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Indice

Tema n.9:

Della verità ultima delle cose. Intervista di Irene Palladini

“Scrivere non è inventare,
è parafrasare la verità”
A. Merini

Giulia Niccolai è nata a Milano nel 1934. Ha pubblicato il romanzo Il grande angolo (Feltrinelli, 1966), Humpty Dumpty (Geiger, 1969), la raccolta di poesia visiva Poema e oggetto (Geiger, 1974), Facsimile ( Tau / ma, 1976); Russky salad ballads e Webster poems, (Geiger, 1977); Harry’sBar e altre poesie (1969-1980), (Feltrinelli, 1981); Escursioni sulla via Emilia in Scritture nel paesaggio (Feltrinelli, 1981); Frisbees-Poesie da lanciare (Campanotto, 1994); Esoterico biliardo (Archinto, 2001), Le due sponde (Archinto, 2006),

D.: “You may call it nonsense…” (Humpty Dumpty). Ma forse il nonsense si rivela, in ultimo, un autentico sense. E, per spiegare questo mondo, può servire, all’occorrenza, un dictionary perché qui è ancora possibile trovare “a world /word” (Humpty Dumpty). Reale e immaginario (senso vs nonsenso?) nella / della parola scritta.
R.: Con Greenwich ho ricavato le parole da un atlante geografico, ma si trattava di parole che funzionavano, al contempo, come sostantivi, verbi, aggettivi, e che producevano un potente effetto sonoro il quale, da parte sua, sembra dire “molte cose”… Ognuno poi le capisce come vuole.
La creazione di un linguaggio altro nasceva, credo, dalla paura di esprimere opinioni personali in poesia. Ed era un modo per aggirare il non-spazio del mondo. Un famoso Lama Tibetano definisce così l’umorismo: “Trovare spazio dove spazio non c’è”. E per me la poesia è stata proprio questo, una ricerca continua di uno spazio libero, aperto, senza ostacoli. Uno spazio vero e anche divertente o comico.
In Russky salad Ballads ho mischiato diverse lingue tra loro, ed era questa una fuga per confondere le carte, e non dire le cose esplicitamente. Forse ho iniziato a scrivere le cose esplicitamente solo con i Frisbees, opera, proprio per questo, profondamente autoironica.
La sincerità nel linguaggio si sente.


D.: In Poema oggetto c’è una lettera aperta inviata a Giuliano Della Casa. Ed è veramente una lettera aperta a Giuliano. Però è anche finzione perché figura solo la busta. E il vuoto attorno. Lo spazio bianco, appunto. Oppure è vera perché in fondo una vera lettera aperta non può essere che questa…
R.: In Poema oggetto ho realizzato lavori vistosamente tautologici. L’ho poi fatto anche in Facsimile, fotografie concettuali. Un esempio: trovando stampate su una rivista un mazzo di chiavi, le ritagliai tutte attorno. Poi presi una chiave vera e la inserii nel mazzo “stampato”. Poi scattai una nuova fotografia…Naturalmente non era più possibile, per l’osservatore, distinguere con certezza quali fossero le chiavi vere da quelle già fotografate e stampate in precedenza.
Credo di avere realizzato queste operazioni per mitigare la banalità dell’esistenza, perché la banalità è così noiosa. Infondere nuova vita a un mazzo di chiavi o a monetine da dieci lire, conferendo loro un attimo di umorismo, aiuta a vivere. Tutte le opere presenti in Poema oggetto hanno questa funzione precisa, anche le quattro lampadine che evocano, per analogia, le quattro fasi lunari. Ho cercato, ancora una volta, di infondere spazio al quotidiano. E, ancora una volta, è lo spazio della poesia il senso della mia ricerca.


D.: Il tempo…Time lost and wasted…Questo tempo che vortica e che svanisce lentamente, questo tempo che, come scrivi in Frisbees, è “uno spicciolo dello spazio”. E l’inizio è già, da sempre, una fine. Della verità del tempo e delle sue rifrazioni nell’immaginazione…
R.: Io ho sempre avuto l’ossessione del tempo, senza rendermene conto. Il tempo… Davvero me lo figuro come gli spiccioli di uno spazio libero, privo di ostacoli. E quanto time wasted nelle nostre esistenze… Tempo buttato via come relitto inutile. Il time lost, al contrario, evoca qualcosa di prezioso, qualcosa che temi di perdere inghiottito dalla vita, dalle sue noie e preoccupazioni.
La mia vita, sino ai cinquanta anni, è stata una corsa inarrestabile, ma, nella poesia, questa ansia esistenziale non credo si sia mai avvertita perché la mia parola nasce da un raccoglimento introspettivo, da una sospensione del tempo. In seguito, grazie al buddismo, ho imparato ad assaporare persino l’assenza di tempo come esperienza autentica.
Penso al tempo della coscienza che, solo, annulla le distanze e rivela la verità di una vita. Durante una meditazione avevo assunto una postura particolare, quella del Pensatore di Rodin e mi venne in mente la domanda “Perché chi pensa è nudo? ”. Quella domanda me l’ero fatta a cinque anni di fronte a un ferma-libri della forma del Pensatore dei miei genitori, ma da allora l’avevo assolutamente dimenticata. Per un attimo in meditazione ero tornata ai miei cinque anni.


