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Indice

Tema n.6:

«Contemporaneità impossibile» e «iniziazione negativa».
Intervista di Donatella Allegro e Federico Condello

I. «Contemporaneità impossibile» e «iniziazione negativa»


In una pagina famosa della sua Retorica, Aristotele offre un quadro caratterologico della giovinezza che stupisce per la sua piena aderenza ai clichés che la letteratura o il senso comune, pur in epoche diverse, usano attribuire ai "giovani". Si tocca forse qui una qualche sorta di "costante" umana? Quali sono i limiti e la consistenza di questa presunta "costante"? Ed è lecito parlare in astratto, oggi, dei "giovani"?

L'espressione "giovinezza"è senz'altro troppo ampia: è evidente che esistono diverse "giovinezze", e che le distinzioni di classe, d'origine, di posizione geografica corrispondono a situazioni estremamente diverse. Quando si parla di "giovinezza", del resto, si ha spesso in mente una particolare forma di giovinezza: i giovani delle scuole, i giovani delle periferie, e via dicendo, in una grande varietà di situazioni sociali. Tutte le affermazioni che pretendono di affrontare la giovinezza in generale toccano una questione molto delicata e complessa. Tuttavia, credo si possa dire che oggi, pur in àmbiti differenti, esiste uno scarto generazionale ben più sensibile che in altre epoche: uno scarto tra coloro che vengono chiamati «giovani» – diciamo le persone fino ai trent'anni – e i membri della precedente generazione. Tale cesura generazionale sussiste perché i più giovani, oggi, crescono in un mondo fortemente tecnologizzato, che incide in maniera ben più sistematica rispetto alle precedenti generazioni. La diversa formazione dà luogo quasi a una diversa "cosmologia". Il divario è ancor più marcato, credo, in situazioni sociali specifiche quali sono quelle delle popolazioni immigrate, dove si avverte in misura maggiore la cesura fra i genitori – che spesso parlano a stento la lingua del paese d'arrivo, spesso sono analfabeti – e i loro figli scolarizzati, che appartengono a un altro sistema. È questa differenziazione generazionale che costituisce un tratto pertinente per parlare della giovinezza attuale. Inoltre, dal punto di vista storico, un forte elemento di differenza si può cogliere rispetto alla generazione del '68. I giovani attuali non si riconoscono più nella generazione dei loro genitori, più o meno associati al '68: a grandi linee, dal punto di vista sociologico, essi sono più conservatori, più romanticheggianti – si pensi alla musica di massa, al fenomeno dei grandi concerti – e questo fa sì che essi rappresentino una rottura rispetto allo spirito più individualista e più rivoluzionario, dal punto di vista dei costumi, della generazione precedente. Del resto, quest'ultima è a sua volta mutata. Si tratta di un fenomeno generale che interessa, credo, l'intera Europa.

A suo avviso, che cosa è mutato, dagli anni Settanta a oggi, per ciò che concerne la classificazione in diverse classi di età, e le pratiche o le convenzioni che regolano tale classificazione? Siamo forse di fronte a una crisi o a un mutamento significativo delle tradizionali suddivisioni in classi d'età?

In apparenza è accaduto qualcosa di paradossale, benché il paradosso sia molto minore di quanto si pensi. La vita si è allungata, oggi il numero degli anziani è aumentato, ma l'ideale rimane quello della giovinezza. I giovani, da parte loro, si trattengono più a lungo in famiglia, in media lasciano il focolare domestico molto più tardi, e l'infanzia si è prolungata. D'altra parte, questa giovinezza in cerca di se stessa rappresenta l'ideale che gli adulti intendono prolungare: di qui tutta l'importanza riconosciuta alla cura del corpo, che va dall'estetica a bisogni molto più fondamentali. Sul versante lavorativo, c'è una vecchiaia che arriva molto precocemente: un lavoratore licenziato a cinquant'anni non riesce a trovare un nuovo impiego, ed è quindi già classificato tra gli anziani. Abbiamo una serie di contraddizioni che bisogna confrontare, ponendole l'una accanto all'altra. Si propone di ritardare l'età pensionabile, ma si è spesso disoccupati ben prima di quell'età. La giovinezza è contemporaneamente un oggetto d'incomprensione e un ideale estetico e ideologico. Sono questi i dati che andrebbero raggruppati per comprendere alcune delle contraddizioni del nostro tempo.

