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Indice

Tema n.6:

Delle correzioni che non finiscono mai
e di alcune bizzarre riscritture

La scrittura è arte combinatoria per eccellenza. Chi scrive soggiace a una legge ineluttabile: deve scegliere, selezionare alcune parole dal suo privato archivio lessicale e scartarne, buttarne via altre — e questo accade anche a chi non è letterato, scrittore di professione, titolo non di merito quest'ultimo, almeno a sentire Manganelli che definisce lo scrittore «colui che è sommariamente, eroicamente incompetente di letteratura» [1].
Dunque la scrittura è in primo luogo un lavoro di affinamenti, di approssimazioni successive, di potature e d'innesti, di rifiuti meditati, di correzioni.
Ecco, le correzioni sono importanti. Si potrebbe argomentare che ciò che distingue principalmente la pratica creativa di uno scrittore da quella di un normale compilatore impegnato nella stesura di un testo non letterario, è la sofferenza della correzione. In molti casi le correzioni non finiscono mai, sono come un tarlo che arrovella la mente dello scrittore.
L'eliminazione o lo spostamento di un segno di punteggiatura, la sostituzione di una parola, la modifica della sintassi di una frase sono scelte che possono tenere impegnato a lungo uno scrittore, farlo vacillare, affliggerlo come la puntura di un calabrone, fargli passare notti insonni. Quando un editore si ostinò a sopprimere una virgola in uno dei suoi testi, Baudelaire gli scrisse infuriato: «Sappiate che ho riflettuto una settimana per decidere se quella virgola era necessaria!»
I brogliacci degli scrittori — Brouillons d'écrivains è il titolo di una bella mostra tenuta alla Biblioteca Nazionale di Francia nella primavera del 2001 — sono lì a testimoniare della via crucis che si rinnova nei pressanti ritocchi dilapidati sulle scrivanie degli scrittori di ogni epoca. Se osserviamo una pagina delle bozze de La Femme supérieure di Honoré de Balzac siamo assaliti da un vortice di cancellature, di annotazioni laterali, di geroglifici impazziti che appannano il foglio rendendolo pressoché illeggibile e documentano, visivamente, atroci ripensamenti, di limature ossessive che si rincorrono e si sovrappongono in una sfida tormentosa.
Sotto questo aspetto gli scrittori hanno fama di essere instancabili collezionisti di fogli cestinati, di pagine irrisolte, di progetti mai realizzati, perduti, rimasti allo stato potenziale. Ci sono poi dei casi limite: gli artisti senza opere, quelli che a un certo punto della loro vita hanno scelto il silenzio [2]. Esiste perfino chi ha teorizzato il non scrivere, l'abbandonarsi alla creazione di pagine invisibilissime come Ernesto Ragazzoni, poeta dei buchi nella sabbia e dell'elegia del verme solitario, «straordinario dissipatore di se stesso e del suo talento».
Al riguardo sarebbe utile consultare il Manuel de la bibliographie des livres jamais publiés ni même écrits che Blaise Cendrars non scrisse mai.
A volte gli scrittori si cimentano in imprese archeologiche di recupero di reperti classici, di opere famose e ne nascono fenomeni curiosi come le riscritture che non necessariamente hanno il sapore dell'imitazione, della parafrasi o della parodia [3]. Al contrario le riscritture più interessanti —si pensi al Vendredi ou les Limbes du Pacifique di Michel Tournier — sono rifacimenti che mantengono, rispetto alla matrice di partenza, una profonda autonomia stilistica e d'intreccio, un'originale forza d'invenzione.

«L'operazione riscrittura mi sta molto a cuore» scrive Calvino in una lettera del giugno 1970 a Giambattista Vicari fondatore e direttore de «Il Caffè», rivista satirica di letteratura e attualità. Il tema della riscrittura, affrontato ad esempio nel racconto Il conte di Montecristo (1967) e ne Le città invisibili (1972) [4], ritornerà anche nel progetto di rivista letteraria —Alì Babà il nome ipotizzato — che avrebbe dovuto «cercare oltre gli steccati delle discipline e dei saperi settoriali qualcosa "di più"», discusso da Calvino con Gianni Celati e Guido Neri tra il 1968 e il 1972 e rimasto sulla carta [5]. Nell'ambito dell'esperienza dell'Oulipo, gruppo di cui entrò a far parte come «membre étranger» nel febbraio 1973, Calvino ebbe in mente di riscrivere — l'idea però non prese mai corpo — un Amleto in cui l'ordine degli avvenimenti doveva essere rigorosamente capovolto («Hamlet en palindrome») e l'Odissea immaginando un Ulisse «complètement incapable de se déplacer» [6].

