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Indice

Tema n.9:

Modelli reali o presunti: la presenza di Calvino nella letteratura contemporanea

1. Partendo da un adagio


A lungo, soprattutto durante gli anni Novanta, è esistito una sorta di adagio, di luogo comune, per il quale i (più o meno) giovani autori apparsi sulla scena letteraria italiana dalla metà degli anni Ottanta sarebbero stati figli, a vario titolo, dello scrittore correggese Pier Vittorio Tondelli.[1] In generale, lo sarebbero stati tutti quelli riconducibili a racconti di storie cosiddette “trasgressive”, più o meno aggressive, attente ad aspetti anche sordidi della quotidianità, agli ambienti più bohemiens, tra sesso, droga, e a volte violenza. Storie per le quali sono nate molte definizioni, più che altro giornalistiche, o figlie del marketing più che della critica, alcune delle quali di successo, come, appunto per gli anni Novanta, “cannibali”, o “pulp”.[2]
Altrettanto a lungo, si è detto che Italo Calvino, come altri scrittori del Novecento italiano, sia stato sostanzialmente ignorato dalla scena letteraria, sia degli anni Novanta che degli anni Zero (come si dice ormai abitualmente). Questi autori, tuttora, sono spesso considerati quasi indifferenti alla tradizione nazionale.
Ad osservare meglio dichiarazioni e riflessioni letterarie di molti dei narratori che hanno esordito negli ultimi venti o trent’anni, però, la situazione presenta delle sorprese. Infatti, sempre più spesso, tra i modelli di riferimento, riappare Calvino. Anche se “riappare” sembra un verbo inappropriato: lo scrittore ligure è sempre stato (in vita e in morte) un autore al centro del dibattito critico e letterario nostrano. In vari modi. Gli autori a lui coevi, ad esempio, gli hanno riservato riconoscimenti, ma anche critiche. Con lui hanno polemizzato. E, dopo la sua morte, i loro interventi sono diventati anche ricordi, commemorazioni, estremi saluti, su riviste, quotidiani, poi – alcuni – in volume. Ricordi di scrittori, poeti, intellettuali e artisti molto diversi tra di loro, nomi di primo piano, ovviamente: Edoardo Sanguineti, Eugenio Montale, Fruttero e Lucentini, Luigi Malerba, Natalia Ginzburg, Antonio Tabucchi, Giorgio Manganelli, Giulio Einaudi, Eugenio Scalfari, Luciano Berio, Gianni Celati…[3] Quest’ultimo, che con Calvino vantava anche progetti letterari[4], oltre a una forte amicizia, in un suo ricordo pubblicato sul n. 9 della rivista “Riga” racconta addirittura la singolarità di Calvino, la sua caratura umana e intellettuale, attaccando la «Grande Casta» della cultura, che arriva a rendere un fastidioso omaggio al cadavere di Calvino in ospedale a Siena.
Dopo la sua morte, gli interventi critici si sono moltiplicati esponenzialmente. Hanno ricostruito e analizzato una vastissima produzione narrativa e saggistica[5], le riflessioni di Calvino sul proprio lavoro[6], la sua attività editoriale, anche su se stesso[7], la sua vasta corrispondenza[8] e i suoi numerosi interventi critici[9] informali su altri autori, via lettera[10], nei quali finisce per parlare di sé, della sua ricerca letteraria.[11] Il tutto correndo un rischio: pensare a Calvino come un mondo a parte, in sé autonomo e autosufficiente.[12]
A dire il vero, anche la bibliografia su Pier Vittorio Tondelli è sorprendentemente ampia. A una produzione letteraria quantitativamente limitata, per ovvi motivi (l’autore esordisce nel 1980 e muore nel 1991), risponde infatti una vasta e in continua proliferazione produzione critica. Del “caso” Tondelli prima e del suo valore o meno poi, si sono occupati numerosi critici con saggi, articoli, monografie che attraversano l’opera dello scrittore correggese secondo molte linee interpretative. Di fatto, come si è detto, è l’autore più citato quando si deve segnalare un capostipite della scena letteraria italiana dagli anni Ottanta in poi. Ovvero quella che viene considerata una “nuova” scena. Quella dell’uscita dal decennio della contestazione.[13] Come ricorda con incisività sintetica Generoso Picone:

«Se gli anni ’70, e forse non solo in letteratura, hanno bisogno di una data simbolica per finire, questa è il 1978, nell’ultima pagina del Lunario del paradiso. L’invito di Celati è presto raccolto da Enrico Palandri con Boccalone, che è del 1979, da Pier Vittorio Tondelli con Altri libertini che è del 1980, da Claudio Piersanti con Casa di nessuno che è del 1981. Sono testi di autori che hanno più o meno tutti la consapevolezza del vuoto alle loro spalle.»[14]

Tondelli, Palandri, Piersanti. Tra i tre, Tondelli diventa il nome principale (vuoi per gli scandali, vuoi per la qualità dei suoi testi, vuoi per il personaggio-autore), punto di riferimento del nuovo panorama, riconosciuto come padre, almeno nelle dichiarazioni, da tanti scrittori esorditi dopo Altri libertini, da critici accademici e dalla critica o dalla cronaca culturale pubblicistica. Anche per il suo impegno come talent scout.[15]
Affrontare però la scena letteraria degli ultimi trent’anni non è facile. È complessa e ancora in larga parte da descrivere e mappare in modo condiviso da parte della critica. Le numerose pubblicazioni uscite negli ultimi anni testimoniano la difficoltà di definire lo scenario, le correnti poetiche, le ricerche stilistiche, tematiche, narrative, sempre più all’insegna dell’ibridazione con altri linguaggi (cinema, fumetto…). E, a questo proposito, non va dimenticato il “problema” della nuova situazione legata all’editoria online, alle produzioni testuali classiche per la rete, alle nuove narrazioni multimediali, supportate da ebook o dal web 2.0. Legata al dibattito letterario in rete, tra siti, blog e riviste di intervento, discussione e confronto anche con i lettori. Una realtà in espansione, viva ormai da alcuni anni anche in Italia, e ancora poco frequentata dalla critica accademica.[16]


2. “Nuovi” autori, “nuovi” o “vecchi” modelli?


