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Indice

Tema n.9:

Godere l'apparenza
La vita, il desiderio e la finzione in Guido Gozzano

Introduzione / L’amore pensato / Nostalgia a doppio senso / I serpi di Laocoonte / Gelidi sofismi / Uscire dal sogno / Infine

Introduzione


Nella Via del rifugio e ne I colloqui abbiamo una presenza forte della rima e del metro (a volte in modo strettamente tradizionale, a volte piegando la tradizione in modo personale). La sintassi si inverte ma non si attorciglia, per via di una grande abbondanza di periodi brevi, rendendo particolarmente semplice la parafrasi. Anche il lessico non presenta particolari difficoltà o inusualità (fatta eccezione per i toponimi piemontesi o le curiosità ottocentesche). Le figure retoriche sono moderatamente presenti, e finalizzate alla narrazione. L’opera di Gozzano è narrativa e vicina alla prosa, e anche questo breve sommario di cinque elementi poetici ci parla di questa tensione verso il racconto e la descrizione.
E la tensione narrativa rende particolarmente sottile la trasfigurazione del reale (che potrebbe essere il sesto degli elementi tipici della poesia). Gozzano, nelle sue due prime raccolte, trasfigura la realtà a partire dal “desiderio”: che chiamerà anche “sogno” e in altri vari differenti modi.
Raccontare una cosa la rende finta e Gozzano racconterà dei suoi desideri, perché allontanarli e artefarli tramite il metro e la rima li mantiene in vita.

Ne La Via del rifugio, prima poesia della sua prima raccolta omonima, lo dice chiaramente: «vedo un quadrifoglio / che non raccoglierò».
Un quadrifoglio è affascinante perché raro. Per questo è fortunoso e straordinario coglierne uno.
Eppure coglierlo vuol dire privarsi del desiderio-della-straordinarietà-del-quadrifoglio, che vorrebbe dirsi privarsi della Vita, seguendo ciò che il poeta ha appena affermato: la Vita è tale solo se si mantiene intatto un qualche desiderio, per cui cogliere il quadrifoglio significa deflorare quel desiderio e, quindi, far sfiorire la vita.
La vita diventa gioco senza vituperio se è desiderio, e viaggio all’interno del proprio “umbilico” se è sogno.
Il sogno è tregua dalla vita e sua “racconsolazione”.

Il desiderio da non soddisfare (affinché rimanga vivo, e il poeta con lui) è, vedremo, il motore primo della prima poetica gozzaniana, quella de «La Via del rifugio» e de «I colloqui».
Come vedremo, le “buone cose di pessimo gusto”, il “cozzo dell’aulico con il prosaico”, il “crepuscolarismo” e tutti i tratti specifici della poetica gozzaniana derivano da questa originaria poetica del desiderio (insoddisfatto).
Il desiderio prende, nel lessico gozzaniano, molte forme, molti nomi, molte occorrenze: desiderio, sogno, illusione, pensiero, inganno, nostalgia, apparenza, finzione, ricordo, rimpianto, sofisma. Amore, anche.
In parte sinonimi, in parte con caratteristiche specifiche, queste parole raccontano la vita mentale di Gozzano. Entrare nel merito di alcune di esse aiuterà a comprendere la sua visione della vita.


L’amore pensato


L’amore, innanzitutto.
L’amore è sognato, è rimandato, è letterario.
E’ impossibile.
Lo racconta in «Paolo e Virginia».

«Era la vita semplice degli avi,
la vita delle origini (…)
di tutto ignari: delle
Scienze e dell’Indagine che prostra
e della Storia, favola mentita,
abitavamo l’isola romita
senz’altro dove che la terra nostra
senz’altro quando che la nostra vita.
Le dolci madri a sera
c’insegnavano il Bene, la Pietà,
la Fede unica e vera;
e lenti innalzavamo la preghiera
al Padre Nostro che nei cieli sta…»[1]

La speranza d’amore, di vita semplice e felice che s’infrange segna la morte di questa idilliaca ed onirica età aurea.
Morendo i sogni, l’amore muore.

«Morii d’amore. Oggi rinacqui e vivo,
ma più non amo. Il mio sogno è distrutto
per sempre e il cuore non fiorisce più.
(…) Il mio cuore è laggiù,
morto con te, nell’isola fiorente,
dove i palmizi gemono sommessi
lungo la Baia della Fede Ardente…
Ah! Se potessi amare! Ah! Se potessi
amare, canterei si novamente!
Ma l’anima corrosa
sogghigna nelle sue gelide sere…
Amanti! Miserere,
miserere di questa mia giocosa
aridità larvata di chimere!»[2]

A parte il fatto che Gozzano riesce ad inserire un manieristico nome esotico anche nella strofa patetica (Baia della Fede Ardente), riscontriamo il consueto intrappolarsi nella propria aridità abitata da chimere, in fuga dalla vita.
La vita semplice è possibile nei sogni, ma quando i sogni si rompono smascherano la vita, e nella vita non è possibile essere semplici.
Per cui bisogna distrarsi, cercando di recuperare i sogni. (Poetando, vedremo.)

