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Indice

Tema n.6:

Relazioni d'ufficio:
la scrittura marginale di Kafka

Un aspetto essenziale della narrativa di Franz Kafka che può spiegare e far capire romanzi come Il Processo (1925) e Il Castello (1926) è la scrittura di schizzi, parabole, aforismi, relazioni d'ufficio, vale a dire una produzione 'minore', frammentaria, residuale che sempre nella vita dello scrittore ha accompagnato la creazione delle grandi opere.
Se i Diari [1] come luoghi privilegiati della scrittura intima e privata mettono in evidenza in modo quasi maniacale le ragioni della sua scrittura, i meccanismi e le condizioni psicologiche in cui essa ha potuto germinare, e le raccolte epistolari (Lettere a Felice [2], Lettere a Milena [3]) aprono con disperata sincerità uno spiraglio sulla visione di sé e del mondo, le scritture più marginali rivelano aspetti inediti dello scrittore da non trascurare per l'interpretazione complessiva della sua opera. Come afferma Franco Rella: «è proprio sui resti, sui residui che la teoria letteraria classica non considera che deve applicarsi l'analisi» [4].
Un'immagine alquanto singolare e insospettata dello scrittore è quella che ci è offerta dalle pagine di Relazioni [5], una raccolta di scritti che l'impiegato Kafka redasse per l'Istituto di assicurazioni contro gli infortuni dei lavoratori del Regno di Boemia dal quale era stato assunto a partire dal 1908 fino al 1922, data del suo precoce pensionamento.
La raccolta a cura del germanista Michael Müller comprende articoli sulla protezione antinfortunistica, relazioni annue e alcuni discorsi ufficiali che risultano tanto più interessanti, se confrontati con le numerose dichiarazioni contenute nei Diari e nelle Lettere.
La corrente immagine di Kafka, oscuro impiegato tormentato da montagne di pratiche a lui incomprensibili, che trova riscatto dalle proprie frustrazioni di tràvet soltanto nella pratica notturna e solitaria della scrittura è smentita dalla perizia tecnica, dall'aggiornata competenza con cui sono redatti questi cosiddetti 'scritti d'ufficio'. Nelle due relazioni Misure di prevenzione degli infortuni delle piallatrici per legno (1910) e Misure di prevenzione degli infortuni (1911), Kafka rivela una profonda conoscenza teorica e pratica della materia [6]. Egli dimostra di essere aggiornato sull'argomento e di conoscere le reali condizioni degli operai per averne direttamente ispezionato, durante le sue innumerevoli visite, i luoghi di lavoro; rivela altresì una notevole competenza tecnica, un interesse minuzioso per la macchina, le sue parti, il suo funzionamento che ritroveremo anche nelle agghiaccianti pagine del racconto Nella colonia penale (1914).
La macchina come strumento di condanna che lascia sul corpo i suoi indelebili segni è, inoltre, l'argomento centrale di un appello lanciato dall'autore a favore della costituzione di case di cura per le malattie nervose causate dalla guerra. Scrive, infatti, Kafka nell'inverno di guerra del 1916: «Così come negli ultimi decenni di pace l'intenso impiego di macchine ha messo in pericolo, scosso e danneggiato, in misura infinitamente superiore al passato i nervi delle persone addette al loro funzionamento, la componente meccanica, smisuratamente accresciuta, delle odierne operazioni belliche è stata fonte di gravissimi pericoli e danni per i nervi dei combattenti» [7]. L'appello prosegue con l'invito alla popolazione a sottoscrivere un finanziamento a beneficio dei combattenti. Il testo dell'appello, redatto con toni enfatici e patriottici assai inconsueti in Kafka, ebbe comunque un certo successo e venne sottoscritto da un centinaio di personalità della vita pubblica praghese.
Dalla raccolta di scritti emerge anche la fascinazione per le innovazioni tecniche del suo tempo: si ricorderà che uno dei suoi primi testi letterari fu la descrizione del raduno aviatorio che si tenne a Brescia nel 1909 (Gli aeroplani a Brescia).
Questa stessa innegabile familiarità con le scoperte della tecnica, mal si concilia con la tradizionale immagine di Kafka come sognatore solitario, distaccato dal mondo.
All'interno dell'Istituto, l'autore ebbe una rapida e brillante carriera che non si spiega, se non riconoscendone la dedizione e l'impegno, verso i propri doveri professionali. Da 'impiegato ausiliario', egli venne promosso a 'segretario', infine nominato 'segretario superiore'; tutto questo all'interno di una struttura parastatale che precludeva l'accesso a tali posizioni agli ebrei. A lui venne affidato l'onore di tenere il discorso ufficiale, in occasione dell'insediamento del nuovo direttore Robert Marschner. L'Istituto lo dichiara, poi, indispensabile quando allo scoppio della guerra molti suoi colleghi saranno chiamati alle armi.
Eppure l'ufficio è causa di conflitto e permanete infelicità, esso interferisce di continuo con il lavoro letterario e l'autore si dibatte in una estenuante lacerazione, aggravata dal fatto che la sua ispirazione non poteva dispiegarsi nell'incompiutezza di momenti separati. Scrive, infatti, nei Diari: «Di nuovo ho capito che ciò che scrivo a frammenti e non durante la maggior parte della notte (o magari la notte intera) è roba di scarto e le mie condizioni mi condannano a questo scarto»[8].
Kafka si dedica alla scrittura dei 13 quaderni in quarto (Diari) per tutta la sua breve vita dal 1910 al 1923 (muore nel 1924), affidando ad essi abbozzi di racconti, considerazioni, aforismi, fantasie, idee balenanti così come si affollavano nella sua mente insonne, ma il valore essenziale dei Diari sono le dichiarazioni dello scrittore in merito al proprio scrivere, in quanto è in questo spazio di scrittura che Kafka analizza e chiarisce le ragioni della sua poetica. Essi costituiscono, più di ogni sua opera «la sola chiave disposta a farci entrare nell'oscura, intricata ma ordinatissima dimora» [9] di questo scrittore complesso e dilacerato, riservato e sfuggente.
I Diari ci risultano ancora più indispensabili se consideriamo che Kafka, unico tra gli autori del '900, non ha mai scritto un solo saggio di critica o di teoria letteraria.

