dimostrazione (nihil ad probationem conferentibus)».
Il dissidio tra apparenza e realtà implicito nella semantica del termine [38] sarà uno dei nodi della riflessione di Tacito [39], un altro scrittore dalla forte vocazione retorica, per cui – lo si è visto sopra – la formula speciosa nomina indica il tema pervasivo delle 'belle parole', esibite per un secondo fine e tragicamente smentite dai fatti. Tra i molti esempi possibili [40], il più celebre è forse il discorso con cui Petilio Ceriale (hist. IV 73,3) cerca di convincere i Galli a non allearsi con i Germani contro Roma, demistificando le motivazioni addotte dai nemici: «Certo, esibiscono nomi appariscenti (speciosa nomina), come "libertà", ma nessuno che desideri dominare e asservire un altro ha mai trascurato di servirsi ad arte di parole come queste».


5.
Parole belle e convincenti, ma sostanzialmente false: la tecnica della 'sostituzione verbale' approda dunque a questo risultato, assai discutibile sul piano etico. Tacito, con il disincanto che gli è proprio, la smaschera spietatamente in molte occasioni e persino il disinvolto Ovidio si rifiuta di prenderla sul serio. Quintiliano, che, come si è visto, la evoca più volte nel suo manuale e occasionalmente se ne serve [41], condivide in fondo le perplessità di Aristotele (III 7,25) e consiglia di utilizzarla con cautela:

dato che c'è una certa vicinanza tra qualità positive e negative, si deve sfruttare la contiguità semantica (utendum proxima derivatione verborum) delle parole: ad esempio, si chiamerà "coraggioso" il "temerario"; "generoso" il "prodigo"; "parsimonioso" l'"avaro": e vale anche l'opposto. Ma un oratore, ossia un uomo per bene, non lo farà mai, a meno che non vi sia indotto dall'utilità comune [42].

La possibilità di ricorrere a un procedimento che rischia di intaccare la verità è qui giustificata con una motivazione altruistica: la communis utilitas, il bene comune, a cui Quintiliano, che spesso vi fa riferimento, attribuisce il potere di riscattare anche le azioni più vergognose. [43]
Le preoccupazioni di Quintiliano sembrano trovare riscontro nella retorica di scuola, in particolare nelle declamazioni, i discorsi fittizi in cui si esercitano sia i giovani allievi delle scuole di retorica, sia i loro maestri, virtuosi della parola pronti ad esibirsi, all'occasione, di fronte a un pubblico di ammiratori. In questi discorsi, lo schema della sostituzione verbale compare con rimarchevole frequenza, ma spesso in forma indiretta: vale a dire, il retore lo attribuisce per lo più al suo avversario, mettendone in luce la natura falsa e capziosa: decipiunt vos rerum falluntque nomina, «i nomi delle cose vi ingannano, traendovi in errore» (14,10 p. 298, 13s. H.), questo è il monito rivolto alla giuria dal 'declamatore fittizio', il retore che presta la sua voce all'accusa nella Declamazione Maggiore 14 [44].
Talora il 'declamatore fittizio', nel portare allo scoperto la falsificazione della controparte, ne mette in luce la malafede: così, nelle Declamazioni Minori pseudoquintilianee, (260,26), un giovane denuncia l'ipocrisia dei padri, che con la scusa di voler impartire un'educazione 'all'antica' riservano ai figli trattamenti disumani: «la vostra crudeltà viene contegnosamente mascherata con il nome di serietà» (Verecunde nomine severitatis dissimulatur vestra crudelitas). Il tema ricompare nella Declamazione Maggiore 17,7 (p. 338, 17s. H.) dove, analogamente, un figlio punta il dito contro l'educazione severa, sottolineando il contrasto tra apparenza e realtà:

Voi padri, vi lasciate tuttora trascinare dalla vostra autorità a distruggerci, voi che il più delle volte chiamate severità l'uccisione di un figlio, come del resto nascondete il ripudio dietro la maschera della correzione, le altre torture da noi subìte dietro l'apparenza della ragione, e con parole troppo tenui ammorbidite tutte le asperità di un cuore duro (praerigidae mentis adfectus vocabulo molliore lenitis) [45].

