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Indice

Tema n.6:

Paul Auster e i rifiuti.
Un percorso attraverso la metropoli postmoderna

Nel sogno, che più tardi dimenticò, era nella discarica cittadina della sua infanzia e passava attraverso una montagna di rifiuti.

Paul Auster, Trilogia di New York

Una tra le ossessioni letterarie più ricorrenti e originali nei romanzi di Paul Auster è costituita dal suo interesse, al limite del morboso, per gli oggetti infranti della quotidianità. Si tratta di arnesi rotti, pezzi di cose non più riconoscibili, ciarpame di ogni sorta, scarti della vita metropolitana che esercitano un fascino magnetico nei confronti dello scrittore newyorkese. Un argomento così particolare e, come avremo modo di vedere, così ricco di risvolti interessanti, meriterebbe innanzitutto un chiarimento da parte dell'autore stesso, ma estorcere informazioni a Paul Auster sul tema degli oggetti è impresa molto difficile, non essendo riuscita nemmeno a un intervistatore esperto e scaltro come Gerard de Cortanze.

Tutto quanto ho da dire sull'argomento è nei libri. Non posso spiegare questa attrazione. Non so perché mi affascinano questi oggetti rotti e ammassati. Ma è vero, è un fatto [1].

Dietro il silenzio in cui si trincera lo scrittore si possono riconoscere sia la volontà di serbare uno spazio intimo al riparo dai commenti dei critici sia, forse in modo ancora maggiore, la palese difficoltà di rendere in modo esplicito i nessi mentali e i percorsi culturali che hanno portato un autore come Auster a scrivere più volte su questo complesso argomento.
Si tratta dunque di un tema che appare spesso nella narrativa di Auster e in particolar modo assume dimensioni notevoli in due romanzi: il primo è Città di vetro, il racconto che dà inizio nel 1985 alla Trilogia di New York e il secondo è Nel paese delle ultime cose, romanzo scritto appena due anni dopo e ancora molto vicino, per certi versi, a Città di vetro. Al centro del primo romanzo domina come protagonista assoluto la metropoli newyorkese, città mentale e labirintica che appare e scompare tra le pagine, come del resto succede ai personaggi che la popolano.
Il secondo racconta invece le disperate vicende di una ragazzina catapultata nell'inferno metropolitano di una città in distruzione, luogo immaginario dove si mescolano i ricordi di città realmente visitate dall'autore a echi letterari che rimandano direttamente alla Waste land eliotiana, mentre New York rimane sullo sfondo come struttura mentale della narrazione.
La vicenda di Città di vetro ruota attorno all'inseguimento di un vecchio, tale Stillman, da parte di uno scrittore fallito il quale si ritrova, per un caso assolutamente fortuito, a fare il detective privato. Il vecchio Stillman, spiato ogni giorno dal finto detective Quinn, compie strane peregrinazioni in una ristretta area di New York. Ciò che rende apparentemente assurde le camminate dell'uomo è il fatto che egli esca ogni volta con una grossa sacca e, passo dopo passo, ci infili ogni sorta di oggetti raccolti da terra .

Per quanto ne poteva dire Quinn, gli oggetti raccolti da Stillman erano privi di valore. Sembravano soltanto cose rotte, abbandonate, pezzi di ciarpame. Un giorno dopo l'altro, Quinn registrò un ombrello rientrabile senza stoffa, la testa di una bambola di gomma, un guanto nero, la ghiera di una lampadina frantumata, vari pezzi di carta stampata (riviste fradice, quotidiani stracciati), una foto strappata, parti anonime di congegni e altri frammenti dispari di relitti che non riuscì a identificare[2].

La scoperta di questa misteriosa e inquietante attività del vecchio dà inizio al vero e proprio lavoro investigativo di Quinn. L'aspetto ironico e spiazzante della vicenda è il fatto che il vecchio, lungi dall'ordire trame pericolose, spende invece le proprie giornate a dare importanza a ciò che tutti ignorano o fingono di ignorare: la spazzatura.

La maggior parte dei giorni passava almeno qualche ora nel Riverside Park, passeggiando metodicamente lungo i vialetti in macadam o battendo i cespugli con un bastone. La sua ricerca degli oggetti non si fermava di fronte al verde. Nella sacca c'era posto anche per pietre, foglie e ramoscelli. Una volta, osservò Quinn, si chinò addirittura a raccogliere un escremento secco di cane: lo annusò accuratamente e se lo tenne.

