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Indice

Tema n.9:

Beauty is truth. Intervista di Irene Palladini

Griselda scocca
la freccia-vela
è la lingua cara del sì unanime e mite.
Gabriella Sica, da Poesie piccolette
(Le lacrime delle cose)

Gabriella Sica, nata a Viterbo, vive a Roma da quando ha dieci anni. Ha pubblicato i libri di poesia: La famosa vita (1986), Vicolo del Bologna (1992), Poesie bambine (1997), Poesie familiari (2001) e Le lacrime delle cose (2009).
Ha fondato e diretto dal 1980 al 1987 la rivista Prato pagano, curato La parola ritrovata. Ultime tendenze della poesia italiana (1995) e scritto l’Introduzione a Campo di battaglia. Poeti a Roma negli anni Ottanta (antologia di Prato pagano e Braci di Flavia Giacomozzi, 2005).
Ha inoltre pubblicato in prosa: Scuola di ballo (1988), È nato un bimbo (1990), Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi (2000) e Scrivere in versi. Metrica e poesia (1997 e 2003).

D.: La parola poetica è eco di un’assenza, voce di un’invisibilità. La verità bella, semplice e sapiente giace nel fondo, porto sepolto a cui occorre dare credito. Il poeta accende l’ultimo fiammifero di speranza, perché la poesia «farà di rovine un bosco» (Le lacrime delle cose). La verità nella luce, nel fuoco dell’invisibile… L’invisibile diventa visibile nella poesia? Ex fumo dare lucem…
R.: Il poeta è un raccoglitore di perdite e assenze, di separazioni e addii: «diventare maestri nell’arte del perdere, / è l’arte dei poeti» scrivo in una poesia per il mio compleanno. La poesia è la sua fascina dolorosa di legnetti, ogni libro una fascina, il luogo dove richiamare vicino quello che è lontano. E poiché il poeta ha una “doppia vista”, come scriveva Leopardi, sa vedere oltre, al di là di quanto è visibile, oltre la siepe che ogni persona o ogni cosa o casa diventa nell’abitudine, vede con acutezza veloce quello che muove le cose, vede l’inatteso, l’imprevisto, vede appunto quello che è ancora invisibile, intravede una via di salvezza. Come sperare se non immaginando? E l’immaginazione è la visione, il delinearsi dell’invisibile. I contenuti potrebbero essere tanti: le rovine del passato, i morti, le storie segrete delle città e delle case, il bosco-poesia, un aspetto nascosto, una presenza incomprensibile. Più che un contenuto è un metodo: dare credito all’invisibile, mossa fondante di un mio libro di scritti sulla poesia del 2000. La poesia stessa è invisibile e si fa corpo nel singolo testo, è un atto di fede misterioso: anche quando viene a mancare la speranza la fede sorregge la poesia. Gli errori dell’umanità sono stati tanti e spaventosi ma non si è mai dimenticata dell’arte o della poesia. Sarà per questo che mi sono sempre sentita vicina all’esperienza della nascita e della rinascita, del ricominciare, nel ciclo continuo del tempo e della natura. La caduta anticipa una riapertura, il tempo brutto annuncia il tempo bello. Il poeta, come il contadino, è il più vicino allo scorrere delle ore e delle stagioni, crolla nella sventura che lo colpisce attraverso i colpi della natura ma si rialza sempre. Si rende conto di essere incatenato all’acqua, ma la natura è madre, dispensatrice di salvezza nonostante tutto.