Quale posizione occupa la divisione in classi d'età rispetto ad altre forme di classificazione, come il sesso o la classe sociale? La divisione in classi d'età riveste forse una maggiore importanza, nella sensibilità comune?

Se si parla dei sessi, in regola generale, si può dire che l'opposizione di genere, nella sua forma più netta, è ormai diminuita, benché esistano delle eccezioni. Oggi tuttavia la qualifica di "giovane" è in genere assimilata ad altre categorie della popolazione: i marginali, gli immigrati. Quando si vuol parlare, con maggiore o minore preoccupazione, dell'inquietudine degli immigrati, si menziona la "giovinezza". Espressioni correnti come "giovani delle periferie", "giovani dei quartieri disagiati", "giovani emarginati"– che hanno i loro equivalenti in quasi tutte le lingue d'Europa – sono espressioni relativamente recenti. Nel diciannovesimo secolo – per tornare molto all'indietro – si parlava di "classi pericolose". Oggi, in effetti, c'è spesso una marcata tendenza a sostituire la terminologia generazionale alla terminologia di classe: quando si dice "i giovani dei quartieri disagiati" o "i giovani delle periferie", ci si riferisce in realtà ai giovani della classe popolare o ai giovani disoccupati di una certa area urbana. C'è la tentazione di riattualizzare – a dispetto di altre classificazioni – le categorie di tempo e di luogo: di tempo in termini di generazioni, e di luogo in riferimento allo spazio compartimentato degli agglomerati urbani.

In effetti si registra oggi una particolare problematizzazione della "giovinezza", un continuo fiorire di "discorsi" (nell'accezione foucaultiana del termine) che tentano di circoscrivere, dal punto di vista sociologico, psicologico, assistenziale, etc., la "giovinezza", che evidentemente fa problema.

Sì, la giovinezza fa problema: quel che resta da capire è perché la categorizzazione in termini d'età intervenga per evocare problemi che non riguardano l'età. Credo si possa parlare – per usare un'espressione forse eccessiva – di una certa "paura" della giovinezza: fascinazione e al contempo paura, per tornare a quel che si diceva prima. Essa è legata a numerosi fattori, e in particolare alla situazione del mercato lavorativo. I ragazzi che si attardano presso le loro famiglie – talvolta si vive con i genitori fino a trent'anni – lo fanno perché non trovano mezzi sufficienti per rendersi autonomi. In questa condizione essi mantengono lo statuto di «ragazzi», mentre i genitori invecchiano e, all'arrivo dei giovani, si trovano a loro volta minacciati sul piano lavorativo. Anche qui agisce lo scarto tra le generazioni, che non sono cresciute nello stesso sistema educativo e non intrattengono lo stesso rapporto con la tecnologia in tutte le sue nuove funzioni; c'è sempre più bisogno di personale con una formazione specifica, e, in un certo senso, noi viviamo in un'epoca in cui la giovinezza appare diversa come mai in passato: dotata di competenze e di finalità diverse. Ecco qui l'ambiguità: bisogna restare giovani – è un imperativo, quasi una questione di sopravvivenza, anche economica – e di qui sorge la fascinazione per la giovinezza; ma di qui viene anche la paura, perché la giovinezza costituisce un mondo che espelle gli anziani: un mondo in cui la generazione precedente non si riconosce e fatica a trovare il suo posto. Che cosa significa "essere contemporanei"? Significa condividere i valori di un'epoca, o di una "non-epoca", e ciò presuppone che vi sia un certo numero di valori condivisi. È probabile che oggigiorno ci troviamo in un'epoca in cui la nozione di "contemporaneità" risulta difficile, proprio perché non si condividono di fatto né lo stesso tempo né gli stessi valori. Persone appartenenti a epoche diverse vivono oggi nella stessa epoca.

Tornando alla sovrapposizione di «giovani» e fasce sociali emarginate, una certa "marginalizzazione" sembra essere fondamentale nella stessa idea di giovinezza: essa è posta spesso al di fuori della società, alla quale può accedere solo tramite un preciso sistema d'iniziazione. È ancora legittimo inquadrare la giovinezza in questi termini?