Sul piano della strategia retorica, attribuire all'avversario il ricorso a una spudorata manipolazione verbale ha la funzione di aggravarne la caratterizzazione in negativo: in questo caso, il padre messo sotto accusa assumerà agli occhi dei giudici la fisionomia del dissimulatore freddo e senza scrupoli [46]. In una situazione diversa, il declamatore Bruttedio Nigro, citato nell'antologia di Seneca padre (contr. II 1,36), ricorre allo stesso procedimento per sottolineare l'ipocrisia di un retore, che, a dispetto di un'amicizia di vecchia data, lo ha attaccato duramente: «per dodici anni ti sono stato leale: dimmi cosa ho fatto di sbagliato in casa tua. Ma questo è tipico di quelli come te: chiamate offesa la fine della schiavitù (iniuriam vocatis finem servitutis). Vi stiamo a cuore solo finché siamo utili».
Dal punto di vista della difesa, poi, l'operazione presenta un ulteriore vantaggio: attaccare il capo d'accusa formulato dall'avversario proponendo implicitamente una definizione alternativa [47]. Ad esempio (decl. min. 367,3), un padre accusato dal figlio di follia (oggi diremmo 'incapacità mentale') [48] per non aver accettato dallo stato un premio che gli spetta può difendersi chiedendo: «chiami follia la generosità?» (liberalitatem dementiam vocas?). Se la definizione di 'atto di generosità' viene accettata dalla giuria, l'accusa di follia necessariamente decadrà. Casi come questi sono in verità frequentissimi: basterà ricordare, dalla raccolta di Seneca padre (contr. X 6,1), il modo in cui il declamatore Clodio Turrino smonta un'accusa di furto (in realtà si tratta della sottrazione di alcune lettere che accusano il derubato di tradimento): Furtum vocas, quod qui perdiderat supplicium tulit, qui subripuerat praemium?, «Lo chiami furto, se chi l'ha subito è stato punito, chi l'ha commesso, premiato?». L'accusato rifiuta di definire 'furto' quella che, dal suo punto di vista, è invece un'azione benemerita: in questo, come in molti altri casi, la vera definizione non è espressa direttamente, ma è deducibile dal contesto [49]. Analogamente, nelle Declamazioni Maggiori (19,7 p. 378, 14s. H.) un padre messo sotto processo dalla moglie per aver ucciso il loro figlio sospettato di incesto, rifiuta di definire 'delitto' un atto la cui legittimità è garantita dall'antico diritto 'di vita e di morte' che i padri romani detengono sui figli [50]: «questa donna, contro di me, chiama 'delitto' quello che per gli antichi governanti è stata una primaria espressione di saggezza» (Crimen hoc in me mulier vocat, quod in priscis… rectoribus fuit prima sapientia).
In casi come questi, la sostituzione attribuita all'avversario risulterà tanto più efficace quanto più sarà spudorata e insostenibile. Da qui la tendenza a discostarsi dalla derivatio verborum – che comporta lo scambio di vocaboli semanticamente vicini – per sconfinare nella sostituzione con termini distanti, talora addirittura opposti. Per esempio, in contr. VII 6,13, il retore Porcio Latrone si cala nei panni di un figlio che rinfaccia al padre di aver fatto sposare la figlia (sua sorella) a uno schiavo, e gli contesta di utilizzare la parola 'matrimonio' per un'unione socialmente degradante e in genere illecita. Così, obietta il declamatore, quel che «per le altre [scil. donne] era definito "stupro", per questa è "matrimonio"» (in aliis stuprum vocabatur, in hac matrimonium). Dal punto di vista del figlio, matrimonium, il nome che si dà all'unione legittima, ha indebitamente sostituito stuprum, termine che nell'etica sessuale romana indica una gamma di comportamenti diversi – dall'adulterio, all'incesto allo stupro vero e proprio – ma accomunati dal fatto di essere colpevoli e censurabili [51]. I due termini, dunque, nel sistema etico di riferimento, sono in opposizione.
Quando la sostituzione delle parole non riguarda più vocaboli semanticamente contigui, ma opposti, ricade, secondo la manualistica retorica, nel caso particolare della permutatio ex contrario: nella Rhetorica ad Herennium (IV 46) questo tipo particolare di sostituzione è esplicitamente distinta da quella basata sulla vicinanza (vicinitas) [52]: è diverso dire 'generoso' al posto di 'spendaccione', e sostituire invece questo termine con 'parsimonioso'. Inoltre, mentre la sostituzione per 'vicinanza' serve ad amplificare o a sminuire, quella per contrario (detta anche inversio) è piuttosto associata all'intento di 'prendere in giro' (deludere). E in effetti definire 'sobrio' e 'parsimonioso' lo spendaccione, oppure (per recuperare un altro esempio dello stesso trattato) 'Enea' uno che picchia il padre risponde in genere a un intento derisorio. Nel lessico retorico, infatti, inversio è un sinonimo di ironia [53]: e all'ironia fa in effetti riferimento un passo del De oratore ciceroniano, nella sezione dell'opera dedicata alle battute spiritose (II 216-290), in cui compare il verbo corrispondente (invertor). Qui, tra i casi di sostituzione ironica delle parole (invertuntur … verba), è citato un aneddoto riguardante due oratori, il celebre Crasso e L. Elio Lamia, noto soprattutto per la sua bruttezza: «Siccome Lamia lo interrompeva dandogli fastidio, Crasso disse: "Ascoltiamo questo bel ragazzo". Tutti risero e Lamia ribatté: "L'aspetto non ho potuto plasmarlo da solo, l'ingegno sì". Allora Crasso: "Ascoltiamo questo bravo oratore". Le risate furono ancora più forti». Nella prima battuta, l'effetto comico è dovuto alla sostituzione del termine richiesto dal referente e ad esso comunemente attribuito (Lamia era brutto) con il suo opposto, nel secondo caso è soprattutto il meccanismo di ripetizione abilmente attuato da Crasso a scatenare l'ilarità [54].
L'intento derisorio, inequivocabile in casi come questo, non lo è altrettanto nella sostituzione, menzionata sopra, tra matrimonium e stuprum. Qui lo scopo del declamatore non è in primo luogo irridere l'avversario, ma piuttosto smascherare, con una definizione paradossale, l'assurdità della definizione che è stata da lui proposta per i fatti di cui si discute. Oltre a screditare la parte opposta, si cerca, insomma, di promuovere una definizione alternativa che dovrebbe restituire alle cose il loro vero nome (e far vincere la causa).


