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Indice

Tema n.9:

La realtà del romanzo

Epica e noir / Vecchiaia epica e vecchiaia realistica / Il poliziesco realista / Delitti e cadaveri / Mostrare il marcio / Il poliziesco italiano / Le verità del romanzo / Un esperimento fallito / Amore e pantofole / L’ironia / La prosa e il quotidiano / Il corpo nel romanzo / Anche i potenti lo fanno / Il romanzo e la cacca / In qualche posto là dietro

Epica e noir


Molti anni fa (nella prima metà degli anni Novanta) venni invitato a un convegno sulla narrativa poliziesca e noir (anche se a quei tempi si parlava soprattutto di “giallo”) assieme ad altri autori, tra cui Raul Montanari. Raul incentrò il suo intervento su una tesi: secondo lui il noir era l’ultimo grande genere epico. Seguii con interesse il suo intervento anche se, mentre parlava, mi rendevo conto di non essere d’accordo. I personaggi dei romanzi noir che piacevano a me - vittime, assassini, eventuali poliziotti - non apparivano eroici ma estremamente umani. Le loro vite e i delitti in cui erano coinvolti non erano enfatizzati né narrati in maniera poetica quanto, al contrario, assolutamente realistica.


Vecchiaia epica e vecchiaia realistica


Un giorno stavo discutendo con una mia amica, grande appassionata di cinema e narrativa di genere (e che probabilmente avrebbe condiviso la tesi di Raul Montanari sull’epica del noir), e ci ritrovammo a discutere di romanzi e film in cui venivano raccontate la vecchiaia o la malattia. La mia amica affermò con decisione che la vecchiaia reale era brutta e la malattia deprimente, e che proprio per questo trovava insopportabile di ritrovarle, oltre che nella vita, anche nei film o nei romanzi.
Quello che la mia amica non tollerava era, in fin dei conti, la rappresentazione realistica della decadenza fisica, della malattia, e, naturalmente, della morte, rappresentate nella loro aspetto corporale e dunque spogliate di ogni lirismo o epicità.


Il poliziesco realista


Raymond Chandler, nel suo saggio La semplice arte del delitto, polemizzava con il misterydi stampo anglosassone (il cosiddetto “whodonit”: contrazione lessicale della lingua inglese che sta per “chi è stato?”), dichiarandolo inverosimile e opponendogli quello che lui definiva il poliziesco realistico, vale a dire la narrativa hard boiled, di cui lui stesso e Dashiel Hammett sono stati i più significativi rappresentanti. Il realismo con cui venivano narrati situazioni, ambientazioni e personaggi, rappresentava per Chandler la differenza fondamentale tra whodonite hard boiled, segnando ovviamente la superiorità di quest’ultimo.


Delitti e cadaveri


Una differenza sostanziale tra queste due tendenze del poliziesco può essere individuata proprio nel modo in cui vengono rappresentati i delitti. Nel whodonit il cadavere della vittima - quasi mai descritto in maniera realistica - viene privato del suo aspetto perturbante e appare piuttosto come una presenza sconveniente, più o meno come – osservava Walter Benjamin – il “guasto” che il cane ha fatto sul tappeto buono del salotto borghese: una cosa indecorosa e fuori posto, che va eliminata. Colui che, nel whodonit, si occupa di pulire il “guasto” ed eliminare lo scandalo è il detective: l’eroe che, tramite un’indagine di stampo fondamentalmente razionalista, smaschera l’assassino e lo assicura alla giustizia.


Mostrare il marcio


C’è, nel whodonit, una doppia sfida: una interna alla narrazione, tra detective e colpevole, e una esterna, tra lettore e scrittore. Il whodonit assomiglia per certi versi a un gioco, e si tratterebbe dunque di puro intrattenimento. Per Chandler l’hard boiled mira invece a un obiettivo più alto: mostrare la menzogna e la violenza, il potere delle bande criminali e le misere condizioni in cui campano i poveracci, l’ipocrisia dei politicanti e la corruzione dei poliziotti. Insomma, al di là dell’intrigo, il poliziesco realista ambisce a mostrare il marcio che si annida nelle piaghe nascoste e purulente della società.


