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Indice

Tema n.9:

Invenzione e verifica del vero Croce

Le radici / Il pubblico / Magia verbale / Bertoldo, i miracoli di un uomo selvaggio

Per leggere Croce bisogna prima inventarlo (inventariarlo anche, faticaccia ingrata per cui solo braccia e menti facchinesche sono adatte, tant'è che negli ultimi cento anni ci si sono messi solo in due o tre). E come in una miniera attiva, le scoperte continuano fino ad oggi, visto che a seguito di un tentativo di bibliografia che il sottoscritto sta compiendo, anche grazie all'utilizzo - tramite internet - dei cataloghi elettronici delle maggiori biblioteche europee, è stato possibile ritrovare un esemplare finora ignoto della prima edizione a tutt'oggi conosciuta del Bertoldo, alla Biblioteca universitaria di Lund, in Svezia, che porta lo stesso imprimatur dell'edizione milanese di Pandolfo Malatesta del 22 ottobre 1606 (già nota e pubblicata nel 1993), ma con diverso frontespizio ed alcune varianti significative nel testo, che lo differenziano anche dagli altri esemplari finora conosciuti della stessa edizione.
Inventarlo, e metterlo alla prova, perché quello che sappiamo su di lui è davvero troppo poco, e quel minimo lo si dovrà accettare prudentemente con beneficio di inventario, a partire dai dati della sua “autobiografia”, cioè la Descrittione della vita del Croce. Il fatto che Giulio Cesare Croce orgogliosamente dica “io” continuamente non deve però indurci a considerare la sua opera frutto libero di una fantasia autonoma, perché non è in questa dimensione (frutto di una lettura con occhiali post-romantici) che si deve misurare il suo genio.


Le radici


E' lo stesso Croce ad indicare il suo posto lungo una linea di tradizione orale di menestrelli, vagabondi, goliardi, clerici vagantes, autori di canti carnascialeschi, e ce lo dice esplicitamente nel momento in cui, facendo il verso alla Libreria di Anton Francesco Doni, elenca nel suo Indice universale della libraria, in mezzo a titoli inventati e bizzarri, opere del Croce stesso e una serie di influenze letterarie reali, di cui forse solo poche entrarono effettivamente nella sua esperienza di lettore reale, ma che delimitano comunque uno spazio preciso: Boccaccio, Folengo, il Burchiello, alcune canzoni di gesta, il Lasca, il Panunto (autore di un celebre trattato di culinaria), addirittura il trovatore Piere de la Caravana, il Piovano Arlotto, Baldassarre Olimpo da Sassoferrato e così via, tra poeti popolareschi veneti e alcuni nomi appartenenti al mondo dell'arte, come Serlio e Dürer, a testimonianza dei non tenui legami che lo univano al mondo artistico contemporaneo bolognese. L'espediente non è certo nuovo, ed ha anzi precedenti illustri, come il famoso elenco della libraria di Saint Victor nel VII capitolo del Pantagruel di Rabelais, ma se in Rabelais il gioco viene utilizzato come formidabile serie di esplosioni di risa contro la cultura scolastica, in Croce accenti reali e improvvise fughe burlesche si intrecciano fino alla lunghissima serie finale in cui, partendo dall'elencazione di elementi letterari (le dicerie, i poemi, le prose, i sonetti...), si arriva agli elementi stilistici (le acutezze, gl'ornamenti, le gravità, le sublimità...), quindi agli elementi del latino, della filosofia, della scienza, della retorica per finire con la base dell'esperienza umana, i sensi: il sentire, il toccare, il gustare, l'odorare.
Elenco tutt'altro che caotico, come si vede, ma perfettamente gerarchizzato dall'alto in basso, che si conclude con quello che sembra quasi l'elenco di titoli delle proprie opere: tutti i detti, i scritti, strazzi, scartafazzi, giornali, vacchette, viluppi, intrichi, fandonie, cantilene, chiacchiare, humori e capricci.
Nell'intersezione tra echi folklorici, l'eredità della satira menippea classica, l'esplosione in Italia della letteratura vernacolare e i primi vagiti romanzeschi, Giulio Cesare Croce dalla Lira ci aspetta, come il diavolo negli incroci del Mississippi attende di rubare l'anima del cantante di blues, o come i poveri diavoli delle favole che provano a tentare il passante con la promessa di ricchezze favolose e di chiavi fatate. E davvero il Croce sembra possedere la capacità di aprire strade sconosciute fino nel cuore delle comuni radici folkloriche dell'Europa, se è vero che alcuni dei suoi motivi si possono ritrovare in autori lontanissimi temporalmente e geograficamente: per esempio, quello famoso della copia della traduzione delle Metamorfosi di Ovidio le cui pagine erano tutte strappate da un vicino “pizzicagnolo” che ne utilizzava le carte per “vender grasso e cacio al modo usato”, lo si ritrova in un breve racconto di Michail Bulgakov, dove le povere carte dei volumi stampati nella Russia post-rivoluzionaria vengono più utilmente usate per incartare le aringhe. E' certo possibile rintracciare i legami sotterranei e indiretti tra lo strampalato Giandiluvio da Trippaldo, arcingordissimo mangiatore e diluviatore del mondo e i giganti rabelaisiani, passando magari per un altro gigante della letteratura comico-realistica italiana, il Baldus folenghiano. Ci si può divertire a ritrovare personaggi e strane assonanze anche nella produzione musicale “pop” contemporanea, come la figura di Sinam Bassà, cristiano diventato ammiraglio della flotta turca, protagonista della Sotterranea confusione crocesca, cui si è ispirato anche Fabrizio de Andrè per una canzone del suo album in dialetto genovese, Creuza de ma.