Avendo segnato tutti i percorsi del vecchio su un taccuino, Quinn scopre che unendo la linea formata dai passi del vecchio si ottengono le parole "the tower of babel", la torre di Babele. La maniacale attività di Stillman si tinge dunque di un remoto significato biblico, e solo la lettura del libro scritto dal vecchio riuscirà in parte a chiarire le idee a Quinn. Il vecchio Stillman è mosso dalla paranoica convinzione in folli profezie, ma in tutto questo come si pone il ruolo degli oggetti rotti, dei rifiuti raccattati per le strade di New York? Essi non sono altro che una delle due facce della civiltà: dall'altra parte sta il linguaggio. È il nesso tra cose e parole, il loro comune destino di ritrovarsi un giorno infranti e non più utili all'uomo a divenire il significato principale attorno a cui ruota l'asse del romanzo. Non solo, in discussione è anche quel tenue legame tra oggetti e linguaggio destinato a sfilacciarsi con il tempo, divaricando per sempre le strade di cose e parole.

La figura del vecchio Stillman, il filosofo vagabondo che si aggira per le strade di New York, «l'archeologo della frammentaria città del postmoderno»[3], diventa icona programmatica di una società, quella occidentale postmoderna, che si guarda attorno e osserva il proprio sfacelo quotidiano. Un po' straccivendolo e un po' collezionista, figura già indagata a suo tempo da Walter Benjamin (Parigi, capitale del 19. secolo), il personaggio di Auster, disegnato a metà tra il paranoico e il provocatorio, ci invita a riflettere non soltanto sul consumismo selvaggio che domina ormai incontrastato e rischia di tramutare le metropoli odierne in enormi discariche, ma soprattutto, proiettando la riflessione su piani più metaforici, mette a nudo tutta l'inadeguatezza dei nostri sistemi culturali ad arginare il flusso incessante della storia. Un'intera civiltà procede velocemente rotolando su se stessa e producendo frammenti: materiali, da una parte, ideologici e culturali, dall'altra.
Non è più possibile tenere in ordine il magazzino dell'umanità, aveva dichiarato Italo Calvino. Non è soltanto l'eterogeneità dei sedimenti culturali a creare problemi di classificazione, ma gli stessi strumenti di classificazione sono entrati da tempo in crisi. Forse bisogna arrendersi al fatto che «non una motivazione esterna a quegli oggetti, ma il solo fatto che oggetti così e così si ritrovino in quel punto già dice tutto quel che c'era da dire»[4].
A Calvino faceva eco il giudizio di Gianni Celati, secondo il quale l'archeologia, sindrome culturale del mondo contemporaneo frammentato, è diventata non soltanto la scienza per eccellenza, ma anche l'attitudine letteraria più evidente:

Da Rimbaud al Dada ai Surrealisti, l'imperativo categorico sul dover essere moderni si sposa con la passione per frammenti, oggetti, rovine della storia ormai perdute per la storia: nuovi silenzi che sorgono là dove poco prima c'era un linguaggio capace di parlare dell'esperienza originale e della motivazione di quegli oggetti [5].

Attitudine che vede proprio in Auster uno dei suoi principali interpreti tra i narratori postmoderni. Il gusto per la citazione più o meno diretta, i frequenti rimandi testuali ai propri modelli letterari (Cervantes, Poe, Borges, ma anche Kafka, Thoreau, Eliot), il rimpasto tematico di vere e proprie strutture narrative mutuate dalla tradizione fanno di Auster uno scrittore decisamente votato all'intertestualità. Ecco che quindi si profila un nesso diretto, anche se metaforico e, ancor meglio, metatestuale, tra l'interesse per la tematica dei rifiuti e l'impiego da parte dello scrittore newyorkese di materiali letterari già adoperati o addirittura scartati dalla tradizione. La scrittura come «progetto di riciclaggio degli scarti e delle rovine sui quali si stava edificando la modernità» [6] costituiva il nucleo semantico della mirabile impresa poetica di T. S. Eliot The waste land. Ed è proprio alle atmosfere apocalittiche della terra desolata eliotiana, come già accennato, che Auster sembra guardare nel Paese delle ultime cose. La giovane protagonista di questo romanzo, Anna Blume, si ritrova a ingaggiare terribili lotte quotidiane in una metropoli infernale, nella speranza di ritrovare il proprio fratello. Costretta a sopravvivere a ogni genere di intemperie e brutalità umane, Anna diviene per necessità una cercatrice di oggetti. Il suo lavoro giornaliero, data la scarsità quasi totale di risorse, consiste nell'andare in giro con un carrello cercando frammenti di ogni genere ai bordi delle strade.

La drammatica mancanza di risorse alimentari ed energetiche è testimoniata in questo romanzo dall'esistenza di "Centri di Trasformazione", che rievocano l'orrore nazista dei forni crematori. D'altronde, la stessa figura della giovane protagonista, omonima di Anna Frank ed ebrea come l'autrice del Diario, sembra un monito contro il ripetersi delle atrocità della storia.
In una città dove il ciclo produttivo si è arrestato e i rifiuti hanno assunto l'importanza fondamentale del bene riciclabile, anche il linguaggio subisce lo stesso trattamento degli oggetti.