E i sogni d’amore per Gozzano devono essere impossibili, per non poterli soddisfare.
Della sua principale storia d’amore (con la poetessa Amalia Guglielminetti) Giorgio De Rienzo scrive: “Quando uscì questo carteggio, Calcaterra osservò giustamente che il libro si sarebbe dovuto intitolare «Lettere d’amore di Amalia Guglielminetti a Guido Gozzano» [3] invece che «Lettere d’amore di Guido Gozzano e Amalia Guglielminetti». Infatti dal loro carteggio emerge chiaramente l’amore di Amalia che rimbalza contro i sofismi di Guido.
Come nella vita, così anche nella poesia.
Solo donne inesistenti, vive unicamente nell’immaginazione del poeta: come la Cocotte che, venti anni prima, gli offrì una caramella, in vacanza, e di cui il poeta ha conservato il ricordo.

O come Carlotta, un’amica di sua nonna, conosciuta solo nel sogno generato da un’antica fotografia.

«V. Carlotta! Nome non fine, ma dolce! Che come l'essenze
risusciti le diligenze, lo scialle, le crinoline...

(…) Stai come rapita in un cantico; lo sguardo al cielo profondo,
e l'indice al labbro, secondo l'atteggiamento romantico.

(…) Ma te non rivedo nel fiore, o amica di Nonna! Ove sei
o sola che - forse - potrei amare, amare d'amore?»[4]

Sia Carlotta che la Cocotte mettono in luce un altro aspetto distintivo del desiderio-sogno gozzaniano: la lontananza.
«Non amo che le rose che non colsi». Ciò che è lontano, quindi vivibile unicamente in mente, diviene l’unica realtà amabile; contrapposta alla «discesa terribile degli anni», alla gioia defunta e ai disinganni.
Per «mantenere intatto un qualche desiderio» Gozzano è in fuga dal presente, dall’hic et nunc, ed ecco che le sue poesie si tingono di nostalgia.


Nostalgia a doppio senso


La geniale somma della nostalgia gozzaniana è «L’ipotesi», che accoglie in sé due dei maggiori topoi di Gozzano: la lontananza nel tempo e il desiderio di semplicità, trattati entrambi in modo molto originale anche rispetto alla stessa trattazione gozzaniana.
La lontananza nel tempo, l’esotico temporale, corre infatti in entrambi i sensi: nel futuro e nel passato. Il passato lo abbiamo visto in «Cocotte»e ne «L’amica di nonna Speranza». Il futuro lo leggiamo ne «L’ipotesi», la grande esclusa de «I colloqui».
Un doppia lontananza, straniera nel presente.

«(Adoro le date. Le date: incanto che non so dire,
ma pur che da molto passate o molto di là da venire.)»[5]

La poesiaipotizza la vecchiaia del poeta, se la «Signora vestita di nulla» non fosse per via. Così scopriamo che la vecchiaia onirica gozzaniana altro non è che il riflesso della sua infanzia. E dei luoghi della sua infanzia:

«La sala da pranzo degli avi più casta d'un refettorio
e dove, bambino, pensavi tutto un tuo mondo illusorio.

La sala da pranzo che sogna nel meriggiar sonnolento
tra un buono odor di cotogna, di cera da pavimento,

di fumo di zigaro, a nimbi... La sala da pranzo, l'antica
amica dei bimbi, l'amica di quelli che tornano bimbi!»[6]

L’infanzia è una delle frontiere del sogno gozzaniano. Perché non può ritornare.
In questo senso siamo confortati dalla testimonianza del fratello Renato, che racconta l’infanzia felice ed avventurosa del fratello, futuro poeta.

«A nove anni scriveva e faceva recitare dalle marionette del suo teatrino commediole piene di fantasia. (…) Sapeva, fin da quei giorni lontani e felici, intrattenere piacevolmente il pubblico con certe ingenue favole nelle quali, il germe, era lo spirito di quella che più tardi doveva diventare la sigla poetica gozzaniana. Momenti di felicità intensa. Indifferente ai giochi chiassosi, restio per la scarsa salute alle fatiche delle lunghe corse, preferiva appartarsi per lunghe ore in quello che chiamava il suo rifugio e non era, in realtà, che un solaio ingombro di mille vecchie cose (…) Amava avvolgere la sua opera in una atmosfera di mistero, non si confessava mai autore delle commedie che rappresentava. Affermava seriamente che erano state scritte da una fata o da un mago. Ed affinchè la finzione fosse più completa, manovrava le adorate marionette al riparo di una tenda a fiorami.»[7]

Impossibile dire quanto di questa breve biografia infantile sia dettato dalla conoscenza delle successive poesie gozzaniane (il solaio, la salute già malferma, il rifugio) e quanto sia effettivamente autentico. Essendo quindi impossibile, lo prendiamo per vero.

E la nostalgia (lontananza temporale) si trasforma facilmente in esotismo (lontananza spaziale): è bello solo ciò che è lontano. Mentre Gozzano è a Torino, sogna l’India; quando andrà in India, sognerà Torino.

Diventa automaticamente esotico ciò che si può sognare, a dispetto di ciò che si sta vivendo. Così è paradossale come proprio una poesia intitolata Torino, nome della propria città natale, possa assurgere al ruolo di simbolo dell’esotismo gozzaniano.
Troviamo conferma nel «Risveglio sul picco d’Adamo»: i sogni, che a Torino sono orientali, in Oriente sono torinesi.

«Cantare udivo un gallo in sogno… sognavo un villaggio
canavesano forse
… L’aurora improvvisa mi desta.
(…)
Canta il gallo banckywa l’aurora del Tropico, il raggio
d’oro che scende obliquo dove la jungla è più nera.»[8]

Lo straniamento del risveglio indiano rende onirico il canavese e Torino esotica.


