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Tema n.9:

A che cosa servono le finzioni della letteratura? Tempi di crisi e utilità dell'immaginazione

Sotto i nostri occhi e nelle nostre vite, si vanno dipanando le conseguenze sociali di una crisi economica riconosciuta dagli esperti come la più grave degli ultimi decenni. In seguito al dissesto delle finanze americane, innescato dallo scoppio del mercato immobiliare avvenuto nel 2004, anche le economie europee sono entrate in una fase di recessione la cui portata varia da paese a paese. I crolli finanziari originati dagli incauti prestiti concessi negli Stati Uniti sono andati espandendosi a macchia d’olio sull’intero pianeta. Si è perciò verificata una situazione di depressione globale lungi dal potersi dire superata, almeno a giudicare dalle constatazioni quotidiane di ognuno di noi, nonché dalle cronache catastrofiche che, nei media, si avvicendano a proclami ottimistici.
Insomma, il mondo globalizzato nel quale ci troviamo a vivere sta attraversando veri e propri tempi di crisi: tempi caratterizzati da un severo bando ai lussi e da ripetuti richiami all’essenziale. Nelle attuali condizioni socio-economiche, trascurare il superfluo e badare, piuttosto, a ciò che serve realmente è diventato un imperativo. “Per forza di cose”, si è diffusa la tendenza a privilegiare l’utile rispetto a quanto non ha interesse effettivo per la nostra vita e si è imposto, quale ideologia dominante, un utilitarismo che predica, tra l’altro, l’esigenza di “restare con i piedi per terra” e di evitare concessioni ai “voli dell’immaginazione”. Così, oggi forse più che mai, l’importanza attribuita alle “verità di fatto” si accompagna ad un certo disprezzo per tutte le finzioni, non ultime quelle della letteratura.
In Francia, l’atteggiamento sprezzante nei confronti delle finzioni letterarie ha avuto un interprete d’eccezione nella persona di Nicolas Sarkozy. Durante la campagna elettorale per le presidenziali del 2006, l’allora Ministro degli Interni ha parlato sarcasticamente della Princesse de Clèves di Madame de La Fayette, definendo da imbecilli includere la conoscenza del romanzo tra i requisiti degli aspiranti a posti di funzionario pubblico. Egli ha, infatti, attaccato un concorso per dirigenti della pubblica amministrazione (il “concours d’attaché d’administration”) il cui programma d’esame prevede domande sul classico del 1678, letto e studiato nella scuola francese:

L'autre jour, je m'amusais, on s'amuse comme on peut, à regarder le programme du concours d'attaché d'administration. Un sadique ou un imbécile, choisissez, avait mis dans le programme d'interroger les concurrents sur La Princesse de Clèves. Je ne sais pas si cela vous est souvent arrivé de demander à la guichetière ce qu'elle pensait deLa Princesse de Clèves... Imaginez un peu le spectacle ! En tout cas, je l’ai lu il y a tellement longtemps qu’il y a de fortes chances que j’aie raté l’examen ![1]

I mezzi d’informazione hanno riportato le dichiarazioni del politico eletto, nel frattempo, Président de la Republique, dando risonanza alla sua disistima di un’opera rappresentativa del patrimonio di “cultura generale” in Francia. Ricordato da carta stampata, televisione, web, l’episodio ha ispirato una singolare forma di protesta: la lettura privata (testimoniata dal netto incremento delle vendite del libro) e pubblica del capolavoro di sottigliezza di Madame de La Fayette. In particolare, studenti e professori hanno assunto il primo romanzo moderno nella storia della letteratura francese a simbolo di protesta contro le misure attuate dal governo nel quadro di crisi socio-economica venutosi a delineare chiaramente, in tutta Europa, tra il 2008 e il 2009.
In effetti, le questioni sottese alle parole pronunciate da Sarkozy sembrano essere: perché mai accertarsi che la Princesse de Clèves faccia parte del bagaglio culturale di un pubblico dirigente? Quale interesse può avere, in campo lavorativo, conoscere una vecchia elucubrazione del diciassettesimo secolo? A che cosa serve leggere, come la scuola insegna a fare, un classico della letteratura? Seppur indirettamente, con i toni dello scherno, il Presidente ha rivolto alle creazioni letterarie un’accusa di inutilità conforme all’utilitarismo imperante e che ha scatenato la reazione di numerosi intellettuali. Tra loro, il Rettore della Sorbona, Georges Molinié, intervenuto nel dibattito sulla riforma universitaria decisa dal governo con una risposta netta alla domanda: a che cosa servono le discipline umanistiche? (“A quoi servent les humanités?”).
Il 9 febbraio 2009, nel corso di una riunione dei Rettori delle maggiori università francesi per discutere le politiche governative su scuola ed università, Molinié ha tenuto un discorso dall’esordio seguente:

