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Indice

Tema n.9:

Fabula e realtà nel Sermo I di Codro

Accogliete con animo lieto, illustrissimi, il mio discorso, a patto che si possa dire mio ciò che è stato scritto partendo dalle parole di uomini dottissimi. In questo discorso io, chiosatore delle favole greche, parlerò di favole ora con tono serio, ora con tono scherzoso: raccoglierò ed esaminerò tutte le parti della vita umana, tutte le passioni, tutte le scienze.

L’incipit programmatico del Sermo I di Antonio Urceo Codro (1446-1500) non lascia dubbi: quello che si sta per ascoltare non è un tradizionale discorso di apertura di anno accademico, improntato sulle aspettative di docenti e studenti e sui progetti per il futuro, ma piuttosto un’indagine profonda della vita, delle scienze, delle passioni umane, condotta (lo possiamo già ipotizzare) con profonda ironia e in grado di offrirci (ma questo lo sapremo solo alla fine) un’immagine fragile, risibile, dissacrante dell’uomo.
E non stupisca che in pieno Umanesimo (i discorsi di Codro sono pronunciati tra il 1494 e il 1500, se accettiamo la cronologia proposta dal Raimondi[1]), un docente dell’ateneo bolognese si accinga a compiere non un’indagine scientifica, criticamente valutata e ponderata della natura umana, ma prediliga un approccio satirico: ci insegnerà, infatti, Codro che una natura al limite tra sogno e veglia, tra realtà e finzione come quella umana non può essere scorta davvero se non attraverso il filtro della satira, l’unico genere in grado di svelarne luci e ombre e di riflettere, nella propria ampia varietà tematica e stilistica, la variegata e proteiforme condizione dell’uomo. La satira, quindi, non solo come rappresentazione, ma anche (e soprattutto) come mezzo di conoscenza del reale.
Ed ecco che si svela, in questa prospettiva, il significato profondo dell’incipit: il fatto che Codro si definisca “chiosatore di favole greche” e dichiari di voler parlare di fabulae immediatamente prima di introdurre quello che sarà il contenuto del suo discorso, cioè l’indagine delle scienze, delle passioni e di ogni parte della vita umana, non può essere casuale.
Le fabulae si configurano, infatti, come filo conduttore dell’intero testo ponendosi come paradigma interpretativo della realtà: non tanto specchio del reale, ma piuttosto lenti d’ingrandimento attraverso cui conoscere, indagare e comprendere la vita umana. Le fabulae, cioè, sono la realtà, o meglio, la realtà non è altro che fabula[2].
Cos’è, infatti, dirà successivamente Codro, la vita umana? Cosa sono le nostre abitudini, i nostri amori, i nostri interessi, le nostre fatiche? Nient’altro che fabulae.
E, come nei Sermonesoraziani, anche in questo testo vengono sarcasticamente proposti i vizi e le virtù degli uomini, vengono indagati vari tipi umani tra i quali Codro pone, irrisoriamente, anche i professori e, tra questi, se stesso:

Consideriamo le arti liberali e osserviamo le scienze, che alcuni dicono essere grandi piaceri dell’animo. Grammatici, maestri, istitutori, pedagoghi, cosa fanno? Insegnano, istruiscono, sgridano, castigano, urlano, picchiano, dettano, studiano, lavorano di notte, scrivono, correggono, commentano; e quale certezza hanno? Nessuna. Non sono nemmeno d’accordo tra loro sul numero delle lettere latine. Discutono se h sia una lettera o meno, se i gerundi siano nomi o verbi, se le parti dell’orazione siano due, come sostengono i dialettici, o sette, o otto, o nove o di più come sostengono altri. Se sia nato prima Omero o Esiodo; i grammatici discutono su chi ha inventato il verso elegiaco e la discussione è portata persino davanti ad un giudice; e non discutono solo di grammatica, ma anche del denaro; sono rare infatti le merci che non comprano con la garanzia dei tribuno.
È noto infatti quel famoso verso del poeta: "Ma non so niente! E’ colpa del maestro[3]”. Con che nome devono essere chiamate queste cose? Favole.