Di alcune riscritture bizzarre ci occuperemo qui, esercizi in cui l'elemento linguistico della selezione, dello scarto, della costrizione («contrainte») è fortemente accentuato tanto da poterli avvicinare allo sperimentalismo oulipiano.
Mary Godolphin, pseudonimo della scrittrice inglese Lucy Aikin (1781-1864), riscrive, con intenti pedagogici «ad uso dei più giovani lettori», forse muovendo dall'equazione parola breve = parola facile da leggere, da comprendere, un Robinson Crusoe in words of one syllables [7], una riduzione composta esclusivamente, salvo un paio di nomi propri, di parole monosillabiche del romanzo di Defoe, campione insuperabile di rifacimenti.
Ecco l'inizio della scena del naufragio nella versione monosillabica della Godolphin:

We were not more than twelve days from the Line, when a high wind took us off we knew not where. All at once there was a cry of «Land!» and the ship struck on a bank of sand, in which she sank so deep that we could not get her off. At last we found that we must make up our minds to leave her, and get to shore as well as we could. There had been a boat at her stern, but we found it had been torn off by the force of the waves. One small boat was still left on the ship's side, so we got in it.

C'è da aggiungere che nel suo rifacimento la scrittrice inglese si prende alcune libertà, come far morire Venerdì prima della fine del romanzo. La Godolphin è autrice di altri due libri monosillabici entrambi pubblicati a New York: Sandford and Merton, in words of one syllabe (1868?) e The pilgrim's progress, in words of one syllabe (1884).
Una riscrittura de L'infinito leopardiano, artefice Luca Chiti, è apparsa nella Biblioteca Oplepiana [8]. Sulla base del ritrovamento, in uno sgabuzzino del Palazzo di Recanati, di alcuni brogliacci di Leopardi, Chiti fornisce «quindici tentativi di Infinito strutturati in tutte le salse metriche, con progressiva espansione dal balbettio monosillabico alla scandita ariosità del settenario doppio». Della versione monosillabica dell'Infinito in quinari tronchi variamente rimati — «Mi fu nel cuor / ad or ad or / quel mio bel col / che sta da sol, / e che, con quel / che qui vien su / dal suol, al ciel / là giù là giù / mi fa da vel.» — si esibisce anche il foglio originale.
Degna figura di «folle letterario», autore eclettico e prolifico, la cui produzione comprende novelle, testi di critica letteraria, libri di poesia, politica, economia, filosofia morale, satira, storia, pedagogia, trattati di mnemonica, Carlo Cetti (1884-?) ha riscritto, in ben 196 pagine, una versione semplificata dei Promessi sposi, sulla base del "brevismo", una bislacca teoria da lui ideata.
Ne La lingua si perfeziona e progredisce tendendo a brevità (Teoria del brevismo). Appendice: Dell'arte narrativa [9], Cetti espone i princìpi del "brevismo", teoria che individua nella brevità del linguaggio un mezzo per la perfezione dello stile. Nel libro, scritto in forma di dialoghi fra personaggi indicati come «Studente», «Cugino», «Ingegnere», «Dottore», ecc., Cetti sostiene che «la prima cosa cui, parlando o scrivendo, si deve badare, è la parsimonia sillabica, quindi, in ogni caso, alle parole, o locuzioni lunghe, si dovran preferir le brevi». Fra due parole di eguale numero di sillabe, si preferirà quella che inizia con vocale, perché nel corpo della frase, una sua sillaba si elide. La prosa dei più illustri scrittori italiani — argomenta il Cetti chiamando in causa Leopardi — pecca di ridondanza sillabica. Cetti riassume la sua teoria con questa «regola delle regole»: «è solo coll'usar, pur col debito riguardo a chiarezza, il minor numero possibile di sillabe, che si può conseguir la perfezion dello stile».
Il "brevismo" trova la sua realizzazione più eclatante e significativa nel capolavoro del Cetti, ovvero il Rifacimento dei Promessi sposi [10].
L'incipit manzoniano diventa nella versione cettiana:

Quel ramo del Lario [nome tradizionale del lago di Como, n.d.r.] che, tra due catene di monti e tutto seni e golfi, volge a sud, quasi a un tratto si restringe e, tra un'ampia costiera a manca e un promontorio a destra, prende corso di fiume; mutazione resa più evidente da un ponte che unisce le due rive lì ove termina il lago e l'Adda ricomincia, per riprendere poi nome di lago, ove esse riaprendosi, lasciano spaziare le acque in nuovi golfi e seni.

L'acrobatica operazione linguistica condotta da Giuseppe Varaldo [11] che ha sintetizzato in sonetti monovocalici le trame di alcuni capolavori, giudicata da Eco «impresa meritoria e degna di passare alla storia», rientra in quella forma breve, condensata di riscrittura che è il riassunto [12].
A titolo di esempio, riportiamo la prima quartina monovocalica del riassunto de La metamorfosi di Kafka:

D'amalgama fatal la trama tratta
(la narra Kafka, par ch'accada a Praga);
abracadabra, cabala da maga
all'alba fa passar da Samsa a blatta!