Quanto maggiore è il riconoscimento che incontra come scrittore (da parte degli altri ma in particolare di fronte a se stesso), tanto più violento diventa il desiderio di abbandonare gli uffici dell'Istituto in cui si sente come «un topo prigioniero» [10].
Questa crisi si fa particolarmente acuta verso la fine del 1912 in un periodo di grande produttività (Il fochista, La condanna, La metamorfosi). Il lavoro d'ufficio diviene allora una minaccia, una vera e propria tortura per lo scrittore.
Le pagine dei Diari e dell'Epistolario si infittiscono di notazioni disperate, in cui ricorre il pensiero del suicidio perché gli mancano il tempo, le forze fisiche, il silenzio, la solitudine per scrivere. In una delle più celebri, Kafka annota «Tutto dentro di me è pronto per un lavoro poetico che per me sarebbe una soluzione divina e il vero modo di acquistar vita, mentre per colpa di una pratica così miserabile devo privare di un pezzo di carne un corpo capace di tanta felicità» [11].
Kafka ha un solo desiderio «passare follemente le notti scrivendo» e come scrive a Felice «anche distruggersi o impazzire scrivendo, perché questa ne è la conseguenza necessaria e da lungo presagita» [12].
Come si spiega allora che egli facesse pervenire regolarmente alla fidanzata Felice Bauer e agli amici, le copie delle relazioni da lui stilate per l'Istituto? Quale orgoglio per un lavoro tanto detestato? Siamo di fronte a uno dei tanti paradossi in cui si finisce per inciampare quando si parla di Kafka.
Riconosciuta la lacerazione tra il desiderio di letteratura e il lavoro d'ufficio si può comunque affermare che alcuni aspetti di questo impiego si intreccino strettamente con l'altra dimensione, quella dello scrittore; così come Kafka dichiarava di aver iniziato a scrivere per sfuggire alla sfera paterna, allo stesso modo l'impiego presso un istituto volto a salvaguardare la sicurezza sociale dei lavoratori, lo collocava alla parte dei 'non privilegiati', di quel personale che l'affermato commerciante Hermann Kafka maltrattava e insultava fino a farne vergognare il figlio. Il lavoro quindi come altra faccia di una rivolta contro il mondo dei valori paterni, ribellione che darà luogo a innumerevoli e insospettabili volti.
L'esecrabile lavoro d'ufficio è anche fonte di ispirazione per lo scrittore, così come l'aver studiato legge e aver vissuto lunghi anni nell'ambiente delle Assicurazioni funzionano da serbatoio per scrivere Il Processo e Il Castello. A Felice scrive, per esempio, della sua «malinconica scrivania» che «non era certo mai in ordine, ma che adesso è coperta da un arruffato mucchio di carte e di pratiche. Conosco soltanto lo strato superiore, di sotto mi figuro cose terribili» [13].
Da questa immagine è immediato il passaggio all'indimenticabile scena del Castello in cui si parla di Sordini, l'alto funzionario di origine italiana, sovraccarico di lavoro e instancabile:
«Mi hanno descritto il suo ufficio: le pareti scompaiono dietro pile di incartamenti; e quelli sono soltanto gli atti riguardanti gli affari in corso; e poiché continuamente si mettono e si tolgono documenti dalle cartelle, sempre in gran fretta le pile crollano ad ogni momento, e proprio quel fragore ininterrotto è divenuto la caratteristica dell'ufficio di Sordini» [14].
L'Istituto rappresenterà, infine, un legame con la vita, una forma di legittimazione della propria esistenza, fatto che Kafka comprese e ammise solo molti anni più tardi, con l'insorgere della malattia. Così scriveva all'amata Milena nell'agosto del 1920: «…per me l'ufficio e così sono stati la scuola elementare, il ginnasio, l'università, la famiglia, tutto, è un uomo vivo che dovunque io sia, mi guarda con gli occhi innocenti, una persona con la quale sono stato unito in qualche modo che ignoro» [15].