I serpi di Laocoonte


A proposito di esotismo vale la pena soffermarci su un aspetto poco noto della poetica gozzaniana: il suo rapporto con il cinema torinese (suo coetaneo). La sua collaborazione al cinema torinese fu decisamente marginale e ulteriormente castrata dalla sua morte prematura: nel 1911 il testo di un patetico cortometraggio per bambini («Solo al mondo»), nel 1916 la sceneggiatura per un film su San Francesco - eroe del misticismo liberty (mai realizzato), la leggenda della sua partecipazione ad un documentario sulle farfalle (se vi partecipò, non fece molto di più che il fattorino delle crisalidi), un paio di articoli[9].
«Il nastro di celluloide e i serpi di Laocoonte», articolo pubblicato sulla rivista La Donna il 5 maggio 1916, incomincia con la descrizione della sala d’attesa: «dove si respira non so che aria pura e che frivolezza consolatrice» oppure «il jardin d’hiver nella sua decente pseudo-flora da Hotel cosmopolita, o la decente indecenza delle danze eseguite da una coppia d’avventurieri. (…) La noia non passa, ma prende un altro colore: (…) ed il caffè sorbito in un angolo pittoresco, sotto la curva si un palmizio di latta, adagiati in una sedia di vimini, ha un gusto meno disperato che non quello centellinato nell’amaro calice delle chiacchiere quotidiane»[10].
Il guscio del cinema, ovvero la sala d’attesa, ti proietta già lontano, ti fa sentire straniero nella tua città, nella tua vita e per questo ti distrae dalla tua città, dalla tua vita.
Lo pseudo-esotismo viene descritto come proprio non solo della sala d’attesa, ma, in una novella d’ambientazione cinematografica, anche del set: «Pamela arretrò a destra, tra un gruppo di fachiri e di baiadere. Ebbe chiuso ogni scampo, si vide perduta, si addossò ad un’ara di Visnù, (…) e un sacerdote di Brahma, più entusiasta degli altri, la ghermì alle ginocchia, la sollevò in alto, sulla turba acclamante…»[11].
I film ti portano lontano, per farti sentire straniero, per farti viaggiare senza spostarti. Anche se i prediletti da Gozzano non sono i film esotici di fantasia, ma i documentari. E questo fatto, che potrebbe apparire contraddittorio, si inserisce perfettamente all’interno della poetica gozzaniana, poiché il documentario esotico cinematografico unisce la realtà esotica alla finzione cinematografica, che è molto più coinvolgente per il poeta affascinato dalla dorata Goa. Il materiale dei sogni di Gozzano è sempre estratto dalla realtà. I sogni di Gozzano sono sogni molto concreti, che partono sempre da ciò che esiste (ma non-qui e non-ora) per poterlo trasfigurare.
«E altre cose ci sono, che soltanto la film ci può offrire, e a quale prezzo modesto! Con l’importo di una consumazione andate in Cina per l’Incoronazione dell’Imperatrice, o passate nell’Africa centrale per le cacce di Roosevelt. E, credete a me, quanto la pellicola ritrae in fatto di viaggi è il meglio che l’esotismo possa dare; nel ricordo e nel rimpianto di chi ha molto peregrinato la Terra non resta certo più e di meglio[12] di quanto non appaia in mezz’ora sul cartiglio vertiginoso…»[13]
Soltanto la film può offrire il meglio a «chi ha molto peregrinato» (e accettiamo la consueta amplificazione dell’in realtà provincialissimo Gozzano).
Meglio ancora del viaggio stesso, che qui diventa semplicemente “ricordo” e “rimpianto”, il documentario accoglie in se l’istanza della realtà e la necessità del sogno, la raggiungibilità confusa alla distanza.
A Gozzano il cinema piace perché rende raggiungibili e irraggiungibili nello stesso tempo i suoi sogni. Li vede, ma non li tocca: al contrario del viaggio in India, che lo fa scontrare con i suoi sogni. Il cinema invece ti permette di raggiungerli senza possederli, e crea l’ennesimo schermo alla realtà, illudendo lo spettatore di avvicinarsi ad essa.
Lo confermerà poco dopo parlando delle attrici belle e valenti – non per niente definite “forma di paesaggio[14]”: anch’esse sono assoggettate alla raggiungibilità della macchina da presa (tanto che se ne possono criticare le rughe), ma restano inafferrabili, come tutte le «donne del suo sogno», «belle solo di cinabro»[15].
Il documentario avvicina i desideri pur mantenendoli intatti, senza sporcarli di realtà.

L’articolo su «La Donna» si conclude con quattro versi incisivi. L’evoluzione della prosa dell’articolo nell’accenno di poesia che lo conclude è indice del nodo stretto fra finzione poetica e finzione cinematografica, che per Gozzano si rimandano l’una all’altra; e anche dell’autenticità del contenuto poetico che ripete e sottolinea in quattro versi ciò che è stato scritto in prosa nelle pagine precedenti:

«…più saggio quegli che si gode estatico
dell’Apparenza, senza batter ciglio,
come di cosa impressa nel cartiglio
fotogrammatico!»[16]

Il finale dell’articolo rivela la lucidità di Gozzano. L’articolo sulla finzione cinematografica si evolve nella finzione poetica.
L’Apparenza non è la vita, né la realtà. L’Apparenza è la realtà ricordata, la realtà filtrata dall’arte, la realtà artefatta dell’esotico, della poesia, del cinema. La realtà è mendace anche (e soprattutto) nelle “cose belle”: «Fratello triste, cui mentì l’Amore \ che non ti menta l’altra cosa bella» (cioè la morte).
Il saggio è il poeta, spaventosamente chiaroveggente, che vede con lucidità la vita vivere senza di lui, e ne gode, senza batter ciglio[17].
Dal quatrifoglio alla pellicola, l’Apparenza è l’ultima fase del desiderio, la finzione assoluta.
Tutto appare, nulla è.