6.
Questo particolare impiego dell'inversio, piuttosto comune nella retorica di scuola, lo è anche nella letteratura di età imperiale, che dalla declamazione e dal suo gusto per il paradosso è profondamente influenzata. Si consideri ad esempio Giovenale, che nella Satira VIII (vv. 30-37) polemizza contro la nobiltà di sangue, venerata da tutti anche quando è completamente disgiunta dalla virtus, quell'integrità etica che sola merita, agli occhi del poeta, il nome di nobilitas (v. 20 … nobilitas sola est atque unica virtus):

quis enim generosum dixerit hunc qui
indignus genere et praeclaro nomine tantum
insignis? nanum cuiusdam Atlanta vocamus,
Aethiopem Cycnum, pravam extortamque puellam
Europen; canibus pigris scabieque vetusta
levibus et siccae lambentibus ora lucernae
nomen erit pardus, tigris, leo, si quid adhuc est
quod fremat in terris violentius.

Chi infatti dirà nobile uno che sia indegno della sua stirpe e ragguardevole solo per il suo nome illustre? Il nano di un tale lo chiamiamo Atlante, un Etiope Cigno, una fanciulla deforme e storpia Europa; a cani fiacchi e spelacchiati per un'annosa scabbia, che leccano gli orli di una lucerna asciutta, andrà il nome di Leopardo, Tigre, Leone, o di qualche altro ancora, se ce n'è sulla terra, che ruggisca più forte. [55]


Il tema – la falsificazione dei valori – si presta bene ad essere trattato con lo schema della sostituzione 'per contrario'. Come nella declamazione menzionata sopra, l'antifra¬si non mira tanto all'irrisione – anche se l'accostamento degli opposti non manca di produrre, di per sé, un effetto comico – ma soprattutto a denunciare la tendenza generalizzata ad utilizzare false definizioni, chiamando 'alto' il 'basso', 'bianco' il 'nero', 'bello' il 'brutto', e così via. Di nuovo, si percepisce l'urgenza di tornare a chiamare le cose con il loro nome. [56]
Ancora più inequivocabile, perché estraneo a ogni forma di comicità, è il caso della Medea di Seneca [57] (vv. 500-503). Si tratta del dialogo in cui la protagonista rinfaccia a Giàsone i delitti (l'omicidio del proprio fratello e dello zio di Giàsone, Pelia) di cui si è in passato macchiata per amor suo [58]; considerata da tutti colpevole, Medea chiede di essere scagionata da colui che da quei crimini ha tratto il massimo vantaggio:

Tua illa, tua sunt illa (sc. scelera): cui prodest scelus,
is fecit - omnes coniugem infamem arguant,
solus tuere, solus insontem voca:
tibi innocens sit quisquis est pro te nocens.

Sono tuoi, tuoi (sc. i delitti): il delitto lo commette chi ne ha vantaggio – benché tutti la dicano infame, tu, anche solo, difendila: chiamala, tu solo, innocente; per te deve essere innocente chi è diventato colpevole per amor tuo.


Nelle parole di Medea, il commento di Costa [59] coglie una supplichevole richiesta di protezione al marito: «(she) abandons dialectics and suddenly becomes a wife pleading pitifully her husband for support against an accusing world». A me non pare che l'ero¬ina senecana metta da parte la dialettica, mi sembra anzi che faccia un abile uso della tecnica di sostituzione nell'intento di accusare, sia pure in forma indiretta, Giàsone. Questi è invitato a chiamarla innocente (innocens), contro l'opinione comune che la dichiara colpevole (nocens), perché la donna, innamorata, ha agito per lui, a suo esclusivo vantaggio. Pur non essendosi macchiato personalmente dei delitti, ne è stato di fatto il beneficiario e quindi l'istigatore (cui prodest scelus, is fecit). Giàsone, dunque, non può unirsi alla comunità innocente che accusa con ragione Medea: per chiamare le cose con il loro nome, deve definire Medea innocente, e – si sottointende – se stesso colpevole. La necessità, anzi l'urgenza, di dare una nuova definizione che faccia corrispondere le parole ai fatti spiega l'insistita simmetria del v. 503 [60], dove ogni termine della prima parte del verso corrisponde, sostituendolo, a uno della seconda parte [61]: tibi/pro te; sit/est e soprattutto, innocens/nocens.
Come già nel dialogo tra Medea e Creonte [62] entra qui in gioco una logica 'giuridica' che rivela chiaramente l'influenza delle controversiae di scuola [63]: l'argomento a cui Medea ricorre per svelare l'ambiguità della proclamata innocenza di Giàsone è, lo si è visto, in puro stile declamatorio. L'eroina senecana, dunque, eccelle nell'ars retorica non meno di quella ovidiana.


