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Tema n.6:

Cos'è “il trash” e cosa è trash?
Intervista a cura di Maristella Bonomo

Dai programmi televisivi di Maria De Filippi, Platinette e Irene Pivetti alle riviste gossip, dalla moda degli stivali aggressivi alle acconciature rasate con cresta, dal modo di ballare nelle migliori o peggiori discoteche al totalizzante culto del corpo semiperfetto, semiscoperto, dalla musica assordante nei tekno rave party all'abuso dei maghi magoni, dai film con Er Monnezza e le vacanze di Natale o sul Nilo senza, peraltro, dimenticare il terribile slang dei cosiddetti punkettoni o il caso letterario di Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire [1].
«Il torto nasce quando la sensibilità personale viene sostituita dall'imposizione del pregiudizio estetico… Chi accetta il pregiudizio delega a terzi la formazione del proprio gusto» asserisce Tommaso Labranca in uno dei paragrafi introduttivi al suo libro, Andy Warhol era un coatto. Vivere e capire il trash [2]. E continua «cioè chi pratica un comportamento manicheista rinuncia a giudicare un evento in base alla rispondenza con il proprio gusto e si dedica totalmente al pregiudicarlo in base alla sua consonanza con un canone imposto. Nel 99 per cento dei casi quel canone è chiamato "valore culturale"».

Il trash può essere considerato una categoria estetica (anche se instabile, pervasiva, indefinibile) con un preciso 'valore culturale'?

Non riesco a pensare a una risposta univoca. La prima cosa che mi viene in mente è la famosa sentenza di Potter Stewart, citata dalla studiosa americana Linda Williams in un altrettanto celebre saggio sulla pornografia Hard Core. Power, Pleasure, and the "Frenzy of the visibile" [3]. La sentenza recita: «I don't know what it is, but I know it when I see it». Non saprei dire cos'è, ma lo so riconoscere. In realtà non è così vero, non è così facile riconoscerlo. Più che altro, proprio a causa della sua pervasività, si rischia di arrivare a dire – con qualche ragione – che nella società in cui viviamo tutto è trash, dunque, per svuotare il termine di qualsiasi utilità.

In che senso 'tutto è trash'? Viviamo in una società che ha fatto del giudizio di valore una specie di ossessione. «O bello o brutto, o buono o cattivo, o culturale o sottoculturale» per tornare a Labranca: «o/o» ? Se mi inoltro in quella che è la forma letteraria di più recente invenzione, cioè il blog, trovo soprattutto considerazioni di questo tipo.

Questo secondo me è proprio il lato più deleterio della cultura contemporanea. Bisognerebbe sospendere i giudizi. Bisognerebbe tenere presente che ogni giudizio è sempre anche un giudizio sul giudicante. Come dire: non l'ho capito. Che fra l'altro sarebbe più onesto. Quando le cose che uno non capisce cominciano a diventare troppe, allora è il caso di porsi degli interrogativi. O sei stupido oppure non usi gli strumenti giusti. Poi uno può decidere che una cosa non lo interessa, ma da qui a dire che una cosa 'fa schifo' la distanza è enorme.
In effetti dipende dall'accezione in cui si usa il termine. Lei cita Labranca, che lo utilizza come categoria estremamente specifica e definita, ma io preferirei partire da un'idea più estensiva del termine.
Nel bel libro di Guido Crainz sul miracolo italiano è riportata una bella considerazione di Piero Citati secondo il quale l'Italia è entrata nella società di massa con la pubblicazione dei Minima Moralia [4] di Adorno, nell'autunno del 1954. Adorno, come noto, è radicale. In quel libro, come in quello sulla popular music e molti altri, la sua prospettiva è di rifiuto totale nei confronti della cultura di massa, il cui riflesso è dato dall'insieme dei prodotti della cosiddetta industria culturale, qualcosa che secondo lui non fa altro che proporre oggetti intrinsecamente (forse ontologicamente) degradati, alienati. Per lui la questione è semplice: il cinema in quanto tale, così come la musica jazz, sono esempi di una cultura che pretende di ridurre al minimo il ruolo della mediazione intellettuale, dunque sono trash per definizione, anche se lui ovviamente non utilizza questo termine. A pensarci bene c'è una coincidenza fra l'uso che Adorno fa del termine 'popular' (nella sua accezione americana) e quello di Gramsci, che però è molto più moderno, aperto. Infatti l'Italia dell'epoca appare ancora calata in una concezione del 'popolare' di stampo etnografico – come dire, il 'folk' anglosassone – tanto è vero che Pasolini, nel suo Canzoniere italiano [5] quasi si stupisce che il Maestro riservi tanta attenzione alla cultura di massa e ai suoi prodotti che per lui non possono essere definiti popolari ma, al massimo, 'popolareggianti'.