Qui il problema si complica; è vero che in tutte le società "tradizionali" a noi note esistono riti che permettono di demarcare i momenti di frontiera, tra l'infanzia e l'adolescenza, tra l'adolescenza e l'età adulta. Credo che queste frontiere si siano in parte sbiadite, e che oggi i riti d'iniziazione abbiano meno importanza; di qui la confusione di cui abbiamo parlato. Il fatto che i giovani restino molto a lungo nella cerchia familiare mostra che la frontiera si è spostata; non accade più che si lascino i propri genitori a un'età precisa. Altri riti più formalizzati, dal più netto carattere sociale, sono scomparsi in molti paesi d'Europa: basti pensare al servizio militare. Il servizio militare ha rappresentato un grande rito di passaggio tra la giovinezza e l'età adulta. Ora è scomparso, o è stato sostituito da un servizio civile, o da un servizio più breve: in ogni caso da qualcosa che non ha più la nettezza di una demarcazione di frontiera. I riti di passaggio, in forma religiosa, militare o civile, implicavano l'accoglimento e l'integrazione dei giovani nella classe degli adulti. Oggi tutto è più diluito, poco marcato. Più in generale, non esiste più una frontiera netta tra la vita studentesca e la vita professionale, né tra la classe dei "giovani" e quella degli adulti. Quindi, per quanto concerne la "marginalità" della giovinezza, essa si è in parte smarrita: e la si ritrova soltanto marcandola altrimenti; per questo la giovinezza diviene oggetto di inquietudine e può essere assimilata ad altri fenomeni: la violenza, i piccoli gruppi di giovani che formano circoli chiusi, le attività esotiche del fine settimana, e via dicendo. Di qui la valenza a volte dispregiativa assunta dal termine "giovinezza", perché la si trova solo là dove la si può identificare, e la si identifica in un certo luogo estraneo o particolare; da ogni altro punto di vista, invece, essa è una categoria molto più difficile da isolare.

Nella protesta che anima periodicamente i giovani della scuola o dell'università si coglie anche la nostalgia per un sistema iniziatico tradizionale?

Sì, nel senso che l'università è stata in un certo senso un modello d'iniziazione, quando ancora essa prevedeva gradi diversi e progressivi e si avevano delle carriere tipo dal punto di vista delle lauree. Oggi, in Francia, il baccalauréat gioca ancora, in parte, questo ruolo, anche se con questo nome si intendono oggi esami di natura molto diversa, dal più classico al più tecnico. Qui c'è ancora qualcosa che si ripete in modo rituale; semplicemente, si tratta di un rituale che ha perso in parte il proprio valore, perché se è vero che il baccalauréat è una condizione assolutamente necessaria, non è più una condizione sufficiente. In altri termini, se non lo si supera si è rigettati ai margini, e se lo si supera non si è raggiunta alcuna meta: è ormai una sorta di iniziazione negativa. Chi non ce la fa è costretto a ricominciare, o a cercarsi un piccolo mestiere: è come escluso dal percorso. Ma quelli che ce la fanno – e sono la maggioranza, perché è un esame che oggi superano quasi tutti – non hanno ottenuto nulla, per il momento. Allora alcuni restano nel sistema universitario, che in effetti conserva, con la laurea, l'aura del sistema iniziatico. Ma anche qui si riscontrano numerose ambiguità, perché si sa che il sistema iniziatico non dà sbocco ad alcuna posizione nella società: né la laurea, né il master, né il dottorato assicurano automaticamente una posizione. In altri termini, rimane la forma dell'iniziazione, ma non è più una forma efficace, e dunque essa perde anche il suo potere simbolico. La cosiddetta crisi dell'università – se ne parla molto, in Francia – non sta solo nel fatto che l'università non abbia uno sbocco diretto sul mondo professionale, ma anche nel fatto che non si dia più un legame tra il potere simbolico che attribuisce la laurea e il potere effettivo che attribuisce l'impiego. In altre parole, c'è una perdita sul versante simbolico, perché il potere simbolico è ormai vuoto.