Paris-Sorbonne est une université de renommée mondiale où sont enseignées de nombreuses disciplines littéraires. Elle est peuplée de gens que ces savoirs passionnent, au point de faire de leur élaboration et de leur transmission un idéal de vie. Or l’utilitarisme dominant leur assène sans cesse une même question, implicite ou explicite, parfois avec candeur, trop souvent avec mépris : à quoi ça sert ? La réponse doit être franche et catégorique : ça sert. Former aux humanités, c’est former par les humanités des jeunes qui s’en approprient les méthodes : la pensée critique, la rigueur intellectuelle, l’argumentation rationnelle, la curiosité, la conviction que l’on n’a jamais fini d’apprendre, qu’il faut toujours adapter son jugement aux mutations du monde et à la pensée de l’autre. Ces valeurs ne sont pas enseignées comme des dogmes, car les étudiants sont guidés progressivement vers plus d’autonomie intellectuelle. [...] L’acquisition de ces valeurs doit préparer les générations montantes à prendre les rênes du pays.[2]

Secondo il Rettore di un’università di fama mondiale, le discipline umanistiche preparano alla gestione delle redini di un paese; la conoscenza della letteratura serve ai singoli individui per lavorare nell’interesse dell’intera società ed i prodotti dell’immaginazione educano l’azione intrapresa per far fronte agli eventi ed alle situazioni mutevoli della realtà contemporanea. Molinié ricorda, cioè, che le finzioni letterarie sono utili davvero. Esse valgono per la vita degli uomini in questo mondo: sono dotate dei valori antropologici sottolineati da teorie della letteratura che, con Daniel Dubuisson, possono dirsi, studi di “antropologia poetica”.
L’antropologo francese intitola, appunto, Anthropologie poétique uno scritto sulla “forma dei testi in generale” dove sostiene che “il existe une forme textuelle générale, porteuse d’ordre, de cohérence et d’unité, antérieure à tous les genres, à toutes les langues et à toutes les interprétations, et qui est essentielle pour l’homme, pour sa vie dans ce monde”.[3] La forma di tutti i testi, compresi quelli letterari, specie se narrativi è di vitale importanza per gli uomini in quanto sortisce su di loro effetti che si rivelano particolarmente benefici in questi tempi di crisi. Attente ai prodotti dell’incontro tra i testi ed i loro (usu)fruitori, fenomenologie della lettura proposte da diversi studiosi descrivono una tale efficacia.
Esse spiegano che per il lettore entrato nell’orizzonte di un testo letterario, si produce, innanzitutto, la liberazione dalle angustie della “deduzione esistenziale”. Se questa, come suggerisce Dubuisson[4], è data da preoccupazioni del singolo uomo legate esclusivamente a condizioni, problemi e pensieri personali, la lettura, invece, libera dalle ristrettezze dei “propri panni” offrendo la prova di “panni altrui”. Mediante la frequentazione del testo e dunque anche dei suoi protagonisti usciamo dai limiti della nostra persona e ci apriamo a “deduzioni esistenziali” differenti: abbandoniamo il nostro “io reale”, presi da un “io di invenzione” nel quale ci immedesimiamo.
Kendall Walton sostiene che la presa sui lettori costituisce l’essenza (e l’essenzialità) delle finzioni letterarie:

Secondo Kendall Walton “la questione metafisica centrale allo statuto ontologico delle entità di invenzione è racchiusa nell’esperienza del venir catturato da una storia. Se ci immergiamo nelle avventure di Anna Karenina, ci lasciamo “convincere, momentaneamente e parzialmente, almeno, dell’esistenza di Anna Karenina e della verità di quanto viene detto su di lei nel romanzo”, pur non credendo realmente a quanto ci viene narrato dal testo di Tolstoj. Walton sostiene che ciò accade perché le opere di fiction rappresentano non mere sequenze di enunciati ma veri e propri arredi scenici di un gioco di fantasia, analogo a quello di chi gioca alle bambole o finge di essere un cowboy.[...] E invece di sostenere che i lettori di Anna Karenina contemplano un mondo immaginario da un angolo privilegiato esterno, Walton insiste sul fatto che i lettori hanno un posto all’interno del mondo di invenzione, considerato come reale per tutta la durata del gioco.[5]

Richiamando Mimesis as Make-Believe[6], Thomas Pavel esplicita l’assunto centrale di Walton secondo cui il trasporto della lettura ci introduce all’interno dello scenario del testo, calandoci tra le vicende dei personaggi che vi si muovono:

Partecipiamo al destino dei personaggi di invenzione perché, secondo Kendall Walton, se veniamo catturati da una storia proiettiamo sui suoi eventi un io di invenzione. [...] ci lasciamo impressionare dalle situazioni e dai personaggi più improbabili – re greci, dittatori orientali, ragazze permalose, musicisti dementi, uomini senza qualità. Sguinzagliamo il nostro io di invenzione a scandagliare il territorio, con l’ordine di riportarci informazioni accurate; ed è lui che si commuove, non noi; è lui che teme Godzilla e che piange con Giulietta. Noi non facciamo altro che cedere temporaneamente corpi e emozioni a tale io di invenzione, analogamente a come in certi riti collettivi i fedeli offrono i propri corpi agli spiriti che si manifestano. E proprio come la presenza degli spiriti consente all’iniziato di parlare le lingue o di prevedere il futuro, gli io di invenzione (o io artistici) sono più adatti a provare e ad esprimere emozioni che non gli io reali aridi e induriti. La speranza di Schiller in un miglioramento dell’umanità attraverso l’educazione estetica non era forse basata sul presupposto che gli io di invenzione, di ritorno dal viaggio nell’ambito dell’arte, si sarebbero riuniti agli io reali, condividendo con essi la loro crescita di invenzione?[7]

Varcata la soglia della forma testuale, agli “io reali”, aridi e induriti, subentrano “io di invenzione” che ci rendono partecipi di altri destini. Le finzioni attivano una capacità di solidarizzazione simpatetica che, ad avviso di Stefano Calabrese, viene promossa in modo particolare dal genere letterario del romanzo:

Con il decadere del paradigma tragico segnalato per tempo da Lessing – in base al quale l’identificazione ammirativa (aemulatio) provocava un atto di distanziamento cognitivo della mediocrità del lettore dalla eroicità del personaggio letterario – il romanzo comincia a istituire dispositivi di solidarizzazione simpatetica con l’eroe del testo. Il difetto di distanza crea una nuova tipologia di imitabile [...]. Il testo promuove inedite identità di gruppo. L’identificazione (homoiosis) si avvale della scomparsa di quell’universale che eccedeva sempre, nell’eroe classico, l’angusta individualità del lettore.
Tale vocazione identificativa trova ben presto un supporto logistico nell’estetica tardo-illuministica, che con Moses Mendelssohn, Henry Home e la Theorie der schönen Künste und Wissenschaften (1774) di Friedrich J. Riedel tende a legittimare l’illusione come una condizione di trance preterintenzionale in cui il soggetto si dimentica di se stesso per entrare nel regno dell’indistinto, del de-differenziato.
[8]

