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Indice

Tema n.6:

Leopardi e gli scarti del canone

Vorrei cominciare ricordando un episodio che s'incontra nella Giovinezza del De Sanctis, un testo autobiografico in cui il critico rievoca il suo periodo alla scuola napoletana del purista Basilio Puoti. Un giorno – De Sanctis è ancora un giovane studente – si reca a far visita alla scuola niente meno che il Leopardi, da tutti stimato come poeta sommo; il Puoti invita De Sanctis, in presenza del Leopardi (allora di stanza a Napoli, come si sa), a esibirsi in un'improvvisazione oratoria. Il De Sanctis, forse preso dall'emozione, commette in quell'occasione qualche errore di lingua, ma Leopardi – anziché riprenderlo – lo tranquillizza ricordandogli la natura sfuggevole e multiforme della lingua, la quale non può dirsi a cuor leggero giusta o sbagliata, corretta o scorretta, perché la varietà, le eccezioni e gli usi diversi la rendono quasi indominabile.
Questo episodio dice qualcosa di molto importante circa il concetto che il Leopardi aveva di canone letterario. La parola 'canone' ha molto a che fare con i concetti di 'rifiuto', 'scarto' ed 'esubero' che sono al centro del presente gruppo d'interventi: costruire o anche semplicemente proporre un canone significa automaticamente rifiutare, scartare, considerare qualcuno in esubero, in eccesso, e dunque tagliarlo via. Nel 1824, Leopardi pubblica, in calce all'edizione bolognese (per i tipi del Nobili) delle proprie Canzoni, le famose Annotazioni, una serie di noterelle in cui difende le scelte linguistiche sottese alle Canzoni medesime, ed in cui attacca l'Accademia della Crusca per le sue eccessive restrizioni in fatto di ammissione al canone della cosiddetta buona letteratura di molti autori della tradizione italiana. Queste noterelle, più che un'autodifesa preventiva dei propri testi da accuse cruscanti (che poi, di fatto, saranno assai trascurabili), rappresentano una vera e propria dichiarazione di politica linguistica da parte del Leopardi, anti-puristica e, seppur moderatamente, anti-canonica [1]. Leopardi, infatti, che nelle Annotazioni dichiara di voler intervenire su quella «materia del giorno» che è in Italia la questione-lingua [2], esordisce riconoscendo al proprio dettato poetico un carattere eminentemente non canonico, sia sul piano dei modelli seguiti [3] sia – soprattutto – della lingua utilizzata, che acclude tutta una serie di vocaboli e di sfumature di significato rifiutati dal Vocabolario della Crusca (in particolare, da quello ristampato a Verona da padre Cesari nel 1806, la cosiddetta Crusca Veronese, fortemente irrigidito su posizioni puristiche ortodosse) [4]. Leopardi, nella sua polemica contro la Crusca, se la prende con i «pedagoghi» (cioè con i 'pedanti'), con i moltissimi che «non lasciano che si scriva», e con «quelli che non sapendo niente, vogliono che la favella non si possa stendere più là di quel niente» [5]. Specialmente quest'ultima asserzione ci porta nel vivo del nostro ragionamento: Leopardi accusa la Crusca di aver costruito un canone pieno di errori, di inesattezze, di carenze, nel senso che gli stessi autori che i cruscanti riconoscono per buoni hanno usato spesso voci e modi di dire che il Vocabolario (pur basato su quegli autori canonizzati) non riconosce. Per esempio, la voce spirerà ('ispirerà', 'sarà fonte d'ispirazione') con valore transitivo ('spirare qualcuno o qualcosa') non è attestata nel Vocabolario, ma ne possono mostrare numerosi esempi autori consacrati dalla Crusca come «il Petrarca, il Tasso, il Guarini e mille altri», o