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Indice

Tema n.9:

L'utopia della fabbrica: Ottieri e il sogno industriale degli anni Cinquanta

Mia ambizione
sarebbe di far entrare questa “impoetica”
e razionalistica civiltà
nell’ambito della nostra letteratura
O. Ottieri

Sul mare, sopra una spiaggia del golfo di Pozzuoli, industriali piemontesi decidono di costruire una fabbrica moderna che, inaugurata da Adriano Olivetti il 23 aprile 1955 su una superficie di 30.000 metri quadrati, inizia subito a produrre macchine calcolatrici.
La situazione abitativa in quella zona è, all’inizio degli anni Cinquanta, allarmante: oltre 1400 le case malsane, in cui vive un quinto della popolazione. Di queste abitazioni circa 220 sono in realtà grotte e più di 1000 non hanno acqua, né corrente elettrica, come testimoniano anche certi passaggi scritti da Ottiero Ottieri:

un giovanotto di spalle fortissime nella maglietta da pescatore, che si mostrava già da alcuni giorni chiedendo minacciosamente, con energie fresche, oltre che un posto, le medicine per la sua bambina malata; anch’egli abita in grotta sotto la Statale accanto ad Accettura.

Il passo è tratto dal capitolo XVII di Donnarumma all’assalto (Bompiani, 1959), il libro letto dagli studenti di una quinta superiore prima di cominciare un percorso sulle periferie industriali, partito da Pozzuoli ed esteso poi a Sesto San Giovanni e a Ivrea, con l’allargamento della lettura a Tempi stretti (1957) e a La linea gotica (1962), sempre di Ottieri, oltre a Memoriale di Volponi (1962) e a La vita agra di Bianciardi (1962).
Ci limitiamo, in questa sede, a presentare il focus su Pozzuoli che vanta, alla metà degli anni Cinquanta, un numero esorbitante di disoccupati, e dove l’Olivetti decide di assumere circa 1.300 tra operai e impiegati.
Ora, proprio mentre quarantamila aspiranti si sottopongono ai colloqui per le assunzioni del personale al nuovo stabilimento, Ottieri, che di quella selezione si occupa fra il marzo e il novembre 1955, inizia a scrivere il suo libro «come un piccolo diario»[1]
Scritto a caldo su quaderni scolastici, con copertina nera e pagine profilate in rosso, quel piccolo Diario di Pozzuoli (uno dei titoli provvisori, poi modificato in Donnarumma all’assalto per suggerimento del lungimirante zio Valentino Bompiani), fluisce alla penna con grande facilità.
Le ore più proficue rimangono quelle del primo mattino, prima di scendere con la Topolino lungo la Domiziana fra scoscesi vigneti e fichi d’india fino all’ufficio di Pozzuoli:

Scrivo di quello che ho vissuto e veduto. [...] Mia ambizione sarebbe di far entrare questa “impoetica” e razionalistica civiltà nell’ambito della nostra letteratura[2]

La fabbrica, a soli 15 chilometri da Napoli, prende corpo dall’immaginario dell’architetto Luigi Cosenza, studioso in quegli anni dell’Illuminismo e convinto che l’entusiasmo e la razionalizzazione abbiano il potere di sconfessare l’enfasi retorica del Mezzogiorno e di trasformare anche il modo di vivere dei suoi abitanti.
Con lo stile che lo distingue, Cosenza sceglie volumi nitidi, sentiti come fonti imprescindibili di senso razionale, e interpreta il tema della mediterraneità, creando rapporti di equilibrio e integrazione tra spazi esterni e interni, coperti e scoperti, ambienti di lavoro e corti. Non manca poi, di articolare i volumi sulle pendenze del terreno, assegnando diverse funzioni ai diversi piani, come avviene ad esempio nella sovrapposizione dell’officina alle sale destinate al montaggio. All’interno della fabbrica poi, vengono previsti spazi per il riposo: una biblioteca, un laghetto, delle sdraio per le ore di intervallo:

l’architetto ha progettato una delle più belle fabbriche d’Europa, colorata, circondata da un giardino; e intorno ad essa l’infermeria, la biblioteca, la mensa. Vi nasce un mondo unitario, caduto dall’alto nelle sue forme, ma per affondare nella terra e nello spirito di questo paese.[3]

Tutto l’edificio è pensato per convogliare all’interno dei saloni di lavoro il massimo della luce e del colore: grandi vetrate, speciali frangisole, colonnati immersi nel verde. Si aggiungono a tutto questo i colori pastello delle travature, dei pilastri, delle pareti, delle macchine utensili secondo un’idea di Marcello Nizzoli:

Le macchine sono state dipinte d’azzurro, e le loro parti in movimento d’arancione vivo, i colori contro gli infortuni. Gli operai ci stanno larghi sul pavimento lucido e fra le macchine distanti fra loro come in una vetrina. [...] Per me – e per altri – l’industria finora è stata la concentrazione, la folla fitta di teste e di macchine sotto i capannoni scuri e i fiochi tetti a sega[4].