Calabrese ritiene che l’impatto del romanzo moderno avvenga nel segno di un difetto di distanza tra la finzione, a cui il testo dà accesso, e la vita reale di chi segue le vicende di una narrazione. Il difetto, tuttavia, costituisce al tempo stesso un vantaggio per il singolo fruitore di un romanzo: il vantaggio di ritrovarsi in un’identità di gruppo. La lettura, infatti, avvicina ai protagonisti del racconto, generando un clima di condivisione e cooperazione che induce il lettore a ridimensionare le sue preoccupazioni personali, a sentirsene sollevato e ad approfittare del sollievo per passare da una considerazione esclusiva dei “fatti suoi” ad un’attenzione anche per i casi degli altri: anche per altri eventi che possono capitare e a nuove congiunture che si possono verificare.
Quando Weinrich parla di “serenità dell’arte”[9] indica forse proprio il clima favorevole ad una giusta ponderazione dei fatti noti alla nostra esperienza passata e presente, nonché ad una “previsione azzeccata” delle novità tenuti in serbo dal futuro. La letteratura romanzesca, in particolare, offre, infatti, forme di “esonero” dal peso dell’esistenza reale. Queste “compensano” l’impossibilità di sapere con certezza che cosa accadrà domani con il suggerimento di ipotesi valide circa quanto potrebbe accadere. Frank Kermode individua l’“effetto esonerante” del romanzo, spiegando come le finzioni letterarie abbiano sempre e comunque il potere di alleviare il peso della vita e di rendere sopportabili i turbamenti all’origine del fastidioso senso di nausea esistenziale.
In proposito, lo studioso osserva che nel romanzo di Sartre intitolato, appunto, La Nausée si ha una trattazione di quanto, sopra ogni altra cosa, disturba l’esistenza degli uomini: la coscienza di essere delle nullità, o, per lo meno, di non essere necessari al mondo. Da tale coscienza si deduce, infatti, che vivere è, in realtà, una condanna alla contingenza:

La contingenza è nauseabonda e viscosa; qualcuno ha suggerito che in ultima analisi si tratta di una figura sessuale. C’è la materia informe, la materia, matrix; e c’è Roquentin che, in definitiva, gioca il ruolo dell’uomo che le dà una forma. Egli sperimenta la realtà in tutta la sua contingenza, senza il beneficio della finzione; decide di costruirsi una finzione. Il libro di Sartre è a metà fra la sua esperienza e la sua finzione. In quanto dà struttura e forma a dei convincimenti metafisici, il libro li rappresenta e insieme li smentisce. A proposito dell’opera di Maurice Blanchot, Sartre notava che una concezione metafisica sembra diversa a seconda che sia dentro o fuori dell’acqua di un romanzo; il romanzo fa la sua parte nel gioco, e può insistere su significati o relazioni che il trattato filosofico confuta, oppure nega. Questa è l’azione della forma; azione che, da qualche parte, potrà raggiungere quella che Sartre chiama “cattiva fede”. Può esserci dell’ironia nella decisione di Roquentin di cimentarsi in un romanzo “bello e duro come l’acciaio”, ma non è altro che un modo di parlare del tentativo dello stesso Sartre di includere la contingenza in una forma che, quanto più riesce, tanto più distrugge la contingenza.[10]

Kermode ritiene, però, che il romanzo del filosofo esistenzialista fornisca non tanto una trattazione, quanto un trattamento d’urto alla contingenza stessa. Intrinseca al carattere finzionale del testo narrativo, vi è la “malafede” della forma letteraria, distruttiva dei disordini che pervadono il contingente. La finzione, infatti, sortisce sugli uomini l’efficacia terapeutica data dalla sicurezza di un ordine necessario, stabilito dall’immaginazione romanzesca.
Evidentemente, l’ordine immaginario del romanzo è di un’esattezza soltanto probabile, vale a dire fittizia eppure simile al vero, come la riduzione delle mappe geografiche somiglia alla vastità del vero e proprio territorio cartografato. Benché la mappa non riproduca tutti i diversi elementi del territorio, dà comunque orientamenti validi per chi ne debba affrontare l’accidentalità dei percorsi. Nello specifico, il romanzo realistico, nato nel Settecento ed affermatosi a partire dal secolo seguente, guida i lettori a passare indenni attraverso la crescente complessità del mondo moderno. Calabrese lo sostiene, considerando che i testi del novel:

Rimuovono come fonte di disagio il conflitto più profondo che l’uomo – una volta entrato nel labirinto anisocrono della modernità – possa avvertire: la constatazione della propria contingenza e della mancanza di necessità, compensata da una finzione narrativa in cui l’io si mette in scena come se, retroattivamente, potesse ancora cambiare qualcosa delle realtà di fatto. [...] Il novel nasce come strumento che permette di assoggettare lo spazio instabile del presente storico a un desiderio di significazione tutelato dal nuovo modello di plot e da una logica causale dell’agire sempre più perscrutabile e coesa.[11]

Generosi di avvertimenti riguardanti le più disparate sorprese del reale, i romanzi compensano lo smarrimento dell’uomo nella cui vita fanno irruzione i cambiamenti della modernità, fornendo indirizzi utili ad un vaglio dell’azione da intraprendere, se non si vuole lasciare che gli eventi ci travolgano:

Nato nel Settecento dal mondo instabile delle città e rivolto a un lettore bisognoso di ridurre la complessità del reale riadattandolo a sé, di prevedere un destino possibile, di compensare il venir meno delle certezze religiose, il romanzo ha lodevolmente corrisposto alle necessità antropologiche da cui si era generato. Con il suo intreccio demarcato dalla nascita del protagonista e dalla sua morte, o almeno da un avvenuto processo di formazione, la narrazione moderna ha prodotto in larga serie identità individuali e descritto insiemi collettivi, dando sempre al suo fruitore il conforto di un mondo chiuso – molto simile alla realtà, da cui non ha cessato di espiantare materiali, ma attento a filtrarli secondo un ordine convenuto.[12]

Grazie ad intrecci ordinati ed alla ricostruzione di precisi quadri di vita, il romanzo offre un conforto che Dubuisson ritiene indispensabile ad un superamento effettivo dei problemi da cui l’umanità viene toccata. Secondo l’antropologo, ogni testo fonda una cosmografia che indica come destreggiarsi tra le complicazioni del mondo ed aiuta ad aggirare le difficoltà del reale:

Tout texte, du fait de ses caractères spécifiques, est susceptible de fonder une cosmographie, c’est-à-dire une conception globale et ordonnée du monde. [...] Que des textes se construisent et se déploient afin, ayant éliminé tous les hasards, toutes les confusions et tous les possibles inutiles, de se ressaisir en un point précis, résolutif et ultime; voilà le mouvement typique par lequel ces mêmes textes, quels que soient leurs contenus explicites, leurs genres ou leurs conditions d’énonciation, dévoilent leur vérité et leur forme essentielles. Le texte substitue un ordre nécessaire à l’imprévisible contingence du monde. [...] C’est également parce que la sensation suggéré par le texte est celle d’une forme ample et bien construite, d’une construction équilibrée que viennent si spontanément sous la plume, lorsqu’on l’évoque, des métaphores spatiales ou architecturales: le texte possède des limites, une fin et une seuil, un centre ou un sommet, etc.[13]

Architettato, com’è, sulla base di un disegno in prospettiva degli eventi che si immaginano capitati ad altri, e non si esclude capitino a noi, lo spazio contenuto entro i limiti del testo salva gli uomini dal pericolo di perdersi tra i casi della vita All’interno della cosmografia testuale, infatti, si ritrovano riferimenti al presente che si uniscono a riprese del passato per raggiungere conclusioni foriere di congetture circa il nostro futuro. I testi racchiudono, cioè, una trama che trasforma il tempo reale nel tempo “narrativizzato”, omogeneo e razionale, di una finzione:

L’homme ne parvient à faire sien qu’un temps narrativisé, c’est-à-dire un temps recomposé, succession d’épisodes sélectionnés avec soin, fermement articulés entre eux et orientés vers un fin intelligible, qui peut être en même temps juste, rassurante. Car l’Histoire, même dans ses productions scientifiques modernes et par une double fatalité qui tient à la fois au caractère aporétique du temps et à notre perception narrativiste de l’action, est soumise à l’empire de la narration, c'est-à-dire de l’acte homogénéisant et rationalisant qui transfigure des états de choses et des événements discontinus en les inscrivant dans un texte cohérent.[14]

Il corso degli eventi sfugge all’uomo che riesce, invece, ad afferrare la coerenza delle trame narrative. I lettori che le seguono nel testo letterario sono portati a staccarsi dalla verità del momento e a rivolgere lo sguardo all’indietro, su ciò che è successo, per quindi spingerlo oltre, prevedendo ciò che succederà.
Il volo dell’immaginazione spiccato, in particolare, grazie alla letteratura, è dunque propriamente un volo d’aquila, l’animale, per antonomasia, dalla “vista lunga” e che nel Paradiso si rivolge a Dante con le seguenti parole:

Or tu chi se', che vuo' sedere a scranna,
per giudicar di lungi mille miglia
con la veduta corta d'una spanna?
[15]

L’aquila rimprovera la superbia intellettuale di chi, come Dante, vuole salire sul seggio del giudice, informato soltanto dei fatti noti alla “veduta corta d’una spanna”, l’aquila ammonisce la poca accortezza di chi è affetto dalla “miopia mentale” che, secondo Tommaso Padoa-Schioppa, ha determinato la crisi economica in atto.
Il ministro dell’Economia e delle Finanze dell’ultimo governo Prodi ritiene che il “Grande Crollo” economico-finanziario di questi anni sia dovuto ad una crisi, al tempo stesso, politica, istituzionale e culturale:

Il disastro ha forti radici nel terreno della cultura, intellettuale e antropologica, perché scaturisce da atteggiamenti mentali, idee e comportamenti divenuti prevalenti nelle nostre società. [...] È mia convinzione che la radice più profonda della crisi in atto sia la “veduta corta di una spanna”, l’accorciarsi dell’orizzonte temporale dei mercati, dei governi, della comunicazione, delle imprese, delle stesse famiglie.[16]

L’incapacità di andare oltre il calcolo di breve periodo è intrinseca allo “sguardo corto” e fisso sulla prassi del “consumo a credito”:

Lo stesso sguardo corto è stato alla base della crescita fondata sul “consumo a credito”. Studiando il fenomeno del risparmio Franco Modigliani spiegò, nella sua teoria del ciclo vitale, che risparmiare significa accantonare risorse per quella parte dell’esistenza in cui non si produce reddito; con ciò l’individuo dimostra di avere lo sguardo lungo. Il risparmio è la manifestazione più evidente del dare un valore al futuro nelle decisioni prese oggi. Ebbene, la formazione di risparmio è cessata; lo sguardo si è fatto corto.[17]

Padoa-Schioppa aggiunge che “sguardo corto significa anche non ricordare, non rivedere i propri giudizi, non saper guardare più di una cosa alla volta”[18] e lasciarsi sommergere dall’onda del “cambio tecnologico che ha sconvolto la scala del tempo – in certi aspetti e non in altri – della nostra vita”:

Sono stati trasformati improvvisamente i tempi del produrre, del muoversi, del trasmettere informazioni, la durata fisica dei beni manufatti. In tre o quattro generazioni ciò che da secoli necessitava di mesi o anni ha acquistato una lunghezza d’onda di giorni, ore, minuti: una totale alterazione della scala temporale di gran parte del nostro vivere. L’accorciamento del tempo nella produzione, nei consumi, nei trasporti si scontra con il vecchio mondo dei tempi lunghi e addirittura con un allungamento della vita umana. Si tratta di un vero cambiamento antropologico. Non abbiamo ancora imparato a conciliare la nuova scala del tempo assunta dai fenomeni influenzati dalla tecnologia con quella di altri aspetti della nostra vita, dove essa è rimasta immutata. [...] Le bolle speculative si formano in un contesto in cui vi è un attrito tra le diverse dimensioni del tempo. Le tecnologie non sono né buone né cattive. Siamo noi a dover acquisire la capacità di governarle anziché esserne dominati. In sé i tempi corti non sarebbero un male, se noi sapessimo dominarli anziché esserne travolti.[19]