Tutto comincia con questo slittamento: dal concetto di popolare/folk a quello di pop(ular). Come scrive Asor Rosa, bisogna considerare che il popolo è cambiato.

Per arrivare al termine trash, qui da noi bisogna aspettare gli anni Settanta, e precisamente l'omonimo film di Morrissey del cui doppiaggio si era occupato proprio Pasolini assieme a Dacia Maraini. Giustamente, perché i tossici che si aggirano per le strade degradate care alla factory di Andy Warhol sono una versione aggiornata dei sottoproletari pasoliniani. Trash – rifiuti – nel senso sociologico del termine. Applicato alla cultura, il termine si colora di una sfumatura dispregiativa molto più intensa rispetto a quella ironica che contraddistingueva le categorie fin lì utilizzate, come kitsch o camp. Bisogna anche considerare che, nel frattempo, c'erano stati i miti d'oggi di Roland Barthes, le indagini sulla produzione di significati nell'industria culturale di Edgar Morin, le raffinate formulazioni di Umberto Eco e Susan Sontag, dedicati appunto al kitsch e al camp, nonché tutta una serie di nobili discendenti che vanno da Abruzzese ad Oreste Del Buono.

Il trash si consolida in un sistema artistico (di contaminazioni ed emulazioni 'poco pretenziose')? È un sistema che delinea una propria poetica, una propria estetica?

Torniamo allora a Tommaso Labranca che ne dà una definizione piuttosto precisa, riferendosi alla pratica della riproposizione inconsapevolmente degradata di modelli alti. Little Tony è trash perché 'rifà' Elvis, ma con l'assoluta convinzione di 'essere' Elvis nel momento in cui lo omaggia (lui sa che sta ripetendo Elvis, ma non come parodia, bensì come un apostolo: ha interiorizzato le riflessioni dell'avanguardia sulla serialità, da Warhol in poi). E i suoi fans lo recepiscono esattamente così. Per loro Little Tony è Elvis: nel loro sistema estetico di riferimento egli svolge esattamente lo stesso ruolo svolto da Elvis per milioni di teen-agers americani fra gli anni Cinquanta e Sessanta. In questo senso la sua idea di trash è legata appunto ai processi di serializzazione dell'industria della cultura di massa e al principio di rifacimento, proprio come lo erano il kitsch per Eco (in estrema sintesi: il bello in quanto bello, senza originalità e senza progetto) o il camp per la Sontag (rifare qualcosa esasperandone i tratti fino alla caricatura).

Quali sarebbero i tratti stilistici, se ne ha radicalizzati alcuni dagli anni '70 ad oggi, che lo identificano, che consentono l'individuazione e/o l'affermazione di un fenomeno, di un comportamento e, conseguentemente, di un prodotto trash?

