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Indice

Tema n.9:

Days Shadows Pass.
Intervista di Irene Palladini

Everyone agrees there are no immediate answers
P. Vangelisti, December 1999

Paul Vangelisti, poeta e traduttore, nasce a San Francisco e, nel 1968, si trasferisce a Los Angeles dove lavora come giornalista e insegnante. Dal 1971 al 1982 è co-redattore, con John McBride, della rivista letteraria Invisibile City.
Attualmente dirige il dipartimento di Graduate Writing all’Otis College of Art and Design e la rivista semestrale di letteratura Or.
Pubblica le raccolte poetiche Air (1973); Il tenero continente (1975); La stanza stravagante (1976); Portfolio (1978); Another You (1981); Rime (1983); Villa (1991); Nemo (1995); A Life (1997); Alphabets (1999; Embarrassment of Survival, Selected Poems 1970-2000 (2001); Agency (2003); Caper (2006); Days Shadows Pass (2007); Alphabet 2007/ Alfabeto 2007 (2007); La vita semplice (2009).
Traduttore di Vittorio Sereni, Amelia Rosselli, Corrado Costa, Giulia Niccolai, Tiziano Rossi, Claudio Magris, Adriano Spatola e Antonio Porta, ha curato, con Luigi Ballerini i volumi Nuova poesia americana: Los Angeles ( 2005); Nuova poesia americana: San Francisco (2006); e, con Luigi Ballerini e Gianluca Rizzo, Nuova poesia americana-: New York (2009). Nel 1999, ha anche curato una guida letteraria di Los Angeles, L.A. Exile: a Guide to Los Angeles Writing, 1932-1998.

D: Nella Translator’s Note a The Position of Things: Collected poems 1961-1992 di Adriano Spatola scrivi che il processo di traduzione è stato fondamentale per la tua crescita e attività poetica. Tradurre per creare parole che parlino “as they spring from the threat of silence”. Tradurre per cercare la verità della parola…

R.: Questa è una domanda complessa, ma molto importante. E penso di poter rispondere seminando, come dire, alcuni indizi, o tracce possibili.
Recentemente, rivedendo il corso di creative writing all’Otis College, ideato da me dieci anni fa, sono stati eliminati i corsi obbligatori, tranne il seminario di traduzione. E penso che questo già riveli la centralità del translating process nella mia poesia.
Tradurre è, inoltre, molto importante per la cultura americana, che, pur essendo di imperio, appare ancora molto chiusa. Infatti nel ’65, quando frequentavo l’Università, noi studenti eravamo soliti leggere soprattutto testi tradotti dal francese e dal tedesco. E la quota dei libri tradotti che circolavano in USA, proprio in quegli anni, si aggirava attorno al 20%.
Oggi, al contrario, la percentuale si è drasticamente ridotta e si aggira soltanto attorno al 3%. Questo dato mi pare molto sconfortante, e si commenta da solo.
L’importanza della traduzione to my growth and activity as a poet si evince anche dal titolo della mia dissertation: Ezra Pound and the Poetry of the Real… Per Pound la traduzione, come è noto, era fondamentale per tutti i possibili sviluppi della poesia. Molto, nel mio rapporto con Pound, si fonda su questo comune assunto.
Ultima traccia: l’invito del Prof. Donald Davie, che teneva un corso di creative writing, è stato centrale nella mia formazione. Ricordo che mi consegnò la rivista Poetry Australia che conteneva un intero numero dedicato alla poesia italiana da Marinetti a Spatola. Il professore voleva che scegliessi un poeta e ne discutessi. Pensai a Sereni e da questo lontano incontro è nata l’idea di tradurre il Diario d’Algeria.
Da questo, credo, si debba partire per comprendere il legame profondo che ho maturato con la traduzione. Il confronto tra linguaggi è determinante perché ogni parola echeggia di un value aggiunto. E penso che, nella formulazione di un dialogo tra lingue, si evitino certi effetti di maniera.
Tradurre per scorgere, al fondo, un nucleo possibile di verità? In un certo senso è proprio così. Ma penso che al fondo della traduzione sia il silenzio, e la poesia si rivela, in ultimo, un dialogo ininterrotto con l’invisibile, magari votato all’impossibilità. Forse per questo ho titolato la rivista letteraria che ho codiretto Invisible City.


D.: In Alphabet 2007/ Alfabeto 2007, alla lettera F, si legge: it’s a wonderful day for flight. E, nella schiva grazia della sua semplicità, mi pare questo un invito sapiente ai voli della immaginazione.

R.: Sì, è un invito ai voli dell’immaginazione. Ma io intendo la parola flight sia nell’accezione di volo che di fuga. O meglio, il volo e la fuga per me coincidono, e io stesso, in un qualche modo, sono un poeta in perenne fuga. La parola fuga, non va dimenticato, rimanda alla musica, e per me la poesia è musica, sopra ogni cosa. Un mio caro amico, il poeta Mohamed Dib, una volta mi ha detto che la poesia è musica senza suono. Flight and fugue… Così nell’immaginazione come nella musica.
Scrivere è scappare nella musica, con la musica e fare della musica il volo di ogni immaginazione poetica... Music will dream as music does, scrivo in Year After Year.


