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Tema n.9:

Il male (non) immaginario. Intervista di Marilù Oliva

“Carriera Criminale di Clelia C.” è una graphic novel realizzata da Luigi Bernardi (sceneggiatore, direttore editoriale, autore e saggista) e Grazia Lobaccaro (disegnatrice e direttrice creativa della Scuola Internazionale di Comics di Reggio Emilia) per BD edizioni e, per comprendere meglio le sfumature tra parola, disegno, realtà e fantasia, abbiamo chiesto ad entrambi di sottoporsi a un’intervista doppia.
Il destino di Clelia è scritto nella Napoli in cui è nata, città che la camorra avvinghia con la sua presa tentacolare e in cui il padre avvocato è invischiato fino a rimetterci la vita. Quando parte l’azione la protagonista è poco più di una bambina, tredici anni e il battesimo si triplica: bastano poche ore e si susseguono freneticamente primo scippo, prima esperienza sessuale e primo tragico omicidio. Se l’adesione di Clelia alla mala sembra il naturale proseguimento di una vita in parte segnata, la sua scelta di dominare gli eventi dà un impulso deterministico alla sua carriera delinquente.
Primo di due volumi (questo si intitola L’ascesa, il prossimo sarà Il trionfo) “Carriera Criminale di Clelia C.”. è una storia in tre puntate inventata sulla base di vicende reali, spunto quella cronaca di cui Bernardi ha dichiarato di essersi “nutrito” per qualche anno. Nella prefazione c’è tutto: le fonti, l’idea, la camorra come realtà economica oggi e come oggetto di studio, interessantissime riflessioni teoriche sulla corrispondenza tra reale e immaginario, tra cronaca e narrativa gialla. Se rispetto a quest’ultima si delinea uno scenario ideale di ricomposizione di un ordine scardinato, rispetto alla realtà dei sedimenti mafiosi le conclusioni di Bernardi sono lucide e impietose e lasciano poco spazio alle divagazioni ottimistiche: «Sconfiggere la criminalità organizzata non è possibile, ormai è entrata a pieno diritto nell’economia pulita, quella che manovra i soldi in borsa e investe i profitti nei settori industriali e dei servizi.»


L’immaginazione narrativa: Luigi Bernardi



“Carriera criminale di Clelia C.”, una storia di fantasia dietro vicende storiche recenti. Cosa ti ha spinto a documentarti e scrivere di camorra?
Intanto la voglia di scrivere una biografia attraverso episodi salienti di una vita. La storia di Clelia è raccontata in sei episodi (suddivisi ne L’ascesa e ne Il trionfo) che ricoprono quarant’anni della sua esistenza, ed è la prima volta che scelgo di seguire un personaggio tanto a lungo. La camorra perché mi interessava raccontarla, raccontarne il modo di essere e di agire. L’intento di Carriera criminale di Clelia C. è dunque puramente narrativo: ho scritto una storia di camorra, un viaggio dentro la notte del crimine organizzato.

C’è qualcosa che non immaginavi di questa realtà e che hai scoperto in itinere?
Creando questa storia così verosimile, ragionandoci sopra, mi sono accorto di quanto sia ormai invincibile il potere delle criminalità sui nostri poveri stati nazionali, capaci appena di sfornare leggi confuse e finanziarie approssimative. Del resto non potrebbe essere che così: le organizzazioni criminali fatturano una cifra pari al 30% del Prodotto Interno Lordo, una percentuale agghiacciante davanti alla quale l’irrimediabilità è un dato di fatto, perché il denaro è “ripulito” attraverso i mezzi forniti dal sistema finanziario e dal mercato immobiliare. La criminalità organizzata è uno stato nello stato, non paga le tasse e costa al paese cifre iperboliche in termini di mantenimento, dalle spese istruttorie a quelle detentive.