Alla schiera degli autori di riscritture bizzarre, fatta eccezione dei personaggi immaginari alla Pierre Menard, appartengono altresì coloro che si sono dedicati all'arduo esercizio della correzione di testi classici. È il caso di Claude de Lognes d'Autroche (1744-1832), scrittore e traduttore nativo di Orléans, che per tutta la vita ha inseguito un solo nobile proposito: correggere i capolavori dell'umanità [13].
Le correzioni di Autroche — riguardanti i versi di Orazio e di Virgilio da cui si volgiono far sparire «les choses faibles ou inutiles» per aggiungervi «beautés nouvelles», il Paradiso Perduto di Milton giudicato troppo lungo e pieno di versi superflui, la Gerusalemme liberata di Tasso, i Salmi di David — nascono da una riflessione elementare: l'inadeguatezza delle opere prescelte, indiscussi gioielli letterari, è imputabile solo, afferma Autroche, a una questione di mancanza di tempo dei loro autori.
Fra gli emuli di Autroche, una segnalazione merita il medico astigiano Alfredo Bartolini (1811-1889), «migliorista» delle italiche lettere. Verso la seconda metà del secolo XIX Bartolini s'impuntò di riscrivere, alla sua maniera, le Poesie del Foscolo, ritenute «oltremodo lapidarie», «prigioniere di un mortificante accento epigrafico» [14].
Nella versione riveduta e corretta del Bartolini, che lavorò sull'edizione milanese del 1803 del libro foscoliano, il celebre sonetto Alla sera si apre con questi versi:

Forse perché della quiete fatale e rubiconda
tu sei l'immagine, a me simpaticamente vieni
o Sera! E quando ti corteggia in cielo la fronda
delle nubi estive ed ancora degli zeffiri sereni


e la prima quartina di A Firenze diventa:

E tu nei carmi avrai eterna e solenne vita
Sponda che l'Arno saluta nel suo cammino riposante
Partendo la città che del latino e di Dante
I nomi accoglieva mesta inseguendo l'ombra fuggita


Per quanto marginali questi bizzarri esperimenti, esibiti sul terreno impervio del gioco e della «follia letteraria», testimoniano dell'estrema varietà espressiva della riscrittura, forma di letteratura al secondo grado che riesce a coniugare procedimenti in economia, riduttivi (monosillabismo, monovocalismo, brevismo) e tecniche di addizione, di sovrappiù nel corpo del testo di riferimento (come nel caso del Bartolini).

Note:


[1] G. Manganelli, Elogio dello scrivere oscuro, in Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi, 1994, pp. 36-39. Qui si cita da p. 39.

[2] J.-Y. Jouannais, Artistes sans œuvres. I would prefer not to, Faragliano, Édition Hazan, 1997, pp. 156.

[3] Cfr. G. Genette, Palinsesti. La letteratura al secondo grado, Torino, Einaudi, 1997, pp. 488; G. Almansi-G. Fink, Quasi come. Parodia come letteratura letteratura come parodia, Milano, Bompiani, 1976, pp. 365.

[4] Sul Calvino ri-scrittore: R. Barilli, La poetica della riscrittura, «il Caffè», VI, 1973-1974, 2-3, pp. 61-67.

[5] I. Calvino et al, «Alì Babà». Progetto di una rivista 1968-1972, a c. di M. Barenghi-M. Belpoliti, «Riga», 14, 1998, pp. 321.

[6] M. Benabou, Si par une nuit d'hiver un oulipien, «magazine littéraire», 1990, 274, pp. 41-44. Molte delle tecniche usate dall'Oulipo (lipogramma, letteratura definizionale, metodo S+7, poesia antonimica, hai-kaizzazione, omosintattismo, ecc.), applicandosi a un testo preesistente o testo-madre che viene trasformato in funzione ludica, danno vita a delle riscritture. Si veda su questo punto quanto scrive Genette in Palinsesti..., cit., pp. 45-54.

[7] M. Godolphin, Robinson Crusoe in words of one syllables, London, G. Routledge & Sons, 1869, pp. 161.

[8] L. Chiti, L'infinito futuro. Sillabe in crescenza, in Olpepo, La Biblioteca Oplepiana, Bologna, Zanichelli, 2005, pp. 233-254.

[9] C. Cetti, La lingua si perfeziona e progredisce tendendo a brevità (Teoria del brevismo). Appendice: Dell'arte narrativa, Como, Edizioni «Il ginepro», 1946, pp. 81.

[10] C. Cetti, Rifacimento dei Promessi sposi, Como, Soc. Arti Grafiche S. Abbondio, 1965, pp. 196.

[11] G. Varaldo, All'alba Shahrazad andrà ammazzata. Capolavori in sonetti monovocalici, pref. di U. Eco, Milano, A. Vallardi, 1993, pp. 234.

[12] Sul riassunto come forma di condensazione di un testo preesistente e sulle sue varie forme (didattico, descrittivo, autografo, fittizio, ecc.) si rimanda ancora una volta a G. Genette, Palinsesti..., cit., pp. 289-307.

[13] G. Bechtel-J.-C. Carrière, Le livres des bizarres, in Dictionnaire de la bêtise et des erreurs de jugement. Le livres des bizarres, Paris, Éditions Robert Laffont, 1991, pp. 479-777.

[14] A. Bartolini, Le poesie del Foscolo in meglio, Casale Monferrato, Tip. F.lli Aurora, 1867, pp. 167. Sul Bartolini mi permetto di rinviare al mio Il correttore infaticabile, in Il sosia laterale e altre recensioni, Milano, Edizioni Sylvestre Bonnard, 2003, pp. 85-89.
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