Rileggendo, come abbiamo visto, la propria vita alla luce della poesia e del sogno, è inevitabile che tutta la vita si proietti sulle due dimensioni dello schermo mentale.
Gozzano, seduto in poltrona all’interno del cinema della sua vita, vede svolgersi vertiginosamente la pellicola della propria esistenza.
Non solo si vede vivere, ma ha il privilegio di vedersi sul grande schermo.


Gelidi sofismi


La poesia è per Gozzano il luogo della sincerità.
I modelli di Gozzano sono letterari, e quindi vorrebbe conformare la sua vita alle sue letture. Ecco il suo sogno!
Che candidamente rivela ben spesso, ad esempio nella poesia I colloqui:

«O non assai goduta giovinezza,
oggi ti vedo quale fosti, vedo
il tuo sorriso, amante che s'apprezza

solo nell'ora trista del congedo!
Venticinqu'anni!... Come più m'avanzo
all'altra meta, gioventù, m'avvedo

che fosti bella come un bel romanzo!»[18]

Ma questo sogno non si avvera, perché la vita non è un film, né tanto meno un romanzo.
E se ne accorge.
Come?
Scrivendo poesie.
Tramite la sua arte vede che l’arte non coincide con la vita (come sognava).
Le sue poesie sono lo specchio che rivela il fallimento dei suoi sogni.
Scrive Grisi, riferendosi a tutta l’esperienza crepuscolare, entro la quale colloca Gozzano: «Al mercato dei sogni ci sono altre maschere che all’apparenza si vendono a poco prezzo. La vita è sogno. E l’illusione cammina sulle strade della terra».[19]
Il sogno è “finto” perché fine a se stesso: nasce nella mente del poeta senza avere vie d’uscita fuori da essa. Il sogno non ha accesso alla vita, non cambia le cose, non dà alternative: si conferma da solo. Gli unici frutti che porta sono le poesie.
Non solo sogna, ma sa di sognare.

Savoca: «I poeti crepuscolari stanno tutti, anche se forse involontariamente, dalla parte della chiaroveggenza, della coscienza e non della volontà: la loro poesia si muove entro i termini di una radicale contraddizione fra la vergogna e il rifiuto di un’arte che ambisca ad interpretare e modificare la realtà (…) e la disperata consapevolezza che, lungi dal poter vivere la vita, ad essi restava solo la Via del rifugio della parola, in pochi giochi di sillaba e di rima»[20].
Se il sogno è il primo elemento della finzione gozzaniana, la consapevolezza di sognare è il secondo: il sogno è lo specchio attraverso cui Gozzano vede la sua vita riflettersi nella finzione poetica.

«Vale ben meglio un’oncia di buon sangue
che tutta la saggezza sonnolenta.»[21]

La vita mentale «rifatta sui romanzi»[22] invidia la «parola non costretta» dell’avo analfabeta, proprio in virtù di quella «spaventosa chiaroveggenza»[23] che gli permette di vedere lucidamente il trucco con il quale si inganna, e parimenti gli mostra spietatamente di non potere (volere?) opporre alcuna resistenza a questa illusione e di dovere rispondervi poetando. Alimentando così il gorgo a spirale delle riflessioni mentali.
Possiamo immaginarlo mentre medita: “modello la mia vita sulla finzione e poi dalla mia vita trovo spunti per poetare, poi rileggo le mie poesie e mi accorgo dell’inganno e reagisco scrivendo altre poesie e così via”.
Sogna in poesia la semplicità che non vive: o, se vogliamo, sposta il desiderio di semplicità dalla vita (che lo spegnerebbe) alla poesia (che lo cristallizza, “salvandolo”).

« “Penso, mammina, che avrò tosto venti-
cinqu’anni! Invecchio! E ancora mi sollazzo
coi versi! E’ tempo d’essere il ragazzo
più serio, che vagheggiano i parenti.
Dilegua il sogno d’arte che m’accese;
risano poco a poco, anche di questo!
Lungi dai letterati che detesto,
tra saggie cure e temperate spese,
sia la mia vita piccola e borghese:
c’è in me la stoffa del borghese onesto…”»[24]

Che la via d’uscita da questo labirinto speculare possa giungere solo dall’esterno, da qualcuno estraneo alle speculazioni ed immune a questi artifizi… beh, il chiaroveggente Gozzano vede chiarissimo anche questo.
Incontrando Felicita.
Felicita, per stessa ammissione del poeta, potrebbe farlo uscire dai sofismi nei quali si è incastrato:

«Ed io non voglio più essere io!
Non più l'esteta gelido, il sofista,
ma vivere nel tuo borgo natio,
ma vivere alla piccola conquista
mercanteggiando placido, in oblio
come tuo padre, come il farmacista...

Ed io non voglio più essere io!»

Ma Gozzano se ne va.
Abbandona Felicita promettendole invano che sarebbe tornato da lei al suo ritorno dall’India.
(Promessa sbugiardata dalla stessa poesia, che narra tutto in flashback: Gozzano è già tornato dall’India e non è andato da Felicita - ma la pensa: la pensa ma non va da lei. E’ desiderabile solo ciò che si può allontanare nel pensiero.)