Di sera, l’illuminazione della fabbrica è totalmente a neon, un’invenzione degli anni Trenta, diffusa però in edilizia negli anni Cinquanta. Così, vista da lontano, la fabbrica appare

come un castello orizzontale di vetro, fluorescente di luci fredde. C’è il neon dietro i vetri. Gli abitanti della costa, i pescatori possono vederla così irraggiungibile da ogni punto del golfo[5]

Luigi Cosenza progetta in parallelo allo stabilimento anche un Quartiere Ina-Olivetti, inizialmente in località Fusaro, dove già nel 1951 si era aperto un centro Olivetti di Formazione Meccanici e un laboratorio sperimentale. Ipotizza due unità abitative di 28 e 10 alloggi ciascuna e una serie di servizi: scuole e intrattenimenti estivi in colonia per i bambini, un’infermeria, un centro per l’assistenza sociale, un cinema, una chiesa, dei negozi. In sede di realizzazione il progetto, però, viene modificato, perché nella visione utopica di Adriano Olivetti i luoghi del lavoro avrebbero dovuto integrarsi, per qualità e per vicinanza territoriale, con i luoghi dell’abitare. Vengono così realizzati proprio a Pozzuoli tre lotti, tra il 1952 e il 1963, a breve distanza dallo stabilimento, in un'area già fornita di vari servizi e in prossimità dell'anfiteatro romano. Il primo nucleo di case si avvale dei contributi INA-Casa, secondo un modello di collaborazione già sperimentato a Ivrea nella realizzazione del quartiere di Canton Vesco.
Gli edifici di via Terracciano intendono contribuire, nella visione di Cosenza, alla ricerca di una migliore qualità della vita individuale: sono prevalentemente a tre piani, con sequenze di moduli abitativi continui, incernierati gli uni agli altri dalle scale all'aperto. Al loro interno viene delimitato ancora una volta lo schema della corte campana, vero centro della vita collettiva. Si procede per moduli perché l’architetto, fin dall’immediato dopoguerra, intendeva:

proporre soluzioni concrete del problema più urgente della ricostruzione di case a basso costo e di quello a venire della normalizzazione degli elementi costruttivi e della loro prefabbricazione[6].

Le nuove case diventano il sogno di molti disoccupati, in attesa di colloquio per l’assunzione, nonché degli operai degli stabilimenti vicini, anche perché dotate di vasca nel bagno:

Una delle voci più stupefacenti che corrono, è questa del bagno. Confondono le docce della fabbrica e le vasche degli appartamenti Ina-casa. I nostri dipendenti fanno il bagno ogni giorno ed escono avvoltolati in lenzuoli a spugna, a sentire i contadini intorno a casa mia, gli stessi nostri padroni di casa, i cementieri, e i metallurgici dell’Acciaieria[7]

Quando Ottieri menziona i metallurgici dell’Acciaieria che vagheggiano le vasche del Quartiere Ina-Olivetti, in realtà parla degli operai dell’Ilva di Bagnoli e la lettura di Donnarumma all’assalto consente di ricostruirne un’immagine nitida anche di quell’insediamento industriale e degli spazi abitativi che in quegli anni lo lambivano:

Proseguendo a sinistra dell’Acciaieria verso città, si aggira l’impenetrabile muro che taglia alla vista due ciminiere, un alto forno, e poi piegando a destra, si finisce in un quartiere cadaverico di alti palazzi scalcinati, morti, di strade e piazze svuotate.
I bambini giocano nelle vie terrose tra la polvere di questa borgata tetra e improvvisa. Sono palazzi floreali, bucati da vecchi bombardamenti, grigi come mai sono grigie le case meridionali, squadrati su vie cieche come cortili. Erano le abitazioni degli alti impiegati dell’Acciaieria costruite con pretensione razionale perché, trasferiti dal nord, ritrovassero la civiltà dei palazzi moderni. Adesso popolato di operai e di plebe, rappresenta il paesaggio decaduto, lunare della grande industria meridionale, non fusa con l’antica terra; e il quartiere, rimasto isolato, sbocca soltanto contro uno spiazzo di rottami, ancora contro il muro dell’Acciaieria.[8]


Sia l’Ilva di Bagnoli, che la Pirelli da anni avevano mutato il paesaggio del golfo, indurendolo e incupendolo. Qualcosa, comunque, lega tutte le fabbriche in prossimità di Napoli, compresa l’Olivetti, ed è il fatto che ogni «industria vive arroccata, goccia nel mare o nella sabbia di una civiltà di pescatori senza barca e di contadini senza terra. Nessun tessuto lega una fabbrica e l’altra, non c’è proletariato. La disoccupazione non unisce, ma sempre divide, tranne quando esplode.»[9]