Se un male c’è, si manifesta, piuttosto, come la “cecità verso il dopodomani”, la “tirannia dell’oggi” che inchioda ciascuno di noi alla propria condizione del momento:

Per secoli è stato un punto fermo nel codice morale della società – per esempio nella civiltà contadina – che ogni generazione avesse doveri nei confronti di quelle a venire; allo stesso modo accumulare debito pubblico sulla testa dei figli e dei nipoti è un furto; così come dovrebbe essere chiaro che l’ambiente naturale nel quale viviamo ci è dato, per così dire, solo in prestito. Se i comportamenti spontanei, individuali e collettivi, perdono la coscienza di questi principi, le conseguenze catastrofiche che prima o poi vengono persuaderanno della necessità di stabilire norme.[...] A mio parere la crisi finanziaria riflette una carenza di azione pubblica nel riequilibrare gli orizzonti temporali e nel promuovere, se non addirittura imporre, un allungamento dello sguardo.[20]

Per rimediare alla carenza segnalata da Padoa-Schioppa, la scuola dispone di strumenti quali le discipline umanistiche e, in particolare, la letteratura. Insegnarla abituando gli studenti al “lusso” di leggere testi può contribuire ad un’azione pubblica preventiva della miopia ormai diffusa nelle nostre società e ad un ripristino dello “sguardo allungato” venuto a mancare in questi tempi di crisi.
Come ci ricordano gli studi di “antropologia poetica”, i testi letterari sono dotati di valori effettivi che rendono le finzioni utili davvero per la vita degli uomini. Tenendo conto dei frutti dell’immaginazione, i teorici annoverano la prova dei “panni dell’altro”, il giusto peso delle nostre situazioni e la comprensione di un senso, ossia una direzione in ciò che accade tra i frutti più importanti. Raccoglierli agevola l’acquisizione della “veduta lunga” che serve, forse, anche per scorgere soluzioni all’attuale stato di crisi. Rischiamo, infatti, di non riuscire a sbloccarlo senza la spinta che la letteratura può dare: la spinta a distogliere lo sguardo dal reale per rivolgerlo altrove, verso qualche ideale.

Note:


[1] Le parole di Sarkozy sono riportate da Jacques Drillon in “Princesse de Clèves” (3 décembre 2006), Le Nouvel Observateur.com. («L’altro giorno mi divertivo – ci si diverte come si può – a guardare il programma del concorso per dirigenti della pubblica amministrazione. Un sadico o un imbecille – scegliete voi – aveva messo in programma di interrogare i candidati sulla Princesse de Clèves. Non so se vi capita spesso di chiedere agli addetti agli sportelli che cosa ne pensano della Princesse de Clèves … Figuratevi un po’ la scena! In ogni caso io l’ho letto talmente tanto tempo fa che molto probabilmente non avrei passato l’esame». Traduzione mia)

[2] Georges Molinié, “A quoi servent les humanités…”(21 février 2009), L’humanité.fr («La Sorbona è un’università di fama mondiale dove vengono insegnate numerose discipline letterarie. È popolata di persone appassionate di questi saperi, al punto che hanno fatto della loro elaborazione e trasmissione un ideale di vita. L’utilitarismo dominante, tuttavia rivolge loro incessantemente una stessa domanda, implicita o esplicita, a volte con candore, troppo spesso con disprezzo: a che serve? La risposta dev’essere franca e categorica: serve. Formare alle discipline umanistiche significa formare l’umanità dei giovani che ne apprendono i metodi: il pensiero critico, il rigore intellettuale, l’argomentazione razionale, la curiosità, la convinzione che non si finisce mai di imparare, che bisogna sempre adattare il proprio giudizio ai mutamenti del mondo e al pensiero dell’altro. Questi valori non sono insegnati come dei dogmi, infatti gli studenti sono portati progressivamente ad un maggior grado di autonomia intellettuale. [...] L’acquisizione di questi valori deve preparare le generazioni future a prendere le redini del paese». Traduzione mia).