«Giunse il distacco, amaro senza fine,
e fu il distacco d'altri tempi, quando
le amate in bande lisce e in crinoline,
protese da un giardino venerando,
singhiozzavano forte, salutando
diligenze che andavano al confine...

M'apparisti così come in un cantico
del Prati, lacrimante l'abbandono
per l'isole perdute nell'Atlantico;
ed io fui l'uomo d'altri tempi, un buono
sentimentale giovine romantico...

Quello che fingo d'essere e non sono!»

E finalmente Felicita perde la sua identità e diventa una donna rifatta sui romanzi. Resiste fino alla fine, ma non può che rientrare nella finzione del «cantico / del Prati».
Le letture del Prati altro non sono che un ricordo-letterario-giovanile-gozzaniano. Il fatto che sia un ricordo, che sia letterario, che sia giovanile e che sia gozzaniano contribuiscono a renderlo finto (o poetico, o trasfigurato) all’ennesima potenza.

La poesia diventa così la lente rivelatrice della verità sotto forma d’insincerità. La poesia che alimenta la vita mentale di Gozzano diventa, in mano sua, contenitore artefatto della sincerità. Nemmeno nella vita riuscirà ad essere sincero come quando scrive in poesia.
Per il rispettabile bugiardo la poesia, responsabile dei suoi sogni, diventa ribalta della sincerità, il carnevale in cui ci si può togliere la maschera, per poi reindossarla appena posata la penna.
Alternando maschera e penna, Gozzano sa benissimo di uscire dalla porta ed entrare dalla finestra dell’insincerità. Alterna il contenuto (artefatto) della propria vita alla forma (artefatta) della propria poesia.

La distinzione fra forma poetica (necessariamente costruita) e contenuto poetico (non necessariamente artefatto) può essere un ulteriore aspetto dell’analisi della finzione gozzaniana.
E’ attraverso la lente poetica che Gozzano si vede vivere, nitidamente. Attraverso l’artefatta poesia vede chiaramente la sua artefatta vita, resa tale dalla poesia.
Così Pasolini non include Gozzano fra i crepuscolari, in quanto «non ha proprio niente a che fare col crepuscolo: un poeta così spietatamente e incondizionatamente in luce, così incapace di penombre e sfumature»[25].

Ma se Gozzano vede così nitidamente la propria insincerità (e la “malattia” che ne deriva), perché non rinuncia a questa finzione?
La poesia, diventata luogo della confidenza, ci risponde:

«Senza querele, o Morte, discendo ai regni bui;
di ciò che tu mi desti, o Vita, io ti ringrazio.
Sorrido al mio fratello… Poi, rassegnato e sazio,
a lui cedo la coppa. E già mi sento lui.»[26]

La rassegnazione è la risposta.
Il poeta è rassegnato ed è «senza querele» per la vita di cui è scontento. Il quadrifoglio del desiderio non è raccolto perché la sua apparizione non stupisce neppure più, nel campo di una vita rassegnata. Anche se la coscienza illumina la sua finzione, non trova motivi per uscire dal sogno ed essere più adatto alla vita.

Guido riconosce il corto circuito fra la sua vita e la sua arte e, nonostante l’amarezza che ne deriva, non ha motivi per interromperlo. E ci ride (amaramente) su.


Uscire dal sogno


Non c’è alternativa possibile all’ego circolare del poeta.
Le sue poesie ruotano attorno alla sua vita e la riflettono, recludendola al loro interno.
Ogni poesia parla lucidamente di Gozzano stesso, del suo ego spietatamente in luce, e questo si nota soprattutto quando coinvolge Felicita o altre relazioni, vissute anch’esse unicamente dal proprio punto di vista.
E’ Gozzano stesso ad accorgersene, nelle sue ripetute affermazioni di non riuscire ad amare: «Ah, se potessi amare!»[27], «Ove sei / o sola che, forse, potrei amare, amare d’amore?»[28], «forse intravidi quella / che avrei potuto amare»[29], «Non posso amare, illusa! Non ho amato / mai!»[30].
Allo stesso modo anche il desiderio di non essere ciò che si è, sognando semplicità, non sono altro che l’ennesima mistificata affermazione dell’ego gozzaniano, nella sua deminutio anti-aulica. È palese che anche il diminuirsi e il rinnegarsi non sono che un modo per mettersi al centro di se stessi: sognare semplicità significa appunto sognarla, non viverla. E il sogno nostalgico, lo sappiamo, è la prima forma dell’ego gozzaniano.
Non c’è alternativa possibile alla serratura del punto di vista che chiude a chiave il poeta dentro se stesso e fuori da tutti, rifiutando, e a volte irridendo l’aiuto delle persone che gli stanno attorno, sia nella letteratura[31], che nella vita[32].
L’ego del poeta invade quasi tutta la produzione poetica dei «Colloqui»e della «Via del rifugio», seguendo le linee che abbiamo tracciato nei paragrafi precedenti.
La via d’uscita non può quindi venire dall’esterno: né amici, né donne, né ideali, né professione, né religioni l’hanno distolto dalla «pagina crudele dei sofismi»[33].
Lo spiraglio deve essere già presente nel suo ego, per poter essere accettato e attraversato.
Nelle rare eccezioni al colloquio gozzaniano con se stesso, l’interlocutrice del poeta è la Natura, presente fin dalla prima poesia della prima raccolta.