D.: In Sia dato credito all’invisibile le parole di Keats «Beauty is truth, truth is beauty. That is all» echeggiano con l’intensità della verità ritrovata al fondo di ogni cosa. Mi pare che la verità, nella tua lirica, non debba essere intesa come duplicazione del reale. Al contrario la verità poetica postula «oltre l’immaginazione fantastica che tiene viva la confusione» un’etica religiosa dello sguardo. Del vero vedere, oltre l’ombra e la finzione…
R.: Importante, credo, è la distinzione tra fantasia a ruota libera, fantasia fantastica (che non è affatto nelle mie corde) e l’immaginazione. Nella creazione di una poesia sotterraneamente agiscono tutti i cinque sensi, in fondo l’olfatto non è che il respiro stesso e il tatto è l’esperienza da cui nasce la poesia. Ma i sensi che più il poeta tiene in allerta sono la vista e l’udito, come già scriveva Pascoli. L’orecchio per ascoltare il suono e gli occhi per vedere, davvero e ancora, le assenze, i rumori, i bisbigli, gli aliti che arrivano dalle vicende, cose e persone scomparse che ricevono così una riparazione, un’altra vita. Perché il poeta scrive sempre da un luogo spostato rispetto a quello in cui vive, guarda le cose da vicino ma anche da lontano, da un luogo che è quello della morte e della morte come nuova possibile vita. E mai come in questi grami tempi il posto per la poesia è stato ridotto al minimo perché non c’è posto per la spiritualità che nel mercato che domina l‘orizzonte non ha circolazione e dunque prezzo. La poesia cerca la verità, prova a immaginare quello che ancora non esiste. Verità dunque come il bene-mondo verso il quale ci volgiamo e a cui tendiamo. Mai una verità come dogma ma come tensione. E immaginazione, come “alta fantasia”, come virtù immaginativa, come suprema attenzione della mente capace di creare e mostrare quello che non c’è o non è ancora chiaro. Non un’immaginazione limitata alla lingua ma un’immaginazione che dice più della lettera, è un movimento all’opera nella poesia come nella vita di tutti i giorni. Posso immaginare anche l’altro, quello o chi non conosco, posso sentire e vedere e patire con lui, allargare le possibilità che ho di pensare. Posso immaginare la vita dei miei predecessori, dei miei antenati, dei poeti classici, richiamare il passato al presente, e posso sperimentare nella poesia variazioni immaginative dell’utopia. Ho sempre pensato alla poesia come terra da lavorare e seminare, dunque come lavoro, opera, come trasformazione, azione che consente un’integrazione etica. Sempre di più, spostandomi in avanti nel tempo, penso alla poesia come terra dell’immaginazione. Mi è capitato di scrivere un saggio, Verista dell’immaginazione, ancora inedito, riprendendo una definizione di Marianne Moore, che non è poi diversa da un sottotitolo di Wallace Stevens, Saggi sulla realtà e l’immaginazione. Il lavoro degli occhi e delle orecchie rimbalza nella mente, apre nuove possibilità. L’immaginazione mobilita la memoria: l’assenza si fa presenza, il passato è richiamato verso il futuro. Non per fuggire nell’irreale ma per creare un ordine ulteriore. «Quello che l’immaginazione coglie come cosa bella, quella è la verità», scriveva Keats. L’immaginazione prova a ricucire gli strappi del mondo, a illuminare le crepe, a darci la verità del momento, la verità del poeta si sposta e si apre al lettore, diventa la sua verità, la verità di un altro. La verità fa paura, la menzogna è più divertente, si costruisce tutti i giorni sui tavoli dei giornali e dei media. E la menzogna abita la testa delle persone che non vogliono confrontarsi con l’essere nel mondo.

D.: Intensa è la lingua naturale, limpida e sincera delle tue liriche. Una lingua che rifugge dalle «maschere, il gioco e le vanità dell’io» (Vicolo del Bologna). Della naturalità della parola poetica, dalle prime poesie, dalla philia dei poeti di Prato pagano, sino alle dolenti note de Le lacrime delle cose.
R.: Fin da quando ho cominciato a scrivere, mi ha mosso l’urgenza di una poesia non difficile e non distante dalle persone, in un riacquisto di semplicità. Non volevo fare letteratura, né costruirmi una macchinetta retorica e ho sempre cercato di trasformare il complesso in semplice. Rispetto la lettera della parola, la sua profondità latina, emotiva, etica, religiosa, civile e commemorativa. Ogni parola, anche semplice, è piena di risonanze, ricorda sempre un altro tempo, l’emozione da cui è nata, la regola che rappresenta, la civiltà da cui nasce e che costituisce. Il fatto che siamo italiani, per di più romani, e siamo ancora latini, con una tradizione tanto ampia, non può non farsi sentire anche nella parola più semplice e pulita, magari nell’etimologia latina o greca.