[3] Daniel Dubuisson, Anthropologie poétique. Esquisses pour une anthropologie du texte, Bibliothèque des Cahiers de l’Institut de Linguistique de Louvain, Peeters, Louvain-la-Neuve 1996, p. 27. («Esiste una forma testuale generale, portatrice d’ordine, di coerenza e di unità, che precede tutti i generi, tutte le lingue e tutte le interpretazioni, ed è essenziale per l’uomo, per la sua vita in questo mondo». Traduzione mia).

[4] Cfr. ivi, p. 30.

[5]Thomas Pavel, Mondi di invenzione. Realtà e immaginario narrativo, traduzione italiana di Andrea Carosso, Einaudi, Torino 1992, pp. 82-83.

[6] Kendall Walton, Mimesis as Make-Believe. On the Foundation of Representational Arts, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts 1990.

[7] T. Pavel, cit., pp. 126-127.

[8] Stefano Calabrese, “Wertherfieber, bovarismo e altre patologie della lettura romanzesca”, in Franco Moretti (a cura di), Il romanzo, vol. I: “La cultura del romanzo”, Einaudi, Torino 2001, p. 571.

[9] Cfr. Harald Weinrich, Metafora e menzogna: la serenità dell’arte, Il Mulino, Bologna 1976.

[10] Frank Kermode, Il senso della fine. Studi sulla teoria del romanzo, Rizzoli, Milano 1972.

[11] S. Calabrese, Intrecci italiani. Una teoria e una storia del romanzo (1750-1900), Il Mulino, Bologna 1995, pp. 34-35.

[12] S. Calabrese, www.letteratura.global. Il romanzo dopo il postmoderno, Einaudi, Torino 2005, p. 21.

[13] D. Dubuisson, cit., pp. 71-72. («Ogni testo, con le sue caratteristiche specifiche, è in grado di fondare una cosmografia, vale a dire una concezione globale e ordinata del mondo. [...] I testi si costruiscono e si sviluppano, avendo eliminato tutti i casi, tutte le confusioni e tutte le possibilità inutili, per raccogliersi infine in un punto preciso, risolutivo e ultimo: ecco il movimento tipico attraverso il quale gli stessi testi, indipendentemente dai loro contenuti espliciti, i loro generi o le loro condizioni di enunciazione, svelano la loro verità e la loro forma essenziali. Il testo sostituisce un ordine necessario all’imprevedibile contingenza del mondo [...]. Proprio perché la sensazione suggerita dal testo è quella di una forma ampia e ben costruita, di una costruzione equilibrata, vengono alla mente metafore spaziali o architetturali quando lo si evochi: il testo possiede dei limiti, una fine e una soglia, un centro o un vertice, ecc.». Traduzione mia).

[14] D. Dubuisson, cit., p. 120. («L’uomo giunge a fare proprio solo un tempo narrativizzato, vale a dire un tempo ricomposto, successione di episodi selezionati con cura, strettamente legati tra loro e orientati ad una fine comprensibile, che può essere contemporaneamente giusta, rassicurante. Infatti, la Storia, anche nelle sue produzioni scientifiche moderne e per una doppia fatalità riguardante sia il carattere problematico del tempo, sia la nostra percezione narrativista dell’azione, è sottomessa al dominio della narrazione, vale a dire dell’atto omogeneizzante e razionalizzante che trasfigura stati di cose e avvenimenti discontinui iscrivendoli in un testo coerente». Traduzione mia).

[15] Dante Alighieri, Paradiso, XIX, vv. 79-81.

[16] Tommaso Padoa-Schioppa, La veduta corta. Conversazione con Beda Romano sul Grande Crollo della finanza, Il Mulino, Bologna 2009, p. 7.

[17] Ivi, pp. 68-69.

[18] Ivi, p. 75

[19] Ivi, pp. 75-76.

[20] Ivi, pp. 77-78.
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