In conclusione, la sostituzione delle parole, benché già a partire da Aristotele tenda a formalizzarsi come tecnica, fatica a liberarsi completamente della sua originaria ambiguità etica e ad assumere la neutralità propria dello strumento: consigliata solo in casi particolari, è spesso spudorata espressione di ipocrisia o, al suo meglio, sintomo inconsapevole di malattia interiore. Proprio questa intrinseca debolezza, tuttavia, fornisce ai retori – veri esperti del rovesciamento e del paradosso – un'arma formidabile al servizio del discorso di parte: smascherare le parole false degli avversari equivale a promuovere le proprie parole come vere.

Pubblicato il 13/12/2013
Note:


[1] Molière, Il misantropo, trad. it. di V. Sermonti, Torino, Einaudi, 1969, pp. 42s.

[2] Resp. 474d-e «non è forse così che vi comportate con i belli? L'uno, se è camuso voi lo loderete chiamandolo grazioso; l'altro, se ha il naso aquilino, dite esser regale; l'altro ancora, se è intermedio fra i due, sarà allora proporzionatissimo; quelli di colorito scuro hanno un aspetto virile, quelli pallidi invece sono rampolli di dèi; e "color di miele", quest'espressione, di chi pensi sia opera, se non di un amante che vezzeggia l'amato con un dolce nomignolo e senza pena ne sopporta l'aspetto giallastro, purché sia nel fiore degli anni?», tr. di M. Vegetti (Platone, La repubblica, a cura di M. Vegetti, Milano, Bur, 2007, pp. 719s.).

[3] Gli esempi più noti sono raccolti nella rassegna antologica di F. De Martino, A. H. Sommerstein, Premessa 'bilingue', in Studi sull'eufemismo, Bari, Levante, 1999, pp. 7-24; sulla commedia nuova, vedi infra, n. 6. Sul perì aphrodision di Filenide, probabile modello di Ovidio (cfr. infra 3), in cui si consiglia il ricorso all'eufemismo come strategia di seduzione, cfr. F. De Martino, Per una storia del 'genere' pornografico, in O. Pecere, A. Stramaglia, La letteratura di consumo nel mondo greco-latino: atti del Convegno internazionale, Cassino 14-17 settembre 1994, Cassino, Università degli studi, 1996, pp. 323 s.

[4] Cfr. M. von Albrecht, Storia della letteratura latina, da Livio Andronico a Boezio, vol. I, 1995, Torino, Einaudi, p. 309 [ed or. München 1992]; per l'influenza del pensiero epicureo su Molière, in particolare nel Misanthrope, P.H. Nurse, Molière and the comic Spirit, Genève, Droz, 1991, pp. 135s.

[5] Di «linguistic perversion» parla R.D. Brown, Lucretius on love and sex. A commentary on De Rerum Natura IV, 1030-1287, Leiden et al., Brill, 1987, pp. 282s., a cui rinvio per l'analisi dettagliata del passo e anche per la ricca documentazione del topos. L'impressione di straniamento è in gran parte dovuta al gran numero di grecismi hapax, evidenziato da Bailey (Lucretius, De rerum natura, ed., transl. and comm. by C. Bailey, vol. III, Oxford, Clarendon Press, 1947), pp. 1310s., che ipotizza la dipendenza del passo da un testo greco.

[6] Tra i modelli possibili per il passo lucreziano compare anche Alessi comico, che rielabora sua volta il topos in una commedia di cui ci è pervenuto un frammento; si veda in proposito P. Domenicucci, Lucrezio IV 1160 e Alessi fr. 98 Edmonds, «Atene e Roma», XXVI, 1981, pp. 175-182, che, per la sopravvivenza del motivo in chiave comica, oltre a Molière (p. 182), menziona il 'catalogo' del Don Giovanni nel libretto di Da Ponte I, 5: «… è la grande maestosa, | la piccina è ognor vezzosa».

[7] M. Labate, L'arte di farsi amare, Modelli culturali e progetto didascalico nell'elegia ovidiana, Pisa, Giardini, 1984, pp. 191-194.

[8] Cfr. Plut. fr. 161 Sandbach (= Stob., Anth. III 2,34) «Alcuni plasmano (plássontai) i loro difetti con le belle parole: la rozza sensualità la chiamano "spontaneità", l'attaccamento al denaro, "prudenza"».