D.: La verità trasparente della tua poesia prende corpo nella grazia umile e schietta di alati messaggeri e nel paziente stupore della terra. Ma, ne Le lacrime delle cose, anche la luce miracolosa delle oche pare screziata dall’agonia e dalla tortura, ostie immolate a un inutile sacrificio… Quale amuleto, magico e vero, può salvare il cuore franato? Forse l’antica strofa d’amore di Cantami l’antica strofa d’amore in Vicolo del Bologna?
R.: Mi suggerisci dunque come amuleti o bastoni viatori le oche e l’amore, e dunque gli animali e le persone amate. Non male. Sì, gli uccelli sono stati i miei primi maestri di sonorità e poi emblemi di leggerezza, di afflato, di capacità di stacco dalla terra e di volo. Ma ho anche visto nell’infanzia galline e polli e agnelli morire e ho sentito l’urlo del maiale. Animali che non hanno il dono della parola per raccontare il dolore, il peso che l’uomo ha messo loro addosso. Ho scritto, in particolare, a più riprese poesie per le oche. L’oca è un’idiota, un angelo senza messaggio. Un animale bianco come l’oca incarna, in un’epoca grigia e conformista di strateghi dell’io e di protagonisti senza spettatori, un candore inatteso e una benevolenza disarmante: è la vita nuda, non farisaica, la vita nobile e senza rancore. L’animale come il bambino o il fanciullo ha una propensione verso gli altri, un disporsi come completamento dell’altro e non come sé arcigno e autoreferenziale, in una naturale dislocazione di redentore idiota che si afferma come un suo essere nel mondo, un essere che può salvarci.

D.: Con tenace e paziente vigore le memorie mai spente animano la tua parola poetica. La poesia si fa sommesso, umbratile colloquio con i morti sempre presenti. E non penso soltanto agli echi discreti della nostra tradizione letteraria, ma anche ai volti privati, che emergono e tremano, memoria di luce, lode vera. Tradizione davvero di salvezza… Della vera bellezza fragile della memoria…
R.: Da qualche anno sono più silenziosa perché i morti con cui parlare sono aumentati, mi impegnano di più in un dialogo inevitabile e necessario. Colloquio con i parenti-contadini che ho conosciuto nella mia infanzia e non mi hanno mai abbandonato. Mi hanno indicato la direzione del verso, simile al solco tracciato, la sapienza dei movimenti che io non faccio altro che imitare: potare, tagliare, tenere in ordine per non arrivare al disastro, non faccio altro: sono una contadina della pagina-terra. Inevitabile la scrittura di due poemetti “sepolcrali” nell’ultimo libro di poesia: Parole con i miei morti e Campo umano a Vetralia, dialoghi con i contadini scomparsi da ogni orizzonte, geografico e culturale. Così il camposanto diventa campo umano, dove gli uomini sono interrati, essi stessi humus-terra. Quei contadini che non solo mi hanno insegnato molte cose, ma si stanno rivelando figure centrali e di nuovo necessarie per la sopravvivenza del pianeta, figure primarie in un vivere più naturale, meno moderno a tutti i costi e di fatto dissipatore di energie e di natura. Ci siamo dimenticati che si dovesse essere responsabili della terra che ci è toccata, ci siamo distratti. In fondo i poeti sono responsabili della terra, come lo sono stati per secoli i contadini, la lavorano con le proprie mani, con infinita pazienza e cura, rispettando la natura. Vivo è anche il colloquio con i poeti che non ci sono più, che ho conosciuto e frequentato in una Roma che è stata tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta vitalissima officina di poesia. D’altronde scrivere poesia è sempre anche un intrattenere un colloquio con i poeti del passato che con le loro poesie ridiventano presenti e vivissimi.