A ben guardare, sembra che negli ultimi venti, trent’anni, gli autori italiani si siano andati a cercare modelli e padri più o meno nobili, narrativi e non solo, in tradizioni letterarie spesso “alternative”, e non necessariamente nazionali. Così se è vero che Tondelli è diventato punto di riferimento per molti, è anche vero che questi indicano pure nomi meno noti, a volte addirittura quelli di contemporanei quasi coetanei. In altre parole, non è facile individuare un canone di riferimento per i cosiddetti “nuovi autori” approdati alle librerie negli ultimi decenni.
Non sono mancati dibattiti e conferenze sull’argomento. O convegni, come “I nuovi scrittori e il Novecento”, organizzato a Palermo il 23-24 novembre 2006, in occasione del “Premio Mondello – Città di Palermo”, e introdotto da alcune domande di Franco Cordelli appunto sul rapporto tra “nuovi autori” e “tradizione italiana del Novecento”.
Al convegno partecipano, tra gli altri, Mario Desiati, Alessandro Piperno, Antonio Scurati, Evelina Santangelo, Filippo La Porta, Domenico Scarpa, Raffaele Manica, Camilla Baresani. Scrittori e critici insieme. Doveva esserci anche Giuseppe Genna, autore molto impegnato sul versante critico, che però il 22 novembre dal suo blog annuncia di essere malato. Sarebbe stato un contributo importante, perché Genna da anni partecipa e osserva criticamente una parte della scena letteraria italiana che sta facendo parlare molto di sé. Per questo motivo il “Financial Times”, nel 2004, gli ha chiesto una panoramica sui nuovi autori italiani: Italian Renaissance. In quell’occasione, lo scrittore milanese ha definito il 2004 «l’annus mirabilis della letteratura italiana, il nuovo Rinascimento», per le uscite editoriali di «scrittori che hanno sconvolto il panorama intellettuale italiano, rimettendo faticosamente in moto i meccanismi virtuosi della letteratura che, in Italia, si erano arrugginiti e ingrippati dai tempi di Calvino e Pasolini». Si riferisce ad Antonio Moresco, Tommaso Pincio, Cesare Battisti, Valerio Evangelisti, Tiziano Scarpa, i Wu Ming. Autori di generazioni diverse e con stili differenti, ma accomunati dall’interesse per la realtà, per la storia, per il presente, per la politica, ma soprattutto per una ricerca letteraria, per strutture narrative complesse, che, anche quando sono riconducibili alla letteratura di genere, se ne discostano. Sono autori che Genna pone in relazione non con Tondelli, non con la letteratura degli/dagli anni Ottanta, ma con quella anteriore, di Pasolini e Calvino. Cioè con dei “classici” della tradizione novecentesca italiana.
Anche Calvino, dunque, è tra i modelli. E Genna non è il solo che gli riconosce questo status. Giulio Mozzi, in un testo apparso su “Ore Piccole. Rivista di letteratura e arte” (a. I, n. 1, aprile-giugno 2006, pp. 45-53), racconta tutto ciò che gli evoca il nome di Italo Calvino: letture dall’infanzia all’età adulta, discussioni, dibattiti, avvenimenti personali… Una successione di brevissimi paragrafi tutti introdotti dal sintagma “Mi ricordo”. Tra questi, Mozzi scrive:

«Mi ricordo di avere immaginato più volte di scrivere dei libri che fossero come alcuni libri di Italo Calvino: Le città invisibili o Palomar. In alternativa, mi sarebbe piaciuto scrivere libri che fossero come quelli di Francis Ponge.»

E, sempre nello stesso testo, ricorda la sua recensione sulla rivista “Avvenimenti” a L’occhio di Calvino di Belpoliti, nel 1996:

«Mi ricordo che recensii L’occhio di Calvino per il settimanale Avvenimenti, e iniziai la recensione citando questa frase di Belpoliti: “Stiamo per varcare la soglia del secondo millennio” (era il 1996) “e ci accorgiamo che uno dei pochi scrittori che può accompagnarci in questo passo è Italo Calvino, e non certo per meriti letterari – che pure non gli mancano – ma in virtù di un’idea di letteratura che egli ha coltivato nell’ultimo ventennio della sua lunga attività”.»

Quella recensione diceva chiaramente l’importanza e l’errata rimozione dello scrittore ligure:

«Calvino è forse davvero, in questi anni, un maestro rimosso o nascosto. La ricerca di una lingua e di una parola innamorate, durante tutti gli anni Ottanta, ha molto rivitalizzato la nostra prosa e la nostra poesia; tuttavia qualcosa di quel che si è acquistato in vitalità si è perduto in pensiero (o: di quel che si è acquistato in lessico si è perduto in sintassi). I narratori d’oggi sono molto più colorati del grigissimo Moravia o del traslucido Calvino, e tuttavia le loro immagini sono meno nitide. Se del romanzesco borghese non si sa più che farsene (ed è per questo che Moravia sembra oggi, come maestro, morto e sepolto), la capacità di pensiero di Italo Calvino appare ancor oggi utile, produttiva e imitabile.»[17]

Riconoscimenti, dunque. Come quello di Dario Voltolini, leggibile su “Nazione Indiana”. Questi, intervenendo al convegno “Altrove, altravolta, altrimenti. Calvino, il non visibile e l’immaginario urbano a 30 anni da Le città invisibili” (Palazzo della Triennale di Milano, 8-9 novembre 2002), esprime la sua ammirazione per la lotta che Calvino ingaggia contro «il tempo come luogo dell’alterità».
Basta poi una non sofisticata ricerca in rete per scoprire che sono in tanti, come Voltolini, Mozzi e Genna, a citare e a tributare onori a Calvino in interviste e scritti saggistici e pubblicistici. Persino Enrico Brizzi, che dedica il suo libro d’esordio (Jack Frusciante è uscito dal gruppo, 1994) “a T.”, dove l’iniziale puntata starebbe per “Tondelli”. Infatti, nello stesso 1996 della recensione di Mozzi su “Avvenimenti”, lo scrittore bolognese pubblica Bastogne, e in un’intervista di Simonetta Fiori per “la Repubblica”, dopo essersi dichiarato letterariamente figlio di nessuno, mostra la sua libreria con Hemingway, Salinger, Céline, Nietzsche e Le città invisibili di Calvino.[18] Come a indicare letture per lui particolarmente significative.
In anni più recenti, nel 2004 Leonardo Colombati, nel suo blog, posta un intervento (poi ripreso anche dalla rivista “Carmilla”) in cui ricorda lo scrittore ligure per i suoi contributi teorici al dibattito sulla letteratura industriale. Nel 2009 Beppe Sebaste, il 10 agosto, su “l’Unità” e nel suo blog, riprende la riflessione sul silenzio del signor Palomar come monito etico contro «la solitudine affollata e strepitante in cui nessuno ascolta nessuno, il mondo come una televisione che non viene mai spenta».
Sempre nel 2009, Tommaso Pincio, in un’intervista a Orhan Pamuk, riporta aneddoti sulle preoccupazioni di Calvino per gli interventi pubblici. Pincio non è per altro nuovo a citazioni dello scrittore ligure: nel 2003 in Gli scrittori d’oggi e gli anni ’60 (“Alias / il manifesto”, 14 giugno) riprende la sua nota definizione di “classico”; nel 2008 in Il what if all’italiana. Un romanzo maestoso e misconosciuto (“il manifesto”, 30 agosto) sottolinea come Calvino sia una «mosca bianca» nel panorama italiano, per la fiducia nei confronti della finzione, della narrativa non verista, non oggettivista.[19] Un riconoscimento notevole, come quello che gli tributa nel 2008 Girolamo De Michele, su “Carmilla”, in “Neorealismo” ed epica. Una risposta ai critici letterari (e agli altri):