[9] La contiguità fra amicizia e adulazione è tema ampiamente dibattuto nel mondo antico: lo si deduce, ad es., dal trattato di Plutarco sull'argomento; per una sintesi, cfr. l'Introduzione a Plutarco, Come distinguere l'adulatore dall'amico, a cura di I. Gallo, E. Pettine, Napoli, D'Auria, 1988, pp. 7-16, dove si ricorda che il confronto tra adulatore e amico era tema di discussione nelle scuole di retorica (p. 16). Di fatto lo schema della sostituzione pertiene a entrambi, come documenta O. Ribbeck, Kolax. Eine ethologische Studie, Leipzig, Hirzel, 1883 in part. pp. 46-48, menzionato passim anche da Labate, L'arte di farsi amare…, cit., n. 7; cfr. inoltre infra, 3 a proposito di Orazio.

[10] Tucidide, La guerra del Peloponneso, a cura di L. Canfora, vol. I, Milano, Mondadori, 2007, p. 437 (tr. di M. Cagnetta). Alla bibliografia sul passo citata in De Martino, Sommerstein, Studi sull'eufemismo…, cit. n. 3, p. 11 n. 6, va aggiunto E. Pianezzola, Libertas et speciosa nomina: la forza suggestiva delle formule politiche, in Percorsi di studio. Dalla filologia alla storia, Amsterdam, Hakkert, 2007, pp. 299-309 (su Tucidide, p. 304 s.).

[11] L. Canfora, Tucidide. L'oligarca imperfetto, Roma, Editori Riuniti, 1998, p. 10.

[12] È proprio Tacito ad impiegare l'espressione speciosa nomina per indicare gli 'slogan' politici: si ve-da ancora Pianezzola, Libertas et speciosa nomina…., cit. n. 10, in particolare p. 308; inoltre infra, 4 e nn. 39 s.

[13] Quintiliano (Inst. VIII 4,2) e Giulio Severiano (RLM, pp. 368,29-369,25 Halm).

[14] Le orazioni di M. Tullio Cicerone, a cura di G. Bellardi, I, Torino, Utet, p. 442. La deformazione in peius può riguardare anche l'amore e l'amicizia: vedi infra, 3, a proposito di Orazio e di Ovidio.

[15] Questa la versione di Girolamo, Lucifer. 15 (PL vol. XXIII, col. 178, r. 39): ulteriore documentazione sul proverbio in A. Otto, Die Sprichwörter und sprichwörtlichen Redensarten der Römer, Leipzig, Teubner, 1890, p. 376 [= Hildesheim 1962]; R. Häussler, Nachträge zu A. Otto, Sprichwörter und sprichwörtliche Redensarten der Römer, Hildesheim, Olms, 1968, s.v. vitium (3), p. 228; R. Tosi, Dizionario delle sentenze latine e greche, Milano, Rizzoli, 1991, p. 763, no. 1708.

[16] Cfr. anche Rhet. 1405a.

[17] Aristotele, Retorica, introduzione di F. Montanari, testo critico, traduzione e note di M. Dorati, Milano 1996.

[18] Cfr. L. Pernot, La rhétorique de l'éloge dans le monde gréco-romain, vol. II, Paris, Institut d'Études Augustiniennes, 1993, p. 676: proprio con Aristotele l'amplificazione funzionale all'elogio comincia a liberarsi dalla problematica morale per diventare una nozione tecnica.

[19] Sulla proprietas nella retorica antica, cfr. Historisches Wörterbuch der Rhetorik, Tübingen, M. Niemeyer, 2005, vol. VII, coll. 315-317.

[20] La tecnica della sostituzione è più volte richiamata nella manualistica successiva ad Aristotele: cfr. L. Radermacher, Ein Nachhall des Aristoteles in der römischen Kaiserzeit, «Wiener Studien», XXXVIII, 1916, pp. 72–80, e Cope (The Rhetoric of Aristotle, with a comm. by E.M. Cope, New York, Arno Press, 1973) pp. 175s. ad Ar. 1367b; in particolare, si vedano Rhet. Her. III 6, con Calboli (Cornifici Rhetorica ad Herennium, a c. di G. Calboli, Bologna, Pàtron, 19932), p. 259, n. 17 ad loc.; Iul. Sev., RLM, pp. 368,29-369,25 Halm (vd. supra n. 13) e Quint. inst. III 7,25, su cui infra, 5.

[21] L'espressione è di Liv. XXXIX 8,6.

[22] Carm. I 18,10, con Nisbet, Hubbard (A Commentary on Horace, Odes, Book 1, by R. G. M. Nisbet and M. Hubbard, Oxford, Clarendon Press, 1970), p. 234, che riportano una serie di interessanti riscontri sulla metafora del 'limite', tipicamente associata al principio aristotelico.

[23] Hor. sat. I 3,41s. vellem in amicitia sic erraremus et isti | errori nomen virtus posuisset honestum, «vorrei che nell'amicizia commettessimo un simile sbaglio e a questo errore la virtù desse un nome onesto».