Il poliziesco italiano


In un articolo uscito qualche anno fa sulla rivista Pulp, Daniele Brolli affermava polemicamente che in Italia, nonostante le dichiarazioni degli autori, non si scrivevano né polizieschi realisti né noir, ma solo “gialli”, intendendo whodonit o comunque romanzi d’indagine. I gialli prodotti dagli autori italiani, secondo Brolli, mettevano in scena poliziotti abili e spesso anche comprensivi, e narravano vicende in cui, se la giustizia non trionfava, veniva almeno scoperta la verità. Finivano così per avere un effetto pacificante e per nulla sovversivo, tradendo in questo modo una delle poetiche fondamentali dell’autentico noir, sia statunitense che francese.
In un suo recente intervento Massimo Carlotto afferma in sostanza qualcosa di simile: cioè che i polizieschi e i sedicenti noir italiani, dopo una stagione in cui sono stati considerati da tanti «la letteratura della realtà», sarebbero tornati a svolgere quella funzione consolatoria propria del whodonit, abbandonando «la pretesa di raccontare la realtà di questo paese».


Le verità del romanzo


Sono abbastanza d’accordo con l’analisi di Brolli e Carlotto sul poliziesco italiano, anche se personalmente non credo che il romanzo dovrebbe ambire a sostituirsi al giornalismo d’inchiesta né avere «la pretesa di raccontare la realtà di questo paese». Mi pare anzi che porsi questo come obiettivo principale significherebbe per un romanziere – nella migliore delle ipotesi – declassare il romanzo, relegandolo a un ruolo minore. Un po’ come usare un’astronave per andare al bar a prendere un caffè.
È provato che facendo ascoltare un’opera di Mozart in un allevamento di bovini, le mucche producono una maggior quantità di latte. Eppure, per quanto anche i grandi artisti abbiano spesso lavorato su commissione, credo che a nessuno verrebbe in mente di richiedere a Mozart la composizione di una sinfonia con l’unico scopo di aumentare la produzione di latte.
D’altra parte i lettori di un romanzo, consapevoli di trovarsi di fronte a un’opera d’invenzione e non a un’inchiesta, documentata e pronta a difendere le proprie affermazioni esibendone le proprie fonti, giustamente non s’indigneranno di fronte alle situazioni narrate né prenderanno per autentici tutti i dati che troveranno nel racconto.
È infatti chiaro che la veridicità di ogni informazione pratica ricavata dalla lettura di un romanzo va sempre presa, come si dice, con “beneficio d’inventario”.


Un esperimento fallito


Quando avevo sette o otto anni ho letto un romanzo che raccontava le eroiche gesta di Pecos Bill. La storia era ambientata in un far-west fondamentalmente simile a quello dei film western che vedevo in tv e quindi, per quel che ne sapevo, aderente alla realtà. O perlomeno alla realtà dell’epoca in cui si svolgevano i fatti. In una notte particolarmente fredda, i protagonisti del racconto tentavano inutilmente di scaldarsi accendendo un falò. Poi, cedendo al sonno, Pecos Bill e i suoi amici si addormentavano, avvolti nelle loro coperte. Nel corso della notte, la temperatura scendeva tanto che le ultime fiamme del falò ghiacciavano. Alcuni animali (mi pare degli struzzi) incuriositi da quelle fiamme congelate, si avvicinavano per becchettarle, prima rompendole come fossero di vetro, e poi finendo per ingoiarle. Al contatto con il calore degli stomaci, le fiamme si scioglievano, provocando tormenti indicibili alle povere bestie, che fuggivano nella notte svegliando con le loro grida i cowboy addormentati. Il racconto era fatto con dovizia di particolari e, per come la vedevo io, in maniera assai realistica. Tanto che – curioso come gli struzzi del racconto – provai io stesso l’esperimento: rovistai nei cassetti fino a trovare una grossa candela, l’accesi e la misi nel congelatore del frigorifero. Ovviamente me ne dimenticai in fretta, dedicandomi per il resto del pomeriggio ad altri giochi. Quando i miei genitori rincasarono, la sera, la fiamma della candela non si era affatto ghiacciata. In compenso aveva fuso buona parte della parete superiore del freezer.
Quell’esperimento costrinse i miei a cambiare frigorifero ma rivelò a me una verità: che dei narratori non ci si può fidare. Almeno in termini di aderenza alla realtà.