«Benjamin fa questo effetto: se l’hai letto per davvero, ti spunta fuori anche se non te ne accorgi; se l’hai sleggiucchiato solo per poterne parlare in società, non lo riconosci in chi cerca di pensare (non a Benjamin, ma) come Benjamin. La presa di posizione di un lettore collettivo co-interessato, la dilatazione epica degli eventi storici, il carattere anti-tragico agevolato dalla narrazione di lungo periodo, lo stupore in luogo dell’immedesimazione e la rappresentazione di situazioni (ciò che Brecht chiamava “straniamento”), l’attenzione al gesto, il ruolo attivo dello spettatore sono tanti piccoli concetti che Benjamin e Bertolt Brecht hanno messo in salvo nello zainetto delle cose da portare nel Terzo Millennio: uno zainetto che, assieme a quello di Calvino, i narratori italiani hanno trovato e aperto. Ed hanno cominciato ad usare quegli strumenti.»

Negli scritti pubblicistici o saggistici di De Michele è facile riscontrare citazioni di Calvino narratore, critico e teorico della letteratura[20], ma in questo intervento su “Carmilla” dice chiaramente che Calvino è nel bagaglio culturale degli autori nel nuovo millennio. Autori, si noti, non necessariamente coetanei, non riconducibili a un particolare genere letterario o a un unico percorso di ricerca tematica o stilistica. È quindi ovvio che l’adagio, il luogo comune su Calvino e i “nuovi” autori, vacilli.


3. Un caso particolare: da Luther Blissett a Wu Ming, con Calvino


Un caso particolare della recente storia letteraria italiana è Q di Luther Blissett (1999). Un romanzo storico, sui generis, di successo e scritto da un autore decisamente insolito: un nome collettivo che già da alcuni anni si aggirava per il Paese.
Nel volume Storytelling. L’informazione secondo Luther Blissett, Luca Muchetti ha cercato di ricostruire origine e sviluppo del Luther Blissett Project.[21] Storicizzarlo è però un’impresa.[22] Studiosi e ricercatori avrebbero da tempo rinunciato a una lettura completa, «consci del fatto che una ricostruzione filologica della moltitudine-Blissett, oltre che impraticabile, è congenitamente inadatta e forse del tutto incapace di descrivere il fenomeno».[23] In generale, si ricorda che in Italia:

«a partire dalla primavera del 1994, il nome Luther Blissett comincia a circolare, prima nei circuiti dell’underground e nelle reti telematiche amatoriali, poi nel mondo della cultura e sulle cronache dei quotidiani. Nessuno sa chi sia Blissett in realtà, eppure le voci intorno a lui si moltiplicano: tutti hanno letto qualcosa che rechi la sua firma, c’è chi giura di averlo appena visto e chi invece denuncia la sua scomparsa.»[24]

Riguardando quel ginepraio di informazioni, discorsi teorici, racconti di imprese e azioni di guerriglia mediatica, in un territorio nel quale i confini tra vero e falso sono incerti, c’è chi considera Blissett l’anticipatore della burla mediatica, ma sarebbe una lettura molto riduttiva.
In sintesi, Luther Blissett è un nome multiplo, preso a prestito da un centravanti inglese di origine giamaicana, che ha giocato anche nel Milan, nel campionato di serie A 1983-84. Tale nome multiplo viene proclamato a disposizione di chiunque voglia condividere la filosofia del progetto e collaborare alle sue imprese, volte soprattutto a costruire un mito, un eroe popolare (un folk hero) che attua una guerriglia mediatica, documentandosi sul clima della situazione nella quale intervenire, svelando le debolezze del circuito di informazione, attraverso truffe volte a sabotarlo, con un disvelamento finale che crei un cortocircuito tra menzogna e realtà. Le sue gesta sono diffuse tramite onde radio, carta stampata, reti telematiche, performance, e narrano di beffe a quotidiani (come “Il resto del carlino”), trasmissioni televisive (Chi l’ha visto?) e case editrici (Mondadori)[25], con l’intenzione di colpire dall’interno l’industria culturale, mostrandone tutta la vulnerabilità, uscendo dallo schema del Grande Fratello orwelliano e mostrando che la gestione uniforme dei media non sia tanto in mano a strateghi del controllo mediatico, quanto piuttosto a piccoli uomini meschini, ignoranti, in malafede, che si fingono competenti.
Nei documenti, nelle riflessioni, nei comunicati prodotti dal Multiplo, sono citati scrittori, filosofi, poeti, registi, artisti, giornalisti, opere letterarie e cinematografiche, serie televisive e performance, libri d’inchiesta politica e saggi sulla comunicazione. Un panorama culturale di riferimento vasto e ramificato. È però quanto meno curioso notare che nell’intervento Rotta sul pianeta Tlön si presenti sostanzialmente l’essenza del pensiero e dell’azione del Multiplo attraverso un’interpretazione psicogeografica di un testo di Calvino[26], tratto da Marcovaldo: La città smarrita nella neve.[27] L’analisi segue le fasi del racconto e ne interpreta le relazioni tra uomo e territorio/clima che esse implicano, sottolineando aspetti chiave, teorici e pratici, del Multiplo:

«Disorientamento del territorio – sfruttamento del sistema – derisione del potere – perdita dell’identità... La sequenza non poteva essere studiata in maniera più perfetta. Tutto torna in maniera mirabile. Marcovaldo abbandona la tuta da operaio e si veste di quella stessa neve che ha cambiato la città e ha infradiciato il commendator Alboino. Diventa però un pupazzo molto particolare. La maschera non lo priva di una forza vitale che ora lo rende addirittura spaventoso. Non c’è ombra di nichilismo. I bambini restano del tutto spiazzati di fronte a quel vivente uomo di neve. Perduta l’identità, l’attacco può arrivare da qualunque parte, inaspettato. Tutto diventa Imprevedibile. E quindi pericoloso per chi deve sorvegliare tutto.»[28]

L’esperienza di Marcovaldo diventa un racconto-guida per esporre un retroterra concettuale il cui cuore risiede nella teoria dei sogni da avverare cara a Luther Blissett. La guerriglia mediatica come manipolazione dell’immaginario per incidere nel reale, facendo “implodere” il significato dei messaggi (diffusi dalla macchina informativa), su cui tale immaginario è costruito, e far nascere miti dal sabotaggio.[29] Miti che nascono attraverso il racconto: «Le nostre esigenze erano comunque quelle di narrare. Nel nostro progetto “Luther Blissett” producevamo delle narrazioni che intervenissero direttamente nella realtà, perché narrare è già intervenire».
Sono parole usate da Roberto Bui nell’intervento al dibattito su “Arte, intellettuali e impegno” organizzato dal programma Fahrenheit su Radio 3, il 29 agosto 2002 (oggi scaricabile dall’audioteca del sito di Wu ming). Bui è uno dei fondatori della cellula bolognese di Luther Blissett, con Giovanni Cattabriga, Luca Di Meo, Federico Guglielmi. Persone che, dopo il “suicidio”, il “seppuku” (non vincolante) di Luther Blissett nel 1999[30], diventano i Wu Ming (1, 2, 3 e 4). Ovvero membri del collettivo di scrittura, o band di scrittori, che in questi anni ha mostrato una produzione letteraria fondata su una «acquisizione letteraria del passato», «una concezione agonistica della Storia, dalla cui ri-scrittura emergono prospettive oblique e rimosse, mentre nuova luce rischiara i coni d’ombra del continuum».[31]
La prospettiva obliqua, concretizzata nel punto di vista, è uno degli elementi caratterizzanti delle opere che Wu Ming 1 ha considerato parte di una particolare “nebulosa” letteraria, a cui ha dato il nome di “New Italian Epic”, la cui sostanza è stata efficacemente riassunta da Wu Ming 2 (Il respiro bianco dell’epica nuova, in “Letteraria. Rivista semestrale di letteratura sociale”, a. I, n. 1, maggio 2009, pp. 50-52):

«New Italian Epic è un nome di comodo, usato per indicare un insieme di libri, pubblicati in Italia a partire dal ‘93, accomunati da una certa “aria di famiglia” e dal respiro ampio delle vicende. Molti hanno l’aspetto di romanzi storici, alcuni sono opere ibride tra narrativa e saggistica, altri vengono da un superamento di noir, giallo e altri generi popular. In estrema sintesi, la famiglia si distingue per sette caratteristiche: una tonalità emotiva appassionata ed empatica, un punto di vista obliquo sul mondo, l’uso di utensili e linguaggi che vengono dal romanzo di genere, la riflessione ucronica su ciò che sarebbe potuto accadere, una sperimentazione linguistica sottile, la forzatura della forma romanzo a favore di “oggetti narrativi non identificati”, una narrazione aperta, spesso proseguita con ogni medium necessario.
Molte di queste opere raccontano - con allegorie diverse, sotto la crosta di trame diversissime - la difficoltà di ereditare il mondo, di esprimere, oltre la tragedia e il disastro, una soggettività diversa, che scompigli la situazione e tracci vie di fuga.»


Il vasto dibattito che è seguito alla pubblicazione on line del saggio (la sua prima redazione, apparsa nel 2008, è stata downlodata oltre 50mila volte), ha coinvolto scrittori, critici, lettori. Nell’economia del nostro discorso, più che intervenire nella discussione, è interessante notare che, anche all’interno del saggio di Wu Ming 1, viene ripreso Calvino. Per una questione legata al punto di vista obliquo: «Nel corpus del New Italian Epic si riscontra un’intensa esplorazione di punti di vista inattesi e inconsueti, compresi quelli di animali, oggetti, luoghi e addirittura flussi immateriali. Si può dire che vengano presi a riferimento – in contesti differenti e con diverse scelte espressive – esperimenti già tentati da Italo Calvino nei racconti cosmicomici o in Palomar[32]

Concetto che viene ripreso in una seconda occasione, nel medesimo saggio, quando si sottolinea quanto sia:

«importante la questione del punto di vista obliquo, e diverrà sempre più importante – come aveva intuito Calvino – la “resa” letteraria di sguardi extra-umani, non-umani, non-identificabili. Questi esperimenti ci aiutano a uscire da noi stessi».[33]

Come non leggere in questa affermazione la lezione “Molteplicità” delle Lezioni americane?

«Sono giunto al termine di questa mia apologia del romanzo come grande rete. Qualcuno potrà obiettare che più l’opera tende alla moltiplicazione dei possibili più s’allontana da quell’unicum che è il self di chi scrive, la sincerità interiore, la scoperta della propria verità. Al contrario, rispondo, chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.
Ma forse la risposta che mi sta più a cuore dare è un’altra: magari fosse possibile un’opera concepita al di fuori del self, un’opera che ci permettesse d’uscire dalla prospettiva limitata d’un io individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per far parlare ciò che non ha parola, l’uccello che si posa sulla grondaia, l’albero in primavera e l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica…
Non era forse questo il punto d’arrivo cui tendeva Ovidio nel raccontare la continuità delle forme, il punto d’arrivo cui tendeva Lucrezio nell’identificarsi con la natura comune a tutte le cose?»[34]


Si aggiunga infine, per sottolineare il legame con Calvino, che la scelta del termine “memorandum” nel sottotitolo del saggio di Wu Ming 1 (Memorandum 1993-2008) rimanda volutamente al carattere di appunti e di indicazione dei termini di una questione. E il richiamo che vuole attuare la scelta del termine è proprio ai “memos”, al titolo inglese pensato da Calvino per le sue lezioni: Six memos for the next millennium.[35]