Le parole di solito hanno una durata leggermente più lunga delle cose, ma alla fine anch'esse decadono insieme con le rappresentazioni che un tempo evocavano. Intere categorie di oggetti scompaiono – vasi da fiori, per esempio, o filtri di sigarette, o elastici – e per un certo periodo di tempo sei in grado di riconoscere queste parole anche se non ricordi il loro significato. Ma poi, a poco a poco, le parole divengono solo suoni […] e finalmente il tutto va a finire in discorsi inarticolati[7].

Prende così forma l'incubo che già ossessionava il vecchio Stillman di Città di vetro, anch'egli cercatore di oggetti (e di parole) come Anna Blume.
In entrambi i romanzi la tematica dei rifiuti metropolitani, sebbene assuma sfumature diverse, sembra preannunciare foschi scenari per il futuro della civiltà occidentale, oberata dai propri scarti e incapace di stabilire nuove connessioni tra oggetti e linguaggio. In questo senso, come già sottolineato da Romano [8], la penna di Auster sembra condizionata in modo decisivo dalla lettura di Le parole e le cose [9], opera nella quale il filosofo francese Foucault tracciava la progressiva separazione di cose e parole e prospettava la fine del ruolo interpretativo del linguaggio. Tuttavia, sia in Città di vetro che nel Paese delle ultime cose, le atmosfere cupe e paranoiche lasciano (come quasi sempre, in Auster) un qualche spazio alla speranza di un cambiamento in positivo, in genere affidato alla creatività.
Perciò si assiste al singolare finale dell'avventura investigativa di Quinn, in Città di vetro, dove il finto detective, e scrittore in crisi, finisce per andare a vivere in un bidone della spazzatura per meglio spiare l'abitazione di Stillman. Ed è proprio lì, tra digiuni forzati e lunghe veglie, che il personaggio, fino a quel punto inerte e insoddisfatto della propria vita, riesce paradossalmente a darsi un ritmo vitale e a trovare persino un angolo di serenità.
Analogamente, nel Paese delle ultime cose, c'è spazio per personaggi come Ferdinand, capaci, si pure nella loro cupa follia, di trasformare piccoli materiali di scarto di ogni sorta in splendide navicelle da collezione. E quando anche i materiali adeguati svaniscono, la caccia ai topi fornisce nuovi componenti per la sua bizzarra arte d'ingegneria.

Prendeva il topo per la coda e poi, molto metodicamente, lo arrostiva sul fuoco della stufa. Era una cosa terribile a vedersi, con il topo che si contorceva e squittiva con tutte le sue forze, ma Ferdinand rimaneva impassibile, completamente preso da quanto stava facendo, borbottando e ridacchiando fra sé e sé sulle gioie del pasto. – Un banchetto di prima mattina per il capitano, – annunciava quando l'arrosto era pronto, e poi, con la bava alla bocca e un ghigno demoniaco in viso, divorava la creatura con il pelo e tutto, sputando fuori con cura le ossa. Le metteva poi a seccare sul davanzale della finestra, e alla fine sarebbero state utilizzate come pezzi per una delle sue navi, come alberi, aste per le bandiere o fiocine. Una volta, ricordo, mise da parte un gruppo di costole e le utilizzò come remi per una galera. Un'altra volta, utilizzò il cranio di un topo come polena e lo attaccò alla prua di una goletta pirata. Era un piccolo capolavoro, devo ammetterlo, anche se provavo ribrezzo a guardarla [10].

Note:


[1] P. Auster, Una menzogna quasi vera. Conversazioni con Gerard de Cortanze, Roma, Edizioni minimum fax, 1998, p. 76.

[2] P. Auster, Trilogia di New York, Torino, Einaudi, 1998, p. 64

[3] M. Romano, Aritmie. Ultime visioni metropolitane, Bologna, CLUEB, 2003, p. 46.

[4] I. Calvino, Lo sguardo dell'archeologo in ID., Una pietra sopra: discorsi di letteratura e società, Milano, Mondadori, 1995, pp. 318-321: 320.

[5] G. Celati, Il bazar archeologico in ID., Finzioni occidentali: fabulazione, comicità e scrittura, Torino, Einaudi, 2001, pp. 197-225: 197.

[6] M. Romano, Aritmie. Ultime visioni metropolitane, cit., p. 46.

[7] Ibidem, p. 81.

[8] M. Romano, Aritmie. Ultime visioni metropolitane, cit., p. 42.

[9] M. Foucault, Le parole e le cose. Un'archeologia delle scienze umane, Milano, Rizzoli, 2004.

[10] P. Auster, Nel paese delle ultime cose, cit., p. 50.
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