Note:


[1] F. Kafka, Confessioni e Diari, a cura di E. Pocar Mondadori, Milano 1972.

[2] F. Kafka, Lettere a Felice (1912-17), Mondadori, Milano 1972

[3] F. Kafka, Lettere a Milena, Mondadori, Milano 1979.

[4] F. Rella, Ipotesi per una descrizione di una battaglia, in La critica freudiana, (a cura di), Feltrinelli, Milano 1977.

[5] F. Kafka, Relazioni, Einaudi, Torino1988.

[6] F. Kafka, Relazioni, p.129.

[7] F. Kafka, Gli aeroplani a Brescia, in Confessioni e Diari, pp. 21-31.

[8] F. Kafka, Diari, 8 dicembre 1914, p.509.

[9] L. Anceschi, Intorno a un modo di leggere Kafka, in Poetica americana e altri saggi contemporanei di poetica, Pisa 1953, p.115.

[10] F. Kafka, Lettere a Felice, p. 684.

[11] F. Kafka, Diari, 3 ottobre 1911, pp.184-85

[12] F. Kafka, Lettere a Felice, 13.VII.13, p.434.

[13] F. Kafka, Lettere a Felice, 3.XII.12, p.123.

[14] F. Kafka, Il Castello, Mondadori, Milano 1979, p. 99-100.

[15] F. Kafka, Lettere a Milena, 1920, pp 130-01.
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