«Son nato ieri che mi sbigottisce
il carabo fuggente, e mi trastullo
della cetonia risopita sullo
stame, dell’erba, delle pietre lisce?

(…) Non la voce così dell’Infinito,
né mai così la verità del Tutto
sentii levando verso i cieli puri

la maschera del volto sbigottito:
“Nulla s’acquista e nulla va distrutto:
o eternità dei secoli futuri!” »[34]

Romantico, Gozzano incontra nella natura, scaturiti da una cetonia capovolta o dalle ali di una macroglossa, l’assoluto e la verità che non trova nella Patria, in Dio, nell’Umanità, che per lui sono solo parole e per di più nauseose.
La sensibilità poetica che permette a Gozzano di cogliere tutti i particolari dei salotti di pessimo gusto gli consente anche di cogliere con altrettanta precisione i particolari del buon gusto naturale: le zampe dei bruchi[35], i colori dei frutti, il carabo fuggente.
La natura è maestra nel vivere e nel morire, nella speranza e nella rassegnazione, in un dittico bifronte formato da Speranza e L’inganno.
E già i titoli sono eloquenti.

Che sia artefice d’illusioni o fautrice di speranze, in ogni caso la natura rimanda a ciò che è più grande di lei.
La Natura è anche un’ «antica madre».
Fuori dalla Rivelazione di un Dio Padre e Creatore, un’alternativa plausibile è quella di eleggersi figli della Natura, in quanto risposta efficace alla sete di assoluto. Due poesie, una “giovanile” (Domani) e una “matura” (Dante), ci possono aiutare nella ricerca.

Nella poesia giovanile, fra l’altro documento del dannunzianesimo di Gozzano, l’amico Silla è chiamato “fratello”, ma fuori dalla fraternitas christiana del Padre Nostro, bensì all’interno della fraternitas di Madre Natura, in un moderato epicureismo oraziano.
Seguendo il filo di questa maternità della Natura di origine estetizzante, troviamo anche nel Gozzano maturo una poesia che si apre all’Infinito attraverso la contemplazione naturale.
Il punto di riferimento non è più l’epicureo Orazio ma il cristiano Dante, che è «il Padre che parla nell’Infinito».

Paiono complicarsi le mistiche parentele naturali gozzaniane. All’antica madre viene, due versi dopo, contrapposto il Padre Dante. E Gozzano si sente figlio di entrambi, in qualche modo. Ma in questo caso i genitori non sono sposi. Non si corrispondono, sono anzi in antitesi. Da parte di madre Gozzano è figlio dell’universo, da parte di padre è figlio della letteratura. Gozzano riconosce questa doppia nascita, e pare racchiudere l’azione di Dante all’interno dell’infinita madre antica.
In questi versi conclusivi si può intravedere un primo accenno alla metamorfosi del poeta dalla “vita letteraria” alla “vita naturale”, come vedremo fra breve.
Nei «Colloqui»l’istanza egotico-poetica e la “religione naturale” giungono a collisione nella terza sezione «Il reduce», di fondamentale importanza «nell’autobiografia poetica dei «Colloqui». Esaurito il compito di trasporre in exempla le “avventure storiche” di un’esistenza mancata, il discorso gozzaniano vi diviene da ironico autodefinitorio, assumendo la poesia stessa ad oggetto di un’estrema negazione.» [36]
La vita di Gozzano è reduce dalla poesia.
E vi rinuncia. Dopo aver narrato le avventure del suo ego poetico fino all’ultimo avatar dell’Héautontimorouménos, l’ultimo terzo dei «Colloqui» acquisisce valore testamentario.
L’alternativa alla fede non è la ragione ma la rassegnazione, e infatti Gozzano, persa ogni fede, «si rassegna alla vita sorridendo», come egli stesso scriverà[37].
Rinuncia alla linea poetica mantenuta fino a quel momento («con altra voce tornerò poeta»), pare rinunciare (per l’ennesima volta) anche alla vita del poeta perché c’è in lui «la stoffa del borghese onesto».
Leggiamo questa rinuncia dagli ultimi episodi de «il Reduce»:


«Dilegua il sogno d’arte che m’accese;
risano a poco a poco anche di questo!
Lungi dai letterati che detesto,
tra saggie cure e temperate spese,
sia la mia vita piccola e borghese:
c’è in me la stoffa del borghese onesto…[38]

Meglio tacere, dileguare in pace
or che fiorito ancora è il mio giardino,
or che non punta ancora invidia tace.

Meglio sostare a mezzo del cammino,
or che il mondo alla mia Musa maldestra,
quasi a mima che canta il suo mattino

soccorrevole ancor porge la destra.»[39]

Eppure questa volta la rinuncia poetica è vera: ha consegnato «al breve canzoniere dell’esilio (…), complice l’architettura del volume, la più vera delle sue menzogne.»[40]
Non scriverà più poesie come quelle che ha scritto fino a quel momento. Mai più. Non le scriverà, né le pubblicherà: «le Farfalle» e «le Epistole Entomologiche»vedranno la luce postume.
E fin da ora, in «Una risorta»e in Pioggia d’agosto, con l’esperienza dell’imprenditore borghese, pubblicizza ai lettori la nuova e futura voce del poeta:

« “Il Desiderio! Amico,
il Desiderio ucciso
vi dà questo sorriso
calmo di saggio antico…”

“(…) medito un volume
su queste prigioniere.