4. Perché proprio Calvino?


Perché proprio Calvino? Perché si trova citato in tante occasioni? E addirittura da realtà così particolari come Luther Blissett, e in un saggio come “New Italian Epic”, considerabile sia una sorta di manifesto a posteriori, sia una lettura, quasi una proposta di sistematizzazione, di una parte della scena letteraria italiana contemporanea?
C’è un atteggiamento ambiguo, a dire il vero. È difficile che qualcuno non riconosca in Calvino un nome sacro della tradizione italiana[36]; tra i tanti che lo citano, però, c’è chi lo sente, almeno per certi aspetti, un padre nobile, ma c’è anche chi preferisce scostarsene, pur rispettandolo e ammirandolo. Sottrarsene perché sente di appartenere a un mondo diverso, o perché il paragone risulta troppo ingombrante. In entrambe i casi, Calvino resta comunque un termine di paragone.
Procediamo con ordine: le citazioni dello scrittore ligure. In parte, sicuramente, è citato perché è un’auctoritas[37], creatore un repertorio di immagini e narrazioni note, ricche di sfumature e di implicazioni applicabili alla contemporaneità, a discorsi esistenziali, culturali, politici. Un nome alle cui parole appoggiarsi per sostenere le proprie argomentazioni, o definirsi, secondo lo schema del a pari, o del a contrario[38], come Roberto Saviano, che nella conversazione con Francesco Forlani del 2006, Tutto è coro e materia, sostiene: «Non mi sono mai soffermato a pensare ad un mio lettore ideale. Non immagino, come faceva Italo Calvino, un lettore ideale che mi somigli, non vorrei mai mi somigliasse».
In diversi casi, però, come si è visto ad esempio con De Michele, Voltolini, Pincio, sono questioni di ricerca linguistica e stilistica, e l’idea stessa di letteratura di Calvino, ad essere considerate ancora attuali, o comunque importanti termini di paragone.
A questo proposito, si è citata la ripresa della visione indiretta, dello sguardo obliquo, riscontrata da Wu Ming 1 in diversi autori ascritti alla “nebulosa” del New Italian Epic. Ma, prendendo a prestito un’espressione presente sempre nel medesimo saggio, è utile ricordare anche il ritorno degli autori contemporanei alla «fiducia nella parola».[39] È, sostanzialmente, il corrispettivo dell’idea calviniana della necessità della lotta della lingua contro la pestilenza avanzante dell’insignificanza.[40] Una fiducia nella parola che porta alla fiducia nella finzione, nella narrazione, e soprattutto nella letteratura. Essa, infatti, può produrre anticorpi, sfuggire alla degradazione verso l’informe, fare resistenza a un mondo quotidiano che è solo un mosaico confuso, è la rivincita dell’ordine mentale sul caos mondo o, per riassumere il tutto con il monito delle Lezioni americane: l’ordine della letteratura si oppone al caos del caso.
Dunque narrare il mondo, “mappandolo”[41]. Raccontare interrogandosi su come la letteratura con le sue specificità possa intrattenere un rapporto con la realtà, il presente e la storia. Trovare una scrittura per affrontare il reale e fare letteratura, uno stile adatto[42], per il quale Calvino si confronta con fonti e modelli della tradizione italiana e non solo. Una fiducia nella letteratura tale da considerarla una forma di conoscenza fondamentale per l’uomo. Una definizione che si forma negli anni, che nasce con un giovane Calvino alla ricerca di una letteratura che «servisse alla costruzione d’una nuova società», e cresce con la consapevolezza che essa non potrebbe «guidare un processo storico», e alla fine diventa la forma per rappresentare «il senso del complicato e del molteplice e del relativo e dello sfaccettato che determina un’attitudine di perplessità sistematica».[43] Sono parole rubate alla Presentazione di Una pietra sopra, (auto)testimonianza selezionata di questo cammino, in cui costantemente sono rilanciate sfide allo scrittore, per la letteratura, intesa «come ricerca di conoscenza»[44], e come fatto politico. Come sottolinea Marco Belpoliti, infatti:

«Calvino non è stato uno scrittore politico; tuttavia è innegabile che con la politica la sua vita di scrittore e di intellettuale abbia sempre mantenuto un solido legame. Non c’è un solo racconto o saggio che prescinda infatti dal contesto sociale e politico in cui è stato scritto; e questo non solo negli anni Cinquanta, quando lo scrittore militava nel Partito comunista, ma anche in seguito, quando prese sempre più distanza dalla politica attiva. Fare di Calvino il campione di un’idea di letteratura dedita puramente a se stessa, una letteratura metaletteraria, non è solo arbitrario, ma anche sbagliato. Calvino scrittore postmoderno, post-ideologico, è un’invenzione della critica, perché, nonostante i dubbi, le esitazioni e persino le ripulse, egli resta legato a un’idea di letteratura che dialoga con la società in cui nasce e prospera, e non può fare a meno di pensare, con gli strumenti che gli sono propri – la fantasia e l’immaginazione –, a una società umana più giusta.»[45]