D.: A capable hand or Maps for a lost dog is a book (prose) of memory and a poem in action. Ma anche Days Shadows Pass è tramato dai portraits della memoria. Something to rememeber... Something to write. Verità e immaginazione nella/ della memoria poetica…

R.: Il prosimetro A Capable Hand è nato da un precedente lavoro, ASAP, che sta sia per as soon as possibile che per le iniziali di Adriano Spatola e Antonio Porta. E, a distanza di anni, e su invito dell’amico Luigi Ballerini, mi sono dedicato a una radicale revisione del testo.
L’idea per la sua composizione, tuttavia, mi è venuta da un’affermazione di Sanguineti che, presentando la Vita nuova edita da Lerici, definì la prosa della Vita nuova prosa della memoria. In quel momento ho pensato che avrei desiderato scrivere la poesia della memoria.
La mia memoria è, prima di tutto, memoria del linguaggio. In questo mi sento davvero molto vicino all’amico poeta Adriano Spatola. Ricordo che un critico gli domandò qualcosa in merito al suo subconscio. E, con una buona dose di malcelata insofferenza, Adriano rispose che il suo subconscio era tutto lì, nel dizionario. Forse è per questo che io scrivo alfabetari: la verità della mia poesia sta tutta nell’alfabeto. La mia immaginazione è legata alla memoria, ma, nella mitologia, identica è la musa della memoria e della musica. Così poesia e memoria parlano per me la stessa voce.
Ricordare è anche un atto politico e, attraverso la scrittura, il ricordo viene condiviso. In questo senso credo che lo scritto sia la più grande forma di tecnologia mai sviluppata, e si configuri come un grande atto di democrazia.


D.: A questo proposito, in un tuo Aleph, alla lettera D, alludi ai detti e disfatti di questa dura democrazia, che è tale nella verità…O soltanto nell’immaginazione?

R.: Penso che la democrazia sia stata il grande sogno del Novecento. Un grande sogno collettivo, o un grande inganno. Ed è per questo, forse, che io non scrivo poesie politiche in senso stretto. Creo, piuttosto, un linguaggio pubblico, di approccio e di apertura all’altro. Le poesie più grandi di Neruda credo siano i Poemas elementares, poesie composte con l’incanto semplice e quotidiano di oggetti comuni. Penso che queste siano le sue poesie più politiche, eppure non figura mai, neppure una sola volta, la parola “politica”. Il linguaggio della poesia dovrebbe ritrovare questa dimensione di condivisione: find a pen and something to write on (Tuesday).

D.: Per Luigi Ballerini, (Una o due cose che so di lui), tu sei un poeta fuori luogo, fuori registro. Eppure, a leggerti, a me pari un poeta dei luoghi, magari sospesi tra verità e immaginazione. E mi tornano alla mente le parole di Corrado Costa: “Il luogo della poesia torna sempre fuori, anche se il poeta è senza luogo”. E commentava la compianta Patrizia Vicinelli: “È il poeta a scegliere il territorio della sua nascita”, a cercare un’origine che lo trascenda. I luoghi, dunque, in bilico sul crinale tra verità e immaginazione, della tua scrittura.

R.: Sì, penso di essere un poeta dei luoghi. Il mio sguardo si apre, infatti, sul mondo esterno. In fondo anche Capable Hand si configura come una mappa e termina con la mappatura del sogno di San Francisco, dunque ancora un luogo, per quanto sognato. La mia immaginazione è legata al luogo e questo è connaturato al mio linguaggio: place as purpouse…Direi proprio così: il luogo è per me un programma, uno scopo esistenziale e poetico. Sottolinea la distanza profonda che intercorre tra la mente umana e la realtà. E l’immaginazione, con la sua forza, deve riempire questa dualità.
Il luogo, inoltre, non è un avversario, penso anzi sia un interlocutore necessario.
Solo con il linguaggio, e la musica, è possibile raggiungere il genius loci e la sua origine trascesa.


D.: La vita semplice pare adombrare il sogno di una felicità irresponsabile. E gli animali, in questo bestiario nient’affatto antropomorfizzato e privo di una edulcorata moralità sapienziale, parlano davvero il linguaggio dell’immaginazione…

R.: Credo che sia proprio così: ne La vita semplice ho cercato di creare una lingua dell’immaginazione vera. Gli animali sono qui una costruzione immaginaria, e parlano una lingua tutta collage, senza concessioni all’interiorità o all’insegnamento moralistico della tradizione favolistica di Esopo e Fedro. In un qualche modo sono animali che provengono da un mondo altro, e la loro lingua non è antropomorfizzata. È immaginaria, eppur vera.

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