II. Bricolage, riciclaggio e riproduzione sociale


Le nozioni di "rifiuto" e di "riciclaggio" evocano innanzitutto, in prospettiva antropologica, il concetto lévi-straussiano di "bricolage". Si tratta di un concetto ancora utile e fecondo? È ancora attraverso un continuo "bricolage" di codici e di simboli che la nostra società riproduce la propria identità, garantisce la propria continuità?

Credo lo si possa affermare nella misura in cui si comprende che il nodo della questione è sapere come una società si riproduce. È vero che l'etnologia ha spesso affrontato il problema lavorando su piccoli gruppi, dove i fenomeni sono più visibili e ancor più spettacolari: se osserviamo un piccolo gruppo umano, per esempio, in area saheliana, o in qualsiasi altra regione, ciò che degno di nota è il fatto che esso si riproduca in quanto gruppo e continui ad esistere come tale. Oggi gli etnologi sono talvolta sorpresi nell'osservare la ricostituzione di gruppi o etnie che si ritenevano scomparsi. E perché li vediamo ricomparire? Avviene grazie al favore di una politica governativa che distribuisce le terre soltanto ai gruppi etnicamente costituiti in minoranze autoctone. Molti amerindi, meticciati da una parte e dispersi dall'altra, sono tornati a raggrupparsi, a riqualificarsi come gruppo etnico, reinventando dei riti, ricostruendo dei villaggi, per ottenere il diritto alla terra. Ciò significa che abbiamo visto un certo numero di persone abbandonare i loro quartieri per raggiungere zone rurali o straniere; ciò implica evidentemente tutto un arsenale di riti, di ricomposizioni, eventualmente anche un ritorno alla lingua d'origine per favorire la ricostituzione del gruppo. Certamente c'è dell'arbitrarietà in tutto questo, anche se si riproducono dei riti cosiddetti "tradizionali", anche se i turisti vengono a visitare tali gruppi quali esemplari dell'antica vita degli amerindiani. Tutto questo può forse prestarsi a essere caricaturizzato o deriso, ma sappiamo che, dopo tutto, è sempre così che si sono costituiti i gruppi: inventando dei rituali, dei simboli d'identità, delle relazioni tra i popoli, che permettono di radicarsi in un territorio e di riprodursi in quanto gruppo. Dunque, possiamo dire che la nozione di bricolage è in effetti molto utile: oggi possiamo verificarla e capire meglio, retrospettivamente, come essa sia stata a fondamento della sopravvivenza di un certo numero di cosmologie e di gruppi.

E nel dominio della letteratura, esiste secondo lei qualche forma peculiare di bricolage imputabile fra l'altro alla lunga durata dei codici letterari e al loro carattere conservativo?

Certamente, il termine può essere utilizzato anche in questo àmbito, forse in due sensi: nel senso a cui lei si riferisce, e cioè a causa del carattere conservatore e prolungato di un certo numero di generi, che richiedono l'applicazione di determinate regole; e l'applicazione di tali regole passa sempre attraverso una sorta di dominio umano del linguaggio che le applica alla forma letteraria; e in questo senso si può parlare di bricolage. Poi, va considerata la letteratura nella sua evoluzione, e in particolare tutte le trasformazioni dei generi: per esempio il passaggio dalla tragedia al dramma borghese, dall'epopea al romanzo alla novella, e via dicendo; la creazione di un nuovo genere avviene sempre tramite il riferimento a un genere preesistente, che si tratta di ridefinire, di scomporre e ricomporre, in senso molto letterale; e credo si possa dire, senza esagerare, che sia l'attività letteraria in sé sia la storia della letteratura evidenziano un continuo ricorso a pratiche di bricolage.

Secondo lei, nel processo di bricolage culturale che, attraverso gli ultimi due secoli, ha portato alla società attuale, esiste qualche tipo di 'rifiuto' che non è possibile riciclare; qualcosa, in termini di pratiche o convenzioni sociali, assolutamente escluso e irrecuperabile, o almeno presunto tale?