Amore e pantofole


Un giorno una mia amica scrittrice, parlandomi di un uomo che aveva amato intensamente, mi ha detto: ho smesso di amarlo il giorno in cui ha portato le pantofole a casa mia.
Il sentimento che provava si era incrinato nel vedere l’uomo che amava e ammirava (anch’egli uno scrittore) estrarre un paio di pantofole dalla valigia che aveva portato con sé. Eppure non era la prima volta che lui trascorreva un periodo di tempo da lei: perché avrebbe dovuto continuare a camminare scalzo sui gelidi pavimenti invernali, o ancor peggio dover ogni volta – anche solo per andare in bagno nel corso della notte – calzare gli anfibi che usava all’esterno? Forse che un uomo in mutande e anfibi è più affascinante di un uomo in mutande e pantofole? Naturalmente dipende dai gusti, ma credo che la differenza stia nella semplice e banale quotidianità. Un amore romantico – e l’amore della mia amica era romanticamente eccessivo e passionale – sopporta a fatica la prova della quotidianità.
In quel momento, quando la mia amica mi ha confidato l’inizio del suo disamore, mi è parso di capire il motivo per cui la sua scrittura – una scrittura straordinariamente limpida e precisa – racconta storie che – almeno così mi pare – rifuggono una completa discesa nel reale, perfino quando dal reale prendono spunto. C’è sempre, nella narrazione di questa mia amica, qualcosa di epico, di mitico, o di lirico. In una parola, di non prosaico.


L’ironia


Questa mia amica scrittrice afferma di non sopportare quei romanzi che contengono ironia. Ma può esistere un romanzo senza ironia? Secondo Bachtin l’ironia – assieme allo humour, alla risata dissacrante, alla tendenza all’autoparodia e, soprattutto, alla problematicità – è uno degli elementi fondamentali del romanzo.
Il romanzo si occupa per sua natura di ciò che è quotidiano, banale, basso.
Prosaico, infatti, è un aggettivo che viene utilizzato non solo per definire la narrazione non in versi, ma anche l’aspetto quotidiano, banale, basso, privo di sentimentalismi o anche volgare (volgare, nel senso di “usata dal volgo”, è anche la parola che designò, alla sua nascita, la lingua italiana, in contrapposizione al latino, lingua colta utilizzata dalle persone istruite).


La prosa e il quotidiano


Proprio in questo il romanzo si differenzia in maniera sostanziale dalla poesia e dall’epica. Né nell’epica né nella poesia, infatti, affonda le sue radici il romanzo, che eredita questo interesse per il quotidiano e per il basso dalla narrazione comica popolare.
Per Bachtin il romanzo non è poetico, così come il protagonista del romanzo non è eroico – né in senso epico né in senso tragico – e cambia nel corso della vicenda, in reazione agli eventi che via via gli accadono. Il romanzo racconta del protagonista non solo la nobiltà d’animo e gli atti eroici, ma anche le sue paure e le sue vigliaccherie, le sue debolezze e le sue frustrazioni, lo coglie cioè nell’intimità del comportamento familiare, impegnato in occupazioni quotidiane.


Il corpo nel romanzo


Rabelais descrive (come osserva Bachtin nel suo saggio Le forme del tempo e del cronotipo nel romanzo) un corpo che «scatarra, sbadiglia, sputa, singhiozza, si soffia rumorosamente il naso, mastica e beve senza misura», al quale si contappone «il corpo degli umanisti, corpo elegante, coltivato e armoniosamente sviluppato dall’esercizio fisico». Così come (sempre in Bachtin, nel saggio La parola nel romanzo) «la parola cavalleresca dell’epica, legata a idee elevate e nobili, si contrappone alla pluridiscorsività rozza e volgare che troviamo nel romanzo».
In Cervantes è espressa in maniera geniale questa contrapposizione: nei dialoghi tra Don Chisciotte e Sancio o gli altri personaggi, ma anche nella dinamica stessa dell’intreccio.


