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Tema n.9:

La duplice visione. Intervista di Irene Palladini

Eraldo Baldini è nato e vive a Ravenna. Pubblica Urla nel grano (1994, Mobydick), Mal’aria (1998, Frassinelli), Faccia di sale (1999, Frassinelli), Gotico rurale (2000, Frasinelli), Terra di nessuno (2001, Frassinelli); Tre mani nel buio (2001, Sperling e Kupfer) e Bambine (2002, Sperlinge Kupfer). Con Massimo Cotto pubblica Le notti gotiche (2006, Aliberti ). Con Einaudi pubblica Medical Thriller (2002, con Carlo Lucarelli e Giampiero Rigosi), i racconti Bambini, ragni e altri predatori (2003), Come il lupo (2006) , Descrizione di un luogo (2006, Aa.Vv) e, con Giuseppe Bellosi, Halloween. Nel 2008, con Alessandro Fabbri, pubblica Quell’estate di sangue e di luna.

D.: I luoghi, nella tua narrativa, sono sospesi fra verità e immaginazione. Penso, tra gli altri, al crinale di abisso di Terra di nessuno e al pollaio che, in Descrizione di un luogo, viene trasfigurato da una profonda accensione fantastica, e reso così più vero.
R.: Racconto luoghi che contengono già un potenziale (destino?) romanzesco, tanto suggestivi da essere forieri di immaginazione. Sento il luogo nella sua verità naturale, e cerco di rivelarne l’energia di suggestione, l’autentica fascinazione.
Rappresento i luoghi legati alla storia della mia terra come boschi e paludi, luoghi percorsi da miti e leggende sepolte.
Luoghi che affondano le radici nell’immaginazione vera dell’infanzia: quando ero bambino mi rifugiavo nel pollaio, mentre fuori nevicava… Tutto attorno era accecante brillantezza, vastità di un deserto di neve. Intensamente bianco. E il pollaio si trasformava nella fantasticheria di un avamposto, e la capanna diventava il mio castello, il mio fortino, la mia nave… Nella libertà dell’immaginazione ritrovavo la verità del luogo. Scrivere, oggi, è un poco anche questo.


D.: La natura, nella tua narrativa, trascende il puro descrittivismo, innervata di leggende e fantasie popolari e incubi individuali. Così, tra verità e immaginazione, l’ombra del gorgo nero, nel racconto Il gorgo nero (in Gotico rurale), con il suo urlo di morte, riecheggia nelle pianure desolate di una campagna non certo ridente. La natura, tramata di segni, si offre impudica allo sguardo dell’uomo. Penso, in particolare, al romanzo Quell’estate di sangue e di luna.
R.: Nel mondo da cui provengo, e al quale intimamente appartengo, lo sguardo era educato alla lettura del libro della natura. Interpretare i segni, anche quelli di pericolo, era una consuetudine, una necessità. La voce della natura non era il prodotto di un’immaginazione indocile, ma la verità di un dialogo ancora possibile. Oggi i segni sono muti per l’anestesia del nostro sguardo. E questo non ci ha fatto toccare una verità più salda. Né ci ha reso migliori.

D.: In Quell’estate di sangue e di luna si legge «I sogni paradossalmente sembravano avere una dimensione certa e accettabile» e nel racconto Nella nebbia (in Gotico rurale)il maestro scorge in sogno Francesco abbandonato come un cencio nell’acqua… Della valenza oracolare del sogno-segno. Immaginazione finalmente al potere, più vera del vero?
R.: Nel racconto Nella nebbia viene ribaltata la prospettiva abituale poiché il corpo apparso in sogno si rivelerà quello di un airone. Il sogno dà un volto alle paure dell’uomo come la cultura popolare nomina le angosce più profondamente radicate. E poco importa che “la borda”, essere apocrifo, faccia perdere nella nebbia o nelle acque, in relazione alla divinità celtica della borvana. Nella sua natura di proiezione fantasmatica, la borda rivela una verità di minaccia, di pericolo incombente.
Il sogno è un universo di icone, ha una specifica semiotica da interpretare, non meno vera della realtà. Ma non si deve cadere, penso, nell’errore di considerare il sogno e il patrimonio dell’immaginario come più ricco della realtà. Questa può infatti superare l’immaginario, farsi più potente e suggestiva. I confini, tra verità e immaginazione, si confondono, e la linea di demarcazione si sgrana in una shadow line, nell’impercettibile soglia di una vera mendacio.