.E nell’analizzare la proteiforme condizione umana, il testo stesso del Sermo I si fa metamorfico per la capacità che Codro ha di passare rapidamente da un argomento all’altro, con una leggerezza e semplicità tale che quasi il lettore non se ne accorge, quasi cullato, non travolto, dal flumen del discorso. Lo sviluppo vorticoso del ragionamento, infatti, non permette quasi di scindere realtà e finzione: dai racconti che trattano di metamorfosi di autori greci e latini (Plauto, Virgilio, Ovidio, Apuleio, Persio, Gellio) Codro passa, quasi naturalmente, alle trasfigurazioni di Cristo e subito dopo dimostra come “trasformazioni di questo tipo esistano anche ai giorni nostri”: è infatti l’anima che conferisce l’aspetto all’uomo, che può scegliere se essere divus o brutus.
Fin troppo evidente l’assonanza di questo concetto con uno dei concetti cardine dell’Oratio de hominis dignitate (22-23) di Giovanni Pico della Mirandola:[4]

Non creammo né celeste né terreno, né mortale né immortale, in modo tale che tu, quasi volontario e onorario scultore e modellatore di te sesso, possa foggiarti nella forma che preferirai. Potrai degenerare negli esseri inferiori, ossia negli animali o bruti; o potrai, secondo la volontà del tuo animo, essere rigenerato negli esseri superiori, ossia nelle creature divine.

Ma la prospettiva di Codro è completamente diversa: l’altezza della tematica proposta si scontra in modo ossimorico con il linguaggio della satira, con il tono colloquiale della commedia e, nel contrasto, i concetti si rafforzano, le idee prendono corpo e vita.

Ma perché ricordo vicende antiche dato che trasformazioni di questo tipo accadono anche ai nostri tempi? E, se dubitate di ciò, con un ragionevole ragionamento vi dimostrerò, se mi ascolterete attentamente, in che modo possa accadere. Come l’anima razionale e proba dà l’aspetto all’uomo e lo rende compartecipe della sua natura divina, così l’anima irrazionale e improba dona l’aspetto agli animali e trasforma l’uomo, che a quel punto discende dalla condizione perfetta e si trasforma in bestia. Dunque, come vi ho dimostrato, non è il corpo a fare l’uomo, ma l’anima. Da cui Platone diceva a mio parere giustamente ?j?? ?[???? ?[??????? ??; ?J??v?????, cioè “l’uomo non è ciò che si vede”. Perciò voi non vedete Codro, ma il viso, le mani e le membra di Codro.

Siamo, inoltre, naturalmente portati, sostiene subito dopo Codro, a creare delle metamorfosi anche con il linguaggio, dato che il ladro è un lupo, l’insidiatore fraudolento è una volpe, il libidinoso è un caprone o un maiale.
L’uomo cioè, afferma Urceo, “si trasforma in altri tipi di animali quando, persa la ragione, utilizza un appetito irrazionale”.
Ed ecco che, ancora una volta, le fabulae diventano strumento conoscitivo del reale e l’ideale umanistico dell’uomo artefice del proprio destino viene qui presentato in modo scherzoso, ridiculus, quasi irrisorio. Ma anche questo non deve stupire: siamo nel filone “comico” dell’Umanesimo italiano, già promosso da Leon Battista Alberti; siamo nel regno di Momo, dio del sarcasmo, della satira, della critica, dio di un mondo proteiforme a cui ci si accosta non con il ?????, ma con la ??`???, l’intelligenza multiforme che sa adattarsi alle repentine metamorfosi della realtà.
E, attraverso l’analisi della proteiforme condizione umana, il lettore-ascoltare è portato a compiere il suo percorso di crescita, senza aspettarsi una stabile verità da contrapporre alla propria fragile condizione, ma per giungere alla stessa, sarcastica, conclusione dell’autore:

Perché ci esercitiamo? Perché filosofeggiamo? Perché indaghiamo?” Non lo so davvero, se non forse per il fatto che queste favole ci sembrano buone o ci dedichiamo ad esse per fato o per necessità.

Tutto è vano, quindi, tutto è fabula; ed è in questa prospettiva che possono essere lette le numerose citazioni di autori greci e latini che costellano il testo del Sermo I, le quali, lungi dall’essere elementi di erudizione fine a se stessi, si pongono come chiave di lettura e d’indagine per la conoscenza dell’uomo, della cultura, della società.
La letteratura e l’arte, quindi, non vengono presentate come semplice rappresentazione della realtà, ma come vera essenza del reale, i velamina poetici diventano, in quest’ottica, microscopi attraverso cui studiare l’uomo e ricavarne la vera essenza. Realtà e finzione strettamente connesse, quindi, ribaltate.
E il groviglio quasi inestricabile tra realtà e finzione presentato da Codro viene esaltato dall’impianto architettonico del Sermo, dall’andamento quasi teatrale che, sullo sfondo, accompagna l’intero testo.
Esso si esplica nelle dispute tra letterati, presentate da Codro in forma dialogica, nei continui riferimenti agli ascoltatori, quasi invitati a dialogare con l’autore, ma anche nei numerosi rimandi a testi del teatro comico, primo fra tutti Plauto, di cui Codro fu fine filologo.
Mi riferisco, ad esempio, al paragone che l’autore istituisce tra se stesso e il Sosia dell’Anfitrione:

Perciò temo proprio, come dice il Sosia di Plauto, di cambiare questo mio nome e di diventare da Codro una favola o meglio un Asino[5], cosa che infine, se mi capitasse, questi fin troppo polemici sofisti, vedendomi, potrebbero davvero usare contro di me, spifferandola, questa conclusione: dunque tu sei un asino.

