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Gianni Celati

Lo spirito della novella

17. Uomini, dementi e bestie.

Nel Decamerone una buona metà delle novelle parla di inganni, raggiri, eccessi di stupidità, effetti comici delle burle. Questa è materia privilegiata di racconto, quasi l’immaginario allo stato puro, paragonabile solo a quello dei poemi cavallereschi, come volo di testa. Ma la massa dei creduli e ottusi che popolano queste novelle fa anche pensare a uno stato di idiozia diffusa nell’umanità. Dante parlava della “mente” come parte superiore dell’anima, dove si colloca la virtù intellettiva; e diceva che molti paiono essere del tutto privi di tale facoltà, perciò sono chiamati “amenti e dementi” (Convivio, III, ii, 19). Va anche ricordata la novella boccacesca su Guido Cavalcanti, il quale, trovandosi un giorno presso una chiesa dove sono delle arche sepolcrali, accerchiato da una banda d’amici intenzionati a trascinarlo con loro, risponde: “Voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace”. Poi, con un salto da “uomo leggerissimo”, scavalca l’arca e se ne va. La sua battuta viene spiegata dal capo brigata così: egli ha voluto dire che “noi e gli altri uomini idioti e non letterati siamo, a comparazione di lui e degli altri uomini scienziati, peggio che uomini morti, e per ciò, qui essendo [presso le arche sepolcrali], siamo a casa nostra” (Decamerone,VI, 9). La nozione di “uomini morti” è simile a quella di Dante, il quale, parlando di chi non segue nessuno studio o disciplina, diceva: “è morto [come uomo] ed è rimasto bestia” (Convivio, IV, vii, 14). La battuta ha senso anche in rapporto alla filosofia averroista di cui Guido è stato studioso, e dove uno dei punti critici era la proposizione “Homo non intelligit” – da intendere: chi comprende non è il singolo, ma l’intelletto generale che raduna tutti gli uomini. Ciò implica che dove non vi sia uno sviluppo mentale per risalire dai propri fantasmi immaginativi alle forme dell’intelletto generale, l’uomo resta un “uomo materiale”, “semplice” o “grosso”, come si diceva nelle novelle. Dai “dementi” di Dante agli “uomini morti” di Guido c’è la linea d’un dubbio sulle facoltà umane, che tocca una vasta zona del pensiero d’epoca. È anche il senso riposto delle beffe: come è possibile che un Calandrino sia detto uomo razionale? Lo spirito della novella ha l’aria d’un umanesimo ribaltato, che anziché convincerci che umanità e razionalità sono la stessa cosa, ci mette nella posizione di cogliere la formula della loro massima distanza (“Homo non intelligit”).

18. Comica di Ganfo pellicciaio.

La figura comica più proverbiale nella storia della novella è Calandrino: “uom semplice”, con una “semplicità” da cui da cui Bruno e Buffalmacco “gran festa prendevano”. Il semplice deriva dalla figura evangelica dei poveri di spirito destinati al regno dei cieli, ma qui assume il ruolo di zimbello degli uomini di mente sottile. Sullo sfondo di queste implicazioni, si profila una strana novella di Sercambi – quella su Ganfo pellicciaio,“omo materiale e grosso di pasta”, altro semplice tra i più memorabili (Novelle, 2). Dunque Ganfo va ai Bagni di Lucca per curarsi; ma quando deve entrare in acqua e vede tante persone, si chiede: “Tra tanti, come farò a riconoscermi?” Allora si mette un segno di croce sulla spalla, ed entrato in acqua guarda il segno e si dice: “Sì sono proprio io”. Poi però l’acqua spazza via il suo segno di croce e lo deposita su un altro bagnante, al quale Ganfo dice: “Tu sei io e io son tu”. E l’altro per mandarlo al diavolo gli risponde: “Va’ via, tu sei morto”. Al che Ganfo si crede morto, torna a casa, si stende sul letto, si lascia mettere nella bara. (Ganfo è sempre come se obbedisse agli ordini o alle ingiunzioni delle parole, prendendo tutto alla lettera). Poi, mentre lo portano al cimitero, per strada una cliente gli manda una maledizione, perché gli aveva portato una pelliccia da riparare e lui è morto senza restituirgliela. E Ganfo risponde nella bara: “Se io fossi vivo come sono morto, ti risponderei come si deve”. Racconto d‘una idiozia misteriosa e assoluta, che ricorda le comiche del cinema muto; ma dà anche l’idea d’un paradiso dei semplici, essendo peraltro intitolato De simplicitate. Niente qui indica che l’uomo sia uomo in quanto creatura razionale; al contrario, c’è una viva incertezza su cosa sia la razionalità, e su quella coincidenza con se stessi che chiamiamo “io”, nonché sui segni che ci mettiamo addosso per distinguerci dagli gli altri – parodia dell’identità razionale che tutti perpetuiamo.