Nei saggi di Una pietra sopra sono leggibili anche le diverse posizioni che Calvino assume nella sua travagliata storia da intellettuale e da scrittore in relazione alla politica, all’intervento politico. Ma è importante leggervi soprattutto la costruzione di un’idea di letteratura da lasciare ai suoi lettori. Una ricerca contraddistinta da continui cambi di rotta, «per dire qualcosa che con l’impostazione precedente non sarei riuscito a dire»[46], ma non per questo priva di costanti.[47] In primis, appunto, l’idea dell’importanza della letteratura, della «scrittura come operazione morale», come sottolinea Alberto Asor Rosa, e di letteratura come «fattore di trasformazione del mondo», come operazione «che comporta sempre una sintesi di conoscenza e d’immaginazione», «che dà senso alla vita».[48] Non a caso Mario Barenghi ricorda che il campo della letteratura (riprendendo Mondo scritto e mondo non scritto, la conferenza tenuta alla New York University il 30 marzo 1983) è il mondo da scrivere: la frontiera. Per questo, fare letteratura è proiettarsi al di fuori del già noto, del già acquisito.[49]
Questa idea alta di letteratura come forma di conoscenza, la certezza dell’importanza di una lingua non imbarbarita, nel senso di non “appestata”, le riflessioni su questioni di stile e la ricerca lucida, laica e razionale di una lettura del mondo: sono i motivi che fanno di Calvino un contemporaneo.[50] Per questo per Mozzi e De Michele è nel bagaglio degli autori per il nuovo millennio, e per Pincio è una mosca bianca. Perché le sue parole narrative e saggistiche, come nella sua idea di classico, hanno ancora tanto da dire, e lo dimostrano le citazioni da parte di tanti autori. Perché i suoi testi, anche quelli per ragazzi, dietro la superficie della narrazione rapida, fiabesca, hanno una profondità che permette di spiegare persino cosa sia la guerriglia mediatica per Luther Blissett. Perché la sua ricerca stilistica ha offerto elementi oggi osservati sotto una nuova luce, come la visione indiretta riscoperta da Wu Ming negli autori ascritti al “New Italian Epic”.
Di certo è imprudente parlare di una funzione Calvino, e servirebbero sondaggi più accurati sui testi degli autori nominati per verificare cosa ci sia, effettivamente, dello scrittore ligure. Di sicuro, però, la sua figura e le sue parole non sono indifferenti alla scena contemporanea. Sono una presenza. Almeno nelle dichiarazioni dei diretti interessati, nella loro formazione, nelle loro riflessioni. Un modello, quindi, forse più teorico che pratico – anche se il punto di vista obliquo è un fatto stilistico – ma sicuramente diffuso. E forse non è un caso che venga ripreso in un momento come quello attuale, nel quale, come è stato detto, si sta riaccendendo un dibattito critico partecipato, in rete e in incontri pubblici, in cui gli scrittori tornano a essere firme sui giornali, per riflettere tra letteratura, arte, filosofia, politica e società. Tra fatti e finzione, specificità letteraria e cronaca. Forse siamo ancora lontani dal livello della discussione dei tempi di Calvino, Fortini e Pasolini, e soprattutto dall’eco che le loro parole potevano avere. Voci per discutere, pensare, ragionare. Ma sembra ce ne sia il desiderio, e la necessità. E forse ci sono le voci, per fortuna. Ascoltate da un pubblico in crescita. Attraverso nuovi e vecchi media.
A questo punto, dunque, la discussione si dovrebbe spostare sui contenuti. Ma questa è un’altra storia.

Note:


[1] Sulla questione si veda almeno Elisabetta Mondello, In principio fu Tondelli. Letteratura, merci, televisione nella narrativa degli anni Novanta, Milano, Il Saggiatore, 2007.

[2] Cfr. Elisabetta Mondello, La narrativa italiana degli anni Novanta, Roma, Meltemi, 2004.

[3] Si leggano, ad esempio, gli interventi raccolti in Italo Calvino. Enciclopedia, arte, scienza e letteratura, a cura di Marco Belpoliti, numero monografico di “Riga”, n. 9, Milano, Marcos y Marcos, 1995; Italo Calvino. La letteratura, la scienza, la città. Atti del Convegno nazionale di Studi di Sanremo (1986), a cura di Giorgio Bertone, Genova, Edizioni dell’Orso, 1988; Italo Calvino. A writer for the next millennium. Atti del Convegno Internazionale di Studi (1996), a cura di Giorgio Bertone, Genova, Edizioni dell’Orso, 1998.

[4] Ci si riferisce ovviamente al progetto per la rivista “Alì Babà”, di cui resta l’intervento programmatico di Italo Calvino, Lo sguardo dell’archeologo (1972), pubblicato in Id., Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, Milano, Mondadori, 1980 (oggi in Id., Saggi 1945-1985. I, a cura di Mario Barenghi, Milano, Mondadori, 1995, pp. 324-327). Per un approfondimento sulla rivista si rimanda ad Alì Babà. Progetto di una rivista 1968-1972, a cura di Mario Barenghi e Marco Belpoliti, numero monografico di “Riga”, n. 14, Milano, Marcos y Marcos, 1998.

[5] Cfr. Luca Baranelli, Bibliografia di Italo Calvino, Pisa, Edizioni della Normale, 2007, II ed. riv. 2008.

[6] Mario Barenghi, in Italo Calvino, le linee e i margini (Bologna, Il Mulino, 2007, pp. 65-70), illustra il costante tentativo di Calvino di dare un assetto complessivo al suo lavoro, che non sempre gli riesce, e come ciò risponda al desiderio che sia riconosciuto, nella sua opera, un ordine preciso.

[7] Cfr. Claudio Milanini, L’editore di se medesimo, in Italo Calvino. A writer for the next millennium, cit., pp. 67-77.

[8] Cfr. Italo Calvino, Lettere (1940-1985), a cura di Luca Baranelli, Milano, Mondadori, 2000.

[9] I generi critici frequentati da Calvino sono «molteplici», come ricorda Silvio Perrella in Calvino (Roma-Bari, Laterza, 1999, p. 166).

[10] Cfr. Italo Calvino, I libri degli altri, a cura di Giovanni Tesio, Torino, Einaudi, 1991.

[11] Andrea Battistini, in Lo scoiattolo della penna. L’arte combinatoria di Italo Calvino (in Sondaggi del Novecento, a cura di Lorenza Gattamorta, Cesena, Il ponte vecchio, 2003, pp. 247-259) sottolinea anche che Calvino, come critico, come tutti gli scrittori, finisce per pensare soprattutto a se stesso e al proprio lavoro (sull’argomento cfr. anche Mario Barenghi, Italo Calvino, le linee e i margini, cit., pp. 38-39).

[12] Cfr. Massimo Bucciantini, Italo Calvino e la scienza, Roma, Donzelli, 2007, p. 4.

[13] Cfr. Alberto Sebastiani, Le parole in pugno. Lingua, società e culture giovanili in Italia dal dopoguerra a oggi, Lecce, Manni, 2009, pp. 159-193.

[14] Generoso Picone, Merci culturali e postmoderno. Un po’ di filologia della nostra gioventù, in “Panta”, Tondelli tour, n. 20, 2003, p. 107.

[15] Ci si riferisce in particolare al progetto Under 25, ai tre volumi Giovani blues (Ancona, Transeuropa, 1986; Milano, Mondadori, 1991), Belli & perversi (Ancona, Transeuropa, 1987; Milano, Mondadori, 1992), Papergang (Ancona, Transeuropa, 1990; Milano, Mondadori, 1992). Progetto che non nasce con l’intento di scoprire nuovi talenti, ma che nei suoi tre volumi ospita nomi come Giuseppe Culicchia, Guido Conti, Gabriele Romagnoli, Andrea De Marchi, Silvia Ballestra. Ovvero alcuni dei nomi che, a tutt’oggi, continuano a essere tra i protagonisti della scena e della pubblicistica letteraria italiana.