Le seguo d’ora in ora
con pazienza estrema;
dirò su questo tema
cose non dette ancora.”»[41]

E’ la Natura, presente dall’inizio nella sua poetica (la farfalla che volava fra i versi de «La Via del rifugio»), che gli offre lo spiraglio attraverso il quale può accogliere la possibilità di mutare voce.
In questo modo il Desiderio viene consacrato alla Natura, unica “fede” capace di spegnere il sorriso cinico che il poeta ha in faccia fin da Un rimorso[42].
Ma non tutta la Natura farà parte della nuova poetica. Il terzo libro di Gozzano sarà consacrato alle Farfalle, che nella natura più sono simili all’anima.

«L'ale! Si muoia, pur che morendo,
sogno mortale,
s'appaghi alfine questo tremendo
sforzo dell'ale!

L'ale! Sull'ale l'uomo sopito,
sopravvissuto,
attinga i cieli dell'Infinito,
dell'Assoluto...

E tu che canti fisso nel sole,
mio cuore ansante,
e tu non credi quelle parole
che disse Dante?»[43]

In un libro in cui manca il personaggio-poeta i conti vanno fatti – dice Rocca – «con un personaggio-uomo, restio a narrarsi e pur sempre narrabile perché di fatto scrittore. Il che, lo si vede, dispone ad un condannabilissimo biografismo trascendentale. Ma a rifugiarsi nel limbo, rendendone l’angusta regione legittimamente frequentabile, provvide lo stesso Gozzano. Il quale appunto schernì, congedandolo, un esercizio poetico divenuto preda di “facili seguaci”, sentendosi in realtà tanto estraneo ai suoi souvenirs d’egotisme da credere di aver sotterrato con essi anche il principium individuationis, e di essersi salvificamente reintegrato nel Tutto naturale.»[44]
L’io dei «Colloqui» diventa, o vorrebbe diventare, la natura nelle «Epistole».

Abbiamo scorso rapidamente i caratteri principali della terza opera poetica di Gozzano, in cui il poeta lascia dietro di sé il principium individuationis, relegandolo forse alla sua attività di gazzettiere, e affida la propria Musa al luogo poetico naturale.
Ma questa Musa – continua Rocca – «si configurava come un “altrove” metaletterario e sacrificale, le parole germinate dall’ascolto non avrebbero saputo comporre alcun libro se non “Il Libro”. Così, non potendo trascendere il loro autore, “Le farfalle” non furono.»[45]


Infine


«Il mondo poetico di Gozzano è stato troppo presto racchiuso in formule fuorvianti» – scrive Giuseppe Pontiggia – «malinconia crepuscolare, “le buone cose di pessimo gusto”, il rimpianto di un passato provinciale; mentre il tema centrale è l’illusiorietà del mondo»[46].
Le farfalle aprono, percorrono e chiudono la sua produzione poetica: sono presenti nella prima poesia della «Via del rifugio», sono le protagoniste delle sue «Epistole», ultimo lavoro in versi.
Anche uscendo dalle Epistole, troviamo che «una farfalla Atropo, con il disegno del teschio sul dorso, appare nel solaio della Signorina Felicita, dove un ritratto del Tasso diventa l’emblema della labilità della gloria»[47].

«Un interesse entomologico singolare Gozzano lo aveva rivelato fin da bambino»– ci dice Pontiggia – «ma a questa curiosità si intreccia, già nell’adolescenza, una attrazione per il loro significato simbolico»[48].
Le farfalle diventano simbolo dell’incontro fra la vita e la morte, che nella vita di una farfalla sono separate da poche ore. La farfalla è l’effimera fusione di vita e morte.

Pontiggia ha una spiegazione anche per il silenzio poetico successivo alle «Epistole»«punto terminale di una ricerca durata una vita».
Scrive: «La stessa incompiutezza del poema, e la successiva paralisi creativa, non direi siano dovute alla percezione di uno sviamento, ma più probabilmente al presagio di essere troppo vicino al cuore della propria creazione e al timore, portandolo alla luce, di soffocarlo. […] Non occorre essere freudiani per immaginare come la “negazione” della propria opera nasca dal timore del suo compimento e come la decisione di non pubblicarne la parte migliore – frequente in artisti degni di questo nome – rifletta la volontà di non assistere alle proprie esequie»[49].
Secondo Pontiggia la farfalla diventa quindi l’immagine della fuga dal presente, a cui veniva «preferito il passato vetrificato, immobile nel ricordo, il passato delle stampe, dei dagherrotipi, degli oggetti svuotati di ogni funzione e trasformati in presenze mortuarie nella cripta del mondo». La poetica delle “cose buone di pessimo gusto” è quindi il frutto della fuga dall’immediatezza gozzaniana, e non il punto di partenza della sua poetica.
«Questa fuga dall’immediatezza», conclude Pontiggia, «questa metamorfosi vitrea del mondo, può avere tratto alimento anche dal presagio della fine precoce. Ma la perdita del presente, la sua inafferrabilità, sono anche un aspetto della nostra storia, che la grandezza della poesia di Gozzano ci rende trasparente. […] Sarebbe ora di togliere a Gozzano, classico minore, l’aggettivo che lo limita e restituirlo alla sua grandezza»[50].
Tutta l’opera gozzaniana viene letta da Pontiggia alla luce della fuga dall’immediatezza, della perdita del presente, causa costante della sua fuga all’indietro nell’infanzia, nel sogno, nella letteratura, nell’esotico.
Noi ci permettiamo di precisare che se, nella prima poetica di Gozzano, la farfalla è simbolo della fuga dal presente, nella seconda fase poetica dell’autore, le farfalle sono simbolo del ritorno al presente, all’immediatezza, alla vita.
La trasfigurazione del reale si è compiuta.
Dal godimento dell’Apparenza giunge a gustare e vedere quanto è buona la vita.