D.: La realtà, certe volte, si incrina e, tra crepe e fenditure, si aggirano bestie ctonie, come il ragno dell’omonimo racconto (in Bambini, ragni e altri predatori), che pare scaturito dall’estro lunare e surreale del bestiario di Landolfi e Cortazar. La verità si rivela forse nell’innocenza creaturale della bestia?
R.: La verità, o innocenza, è nell’appartenenza della bestia alla natura, senza mediazioni. L’uomo è una bestia anomala perché è incapace di una sincera adesione alla realtà naturale. Così, nel racconto Il ragno, non c’è l’orrore della bestia, ma quello del cittadino che non sa capire la verità potente di una legge di natura. Che poi nell’animalità sia la verità dell’innocenza, della salvezza, non so…

D.: La follia, mostro nella nebbia e nella cenere di questa vita, può avere un “sorriso rassicurante ed angelico”, (scrive Francesco Guccini nella prefazione a Gotico rurale), per poi trasformarsi, improvvisamente, in ghigno satanico. La follia oltre ogni verità e immaginazione?
R.: In Nebbia e cenere ho cercato di rappresentare il progressivo sgretolarsi di un’identità alla deriva, oltre ogni verità e immaginazione.
Penso che il mancato riconoscimento della funzione sociale del folle abbia innestato una spirale pericolosa. Nelle piccole comunità il matto, lo scemo del villaggio, il fool, nella sua dolente verità umana, si rivelava figura necessaria nel coro. L’estromissione del perturbante non rende più limpida la realtà, né più docile l’immaginazione.


D.: In Mal’aria Giuseppe ha il dono-condanna di una vista altra. Lo sguardo della mente, con l’intensità dell’immaginazione, pare rivelare la sola verità possibile. Del potere della visione, tra verità e immaginazione…
R.: Nell’immaginario popolare vi è la convinzione che la doppia vista sia dovuta a una formula battesimale pronunciata in modo scorretto. Ma esistono anche momenti particolari dell’anno in cui il tempo è sospeso, come fuori dal tempo. Si tratta del 31 ottobre, dell’11 novembre e del periodo che intercorre tra il 25 dicembre e il 6 gennaio. In questi intervalli le barriere tra il mondo dei vivi e quello dei morti si annullano. Certo, il contatto con le ombre può essere una condanna, un trauma più che un dono.
Onorare i morti, ascoltare il loro respiro, custodirne il segreto è una verità che si fa forte del suo stesso immaginare.


D.: Penso che in Re di Carnevale (in Urla nel grano) e in Faccia di sale il Carnevale rappresenti appieno la dialettica verità-immaginazione. Espressione di orrore e sfrenata libertà, il mistero del Carnevale…
R.: Il momento del Carnevale, come tutti quelli relativi alle grandi feste del calendario folklorico, è di passaggio e presuppone l’apertura di un “tempo magico” in cui le regole della quotidianità non valgono, perché la dimensione terrena si apre su quella ultraterrena e si può attuare un “rovesciamento” degli equilibri. E’ in questo contesto che reale e immaginario, quotidiano e straordinario si confondono. E dietro a tutto ciò sta la necessità di venire a patti con la “potenza” che proprio nei giorni delle grandi feste si manifesta agli uomini e si rapporta direttamente con loro. Dal punto di vista narrativo, dunque, il Carnevale offre spunti e possibilità incredibili.

D.: La realtà e l’illusione, in un rapporto ambiguo e mai pacificato, sostanziano anche una storia su cui si depositano i detriti di fatti accaduti e scorie di credenze che questi eventi adombrano. A confondere la notte dell’oracolo che è la vita, e la storia.
R.: La storia è il racconto delle grandi e piccole vicende umane, e l’uomo sente (o perlomeno sentiva) che esiste la “potenza” di cui dicevo prima, comunque essa venga chiamata o interpretata: una forza né buona né cattiva, ma solo grande, con cui ci si può rapportare attraverso una qualche forma di religione, di ritualità o di rottura delle barriere del materiale, fosse anche solo attraverso la costruzione di un mito o di un racconto. Il senso della storia, l’essenza del passato sono anche questo: la vicenda umana fa i conti, perlomeno a livello culturale, anche con l’immaginario e il trascendente in quanto componenti di un universo più ampio e complesso.

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