[16] Si veda ad esempio Letteratura fluida, a cura di Alberto Abruzzese e Giuseppe Ragone, Napoli, Liguori, 2007; Alberto Sebastiani, Racconti meticci. Lettura e critica ai tempi della narrazione multimediale, in “Letteraria. Rivista semestrale di letteratura sociale”, n. 2, novembre 2009, pp. 105-107.

[17] Purtroppo, non mi è stato possibile reperire il numero originale (e quindi fornire gli estremi editoriali precisi) del settimanale “Avvenimenti” del 1996 in cui è apparso il testo della recensione, del quale però mi è stato spedito il file dallo stesso Mozzi, che ringrazio per la disponibilità.

[18] Si ricordi, a questo proposito, quanto affermato da Salman Rushdie: «C’è un solo punto sul quale Calvino aveva nettamente torto a proposito dei suoi libri: non verranno mai abbandonati in una soffitta e dimenticati. Io credo fermamente che tutti coloro che amano il libro con sincerità e passione riserveranno sempre il posto d’onore sui loro scaffali a Italo Calvino», Messaggio di Salman Rushdie, dichiarazione distribuita dall’Ufficio Stampa della Mondadori nel corso del Salone del Libro di Torino del 1990, ora in Italo Calvino. Enciclopedia: arte, scienza e letteratura, “Riga”, n. 9, monografico a cura di Marco Belpoliti, Roma, Marcos y Marcos, 1995, pp. 170-171.

[19] L’intervento di Pincio è stato poi ripubblicato da Genna nel suo blog. Sulla stessa linea le affermazioni del 2008 di Valerio Evangelisti in Realismo onirico su “Carmilla”, scrivendo della riedizione di Lo smeraldo di Mario Soldati e riflettendo sulla tradizione del fantastico in Italia.

[20] Si vedano ad esempio gli interventi apparsi su Carmilla il 27 gennaio 2009, New Italian Epic e allegoria; il 4 marzo 2008, Walter Benjamin a Leonia. Per una filosofia delle rovine e della monnezza 1; e l’8 marzo 2008, Walter Benjamin a Leonia. Per una filosofia delle rovine e della monnezza 2. In questi ultimi due articoli De Michele offriva, attraverso Leonia, una delle Città invisibili, un’interpretazione e una riflessione su un fatto di cronaca con implicazioni sociali, politiche, ma anche narrative e filosofiche, come la cosiddetta “emergenza rifiuti” a Napoli nel 2007-2008.

[21] Cfr. Luca Muchetti, Storytelling. L’informazione secondo Luther Blissett, Milano, Arcipelago, 2007.

[22] Cfr. Tommaso De Lorenzis, Angel Grace, Luther Blissett e i soliti sospetti, in Luca Muchetti, Storytelling. L’informazione secondo Luther Blissett, cit., p. 14: «Una storiografia “blissettiana” è plausibile quando l’aggettivo non si limita a denotare il contenuto della ricerca, ma finisce per caratterizzarne le procedure e orientarne la direzione». Per indicazioni di base, il sito di Luther Blissett offre una cronologia, le indicazioni bibliografiche e documentazioni delle imprese effettuate.

[23] Luca Muchetti, Storytelling. L’informazione secondo Luther Blissett, cit., p. 30.

[24] Marco Amici, La narrazione come mitopoiesi secondo Wu Ming, in “Bollettino di Italianistica. Rivista di critica, storia letteraria, filologia e linguistica”, n. 1, 2006.

[25] Cfr. Luther Blisset, Introduzione, in Id., Totò, Peppino e la guerra psichica 2.0, Torino, Einaudi, 2000, pp. XXIV-XXIX.

[26] Cfr. Luther Blissett, Mind Invaders. Manuale di guerriglia e sabotaggio culturale, Roma, Castelvecchi, 1995 (oggi in Id., Totò, Peppino e la guerra psichica 2.0, cit., pp. 19-29).

[27] Cfr. Italo Calvino, Marcovaldo ovvero Le stagioni in città, in Id., Romanzi e racconti. I, a cura di Mario Barenghi e Bruno Falcetto, 2006 (1996), pp. 1082-1086.

[28] Luther Blissett, Totò, Peppino e la guerra psichica 2.0, cit., p. 27.

[29] Luca Muchetti, Storytelling. L’informazione secondo Luther Blissett, cit., pp. 107-109.

[30] Luther Blissett, Totò, Peppino e la guerra psichica 2.0, cit., pp. VII-IX.

[31] Tommaso De Lorenzis, La Storia tra giallo e noir, in Atlante dei Movimenti Culturali in Emilia-Romagna 1968-2007. II. Narrativa, a cura di Piero Pieri e Chiara Cretella, Bologna, Clueb, 2007, p. 215.

[32] Wu Ming, New Italian Epic. Letteratura, sguardo obliquo, ritorno al futuro, Torino, Einaudi, 2009, p. 26.

[33] Ivi, p. 58.

[34] Italo Calvino, Lezioni americane, in Id., Saggi 1945-1985. I, cit., p. 733. Sullo stesso argomento, ovvero sulla visione indiretta, scontata sarebbe qui la citazione dalle Lezioni americane del mito di Perseo, che lega il discorso alla questione linguistica della lotta contro la pietrificazione della parola. È invece utile ricordare, con Mario Barenghi (Italo Calvino, le linee e i margini, cit., p. 215) che nel saggio Lo sguardo dell’archeologo (1972), per la rivista progettata e mai uscita “Alì Babà”, quella dell’archeologo è un’immagine funzionale perché sottolinea la necessità di «accentuare le distanze, trasformare uno spaesamento paralizzante in una lucidità straniante, paziente e alacre».

[35] Cfr. Note e notizie sui testi. Lezioni americane, in Italo Calvino, Saggi 1945-1985. I, cit., pp. 2957, 2965.