[24] Cfr. v. 55 At nos virtutes ipsas invertimus, «Ma noi stravolgiamo anche i pregi»; Lejay (Oeuvres d'Horace. Satires, publiées par P. Lejay, Paris, Hachette, 1911, p. 63) richiama qui il procedimento dell'in¬versio, l'ironia, che, però, in senso stretto, consiste nella sostituzione tra termini opposti ed è dunque diversa dalla tecnica attuata da Orazio; sulla differenza tra ironia e sostituzione tra termini affini, cfr. infra, 5.

[25] Cfr. Labate, L'arte di farsi amare…, cit. n. 7, p. 193, per cui entrambi i poeti «apprezzano, anzi esaltano le capacità di chi mitiga le proprie valutazioni grazie a un semplice "spostamento per contiguità"».

[26] Cfr. Ovidio, L'arte di amare, a c. di E. Pianezzola, commento di G.L. Baldo, L. Cristante, E. Pianezzola, Milano, Fondazione Valla, 1991, pp. 337-339, per un denso resoconto della complessa rete intertestuale in cui questi versi si inseriscono (dai precedenti greci, inclusa la trattatistica ellenistica, agli ipotesti di Lucrezio e Orazio).

[27] Sul rapporto intratestuale con il passo dell'Ars, cfr. K. Prinz, Zu Ovids ars am. II 662 und Rem. am., 323 f., «Wiener Studien», XL, 1918, pp. 90-92; inoltre Pinotti ad loc. (Publio Ovidio Nasone, Remedia amoris, a cura di P. Pinotti, Bologna, Pàtron, 19932, p. 187).

[28] Lo stesso campo semantico è sfruttato in IV 2,76s., dove per esprimere l'opportunità di 'edulcorare' il racconto di parte si ricorre a lenire, sinonimo di mollire: «si potrà smorzare certe accuse con la scelta delle parole: si attenuerà (lenietur) la dissipazione chiamandola generosità, l'avarizia, chiamandola parsimonia, la negligenza chiamandola ingenuità».

[29] Ps. Quint. Decl. 17,7, su cui infra, 5.

[30] Si veda il commento di Adamietz ad loc. (M.F. Quintiliani Institutionis oratoriae liber III, hrsg. von J. Adamietz, München, W. Fink, 1966, p. 185).

[31] Cfr. Ovidio, Metamorfosi, IV (libri VII-IX), a cura di E.J. Kenney, trad. it. di G. Chiarini, Milano, Fondazione Valla, 2011, p. 13.

[32] Cfr. F. Bömer, P. Ovidius Naso, Metamorphosen, Buch VI-VII, Heidelberg, C. Winter, 1976, p. 218 e Kenney, Ovidio, Metamorfosi… VII-IX, cit. n. 32, p. 223 ad loc.

[33] Il suffisso (-osus) indica abbondanza, nello specifico di species ('bell'aspetto'), cfr. A. Ernout, Les adjectifs Latins en -osus et en -ulentus, Paris, Klinksieck, 1949, p. 28.

[34] Sulla dimensione metaletteraria della figura di Medea nel VII libro delle Metamorfosi si veda ora A. Ziosi, Medea's methaphors: ars amandi and ars medendi in Ovid, Metamorphoses VII, «Studi italiani di filologia classica», in corso di stampa.

[35] E. Bonnell, Lexicon Quintilianeum, Hildesheim, Olms, 1962 [ed. or. Lipsiae 1834], p. 851 s.v. speciosus; inoltre Forcellini, IV, 437 c.

[36] Cfr. Quint. inst. V 14,30, speciosa vult esse eloquentia, «l'eloquenza vuole essere bella».

[37] Cfr. Quint. inst. X 1,121 candidum et speciosum et lene dicendi genus, «uno stile oratorio brillante, splendido e garbato».

[38] Cfr. OLD, p. 1800, 1c: «outwardly impressive (in contrast with inward qualities)».

[39] La pervasività del motivo in Tacito è rilevata da F.R.D. Goodyear, The Annals of Tacitus, (I, 55-81-II), II, Cambridge, Cambridge UP, 1981, p. 186 (ad 1,81,2); cfr. inoltre C. Questa, L'aquila a due teste, Urbino, Quattroventi, 1998, p. 74, ad hist. IV 73,3; sul motivo della falsificazione ideologica in generale, vedi supra, 2 e n. 10.

[40] Ulteriori riferimenti in P. Cornelius Tacitus, Die Historien, IV, Kommentar von H. Heubner, Heidelberg, C. Winter, 1976, p. 164s. ad loc.: ad es. hist. II 20,2 dove un comandante prepara l'assedio a una città, non senza «aver ripetutamente sfoggiato i nomi appariscenti e perciò vani (speciosis et inritis nominibus) di pace e concordia». Il motivo torna anche in Agr. 21,2 e 30,5, con il commento di Soverini (Cornelio Tacito, Agricola, a cura di P. Soverini, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 2004, pp. 202 e 240).