(Si noti il “doppio senso” degno della commedia plautina, per cui si tratterebbe di un “doppio cambio di nome” dato che Codro non é, com’é noto, il vero nome di Urceo); o al riferimento ad Euclione, personaggio del’Aulularia:

Poi, se nasce una femmina a chi la sposiamo? Da qui le lamentele di Euclione: ho una figlia grande, ma senza dote, impossibile accasarla[6].

L’indagine “scientifica” della realtà viene, quindi, compiuta attraverso le fabulae, cioè la “finzione” per eccellenza; tale indagine viene poi proposta al lettore come dal palco di un teatro: il discorso stesso di Codro diventa fabula e il lettore si fa spettatore. E se il parallelismo vita-teatro è quasi scontato, il groviglio fabula-realtà-indagine-teatro proposto da Codro è al limite del funambolismo letterario. Soprattutto tenuto conto del fatto che l’autore non si pone come “regista”, cioè come magister ex cathedra, ma si colloca tra il pubblico, diventando, quindi, anche’esso, destinatario dell’attacco satirico.
Ed è sintomatico di tutto ciò il passaggio dalla terza alla prima persona, che l’autore realizza con una stupefacente semplicità, quasi senza che il lettore se ne accorga, nel momento in cui tratta la categoria dei professori[7]:

O miseri filologi che vi perdete in queste minuzie e incertezze degli elementi! Ma i grammatici più esperti che infatti non vogliono essere annoverati tra i maestri del trivio e a buon diritto, dato che conoscono tutta l’enciclopedia e lo dicono apertamente e si definiscono ora scrittori, ora autori, si affaticano giorno e notte per scrivere; suvvia! Stampino o trascrivano in fretta commenti, notti attiche, eleganze, questioni epistolari, annotazioni, osservazioni, critiche, miscellanee, centurie, questioni plautine e altre, proverbi, antichità, raccolte, cornucopie, paradossi, orazioni, sermoni, facezie; aggiungano davanti lettere ai lettori o a coloro ai quali sono dedicate le nostre elucubrazioni; aggiungano lettere ed epigrammi che elogino l’autore, si aggiungano in fondo altri epigrammi contro i detrattori, i denigratori, casomai ce ne saranno in futuro.
Si aggiungano i privilegi. Cosa siamo dunque? Favole.


E sempre in quest’ottica va letta la lunga digressione su problemi di ordine metrico, grammaticale, filologico proposta da Codro, in forma dialogica, nella parte centrale del sermo: essa è espressione dello stretto legame che si instaura tra filologia ed ermeneutica nell’umanesimo bolognese; la parola emendata, cioè, condiziona il paradigma interpretativo e la visione del mondo e il filologo che ha restituito la corretta lezione si fa portavoce autorevole di ideologie e punti di vista, di riflessioni e considerazioni.
Eppure, l’autore che cita queste dispute tra maestri dello Studio è un Codro irriverente, che inserisce dibattiti filologici che lui stesso riteneva, evidentemente, di grande importanza e su cui i dotti umanisti dell’epoca discutevano finemente, all’interno di una cornice che presenta tutte le attività umane come futili e fugaci fabulae, quasi a ricordare ai suoi colleghi e a se stesso, che tutte le fatiche, anche quelle intellettuali, in realtà sono fumo e vane illusioni.
Ma a ricordare, anche, che in fondo, tutta la vita è una fabula, e che come tale deve essere considerata, indagata con occhio critico, ma anche satirico, vissuta non con eccessiva serietà, ma con il sorriso sulle labbra.
Ed ecco che, infatti, Codro alleggerisce il tono serioso della dotta digressione, con stralci quasi comici, che permettono al lettore-spettatore una risata liberatoria, dissacrante, di un umorismo, come quello albertiano, ante litteram[8].
I dialettici, poi, inventori del diffamare, discutono, gridano, litigano, ora propongono, ora ammettono, ora dubitano, ora negano, ora concedono, ora suppongono, ora argomentano. E a che conclusione arrivano? Che ogni uomo é risibile, che queste due affermazioni sono diverse: “è possibile che tu attraversi il ponte” e “che tu attraversi il ponte è possibile”, che tre uova sono quattro, che Brunello e Favello sono nomi propri d’asini, che il topo[9] rode il formaggio, che mus é una sillaba, dunque una sillaba rode il formaggio.
E molte altre cose e, dopo aver blaterato di quelle con grandi grida e schiamazzi, non arrivano a nessuna conclusione.
Nemmeno gli studi letterari si salvano dal pungente attacco satirico di Codro, nemmeno l’arte, per Urceo, garantisce la fama e il topos della poesia eternatrice si scontra e si frantuma contro la dissacrante risata dell’ “umorista”:

Ma torniamo a noi, anche noi lettori siamo favole; infatti, ogni anno, quando scopriamo qualcosa di nuovo, facciamo pubblici inviti: nei fori dei ginnasi e dei templi, mettiamo la nostra firma sulle colonnine della piazza[10], chiamiamo i rettori degli studi, i dialettici, i filosofi, i medici, i giureconsulti, i poeti, i grammatici, i senatori, i cavalieri, persino i plebei illetterati, si ornano le
cattedre e i sedili con drappi e con coperte e, riuniti tutti, iniziamo. Questo loda Omero, quello Virgilio, questo Demostene, quello Cicerone, questo Lucano, quello Stazio, e infine, dopo aver fatto il discorso, cosa siamo tuttavia?
Favole. E anche voi uditori siete favole. [...] Codro oggi parlerà in pubblico e corriamo in fretta, è ilare e comico, inciterà il riso, ci farà divertire. E quello con la sua orazione leggera e faceta incita il riso e diverte gli uditori. Cosa sono dunque? Favole. Ma leggendo acquisteremo
fama e immortalità. Ma quale fama? Quale immortalità se dopo la morte o non ci sarà niente o se ci sarà qualcosa (come credo), l’infinità degli anni cancellerà il tuo nome dalla memoria degli uomini. E questo lo sappiano tutti quelli che ricercano la fama.


Il contenuto disilluso e amaro di questa riflessione, però, non deve trarre in inganno: l’umorista-Codro trova lo spazio per risollevare il tono del discorso che, nella parte conclusiva, si fa di nuovo leggero e svela la prospettiva positiva del connubio inscindibile uomo-fabula, non prospettando una salvazione eterna, una felicità stabile o una gloria immortale, ma ricordandoci che la vita, è vero, non è altro che fabula, ma che proprio per le favole, non per le opere dei medici, dei filosofi o dei giureconsulti, sono stati edificati i teatri e gli anfiteatri, opere ammirevoli degli uomini, palcoscenico su cui la vita umana si snoda e da cui, gli uomini, vengono ammirati ed applauditi.
E dato che, tra le favole, alcune sono buone, altre cattive, alcune belle, alcune brutte, alcune lunghe, altre corte, alcune che giovano, altre che nuocciono, alcune che divertono, altre che annoiano, noi abbiamo scelto quella favola da leggere che insieme giova e diverte, della quale, se volessi ripetere le lodi, direi che è imitazione della vita, specchio della consuetudine, immagine della verità. E perciò a buon diritto i teatri, gli anfiteatri, le scene e le orchestre, opere ammirevoli degli uomini sono state edificate non per i giureconsulti, non per i medici, non per i filosofi, ma per le favole.
Ed ecco che quindi, il lettore, giunto alla conclusione del sermo, si ferma a riflettere e riconosce sé stesso e le proprie paure nelle parole di Codro e, seppur privo di una consolante certezza da contrapporre ai propri timori, riesce a sorridere, insieme all’autore, della condizione umana, dei vizi e delle virtù degli uomini e, quindi, di se stesso.

Note:


[1] E. Raimondi, Codro e l’umanesimo a Bologna, Il Mulino, Bologna, 19872, pag. 129.

[2] Si veda, a questo proposito, Chines Loredana, Antonio Urceo Codro: un umanista tra favole della scienza e scienza della favola, in “Schede Umanistiche: bollettino informativodell’Archivio umanistico rinascimentale bolognese”, Dipartimentodi italianistica, Università degli studi di Bologna, 1 (1987), pp. 21-24.

[3] Si tratta di Giovenale; citazione da S. 7, 158.

[4] Giovanni Pico della Mirandola, Discorso sulla dignità dell’uomo, a cura di Francesco Bausi, Fondazione Pietro Bembo, Ugo Guada editore, Parma, 2003.

[5] Plauto, Anfitrione, v. 305.

[6] Plauto, Aulularia, v. 191.

[7] Si veda, a questo proposito, L. Chines, La parola degli antichi. Umanesimo emiliano tra scuola e poesia, Carocci, Roma 1998, pp. 125-150.

[8] Cfr. R. Cardini, Alberti o della nascita dell' umorismo moderno. I, "Schede umanistiche", n.s., 1 (1993), pp. 31-85.

[9] In latino mus.

[10] Sulle colonnine della bottega i librai esponevano le liste dei libri in vendita, come ricorda Orazio, Sat., I 4, 71.
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