D.: Nuda e disarmata è la verità di un dolore anche privato. E «con voi mi confido spoglie poesie» (Le lacrime delle cose). La datazione, parte integrante della poesia, esprime la verità di una parola poetica dentro la vita?
R.: Con le poesie si può parlare, perché sono persone, ci si può confidare. Persone con il marchio ineliminabile del tempo, la loro fisionomia. Le date sono tappe di quel viaggio che è la vita e insieme anche della formazione del libro. Questo senso di essere in cammino è sempre molto forte. Sarà perché sono nata in una città di pellegrini come Viterbo, anche se sono stata per tutta la mia vita a Roma. Le date sono stele incancellabili, paletti per ricordare questo cammino, e scrivere vuol dire fissare e ricordare le date, barbagli di luce nell’oscurità di ciò che è passato. Per me è spesso necessario, quando scrivo una poesia, apporre a conclusione, come un sigillo, la data, che è di solito la data in cui ha preso forma verbale quell’idea o ispirazione che presiede sempre una poesia. Poi sono di solito tornata sulla poesia, ho continuato a lavorarla e limarla, ma la poesia c’era, esisteva a partire da quel giorno. Dunque la data fa parte del testo. E poi le date appartengono a tutti e alla storia, sono i nostri corpi. L’evento di quella poesia si fa così universale. Il dolore privato non è mai soltanto privato, e il dolore di questi anni zero l’abbiamo sentito tutti sulla pelle. Anni zero catastroficamente decollati da Ground zero.

D.: Roma di amore, Roma carica di affanni, Roma dove morire… Da Vicolo del Bologna a Le lacrime delle cose Roma è il luogo di una verità poetica. Ma certo, nella tua ultima raccolta, il dolore si fa globale. I luoghi-anima, sospesi fra verità e immaginazione, della tua poesia…
R.: Le poesie sono marcate non solo dal tempo ma anche dal luogo: il qui e ora definisce l’esperienza concreta e non l’infinito, cosa che permette di illuminare la verità creaturale di chi è immerso in quel tempo preciso e in quel luogo particolare. Ma quei particolari, quei dettagli rappresentano l’universale. Scrivendo si può intravedere un barlume d’altro, l’immaginazione mette in moto un patrimonio di gioia e di illusione, spalanca l’attesa, l’imprevisto. Non lo faccio, ma mi piacerebbe scrivere con un calendario e una carta geografica in mano: il tempo e il luogo sono il corpo della poesia. E per chi è cresciuto e vive a Roma il sentimento del tempo è sempre un sentimento di rovine di cui è necessario dare la topografia spaziale e temporale. Roma è tutto per me, è quartiere e mondo, cima e deserto, centro e soglia, antico presente e moderno sedimentato. Amo Roma all’aperto, le sue ville, i bar dove mi piace sostare. Quando torno da un viaggio ritrovo la luce calda, rosata, mite di Roma che subito mi riconquista. Roma mi ha accompagnato sempre, mi ha nutrito, non mi ha mai respinto, anche nei momenti bui mi ha offerto una luce, una svolta. Anche se percepisco una Roma sempre più impaurita, una Roma di allarmi e disastri. Roma comunque è il mio “campo di battaglia” e il mio “spazio metrico” per difendere la mia infanzia di girovaga nei vari paesi del viterbese. Roma è la verità vera, la realtà, l’infanzia è l’immaginazione sempre in moto, sempre accesa.

D.: Qual è il significato dei suoi due versi, citati in esergo all’intervista, su Griselda?
R.: Gabriella-Griselda sono in assonanza fonica e forse un po’ morale. Sì, mi sento un po’ Griselda. C’è stato il tempo della giovinezza che era il tempo del no, della spavalda ribellione, c’è ora il tempo del sì, più doloroso e difficile, da apprendere, un modo per ritrarsi e dare spazio all’altro, una mossa apparentemente mite, ma che offre una salvezza. Oggi scrivere poesie richiede una certa capacità di ritrarsi, diventare concavi per accogliere il mondo.

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