Se vogliamo considerare il trash in quanto stile, allora, entriamo in un territorio molto diverso e molto più complesso. In questo senso il trash riprende direttamente Warhol e Morrissey, riguarda i film di John Waters, un certo cinema che va da Hershell Gordon Lewis fino a Jim Munro, Peter Jackson le produzioni Troma o dei Manetti Bros., ma coinvolge anche le riflessioni di antropologi come Marc Augé sul concetto di rovina. Penso soprattutto a quello che dice Marco Belpoliti. La società contemporanea non produce più rovine (resti di qualcosa che non esiste più ma che vale la pena conservare e che rendono l'idea della grandezza passata di una civiltà), bensì macerie , polveri e detriti che andrebbero rimossi e che non si riesce a smaltire per la velocità con cui, appunto, vengono prodotti. Da qui la fortuna – anche iconografica – del tema della catastrofe, del paesaggio 'post-atomico', nel quale già si inscrivevano i tossici e i diseredati dei film di Warhol, ma nel quale si inscrivono anche le masse brulicanti che abitano i piani bassi della città piramidale di Blade Runner. Dopotutto i replicanti – metafora dell'individuo postmoderno - non vengono sepolti con una lapide come gli umani veri e propri, ma neppure sono 'biodegradabili'. I replicanti vengono smaltiti – finché si riesce – e dove non si riesce è presumibile che siano abbandonati lì, ad arrugginire, come le figure di Ciprì e Maresco…

La ruggine è un processo corrosivo e che rende inutilizzabile l'oggetto della sua corrosione. E quale sarebbe allora il rapporto che "il trash" intrattiene con il suo pubblico se, paradossalmente, autore e fruitore è il suo stesso pubblico?

Fuori da questi casi programmatici, che per inciso non sono in realtà trash ma 'parlano del trash' (Ciprì e Maresco mettono in scena un universo trash, ma si sentono e sono artisti nell'accezione più tradizionale del termine), l'artista trash si comporta come qualunque altro, per il semplice motivo che non sa di essere trash. E non è così che lo recepisce il suo pubblico di riferimento. I critici di riviste come Nocturno [6], per esempio, non pensano che Mariano Laurenti o Bruno Marchi siano trash. Sono assolutamente convinti che questi registi siano all'altezza dei grandi della storia del cinema, Fellini, Antonioni, Rossellini. E coerentemente li trattano alla stessa maniera. Fanno monografici su di loro, sistemano filmografie, raccontano aneddoti, interpretano i testi, commentano gli stili e così via. Il trash comincia ad esistere quando l'intellettuale tradizionale, con il suo bagaglio di canoni, si imbatte in questi fenomeni ed è costretto a fare i conti col fatto che questi sono 'oggetti vivi', che producono identificazione ed esercitano influenza in maniera infinitamente superiore alla maggior parte di quelli di cui lui è solito occuparsi abitualmente. Allora nasce questa definizione – di per sé spregiativa – che ha la tendenza ad estendersi alla cultura di massa nel suo insieme. Ricordo ancora una volta che per Adorno tutto il cinema (ma proprio tutto, compreso Kubrick, Welles e Antonioni), così come tutta la popular music (a partire dal jazz) è intrinsecamente trash.

Il trash è diventato un simbolo di cosa? O è semplicemente, per definizione, disgregazione, autoreferenzialità?

Nel loro insieme, tutte quelle forme culturali che potremmo rubricare alla voce trash, sono quanto di meno autoreferenziale si possa immaginare. Autoreferenziale, casomai, è quella cultura che rifiuta di confrontarsi con la realtà contingente (uso il termine nel senso gramsciano del termine, quello da cui Gramsci fa derivare il suo concetto di realismo), pretendendo una patente di nobiltà, come direbbe Pierre Bourdieu, che – come ogni titolo nobiliare – dovrebbe derivare da un antico blasone. Visto dall'alto, il trash diventa il simbolo del degrado complessivo della cultura contemporanea. Visto dal basso, invece, diventa il simbolo di rivincita di una cultura autenticamente democratica che viene dal popolo, una sorta di nuovo folk industrializzato. A me sembrano entrambe polarizzazioni inutili. La prima per la sua natura nostalgicamente elitaria e fondamentalmente classista (ricordo, di sfuggita, che le piramidi hanno richiesto il sacrificio di migliaia di schiavi: ovvero che sono anche il monumento a una civiltà la cui grandezza era basata su mostruose ingiustizie sociali). La seconda perché, in fin dei conti, parte dal principio che l'intelligenza e il senso estetico debbano essere una specie di gioco a somma zero, per cui se sono molti quelli che usufruiscono di cultura e arte, questa cultura e arte debbano essere necessariamente di basso livello.