opere da essa ugualmente consacrate come le Vite de' Santi Padri [6]. C'è dunque una contraddizione, che Leopardi rileva, tra la canonizzazione degli autori e la canonizzazione delle loro opere, il che aveva già portato Monti, qualche anno prima, a sospettare la Crusca di un'operazione ambigua e – diciamo così – 'di parte' nella scelta dei propri autori canonici, in uno dei tanti suoi lucidissimi scritti linguistici. Monti fa leva acutamente sulle intenzioni che muovono qualsiasi canone, per costitutire il quale c'è bisogno di un «Senato compilatore», di un preciso «spirito di partito», di un atto di «condannazione» e di «bando», di qualcuno che «serri […] la porta» a qualcun altro [7], ma per ragioni nascostamente ideologiche.
Quindi, Monti mette in chiaro l'operazione ideologica che è sottesa alla costruzione del canone cruscante, un'operazione che pone in secondo piano, nell'opera da sottoporre al vaglio, la bellezza rispetto alla rispondenza a determinati requisiti. L'autorità, invece – afferma sempre Monti nello scritto sopra ricordato –, non deve precedere ma seguire la ragione [8].
Sulla stessa strada troviamo anche il Leopardi, le cui Annotazioni – a ben vedere – altro non sono se non un suo primo importante discorso sul canone letterario, cioè su quali autori è lecito includere o escludere, su quali autori è lecito discutere o non discutere. La soluzione che Leopardi prospetta, qui e altrove, è senza dubbio quella di un canone 'aperto', ossia: a) di un canone di autori ritenuti validi per qualche motivo di ordine esclusivamente estetico-linguistico, e non ideologico (quindi un canone sempre aposterioristico, mai aprioristico); b) di un canone vivo, non paludato, instabile, allargabile, mai pago di se stesso, in fieri: Leopardi, uomo di letture sterminate, sa benissimo che non c'è mai limite alla scoperta del bello, e che il discrimine fra maggiori e minori è spesso una cresta sottile che va valutata volta volta, e senza pregiudizî, come nel caso di Lorenzino de' Medici, che egli ritiene grandissimo scrittore. Lorenzino de' Medici! Chi era costui? Eppure Leopardi lo osanna come un «maestro», che fa impallidire gli altri cinquecentisti e rivivere l'eloquenza antica. Per Leopardi, come dimostra anche l'esempio di Lorenzino, la letteratura non si può irregimentare in un 'torto' e 'dritto' del poter dire, né in un catalogo di opere e di autori che aspiri ad avere una sua autorevole fissità e cogenza, prima di tutto perché l'espressione umana è esondante, come la natura, e non sta ferma, quindi non si può impedire ad uno scrittore di servirsi di tutti i linguaggi a sua disposizione (purché «con avvertenza e naturalezza»), né gli si può impedire di creare ex novo (pur con «giudiziosa novità»), ed in secondo luogo perché non si può arroccare la lingua su certe posizioni rigidamente precostituite.
Quello che Leopardi si proponeva – è bene intendersi – non era la distruzione del Vocabolario della Crusca, bensì un suo allargamento, una sua apertura appunto, come testimonia la lettera all'editore milanese Antonio Fortunato Stella del 22 novembre '26, nella quale il poeta si dichiara pronto a partecipare ad un progetto di «giunta di voci al Vocabolario della Crusca», avendo in animo di comporre addirittura un volume intitolato Vocaboli e modi di dire non segnati nel Vocabolario della Crusca, tratti da scrittori classici antichi; e nuovi esempi di voci e di locuzioni poste nel Vocabolario [9], in linea, del resto, con altri progetti analoghi di inizio '800 – che Leopardi conosceva bene, essendo un linguista attentissimo [10] –, non ultima la Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca (1817-1826) di Monti, citata in lungo e in largo da Leopardi. Anche Leopardi si inserisce in quella reazione di inizio secolo al francesismo figlio del Settecento; tuttavia, la sua posizione, lungi da quella, di «oltranzismo trecentistico» [11], espressa dal Cesari nella Dissertazione sopra lo stato presente della lingua italiana (1808), si inserisce nel solco tracciato dal classicismo più maturo e internazionalista (di matrice montiana e giordaniana), che intende fare «posto a opere e autori ingiustamente esclusi» e tenere «conto anche della letteratura scientifica», ponendo «una particolare attenzione alla qualità letteraria delle scritture prese a modello», e offrendosi «a una pur moderata apertura nei confronti degli apporti stranieri, nonché all'allargamento e al rinnovamento del linguaggio in sintonia con il progresso scientifico e culturale» [12]. Classicismo, infatti, non necessariamente deve coincidere con chiusura su di sé del canone.
La posizione di Leopardi rispetto ai suoi contemporanei classicisti (anche rispetto a Monti) è sicuramente più filosoficamente fondata e di più ampio respiro: Leopardi è molto interessato al rapporto con l'Europa e al problema della circolazione delle idee fra le nazioni, ma – fermo restando questo interesse – cerca una via per inserire la lingua italiana nel circuito culturalmente unitario d'Europa senza snaturarla, per salvaguardare la nostra specificità senza obliterare il progresso della civiltà globale [13]. Fondersi senza con-fondersi: questa, in altri termini, la preoccupazione forse principale del Leopardi linguista, preoccupato dunque di salvare l'«orecchio» e l'«indole della lingua» (cfr. Zib., p. 1335, 17 luglio 1821); e per salvare i valori dell'«orecchio» e dell'«indole» della nostra lingua, egli propone non di distruggere, bensì senz'altro di «ampliare» e «leggere diversamente» la «tradizione consistente» rappresentata dalla Crusca, di criticare il canone cruscante «dall'interno del canone» stesso, «ma diversamente usato» [14].
Detto ciò, l'idea di canone per Leopardi va mantenuta? Diremmo di sì, purché s'intenda come un canone aperto, asistematico, allargato alle sfere più diverse della lingua e dello stile, ma, soprattutto, relativo, sottoponibile sempre e comunque al dubbio cartesiano. E per essere relativo un canone solido dev'essere per forza di cose a posteriori, e venire cioè sempre dopo la lettura e dopo il confronto di quella lettura con mille altre. Siamo disposti ad accettare un'idea di canone che includa ed escluda dal suo seno determinate opere (esprimere un giudizio anche pesante su un testo è nostro dovere), trascegliendo, in particolare, quelle opere che dicono qualcosa di nuovo ad ogni lettura, anche in epoche differenti, che attraversano le sensibilità e le ideologie (venendo appropriate da ciascuna a proprio modo), che mostrano connotati di bellezza e originalità; ma non siamo disposti ad una critica con la stadera, che enuncia dei Canoni di Alessandria o di Volcazio, portando soprattutto i giovani all'acquiescenza, ad un ipse dixit. È bene ricordare che anche Leopardi, di fronte a Petrarca, nutriva insieme amore e odio: dopo il commento al Canzoniere (1826), egli dà ragione a Lord Chesterfield quando scrive che Petrarca è solo un sing-song love-sick Poet [15].
Leopardi, che pur non avrebbe condiviso le prospettive dei cultural studies, parte comunque dal presupposto relativista e anti-dogmatico che ogni nazione, anzi addirittura ogni individuo possiede una sua lingua, un suo canone, come si evince da alcuni pensieri sulla «varietà delle lingue» [16].