Il pubblico


In Croce agisce molto potente l'esigenza primaria di non perdere mai il contatto immediato con il proprio pubblico. Da qui il piacere dell'utilizzo di elementi concreti direttamente presi dall'esperienza personale, e immediatamente riconoscibili dai suoi uditori, sia che fossero membri della nobiltà bolognese, sia spettatori di improvvisazioni di piazza. E così anche nelle composizioni in cui il legame con la tradizione “menippea” è più forte, emergono ad un tratto dettagli imprevisti che dimostrano la grande capacità crocesca di osservazione dei gesti e degli accenti veri, come ne “Le disgratie del Zani”, dove accanto a dettagli realistici (“E mi zo, inzenocchiad / Tremand, alzava i man conzont in sus, / Pregav quest e quell, torzend ol mus”: il povero Zanni, finito per caso in un covo di briganti, non può far altro che supplicarli a mani giunte), troviamo un finale di riconciliazione generale, che è invece del tutto irrealistico, ma in linea con la tradizione burlesca, e un dialogo finale con l'oste di cui si possono trovare gli antecedenti in numerose composizioni dialettali, soprattutto di area lombarda. La necessità di tenere continuamente aperto un canale comunicativo spinge Croce non solo ad essere il primo ad utilizzare il dialetto bolognese, con tutte le difficoltà, da lui stesso segnalate, di riportare nel medium della scrittura i dettagli dell'espressione orale (arrivando a differenziare tra lingua della città e lingua rustica del contado, e utilizzando persino i vari registri “sociali” del linguaggio: popolano, borghese e dotto o “gratianesco”), ma anche a documentarsi in prima persona “sul campo”, quando non possiede esperienza di prima mano: per esempio, nel tentativo di riprodurre il linguaggio della malavita romana nell’“Arte della forfanteria”, Croce non esita a copiare un vero e proprio verbale di interrogatorio dell’epoca, testo che doveva peraltro essere molto popolare all'epoca, visto che, come sottolinea Camporesi nel Libro dei vagabondi, un'altra copia dello stesso interrogatorio si ritrova nella Biblioteca Imperiale di Berlino.
Non bisogna però cedere alla tentazione di sopravvalutare la volontà crocesca di imitare semplicemente la nuda realtà, altrimenti sarebbe difficile spiegare come mai nei suoi Gran cridalesmi che si fanno in Bologna nelle Pescarie, tutta la Quaresima, venga utilizzato per descrivere le voci caratteristiche di un mercato di strada bolognese la voce narrante di uno “straniero”, lo “Zambù de val Brembana”, personaggio a suo modo simbolico, e di gran moda nella letteratura popolare dell'epoca, testimonialperfetto per far entrare il genuino dialetto bolognese nel novero delle lingue dialettali: se non che, paradosso ulteriore, la lingua di questo Zambù non è certo ascrivibile ad un vero dialetto bergamasco (così come la lingua “gratiana”, cioè quella usata dalla maschera del Gratian, l'antesignano dell'odierno Dottor Balanzone, non è il vero dialetto bolognese); del resto, molti testi croceschi utilizzano spesso per i propri personaggi una patina bergamasca, specie di koinè della letteratura burlesca tra XVI e XVII secolo. Insomma: la voce “finta” di un personaggio simbolico dà dignità a una lingua vera, ma fino ad allora mai usata in letteratura.