[41] Ad es. per caratterizzare oratori che non riescono a rispettare la giusta misura, in X 2,16: «scivolano verso il peggio (declinant in peius) e prendono rapidamente i difetti contigui ai pregi: anziché solenni diventano gonfi, anziché concisi, aridi, anziché vigorosi, esagerati…».

[42] I primi due esempi derivano da Aristotele, il terzo (che è poi l'opposto del secondo) sarà stato introdotto da Quintiliano stesso: cfr. Adamietz, Quintiliani liber III…, cit. n. 30, p. 166 ad loc.

[43] Cfr. Quint. inst. XII 1,37: «se spesso uccidere una persona è un atto virtuoso ed è talora nobilissimo uccidere i propri figli, è concesso compiere azioni ancora più irriferibili, se lo esige il bene comune (communis utilitas)», con M. Winterbottom, T. Reinhardt, Quintilian. Book 2, Oxford, Oxford UP, 2006 p. 345 ad II 17,36. Ulteriori riferimenti, a conferma della pervasività del tema, sono forniti da Adamietz, Quintiliani liber III…, cit. n. 30, p. 166 nella nota al nostro passo.

[44] La definizione è di Danielle van Mal-Maeder 2007, La fiction dans les déclamations, Leiden et al., Brill, 2007, p. 46: il declamatore fittizio è la persona loquens e coincide con il personaggio direttamente coinvolto nel caso.

[45] Su vocabulum mollius per indicare l'eufemismo, vedi supra, 3, con L. Pasetti [Quintiliano], Il veleno versato (Declamazioni maggiori, 17), Cassino, Edizioni Università di Cassino, 2011, pp. 136s., in part. nn. 145 e 150.

[46] Il motivo affiora, con la stessa funzione, in 17,1 p. 332, 7s. H.: «chiama parricidio il fatto che io non abbia bevuto il veleno» (cfr. Pasetti, [Quintiliano], Il veleno versato…, cit. n. 45, p. 98, n. 18) ed è ricorrente nelle Declamationes Maiores: cfr. anche 4,2 (pp. 62,23 - 63,1 H.): «il fatto che io sembri morire… per il rispetto che provo per lui, mio padre lo chiama "il suo assassinio"», con A. Stramaglia, [Quintiliano], L'astrologo (Declamazioni maggiori, 4), Cassino, Edizioni Università di Cassino, 2013, p. 95, n. 30 ad loc.

[47] La giuria dovrà decidere su cosa si debba intendere per dementia. Il problema di definizione è contemplato nella casistica elaborata dalla dottrina retorica degli status (sempre efficace la sintesi di S.F. Bonner, Roman Declamation, Liverpool, Liverpool UP, 1949, pp. 13-16): rientra in particolare nello status definitivus, a cui corrisponde un tipo di argomentazione che non mira ad accertare i fatti (che non vengono negati), ma, appunto, ad affermare la definizione più adeguata dal proprio punto di vista.

[48] Su questo tipo di accusa, spesso rivolta dai figli ai padri nella declamazione, cfr. Bonner, Roman Declamation…, cit. n. 47, p. 93s.

[49] Tra i tanti esempi, cfr. Ps. Quint. decl. min. 291,5 et hoc adulterium vocas? («e lo chiami adulterio?»): dal punto di vista del retore si tratta di un matrimonio, perché gli amanti sono stati in passato marito e moglie; decl. min. 305,9 Hoc est puras manus habere, hoc nobis pro innocentia imputas? («Questo vorrebbe dire avere le mani pure? È questo che ci fai passare per innocenza?»), dove l'atto di cui si discute è un omicidio commesso per applicare rigorosamente la legge.

[50] Lo ius vitae necisque: su questo diritto, che spesso entra in gioco nelle controversie, mi limito qui a richiamare Yan Thomas (Vitae necisque potestas, in Du châtiment dans la cité. Supplices corporels et peine de mort dans le monde antique, Roma, École francaise de Rome, 1984, pp. 499-548), che ne definisce l'evoluzione e i limiti; per la sua applicazione, frequente nella declamazione, ma limitata nella realtà storica, si veda il riepilogo di B. Breij, The Eighteenth and Nineteenth Major Declamations Ascribed to Quintilian: A Commentary, Diss., Nijmegen, Ponsen & Looijen, 2007, pp. 47-53, con ulteriori riferimenti bibliografici.

[51] 'Vergogna' è il primo e più generico significato di stuprum: cfr. in proposito J.N. Adams, Il vocabolario del sesso a Roma, Lecce, Argo, 1996 [ed. or. London 1982], p. 246.

[52] Cfr. Calboli, Cornifici Rhetorica ad Herennium…, cit., p. 394s., n. 218 ad loc. La sostituzione per vicinitas corrisponde piuttosto a quella che nella Rhetorica ad Herennium è definita permutatio per argumentum, che ha funzione di amplificare o sminuire e di cui viene dato il seguente esempio: «Come se uno definisse Druso un consunto splendore dei Gracchi», sostituendo al nome dell'oratore una perifrasi sminuente.