Leopardi pensa certo, anche sulla scia di questo relativismo linguistico, che sia impossibile qualunque forma di chiusura del canone, come egli stesso dimostra con le scelte operate nelle due Crestomazie, che proprio per il fatto di includere autori spesso considerati minori (quando non semi-sconosciuti), mostrano un atteggiamento quanto mai libero e disincantato su cosa sia la cultura letteraria e su come la si debba leggere. Nella prefazione Ai lettori della Crestomazia prosastica, Leopardi dichiara di aver voluto proporre «uno specchio della letteratura italiana», e a tal fine di aver «tolto da scrittori di ogni qualità, e da libri di ogni materia», con, in aggiunta, una «condizione: che nei passi che si scegliessero, la bellezza del dire non fosse scompagnata dalla importanza dei pensieri e delle cose»; l'antologista era poi consapevole della novità assoluta del suo lavoro: «Le quali cose» – scrive infatti – «è manifesto non aver luogo in alcuna delle Antologie italiane divulgate finora» [17]. In realtà, prescindendo dalle intenzioni dichiarate, le Crestomazie danno complessivamente l'impressione di essere state stese dal Leopardi anche in ossequio ad un altro criterio: quello della organicità dei brani antologici alla propria ricerca di scrittore. Le Crestomazie sono zeppe di autori anticanonici perché Leopardi leggeva quello che gli serviva nel suo farsi-Leopardi: se una cosa ci insegnano queste due antologie è che ogni scrittore (quindi, generalizzando, ogni uomo) si forma sempre un proprio canone, e ordina il mondo protagorianamente attorno a se stesso. Si legge – e non c'è canone che tenga – ciò che in un dato momento fa comodo alla nostra ricerca umana, esistenziale. Così Leopardi mette nelle Crestomazie moltissimi brani che alludono, in maniera più o meno esplicita, a qualche aspetto della sua opera in poesia o in prosa.
Anche la Crusca partiva da presupposti di apertura del canone – è bene non dimenticarlo [18] –, salvo poi asservire tale apertura ad una precisa ideologia linguistica geograficamente localizzata nell'area fiorentina. Certo le Crestomazie leopardiane debbono non poco anche al magistero di questa importantissima istituzione, ma non possiamo non riconoscere, altrettanto, che se ne distaccano con decisione, tanto più che si sono già consumate, negli anni '21-'22 (ma proseguiranno fino al '28), le aspre critiche di Leopardi contro il purismo (assurdo perché «lingua pura, è un abuso di parole» e «conservare la purità della lingua è un'immaginazione, un sogno, un'ipotesi astratta, un'idea, non mai riducibile ad atto» [19]), in nome di un «sistema vitale» della lingua [20]. Tali critiche prendono di mira, anticipando le Annotazioni del '24, soprattutto il Vocabolario e la sua discutibile scelta canonizzatrice, come si evince da questo pensiero, che è anche, più generalmente, un pensiero sulla impossibilità di racchiudere entro schemi troppo rigidi la «ricchezza» della lingua, e, di conseguenza, dell'espressione letteraria.
Dunque, la figura che emerge dalle riflessioni zibaldoniane sulla varietà delle lingue e sul purismo, dalle Annotazioni, ed infine dalle due Crestomazie, è quella di un classicista assai moderato, convinto assertore di solidi valori espressivi (quali l'eloquenza e la grazia), improntati sui classici greci e latini, ma capace di mettere in discussione perfino i propri padri (definendo Petrarca un sing-song love-sick Poet), e incapace di accettare un canone reso definitivo, chiuso e immobile da una ortodossia linguistica priva di alcuna legittimazione.