Magia verbale


Il piacere quasi fisico che pervade Croce nell'accumulo di parole e cose (quasi novello Adamo che per la prima volta nomini gli animali appena creati), oltre che il gusto barocco richiama anche la conquista di un poeta autodidatta o quasi, il quale, non potendo disporre di ricchezze materiali, prova ad utilizzare la magia verbale per entrare da protagonista nel mercato letterario: con successo, peraltro, viste le innumerevoli ristampe che le sue circa seicento opere continuano ad avere per tutto il secolo e oltre. L'esigenza di proteggere la proprietà intellettuale della sua vastissima opera, (è probabile che la vendita dei suoi opuscoli costituisse una delle più importanti entrate nelle sue altrimenti magre economie) spingerà il Croce a redarre diversi elenchi dei propri testi, sia a stampa sia manoscritti, che nel 1608, poi, troveranno addirittura due diverse edizioni: una in forma di ventarola (così detta perché i fogli servivano, una volta letti, a farsi vento), e l'altro come appendice alla Descrittione della vita di Giulio Cesare Croce. Non era solo un modo per affermare orgogliosamente la propria personalità, forse era anche un modo per garantire ai propri familiari la possibilità di pubblicare le opere rimaste manoscritte dopo la sua morte, come accadrà con L'alba d'oro consolatrice, pubblicata a cura del figlio nel 1610. Ma la motivazione più forte è quella dichiarata dallo stesso Croce in calce all'elenco delle opere date alle stampe, apparso in forma di ventarola nel 1608: oltre alle opere già stampate “più d'altre tante ho in essere da porre alla Stampa, e tutte piacevoli ed honeste, che se mi sarà dato cortese aiuto da Voi altri Signori, si daranno in luce; altrimenti, non mi trovando in le forze da poterlo fare, resteranno senza lume, e senza vita, e se n'andranno a male”. Un vero e proprio appello ai propri lettori, dunque, affinché con il loro contributo diretto contribuiscano alla stampa delle varie opere, probabilmente in un momento di difficoltà di salute (Croce morirà nel gennaio dell'anno successivo). Non sappiamo se e quanto questo appello abbia avuto seguito; quel che però è chiaro è il legame fortissimo che Croce aveva ormai instaurato con il suo pubblico, una saldatura fortissima alla realtà concreta del suo tempo, e non solo a quella bolognese.


Bertoldo, i miracoli di un uomo selvaggio


Giustamente è stato osservato da alcuni studiosi, primo fra tutti Piero Camporesi, come alcuni tratti del personaggio principale della sua opera più famosa, Bertoldo, richiamino immediatamente quelli dell'uomo selvaggio, personaggio antichissimo del folklore europeo in cui s'incarna l'idea del superamento dei limiti tra natura e cultura, o, addirittura, tra mondo degli umani e mondo ultraterreno. Chissà se nello scegliere il nome per il proprio personaggio Croce aveva nella memoria il nome di un santo particolarmente famoso in Emilia, e cioè quel San Bertoldo da Parma, che nell'XI secolo da umile calzolaio diventò prima converso e poi sagrestano del monastero di Sant'Alessandro, fino ad assurgere addirittura al ruolo di Santo Patrono dei sagrestani per le miracolose guarigioni da lui praticate.
C'è da chiedersi se si possa ipotizzare anche per la figura del suo autore il superamento della dicotomia realtà/immaginazione, dal momento che, l’una e l’altra, fanno parte dell’orizzonte culturale del Croce, saldamente ancorato alla propria terra, eppure con un piede dentro quel mondo intellettuale e cittadino che ne legittimava la sorprendente attività letteraria.
In uno scritto inedito intitolato La nobiltà de' coglioni e difesa loro il paragone col mondo naturale si spinge fino ad audacie persino eccessive per l'epoca (non a caso una mano sconosciuta ha corretto nel titolo la parola coglioni con pendagli), attraverso una domanda che troveremmo sensata anche per la sensibilità contemporanea:

Che torta è questa, che gran dishonore
Torna a colui che del “coglion” si sente
Dare da un altro che sia suo maggiore?
Se tanto vien stimata la semenza
Del popon, de la zucca e del cocomero
O d'altro frutto che sia più eccellente?


E’ una domanda che testimonia l’attitudine straniante dell’opera di Croce. Del resto, saper cogliere quell’aspetto della realtà che spesso sfugge all'occhio disattento è segno di un’attenzione lenticolare al mondo circostante, della capacità di sorprendersi di una mente allenata a cogliere al volo il più lieve stormire d'ali dell'immaginario. O, forse ancor meglio, della bizzarria di uno scrittore che riesce ad inventare i suoi ghiribizzi più grotteschi osservando con una lente d’ingrandimento le cose più vicine alla vita quotidiana.
Se con Baudelaire e Walter Benjamin possiamo convenire che la perdita di aureola è il tratto fondamentale della produzione intellettuale dell'età capitalistica, costretta a misurarsi continuamente col mercato, Giulio Cesare Croce, che quell'aureola non l'ha mai posseduta, e che per vivere ha sempre potuto contare solo sul suo successo e sulla sua musa pacifica, riesce a parlarci con una immediatezza che sentiamo paradossalmente vicina, per quanto lontana nel tempo o nella sua articolazione culturale o letteraria.
Un miracolo, è stato detto, che Croce sia riuscito a scrivere, un miracolo che le sue opere siano giunte fino a noi; un miracolo di cui dobbiamo continuare a verificare il lascito, oggi e nel prossimo futuro.

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