È vero che l'evoluzione accelerata della nostra società potrebbe dar credito a questa ipotesi, ma io non ricorrerei alla metafora del "rifiuto"; a dire il vero, ho l'impressione che tutto possa essere riciclato, comprese le cose peggiori. Non sono sicuro che esistano degli "insegnamenti" della Storia. Al contrario, esistono numerose sostanze che avvelenano il sangue: tossine che non si manifestano quando l'organismo è in salute, ma che possono riapparire alla minima debolezza. Non credo che noi siamo usciti definitivamente né dalle esperienze totalitarie, né dal razzismo. Non dico che non ci sia mutamento sociale, ma siamo organismi carichi di tossine, e se qualcosa va male – per esempio la disoccupazione, la situazione economica, l'improvviso guastarsi delle relazioni tra i paesi – queste tossine possono tornare ad agire.

Un tratto tipico della globalizzazione capitalista è il continuo riciclaggio delle tradizioni e dell'identità, e con esso – o contro di esso – il frequente "ritorno alle origini", vere o presunte, sia in prospettiva reazionaria che in prospettiva apparentemente progressista.

La globalizzazione produce numerosi fenomeni di rivendicazioni identitarie e culturali, che intendono presentarsi talvolta come forme di opposizione alla globalizzazione – ma non sempre – e che molto spesso si danno sotto forma di immagini caricaturali, funzionando a beneficio della globalizzazione stessa. Ho l'impressione che ci sia un certo numero di temi, presentati come "locali", che sotto molti aspetti giustificano l'ideologia globale nel suo insieme; tutte le affermazioni identitarie, etniche, religiose – o supposte tali – rilevano in parte di questa logica ambivalente.

Su un piano diverso, esiste oggi una certa ossessione per lo spreco, per l'eccesso della consumazione, e, di conseguenza, un appello continuo alla misura, al consumo moderato e al riciclaggio. Viviamo oggi in una sorta di potlach sistematico e, al tempo stesso, di terrore diffuso del potlach?

Sì, è la contraddizione della nostra epoca: oggi siamo effettivamente giunti alla perfetta realizzazione di quella che viene chiamata "società dei consumi"; l'espressione ha anticipato la realtà, visto che oggi viviamo in una società di iper-consumazione: tutto si consuma, comprese le idee, i modelli politici, i modelli sociali; tutto si consuma e tutto può essere definito oggetto di consumo, compresi i nostri strumenti di comunicazione: tutto. Di conseguenza viviamo in una continua, enorme attività, e chi ne è escluso aspira a parteciparvi. Naturalmente, in questo pianeta del consumo c'è anche chi non consuma, o chi consuma molto poco: e allora può essere a sua volta consumato, specialmente dal turismo internazionale, in una sorta di cannibalismo. Certamente tutto questo ingenera contemporaneamente vertigine e paura. Da una parte, vertigine d'iper-consumazione: basta guardare alle guerre che si svolgono in ogni angolo del pianeta, guerre a cui è collegato un considerevole traffico di armi e munizioni, che sono per definizione beni di consumo che si consumano molto rapidamente; si pensi poi alle difficoltà di vendita che interessano certi prodotti, a causa della concorrenza dei prezzi, e quindi ai mercati assistiti e alla distruzione massiccia delle derrate, nel momento in cui intere popolazioni muoiono di fame. Per quanto riguarda la paura, ecco la questione posta dagli ecologisti, il fatto che noi consumiamo e distruggiamo il nostro pianeta, e tutte le inquietudini che riguardano la stessa atmosfera che ci circonda; le Cassandre ecologiste sono sempre più numerose, e tutto sommato le loro sono considerazioni effettivamente giustificate. Di qui l'ossessione per il riciclaggio, per lo smaltimento dei rifiuti, che vanno dagli oggetti quotidiani alle scorie atomiche delle nostre grandi centrali. Certamente per le generazioni che verranno questa sarà una delle più grandi questioni tecnico-scientifiche da affrontare: come gestire o come far sparire i rifiuti? Ma questo non sarà che l'aspetto materiale della questione, e non si sa bene come intervenire alla radice: per esempio come ridurre le emissioni di gas nell'atmosfera. C'è una specie di contraddizione tra la vertigine del potere e della forza economica e la diffusa preoccupazione per la sopravvivenza delle generazioni a venire. Qui, ancora una volta, c'è un contrasto tra i giovani e gli adulti. E c'è una tensione, o, meglio una sorta di contraddizione tra gli interessi del presente e gli interessi di coloro che verranno dopo di noi.

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