Note:


[1] G. Gozzano, Paolo e Virginia, vv. 38-52, in Tutte le poesie, a cura di A. Rocca, Milano, Mondadori, 1980, p. 120-121.

[2] ibidem, vv. 153-169, p. 124-125.

[3] G. De Rienzo, Guido Gozzano. Vita breve di un rispettabile bugiardo, Milano, Rizzoli, 1983, p. 85.

[4] G. Gozzano, L’amica di nonna Speranza, vv. 104-115, in Tutte le poesie, cit.

[5] ibidem. L’ipotesi, III, vv. 3-4.

[6] ibidem, L’ipotesi, V, vv. 11-18.

[7] Guido Gozzano e il cinematografo (nei ricordi del fratello Renato), in “Film”, n° 9, 4 marzo 1939.

[8] G. Gozzano, Tutte le poesie, cit., vv. 1-2, 15-16, p. 286.

[9] ID, L’arte nata da un raggio e da un veleno, in “La Donna”, XI, 242, pp. 12-13, 20 gennaio 1915; ID, Il nastro di celluloide e i serpi di Laocoonte, in G. Gozzano, Poesie e prose, a cura di A. De Marchi, Garzanti, 1978.

[10] ibidem.

[11] G. Gozzano, Pamela-films, in Il nastro… cit.

[12] Entrambi i corsivi sono nostri.

[13] ibidem.

[14] “Ci sono i paesaggi e ci sono le attrici famose per bellezza e valentia: sono una forma di paesaggio (sia detto con sopportazione e senza sorrisi grossolani), una nota pittoresca anche quella, che si gode certo di più sullo schermo silenzioso che alla ribalta. Alla ribalta c’è l’arte che distrae e la distanza che sottrae; in film si gode placidamente e borghesemente della bella donna e della sua mimica”, ibidem.

[15] G. Gozzano, Cocotte e A Massimo Bontempelli, in Tutte le poesie, cit.

[16] ID, Il nastro…, cit.

[17] “Da tempo non faccio più nulla e – sintomo migliore ancora – non soffro di non fare” dice il poeta il 15 agosto 1915 all’amica Silvia Zanardini.

[18] G. Gozzano, I colloqui, I, vv 16-23 in Tutte le poesie, cit.

[19] Francesco Grisi(a cura di), I crepuscolari, Roma, 1990, p. 25.

[20] G. Savoca, Pascoli, Gozzano e i crepuscolari, Laterza, Roma-Bari, 1990, p.101.

[21] G. Gozzano, L’analfabeta, vv. 59-64, 85-88, 111-112, in Tutte le poesie, cit.

[22] ibidem., La signorina Felicita, v. 258.

[23] ibidem., Totò Merumeni, v. 19-20.

[24] ibidem., In casa del sopravvissuto, v. 45-54.

[25] G. Gozzano, Prose e poesie, a cura di Luca Lenzini, Milano, Feltrinelli, 1995, p. IX.

[26] ID, Il più atto, v. 13-16, in Tutte le poesie, cit.

[27] ibidem, Il responso, cit., v. 31, p. 45.

[28] ibidem, L’amica di Nonna Speranza, cit., v. 112, p.50.

[29] ibidem, Una risorta, cit., v. 24, p. 160.

[30] ibidem, L’onesto rifiuto, cit., v. 25, p. 167.

[31] Ad esempio: nella Via del rifugio: Un rimorso; nei Colloqui: La signorina Felicita, Una risorta, Un’altra risorta, L’onesto rifiuto.

[32] cfr. De Rienzo, cit., p. 85.

[33] G. Gozzano, Parnassus Apollo, in Tutte le poesie, cit.

[34] ibidem, Ora di grazia, p. 62.

[35] ibidem, Le farfalle, vv. 36-43, p. 333.

[36] ibidem, p. 365-371.

[37] lettera al direttore del Momento, 22 ottobre 1910: «I – Il giovenile errore: episodi di vagabondaggio sentimentale; II – Alle soglie: adombrante qualche colloquio con la morte; III – Il Reduce: “reduce dell’amore e della morte, gli hanno mentito le due cose belle…” e rifletterà l’animo di chi ha superato ogni guaio fisico e morale, si rassegna alla vita sorridendo».

[38] G. Gozzano, In casa del sopravvissuto, vv. 49-54, in Tutte le poesie, cit., p. 174.

[39] ibidem, I Colloqui (II), vv. 3-10, p. 178.

[40] ibidem, p. 369.

[41] ibidem, Una risorta, vv. 33-36, 95-100, pp. 161-163.

[42] ibidem, Un rimorso, v. 35, p. 85. Il sorriso ghignante cui è affezionato Gozzano passa anche attraverso Nemesi, Ultima infedeltà, Colloqui, Paolo e Virginia…

[43] ibidem., L’amico delle crisalidi, v. 49-60, p. 272-273.

[44] ibidem, p. 369.

[45] ibidem, p. 370.

[46] G. Pontiggia, Il giardino delle Esperidi, in Opere, Milano, Mondadori, 2004, pp. 667-673, il corsivo è nostro..

[47] G. Pontiggia, cit., p. 672.

[48] ibidem, p. 668.

[49] ibidem, pp. 670-671.

[50] ibidem, p. 673.
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