[53] Cfr. ThlL, vol. VII.2, col. 163, 65-72, s.v. inversio; H. Lausberg, Handbuch der Literarischen Rhetorik, Stuttgart, Steiner, 19903, p. 442, 896.

[54] Non mi sembra invece indispensabile per innescare il riso il fatto che l'inettitudine di Lamia fosse risaputa (come ritiene invece G. Monaco, Cicerone. Il trattato "de ridiculis", Palumbo, Palermo 1964, p. 137s. ad loc.).

[55] Cfr. Giovenale, Satire, a cura di B. Santorelli, Milano, Mondadori, 2011, p. 127 (con ritocchi); sulle singole sostituzioni, cfr. il commento di Mayor (Thirteen Satires of Juvenal, with a comm. of J.E.B. Mayor, vol. II, London, Macmillan, 19005 [= Hildesheim 1966], pp. 8-10, con il rinvio a Lucr. IV 1162 (ad v. 32). Per un'analisi accurata del passo, con particolare attenzione al procedimento dell'antonomasia mitologica di senso antifrastico (il nano chiamato 'Atlante'), si veda inoltre G. Dimatteo, Onomastica, mito, satira: Iuv. 8, 30-38, in A. Bonadeo, A. Canobbio, F. Gasti, Filellenismo e identità romana in età flavia. Atti della VIII giornata Ghisleriana di Filologia classica (Pavia, 10-11 novembre 2009), Pavia, Collegio Ghisleri, 2011, pp. 135-154. Oltre agli esempi letterari (pp. 141ss.), il saggio offre interessanti riscontri del procedimento nelle arti figurative (cfr. pp. 138-140): ad es. un mosaico della villa di Puente Genil (Cordova), dove un pigmeo è denominato Gerio.

[56] Più che mettere in guardia il destinatario 'interno' contro la possibilità di essere deriso, il poeta vorrà dunque richiamare ai lettori questo monito etico; la chiave interpretativa è confermata dalla pervasività del motivo degli speciosa nomina nella declamazione e nella letteratura di età imperiale. Quanto alla tensione tra eufemismo e ironia, che imbarazza gli interpreti moderni (cfr. in proposito Dimatteo, Onomastica, mito, satira…, cit., p. 147), si risolve tenendo conto che per la retorica antica entrambi i procedimenti rientrano nella casistica della sostituzione verbale (vedi supra, 5 e n. 52).

[57] Seneca denuncia i pericoli etici della falsificazione verbale in ep. 45,7 «viene da me invece di un amico (pro amico) un nemico che mi adula (blandus inimicus), i vizi si insinuano in noi sotto il nome di virtù: l'azzardo si nasconde sotto l'apparenza del coraggio, l'indolenza viene definita autocontrollo, il pauroso è preso per prudente». Cfr. supra ( 2 e n. 9; 3 e n. 23) per la sostituzione verbale nell'ambito dell'adulazione e dell'amicizia.

[58] Medea addossa le sue colpe a Giàsone già nella tragedia di Euripide e in Apollonio Rodio e in Ovidio: cfr. Németi (Lucio Anneo Seneca, Medea, introd., tr., commento a cura di A. Nemeti, Pisa, ETS, 2003), p. 218 ad loc., dove tuttavia lo schema retorico non compare. Probabile modello di Seneca è invece Ovidio, her. 12, 131s. ut culpent alii, tibi me laudare necessest, | pro quo sum totiens esse coacta nocens («per quanto gli altri mi accusino, tu devi elogiarmi: per te tante volte sono stata costretta a essere colpevole»), da cui proviene il termine chiave, nocens (lo rileva F. Bessone, P. Ovidii Nasonis Heroidum epistula XII (Medea Iasoni), Firenze, Le Monnier, 1997, pp. 192s.), ma non lo schema della sostituzione.

[59] Seneca, Medea, ed. with intr. and comm. by C.D.N. Costa, Oxford, Clarendon Press, 1973, p. 166 ad loc.

[60] Notata («[a] very Senecan line»), ma non spiegata, da Costa, Seneca. Medea…, cit., p. 116, ad loc.

[61] Il trimetro giambico è diviso in due da quisquis, che si colloca a ridosso della cesura.

[62] Opportunamente richiamato da Hine (Seneca. Medea, with an intr., tr. and comm. by H.M. Hine, Eastburne, Aris & Phillips, 2000), p. 163 ad 496-503: ai vv. 262-80 Creonte contesta la strategia difensiva di Medea (che sostiene di aver agito per amore di Creonte) e consiglia anzi che Giàsone, per apparire innocente, tenga separata la sua causa da quella della donna (potest Iason si tuam causam amoves, | suam tueri, «se tieni separata la tua causa, Giàsone può difendere la sua»).

[63] Cfr. ancora Hine, Seneca. Medea…, cit., p. 138 ad v. 202: «Seneca's tragedy regularly speaks of characters having a quasi-legal case to defend».
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