Dalla tua introduzione emerge una visione disincantata rispetto a possibili soluzioni alle attività mafiose: «Sconfiggere la criminalità organizzata non è possibile, ormai è entrata a pieno diritto nell’economia pulita, quella che manovra i soldi in borsa e investe i profitti nei settori industriali e nei servizi.» Non sarebbe possibile neanche attraverso misure estreme?
Si ricomincia dalla consapevolezza che l’ipocrisia non serve. È inutile proclamarsi anticamorristi e poi restare quotidiani clienti delle cosche, come capita a ognuno di noi. La consapevolezza è quella che abbiamo perso una guerra che forse non abbiamo neppure voluto combattere, al resto penserà la storia. Nonostante siano vincenti, le criminalità organizzate italiane soffrono sempre di più la presenza delle nuove mafie dell’est Europa: giovani, arroganti, affamate, che già sono penetrate sul territorio italiano e hanno cominciato a controllarne piccole porzioni.

Come prevedi il futuro? Attività malavitose sempre più pervasive o sempre più camuffate sotto sembianze di gente onesta?
Non esiste la gente onesta. Tutti noi ormai abbiamo in tasca denaro sporco. Abbiamo perduto l’innocenza. Siamo complici e non possiamo fare altro che esserlo. Gli stati sono troppo impegnati a sopravvivere per opporsi davvero a queste criminalità, basti pensare che la guerra che la Nato aveva dichiarato alla Serbia per la liberazione del Kosowo, con la partecipazione fattiva del governo italiano, era una guerra fortemente voluta e in qualche modo ottenuta dalla mafia kosowara. Da un anno a questa parte tutti gli stati sono impegnati a ridurre l’impatto della crisi finanziaria. Ma quanti hanno messo in luce il ruolo della criminalità organizzata in questa crisi? Il fatto è che mentre le forze di polizia e la magistratura ottengono qualche piccolo successo locale, il mondo intero è costretto a rincorrere i guasti provocati dalle criminalità. Soluzioni? Arrestare tutti, chiudere i mercati finanziari, legalizzare ogni tipo di sostanza proibita, ritornare in qualche modo a un’economia primitiva. Il risultato: i più forti costituirebbero subito dei piccoli clan con lo scopo di taglieggiare i più deboli. Come scrivo nella prefazione, la criminalità è imbattibile perché conosce i desideri dell’uomo e nasce per esaudirli. Facendosi pagare, beninteso.

Più avanti metti in discussione il ruolo della cultura come arma per debellare la criminalità organizzata. Dici che «la cultura non serve, semmai potrebbe entrare in gioco dopo, quando si tratterebbe di ricominciare, a patto che sia una cultura forte, capace di trasformare i desideri e i sogni dell’uomo.» Ci spieghi più a fondo questo concetto di cultura forte?
La cultura forte è quella che dà una direzione, impone delle rinunce. La cultura forte impegna l’individuo come facente parte di una collettività. È la cultura dei doveri, non quella caricatura di cultura dei diritti che ha rimbecillito le democrazie occidentali, e il concetto stesso di democrazia.

Perché hai scelto una donna come protagonista di questa carriera criminale?
Perché volevo scrivere la storia di una donna e la camorra me ne dava la possibilità. La camorra, per la sua organizzazione anarcoide, è l’unica criminalità che lascia spazio d’impresa alle donne. Le donne sono la struttura portante dei clan di camorra, quelle che fanno andare avanti gli affari anche quando gli uomini sono in galera.

Le organizzazioni malavitose si immaginano, nella vulgata, come un movimento corale in verticale, con le sue proprie gerarchie. Le gerarchie sono esplicitate in “Carriera criminale di Clelia C.” mentre la coralità è volutamente messa in ombra. Perché, forse per rendere ancor più isolato nella sua drammaticità il personaggio di Clelia?
Perché la coralità agisce e ha importanza nelle storie che non racconto, negli intermezzi fra un episodio e l’altro. Dovessi un giorno raccontare qualcuna di queste storie, la coralità diventerebbe la protagonista, ma non credo che lo farò. Di Clelia mi interessavano la sua intelligenza e la sua scaltrezza, del mondo camorrista la capacità di infiltrarsi nell’economia reale. E tutto questo ha poco a che vedere con la coralità, sono caratteristiche e tempistiche che appartengono solo ai capi.