Note:


[1] Come rileva giustamente Luigi Blasucci ne I tempi dei Canti, «l'allegro accanimento dell'autore delle Annotazioni» nei confronti della Crusca non è certo dovuto a quei pochi giudizî limitativi ricevuti da parte purista, sempre «molto blandi e nella sostanza rispettosi»: «La verità è che Leopardi non aspettava altro per render pubblica la propria insoddisfazione nei confronti degli autori del Vocabolario. Le Annotazioni sono infatti nella loro sostanza, più che una difesa del linguaggio delle canzoni, come le note autografe (dove lo stesso Vocabolario forniva spesso gli esempi d'appoggio), una documentazione delle carenze della Crusca. I casi offerti dalle canzoni, in sé abbastanza periferici come spunti per un vero e proprio autocommento linguistico, non sono che delle esemplificazioni di quelle lacune» (L. Blasucci, L'autocommento alle Canzoni: dalle note autografe alle Annotazioni, in Id., I tempi dei Canti. Nuovi studi leopardiani, Torino, Einaudi, 1996, pp. 52-53).

[2] Cfr. G. Leopardi, Annotazioni alle Canzoni, in Id., Canti, a cura di N. Gallo e C. Garboli, Torino, Einaudi, 1993, p. 330.

[3] Delle proprie Canzoni, Leopardi dice che sono «stravaganze», e che «non tutte e non in tutto sono di stile petrarchesco. […] non sono di stile né arcadico né frugoniano; non hanno né quello del Chiabrera, né quello del Testi o del Filicaia o del Guidi o del Manfredi, né quello delle poesie liriche del Parini o del Monti; in somma non si rassomigliano a nessuna poesia lirica italiana» (G. Leopardi, Annotazioni, cit., p. 328).

[4] Leopardi conosceva bene la Crusca Veronese, come dimostrano gli accenni che ne fa, oltre che nelle Annotazioni (cit., p. 354), anche nello Zibaldone (p. 4165, 18 febbraio 1826) e nelle lettere a Giuseppe Melchiorri del '22. Sulla figura del purista Antonio Cesari (1760-1828), invece, e sulla edizione da lui curata del Vocabolario della Crusca, cfr.: P. Trifone, La lingua: difesa della tradizione e apertura al nuovo, in *Storia della letteratura italiana, vol. VIII, Il primo Ottocento, Roma, Salerno Editrice, 1998, pp. 202-203.

[5] G. Leopardi, Annotazioni, cit., pp. 330-331.

[6] Ivi, p. 334. Altri esempi dello stesso tenore: la parola sollazzo nel senso di sollievo – nota Leopardi –, pur non essendo accettata dai cruscanti, «è voce di quel secolo della nostra lingua [scil. il Trecento] ch'essi chiamano il buono e l'aureo» (ivi, p. 336); la parola «"solo" in forza di "romito, disabitato, deserto" non è del Vocabolario, ma è del Petrarca» (ivi, p. 339); fingere nel senso di formare, foggiare, «non è roba di Crusca, ma è farina del Rucellai» (ivi, p. 358), altro autore canonizzato dalla Crusca, ecc. ecc.

[7] V. Monti, [Per una lingua nazionale], in Id., Opere, a cura di M. Valgimigli e C. Muscetta, Milano-Napoli, Ricciardi, 1953, pp. 1070-1071

[8] Cfr. ivi, pp. 1070-1071: «Il palladio della lingua era già passato in mano al più forte [i fiorentini]: e dove venia meno il diritto si giuocava di prepotenza, e talvolta pur di capriccio. Si allontanarono di bel nuovo tutte le voci che, quantunque usate da scrittori gravissimi, non erano state ancor tinte nel liquido oro dell'Arno, quelle cioè che gli scrittori dell'Indice, soli privilegiati, non avevano adoperato; e si mandò sempre innanzi alla ragione l'autorità, e per nulla si valutò l'impero dell'uso, che solo può dare alla comunicazione del pensiero, che è il grande oggetto della parola, l'universalità necessaria […]».

[9] Lettera ad Antonio Fortunato Stella, del 22 novembre 1826.

[10] Non è superfluo che De Robertis ci ricordi che nel periodo di maggior incremento dello Zibaldone, il diario di appunti privati del Leopardi, cioè quello che va dal 1821 al 1823, «su oltre 3200 delle 4500 pagine circa dell'autografo, almeno 1500 hanno per argomento i problemi della lingua, anzi delle lingue» (D. De Robertis, Lingua come scoperta e come investimento (Leopardi tra annotazioni e varianti), in «Studi di lessicografia italiana», V, 1983, p. 217).