[36] Tra questi, va sicuramente ricordato Antonio Moresco, che si scaglia contro Calvino nella prima parte (Il paese della merda e del galateo. Note contro Calvino) della sua raccolta Il vulcano (Torino, Bollati Boringhieri, 1999). Moresco attacca Calvino per il “galateo” con cui tratta il mondo esterno, in sintonia con quanto già osservato da Carla Benedetti, in Pasolini contro Calvino. Per una letteratura impura (Torino, Bollati Boringhieri, 1998), che anticipava le affermazioni del saggio dello scrittore mantovano (pp. 57-58). La Benedetti, infatti, focalizzando in particolare l’attenzione sull’ultimo Calvino, sostiene che l’autore ligure non affronti il “mondo non scritto”, ma si rifugi nel suo mondo letterario, spaventato dalla complessità e dalle angosce del mondo moderno.

[37] È un’auctoritas come scrittore, ma anche come editor, editore e critico. Ruoli che sempre più spesso ricoprono molti degli autori che hanno esordito negli ultimi trent’anni, da Giulio Mozzi a Giorgio Vasta. Persone che lavorano come consulenti per case editrici e, in alcuni casi, attraverso il loro sito si rendono disponibili per leggere dattiloscritti e consigliare autori esordienti. In questa prospettiva, si può ipotizzare un’affinità percepibile dai nuovi autori. Ma è una congettura che si muove in un territorio emotivo, poco verificabile.

[38] Cfr. Chaïm Perelman, Lucie Olbrechts-Tyteca, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica (1966), Torino, Einaudi, 2001, p. 254.

[39] Cfr. Wu Ming, New Italian Epic. Letteratura, sguardo obliquo, ritorno al futuro, cit., p. 24. Tiziano Scarpa, però, in L’epica popular, gli anni Novanta, la parresìa, sottolinea come questa “fiducia” fosse già presente in autori degli anni Novanta non contemplati dal saggio di Wu Ming 1, che «credevano nella scrittura, davano forma a opere di grande ambizione artistica e di respiro vasto e di particolare cura stilistica (che è una delle forme possibili di impegno conoscitivo e politico), e non manifestavano alcun distacco ironico dalle loro opere».

[40] Si veda almeno, oltre ovviamente Mondo scritto e mondo non scritto (1983) e alle Lezioni americane (1988), La sfida del labirinto (1964) in Una pietra sopra (oggi raccolti nei due volumi Saggi 1945-1985, a cura di Mario Barenghi e Bruno Falcetto, Milano, Mondadori, 1995), saggi nei quale Calvino invita a lottare contro la banalità, la peste del linguaggio, l’ottundimento della mente, non più per un progetto utopistico, per la realizzazione di una società futura ben delineata, ma per l’uomo, per la sua coscienza, per la sua intelligenza, per la sua capacità di relazionarsi col mondo, di comprenderne la complessità, mantenendo la capacità di pensare e creare nonostante il bombardamento mediatico.

[41] Sull’argomento si rimanda almeno a Marco Belpoliti, L’occhio di Calvino, Torino, Einaudi, 1996.

[42] «Un impegno razionale, dunque, un voler porre il sigillo del geometrico sul confuso, sul caotico, un desiderio di proporzione entro i movimenti del fantastico, dell’inverosimile, della meraviglia improbabile: è quanto ha realizzato Ariosto, e ha prodotto la fiaba, e hanno perseguito altri suoi illustri “antenati”, Galileo o Leopardi innanzitutto, che non hanno mai separato scienza e letteratura, ragione e fantasia, e sono stati perciò (come Dante) le linee di forza della nostra letteratura» (Gian Luigi Beccaria, Calvino, il mestiere di scrivere, in Italo Calvino. A writer for the next millennium, cit., p. 163).

[43] Cfr. Italo Calvino, Presentazione a Una pietra sopra, in Id., Saggi 1945-1985. I, cit., pp. 7-8.

[44] Cfr. Italo Calvino, Lezioni americane, in Id., Saggi 1945-1985. I, cit., p. 653.

[45] Marco Belpoliti, Settanta, Torino, Einaudi, 2001, p. 106.

[46] Cfr. Intervista di Maria Corti, in Italo Calvino, Saggi 1945-1985. II, a cura di Mario Barenghi, Milano, Mondadori, 1995, p. 2921.

[47] In effetti, studiosi come ad esempio Asor Rosa, sostengono da tempo la possibilità di muoversi criticamente nell’opera di Calvino considerandola più unitaria di quanto non sembri, notando non tanto ripetizioni, quanto variazioni e molteplici modi di affrontare un grumo di problemi pressanti per l’autore, in primis la rappresentazione del reale, la combinazione ratio-sguardo: «vedere bene le cose una ad una; per poi ri-ordinarle in una maniera, che sempre, in una certa misura, arbitraria, cioè fantastica» (cfr. Alberto Asor Rosa, Stile Calvino, Torino, Einaudi, 2001, p. 46).

[48] Cfr. Alberto Asor Rosa, «Lezioni americane» di Italo Calvino, in Letteratura italiana. Le Opere. IV/2. Il Novecento. La ricerca letteraria, diretta da A. Asor Rosa, Torino, Einaudi, 1995, pp. 956, 961, 978 (poi in Id., Stile Calvino, cit.).

[49] Cfr. Mario Barenghi, Italo Calvino, le linee e i margini, cit., p. 110.

[50] D’altronde, Marco Belpoliti sottolineava già nel 1998 come, a suo parere, Calvino sarebbe stato «uno dei pochi che possono accompagnarci oltre la soglia di questo millennio», in quanto «contemporaneo». «Contemporaneo» poiché comprende: «in quel fatidico 1968, che le categorie del mondo che lui e la sua generazione avevano in testa non andavano più bene […]. Il mondo del discreto aveva preso il sopravvento sul mondo del continuo, il pensiero lineare – lo Spirito – aveva lasciato il posto a quello degli stati discontinui, e non solo nella scienza, ma anche nell’arte e nella letteratura, nella filosofia come nell’estetica: dalle metafore degli stati psicologici ai passaggi dei segnali sugli intricati circuiti che collegano relé, diodi e transistor “di cui la nostra calotta cranica è stipata” (è il Calvino cyber di Cibernetica e fantasmi); dall’idea romantica o tardo romantica del genio alla personalità dello scrittore pensata come interna all’atto stesso dello scrivere (l’artefatto modifica l’artefice); dalla continuità storica e biologica agli stati discontinui. È la rivoluzione linguistica che è avvenuta in più luoghi e su più piani nel XX secolo» (cfr. Marco Belpoliti, Calvino dopo Calvino: dai fantasmi cibernetici all’ipertesto narrativo, in Italo Calvino. A writer for the next millennium, cit., pp. 189-191).
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