Al di là del momento documentativo, quanto tempo hai impiegato a scrivere la sceneggiatura del libro primo di “Carriera criminale di Clelia C., L’ascesa”?
Ogni episodio di Clelia mi è costato una settimana di lavoro concreto. Il tempo del ragionamento, della riflessione, dell’invenzione invece non è quantificabile, è la mia quotidianità.


L’immaginazione visiva: Grazia Lobaccaro



Cos’hai pensato quando Luigi Bernardi ti ha proposto una storia di camorra?
Per prima cosa sono stata contenta che mi abbia scelta per disegnare una sua storia. Mi sono spesso trovata a dover realizzare storie crude (anzi, diciamo pure quasi sempre) perciò mi è venuto abbastanza naturale cimentarmi con una che avesse per tema la camorra. È stata comunque una bella sfida, molto interessante.

Ci racconti il momento in cui hai realizzato come avresti rappresentato Clelia? Quali erano le indicazioni?
Luigi mi ha dato indicazioni abbastanza chiare, mostrandomi anche la foto di una persona la cui identità resterà misteriosa, per darmi un’idea, un’ispirazione chiara di come Clelia dovesse apparire. Letale, affascinante, una ragazza non bellissima ma con qualcosa di irresistibile, che sa bene quello che vuole e come ottenerlo senza farsi alcuno scrupolo.

In totale quanto tempo hai impiegato a disegnare tutte le tavole del libro primo di “Carriera criminale di Clelia C.,”?
Circa un anno… con calma però perché l’apertura della scuola in cui insegno mi ha occupata parecchio e nel frattempo ho anche lavorato su House of Mystery per la DC Comics; impegno che mi ha rallentata per qualche settimana. Col il secondo volume sarò più veloce.

Come avete proceduto metodologicamente?
Luigi mi ha contattata e ci siamo incontrati a Bologna per parlare del progetto, dopodiché mi ha fatto avere la sceneggiatura mentre realizzavo i primi studi di Clelia e, approvati questi ultimi, ho cominciato con gli storyboard del primo capitolo.
Ogni passaggio viene scansionato e mandato via mail a Bernardi che controlla e mi da l’okay. Passo poi alle matite, segue l’inchiostrazione ed infine i grigi sapientemente aggiunti da Fabio D’Auria

Chi sono i tuoi disegnatori di riferimento, i tuoi maestri?
Ho cominciato guardando Battaglia, mi piacevano le sue inchiostrazioni, che trovo ancora oggi modernissime, ma a cambiare il mio stile è stato sicuramente la scoperta di Duncan Fegredo, il suo Enigma rimane uno dei fumetti più belli che abbia mai letto. E lo storytelling che da sempre caratterizza i miei lavori viene in gran parte dall’amore per il suo lavoro.
Poi sono arrivati Risso e tanti altri. Per quanto riguarda l’inchiostrazione, direi che amo in modo particolare lo stile argentino.

Pensi che il fumetto, oggi, abbia subito mutazioni rispetto a venti-trent’anni fa? In che senso?
Penso che ancor più del fumetto siano i gusti a essere cambiati. Prima tutti conoscevano Tex o Zagor, mente ora sono i manga a farla da padroni con le nuove generazioni. Basta andare a una fiera e guardare quanti fumetti di questo genere si vendono in confronto ad altri per rendersene conto. È un fenomeno globale, non solo italiano, del resto.

Ci anticipi qualcosa sul libro secondo, “Il trionfo”, che uscirà il 25 aprile?
Stai scherzando vero?! Non voglio morire… non parlerò mai, da me non saprete nulla, anche perché Luigi mi ammazzerebbe davvero! È tutto top secret… mi spiace, ma dovrete pazientare ancora un pochino. Ne varrà la pena.

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