Anche i potenti lo fanno


Sulla mensola del camino, nella vecchia casa di campagna dove viveva mia nonna, c’era un piccolo soprammobile dell’epoca fascista che riproduceva un vaso da gabinetto, con sopra una scritta che diceva: «Qui sopra il Papa il Duce e il Re son tutti uguali a me». Quella scritta dissacrante mi ha sempre divertito. Immaginavo, fin da piccolo, le autorità o le celebrità che vedevo in televisione – il Papa, appunto, o il Presidente della Repubblica, o una cantante famosa – ma anche quelle che appartenevano alla sfera delle mie conoscenze personali – la maestra, il direttore della scuola, il prete che faceva religione – seduti lì sopra, nell’atto del defecare, proprio come facevo io ogni giorno. Ecco la verità, quindi: chiunque, anche i più illustri e famosi, dovevano pur sempre dedicare qualche momento della loro giornata a liberarsi degli escrementi.


Il romanzo e la cacca


Quando ero bambino abitavamo in quattro (quando non ospitavamo qualche nonno o altro parente) in un appartamento con un solo gabinetto: assicurarsene l’uso era al centro di tattiche di occupazione e di animate discussioni, quando non di veri e propri litigi. Nessun personaggio dei romanzi che leggevo o dei film che vedevo, però, si occupava mai di questi problemi. Eppure fare la cacca in mezzo alla giungla, inseguiti dagli sgherri di James Brooke o in una navicella in viaggio verso la luna, doveva senz’altro essere ancor più problematico che per me e i miei famigliari. Come mai, mi chiedevo, i protagonisti di queste storie non vanno mai in bagno?
Solo più tardi ho scoperto che alcuni grandi romanzieri raccontavano anche quello. Sancio, per esempio, entra nel bosco non per autoinfliggersi una fustigazione, come vorrebbe Don Chisciotte, ma per liberare l’intestino. Sia Gargantua che Pantagruele, nel fluviale romanzo di Rabelais, cagano spesso e volentieri. E Joyce dedica un intero capitolo a una deiezione di mister Bloom, raccontando come si pulisce con la pagina di una rivista su cui sta leggendo un racconto.


In qualche posto là dietro


Anche l’invincibile Achille o il più ispirato poeta romantico – proprio come i potenti elencati sul vecchio soprammobile di mia nonna – avranno dovuto di tanto in tanto liberare i propri intestini. Ma l’epica e la lirica non si occupano di queste cose. Il romanzo sì. In questo senso il romanzo è realistico (narra e descrive la vita anche nei suoi aspetti più umili e quotidiani), pur non essendo vincolato da alcun patto di veridicità o di verismo. Può al contrario inventare mondi che non esistono o trasfigurare quello in cui viviamo (in qualche modo, anzi, lo fa sempre) e, così facendo, cogliere la verità come esso solo può fare. Attraverso questa estrema libertà d’invenzione, infatti, il romanzo è perfino in grado di scoprire mondi, società e modi di vivere che ancora non esistono. Proprio come ha fatto Kafka con le sue storie, nelle quali descrive una realtà possibile ancora nascosta – come dice Kundera citando il poeta Jan Skacel – «in qualche posto là dietro», nell’oscurità del futuro.
Ecco: il mistero dell’animo umano – in cui si compiono scelte decisive per motivi che risultano oscuri alla persona stessa che le attua – o i potenziali mondi nascosti «in qualche posto là dietro», sono alcuni dei luoghi in cui ci può condurre quell’affascinante astronave che è il romanzo. Oltre che, ovviamente, al bar, dove bevendo un caffè possiamo sfogliare le pagine di cronaca del giornale per sapere quel che è successo nel nostro paese o nella nostra città.

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