[11] L'espressione è di L. Blasucci, L'autocommento alle Canzoni, cit., p. 51.

[12] Questa sobria e intelligente lettura di certo classicismo maturo di primo Ottocento è data sempre da P. Trifone, La lingua: difesa della tradizione e apertura al nuovo, cit., pp. 203-204.

[13] Del tutto condivisibili, a questo proposito, le seguenti affermazioni di Pietro Trifone: «Leopardi si vale del confronto con la Francia per sottolineare l'esigenza di un'apertura e di un adeguamento che reinseriscano la vita intellettuale italiana nel grande circuito del pensiero europeo. Occorre aggiornare la lingua letteraria, migliorare la diffusione della cultura, acquisire il vocabolario internazionale delle scienze; ma ciò va fatto preservando i peculiari valori stilistico-linguistici della tradizione italiana, con particolare riferimento alla prediletta letteratura del XVI secolo, e dunque senza banalizzare e appiattire le forme dell'espressione al modo dei francesi» (P. Trifone, La lingua: difesa della tradizione e apertura al nuovo, cit., pp. 205-206).

[14] Cito dal lavoro di T. Poggi Salani, Leopardi critico della propria lingua, in *Lingua e stile di Giacomo Leopardi, Firenze, Olschki, 1994, pp. 337 e 342.

[15] Cfr. Zibaldone, p. 4249 (27 febbraio 1827).

[16] Si è occupato egregiamente delle riflessioni leopardiane sulla «varietà delle lingue» Stefano Gensini, nella sua opera – che ad oggi rimane la migliore sul Leopardi linguista – Linguistica leopardiana. Fondamenti teorici e prospettive politico-culturali, Bologna, il Mulino, 1984, in part. pp. 125 ss.

[17] G. Leopardi, Ai lettori, in Id., Crestomazia italiana. La prosa, a cura di G. Bollati, Torino, Einaudi, 1968, pp. 3-4.

[18] Lo sottolinea assai bene Vincenzo Monti nel già citato scritto a favore di una lingua nazionale italiana (p. 1069): «Ciò fu il Vocabolario della Crusca, che, prontamente ideato, prontamente fu compilato, messi a contribuzione non solamente i tre gran lumi della favella e tutti i migliori dopo di questi, ma tutte ancora le carte e stampate ed inedite del trecento o dell'intorno a quel secolo, Cronache, Leggendari, Volgarizzamenti anonimi d'ogni fatta, e Quaderni di conti, e Rituali di messa, e Strumenti, e Processi, e Formolari di ricette, e Inventari di Sacrestie, e tutto in somma che le Biblioteche e gli Archivi e privati e pubblici potevano somministrare, fin pure i libricciattoli senza titolo».

[19] Cfr. rispettivamente Zib., p. 2521 (29 giugno 1822), e p. 4425 (5 dicembre 1828).

[20] Ecco alcuni pensieri leopardiani a questo riguardo: «la lingua e naturalmente e ragionevolmente cammina sempre finch'è viva, e come è assurdissimo voler ch'ella stia ferma, contra la natura delle cose, così è pregiudizievole e porta discapito il volerla riporre più indietro che non bisogna, e obbligarla a rifare quel cammino che avea già fatto dirittamente e debitamente» (Zib., pp. 753-754, 8-14 marzo 1821); «la nostra lingua propria è un'eredità, un capitale fruttifero, che abbiamo ricevuto da' nostri maggiori, i quali come l'hanno fatto fruttare, così ce l'hanno trasmesso perché facessimo altrettanto, e non mica perché lo seppellissimo come il talento del Vangelo, ne abbandonassimo affatto la coltivazione, credessimo di custodirlo, e difenderlo, quando gli avessimo impedito ogni prodotto, la vegetazione, il prolificare; lo considerassimo e ce ne servissimo come di un capitale morto ec.» (ivi, pp. 765-766, 8-14 marzo 1821).
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