Io sono per un modello dialettico. Da un lato – sulla scia delle interessantissime e troppo poco diffuse analisi di Bourdieu, De Certeau e colleghi – farei mia la bellissima frase di apertura del libro di Marco Aime, Eccessi di culture: «a incontrarsi e scontrarsi non sono mai le culture ma le persone». Dall'altro lato credo che, come in tutte le epoche e in tutti gli ambiti, sia dalle contaminazioni che emergono le cose (e le persone) più belle e più interessanti, ovvero vitali. Faccio due esempi: nella letteratura italiana degli ultimi dieci anni, le cose più interessanti che mi è capitato di leggere sono quelle di De Cataldo e di Aldo Nove. Un serio magistrato che narra alla maniera di Ellroy gli atti processuali relativi alla banda della Magliana e un raffinato filologo che si cimenta con atroci descrizioni di Santo Domingo e Aldo Biscardi. Inoltre credo che l'unica maniera per difendersi dalle insidie della postmodernità sia quella di mantenere vigile l'attenzione sul senso delle cose. Uno straordinario esempio di postmodernità 'buona', secondo me, è quella che fa passare il classico attraverso i new media e i suoi linguaggi (da Wu Ming [7] a Cacciari, per dire). Insomma, io proporrei di rifiutare l'idea di trash come categoria vincolante, come repertorio definito per applicarla, al massimo, ad una nozione dinamica, ovvero alla relazione che i fruitori instaurano con le varie opere che compongono la loro cultura. Qui torna in ballo il termine di autoreferenzialità. Trash sono tutti quegli oggetti che vengono interpretati in maniera autoreferenziale. Termino allora con una provocazione: anche Melissa P. può diventare sublime se finisce nelle mani di Umberto Eco (ovvero spalancare la porta su una pluralità di suggestioni e significati) e Proust può diventare trash se termina fra le grinfie di un esegeta ottuso e autoritario. Si può pensare che io esageri, eppure ho sentito italianisti colti e capaci rendere i versi delle canzoni di Vasco Rossi e persino Jovanotti più stimolanti di quelli del Petrarca, e altri loro colleghi avvilire Leopardi a pura burocrazia. Poi possiamo dire che Petrarca e Leopardi sono meglio di Vasco Rossi e Jovanotti, ma questo diventa un puro giudizio fine a se stesso, statuario, una specie di ansiolitico culturale sul quale possiamo essere tutti d'accordo e che, dunque, è un'ovvietà. E come diceva Roland Barthes, meglio ammaccarsi la testa sbattendola contro ciò che pare ottuso piuttosto che svuotarla ripetendo l'ovvio all'infinito.

Note:


[1] Melissa P., Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire, Roma, Fazi editore, 2003

[2] Originariamente pubblicato da Castelvecchi, 1994. Edizione elettronica ridigitata, rimpaginata nella primavera 2004, diffusa gratuitamente sul sito http://www.
labranca.co.uk

[3]L.Williams, Hard Core. Power, Pleasure, and the "Frenzy of the visibile", University of California Press, 1989.

[4] T.W. Adorno, Minima Moralia, Torino, Einaudi, 1954.

[5] P.P. Pasolini, Canzoniere Italiano. Antologia di poesia popolare, Milano, Garzanti, 1992.

[6] http://www.nocturno.it

[7] http://www.wumingfoundation.com
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