19. La novella del Grasso legnaiuolo.

Uno degli sviluppi più sintomatici delle burle novellistiche non va cercato nei testi letterari, bensì nella voga delle beffe cittadine. Erano beffe architettate da artisti d’un genere quasi teatrale, perché implicavano una messinscena e una recita delle parti per ingannare la vittima designata. L’esempio più celebre è una beffa organizzata a Firenze nell’anno 1409, architettata da Filippo Brunelleschi, con una brigata d’artisti e artigiani fiorentini, e un vasto concorso di comparse. La beffa sarà narrata in molte versioni, tra cui la più ampia è attribuita ad Antonio Manetti, redatta attorno al 1446, a cui si dà il titolo di La novella del Grasso legniaiuolo. Vittima designata: “il Grasso”, artigiano intagliatore, che “aveva un poco del semplice”. Si tratta d’una recita collettiva per far sì che il Grasso creda d’essere diventato un tal Matteo. Dunque, quando torna a casa alla sera, una voce che sembra la sua gli grida da dentro: “Matteo vai via che ho da fare”. Passa un amico e lo saluta: “Buonasera Matteo”. Lui va in piazza ed è arrestato su denuncia d’un creditore che lo identifica come Matteo. Si chiede: “Sono forse Calandrino a esser diventato un altro senza accorgermene?” Il Grasso vede l’ombra della beffa, ma trovando mezza città concorde nel prenderlo per Matteo smette di far resistenza, per non essere trattato da scemo. Ciò non toglie che sia travagliato dall’idea d’una possibile metamorfosi di se stesso, e che a momenti cominci a crederci, stimolato dalle chiacchiere dei suoi persecutori. A un certo punto gli organizzatori della beffa mandano un prete, ignaro dello scherzo, per convincere il Grasso a smetterla di credersi il Grasso; e questo prete lo rimprovera per la sua ostinazione, perché si fa ridere dietro come strambo. Secondo il prete la stramberia si cura con i buoni esempi: esempi dei “valenti uomini” che con “lo scudo della pazienza” superano ogni avversità. Qui la beffa retroagisce dalla burla al sempliciotto alla caricatura di untuose figure delle morale: quelli che incarnano una sicura coincidenza con sé stessi, ciò che loro chiamano coscienza - col motto incosciente di Ganfo: “io sono proprio io”. Nella storia del Grasso c’è il senso di un’incursione da parte dei fantasmi pubblici della morale, i fantasmi d’un “dover essere”, che sconvolgono il luogo delle immagini della mente e vi impiantano i segni d’un ordine coercitivo esterno. In realtà è la storia di un’incertezza fondamentale che riguarda tutti, tra l’idea d’una coincidenza con se stessi e il senso d’una estraneità a se stessi: incertezza disonorevole, da tenere sempre nascosta, perché somiglia alla pazzia.

20. Mariotto diventato albero.

Nella schiera dei semplici va inscritto il Mariotto di Grazzini, che faceva ridere tutti con le sue castronerie, perché “credeva in cose tanto sciocche e goffe” da sembrare piuttosto una bestia addomesticata che un uomo vero e proprio (Cene, II, 2). E come il Puccio boccaccesco a forza di ascoltare i frati voleva diventare santo, così Mariotto a forza di ascoltare prediche non vedeva l’ora di morire - perché gli era stato detto che “questa vita non era vita, anzi una vera morte“, e invece “chi moriva, di là cominciava a vivere una vita senza affanni”. Questo è l’avvio del racconto. Dopo di che sua moglie si prende nel letto un amante; e i due assorti nell’acre piacere dello spasmo genitale sono seccati dal grullo Mariotto che invoca la morte, per cui decidono di metterlo in una bara e spedirlo al cimitero. Potrebbe essere una comica come quella di Ganfo, se non fosse per come si risolve. Grazzini segue la filosofia boccaccesca d’un determinismo naturale, come quello che produce l’attrazione tra i sessi. Ma in Grazzini il determinismo tocca tutti i comportamenti umani, come esempi d’una natura indifferente a qualsiasi ordine morale. E non ci sono santi né eroi; ci sono solo trucidi e sciocchi; e una vita governata da scelleratezze e sordide mene Ma ecco allora che il semplice non è più come Calandrino, un balordo marginale rispetto al saldo mondo dei Bruno e Buffalmacco. Mariotto incarna l’essenza pura della bestialità di questo mondo, dove niente ha la salda trama del reale, tutto pare un incubo di fantasmi posticci. Come quando sulla via del cimitero, dopo essersi cacato addosso, lui salta fuori dalla bara; e a quel punto si capisce che niente è controllabile, tutto svaria e tracolla nell’insensato. L’acqua dell’Arno prende fuoco, lui resta bruciato in Arno, quasi obbedendo a un detto popolare fiorentino; e dopo non somiglia più a un uomo, ma ad un “ceppo di pero verde, abbronzato e arsiccio”. Proprio quella morte comica fa di lui una figura che spicca tra tutte le maschere d’una bestialità nascosta dietro le norme dei traffici quotidiani; mentre lui, fin dall’inizio vicino all’essenza della pura bestialità, morendo regredisce a purissima materia vegetale, come quella da cui nascerà Pinocchio. E questa mi sembra la conclusione ideale di tutte le leggende novellistiche sull’idiozia dei “semplici”.

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