D.: Milli Graffi, nella sua introduzione a Poema oggetto, rivela la profonda affinità tra poesia e infanzia. Direi proprio con un’infanzia di scrittura imbrattata da pastelli, petali e viole del pensiero. Ed è proprio dell’infanzia l’atto ( e la libertà) di scrittura write right wrong. Verità e immaginazione nelle parole-gioco dell’infanzia…
R.: L’infanzia è uno stato di grazia. I malintesi dell’infanzia, che riemergono con forza nella memoria, ti sanno regalare uno spiraglio che ti libera dalla pesantezza della vita. Forse i malintesi, i fraintendimenti linguistici dell’infanzia, (quello, ad esempio, che mi suggeriva immensi catini perché interpretavo “nunc et in ora” come “nunc catinora” ) rappresentano una sorta di salvezza dalla noia.

D.: Greenwich…Ovvero dei luoghi sospesi tra verità e immaginazione…Penso alla Via Emilia nelle esplorazioni del paesaggio, e alla maison poetique del Mulino. Sentire i luoghi nel limbo della fantasia. Né fuori, né dentro il limbo vi è eliso…
R.: I luoghi della mia anima sono vari: il lago di Como, innanzi tutto, dove sono stata sfollata durante la guerra.
E Milano, la città dove sono nata e dove oggi vivo. Mi sento a mio agio a Milano anche perché la conosco bene. Mi deliziano i dettagli della città, e mi incanto ad osservare la bellezza architettonica dei palazzi. New York invece può addirittura ricordare Venezia negli strati su strati su strati di immagini che ti calamitano la vista. A cominciare dall’asfalto che l’estate, col caldo, si ammorbidisce e nel quale rimangono impressi i coperchietti delle bibite gasate… E Mulino di Bazzano, certo, dove ho trascorso nove anni della mia vita, dal ‘70 al ’79, insieme al poeta Adriano Spatola. Era dall’’82 che non tornavo a Mulino. Ci sono tornata di recente, e ho provato un’intensa tristezza.
I luoghi sono sempre sospesi tra verità e immaginazione, nel limbo dei ricordi. Ma sempre sfugge la verità del Genius loci. Perché i luoghi cambiano, e si fanno inafferrabili. E cambiano nel ricordo. E ritrovarli intatti è impossibile.


D.: Con i Frisbees, e la loro sapiente ironia, pensavi di poter far funzionare il cervello in modo nuovo. Ma all’ultima pagina, riveli, “ho più paura di prima” (Frisbees). E non importa che siano reali o immaginarie… Le paure sono. Della paura di scrivere e vivere, fra verità e immaginazione.
R.: La paura è vera anche se è immaginaria. Considero i Frisbees il mio libro più autentico. E, una volta terminato, ho avuto paura. Mi sono chiesta: “E ora che accadrà?”. Questa è stata la mia angoscia. Ho terminato i Frisbees in aprile e, poco dopo, a maggio, sono stata colpita da un ictus cerebrale che mi ha tolto l’uso della parola. Ho capito che stavo usando la parola in modo sbagliato, e che scrivere era diventata una ragione di vita troppo importante, per questo occorreva liberarsene. Per intraprendere poi, come ho fatto, un cammino spirituale.

D.: Fotografare il reale per comprenderlo e rivelarlo nella sua verità. Con il grandangolo di un’osservazione mai ornamentale. Eppure anche la fotografia crea un mondo di finzioni. Della verità-mendacio della fotografia…
R.: Io ho iniziato a lavorare come fotografa per i settimanali. Ma mi sono presto resa conto di quanto le mie fotografie venissero manipolate e modificate nei loro significati, nella loro verità.
Ricordo, su tutti, un episodio in particolare. Nel settembre del 1960 ero a Nashville per realizzare un servizio fotografico su Wilma Rudolph, vincitrice di 5 medaglie d’oro alle Olimpiadi di Roma dell’agosto di quell’anno.. Mi resi subito conto, e le foto rivelarono, il dramma di una donna svuotata, distrutta perché incapace di superare ciò che già aveva fatto. Le mie fotografie rivelarono il dolore inespresso sino a quel momento. Ma, naturalmente il servizio fotografico venne confezionato, e pubblicato, come reportage trionfalistico. Da quel momento ho poi fatto solo fotografie concettuali. In più, ero anche stufa di vedere tutto sempre e solo in funzione della sua fotogenicità.
Per i buddisti esistono due verità: una convenzionale, che è come le cose appaiono, e una ultima, come le cose effettivamente sono.
La vita è forse tutta in questo cammino…

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