Ed esplode anche in Donnarumma all’assalto, laddove fra le pagine scivola un episodio di cronaca: l’esplosione di una bomba-carta contro l’auto dell’Ing. Ferrera, avvenuta realmente davanti allo stabilimento Olivetti il 25 ottobre 1955. Lo scoppio, come riportato da vari quotidiani e come annota lo scrittore nel suo Quaderno XVIII, determinapur in assenza di prove l’arresto di Giuseppe Ercole, rinominato nel libro Antonio Dommarumma, l’unico che non intende sottoporsi all’umiliante trafila delle prove psicometriche e delle visite mediche, convinto di avere il sacrosanto diritto di faticare. Diffidato da metter piede nello stabilimento, l’uomo chiede per rivalsa un’indennità fissa di mancata assunzione, finché la sua ribellione, di un’ingenuità pari all’ostinazione che la distingue, degenera in aggressioni contro un’impiegata dell’ufficio del personale (la signorina S. nel libro, Casaburi nel Quaderno XVI manoscritto).
Ora, di fronte ad Antonio Donnarumma, che «raffigura la falla» di quell’utopia, l’intellettuale Ottieri «si trova disarmato», si trova a raccontare un personaggio «estraneo radicalmente all’organizzazione e alla ragione. Le operaie in Tempi stretti non mettono in discussione l’organizzazione industriale, ma soltanto gli eccessi di prevaricazione. Donnarumma, invece, rappresenta l’estraneità totale al sistema». [10]
In questo modo, «il dramma individuale diventa alla fine conflitto, dramma collettivo»[11].
La selezione degli operai e degli impiegati rivela il suo lato amaro e tutt’altro che scientifico:

Qui non si tratta di scegliere, ma di escludere. In ciò consiste l’immoralità sociale e politica della psicotecnica, la quale di per se stessa dovrebbe essere solo una scienza e che invece si colora della situazione obbiettiva in cui viene svolta»
(Quaderno XVI, [marzo 1955], manoscritto)
.

La missione civilizzatrice dell’industria, a contatto con l’analfabetismo, con la disoccupazione cronica, con la fiducia assoluta nell’energia dei muscoli, giorno dopo giorno rivelerà le sue inefficienze e Ottieri finirà per percepire, nell’universo reificato dello stabilimento, anche la sua sorte di cooptazione intellettuale.
Le prime autocritiche affiorano nel diario già a partire dall’estate del 1955 e diventano sempre più impietose con il passare dei mesi:

Non c’è dubbio che, col tempo, qui a Pozzuoli sono stato preso sempre di più dall’aziendalismo, perdendo di vista i problemi politici, magari anche quelli sindacali. L’attaccamento al proprio lavoro diviene attaccamento alla fabbrica, così come essa è; e la ricerca rivoluzionaria ne soffre
(Quaderno XVIII, ottobre 1955, manoscritto).

L’altro volto, l’ingannevole volto della fabbrica è di indurre noi impiegati e dirigenti al colonialismo, e i candidati assunti all’orgoglio dell’aristocrazia operaia, la quale più ancora che nel nord taglia i legami con la plebe: un pericoloso orgoglio aziendale […; ] la fabbrica non porta che un miraggio di civiltà.[12]


La disillusione sui valori salvifici dello stabilimento procede fino all’epilogo del romanzo, dove si conferma il fiele della sconfitta, la mancanza di vie d’uscita, l’inadeguatezza delle ideologie, sbaragliate da Antonio Donnarumma e dal suo rifiuto sordo di un ordine razionalizzante. A morire, conclude il Narratore, è «il significato politico» della fabbrica «come esperimento di industria moderna del mezzogiorno».

Ancora più amare le sue considerazioni saranno ad anni di distanza:

Dopo dieci anni [...] a cinquanta metri dalla fabbrica, è nata anche una pensioncina modernissima col suo night-club. Vicino alla Sibilla di Cuma, è quasi come a Riccione. E sul piazzale dei pini della Domiziana da cui si vedeva il Golfo luccicare e l’Ilva fumare da una solitudine stupenda e depressa sopra gli altiforni e l’aridità di Bagnoli, hanno costruito un ristorante infestato di famiglie che sentono il juke-box, pascolano i bambini, mangiano dalle quattordici alle diciassette di un pomeriggio di sabato travolto dalla civiltà di massa e dalla volgarità. Ma, dieci anni fa, che altro siamo venuti a fare se non a mettere le basi di questa “volgarità”?
(Taccuino mondano (1964-1967), dattiloscritto, pp. 138-139).


Nel libro successivo, La linea gotica (1962), Ottieri avrebbe mostrato un mondo di aziende e di operai, in cui la nevrosi e l’alienazione non possono più essere vinte, né domate e si trasformano piuttosto in malattia comune e incurabile.
Il titolo racchiude le tante linee gotiche che spaccano lo scrittore a metà: linee geografiche, come quella fra Roma e Milano, luoghi dell’“essere” e del contrastato “dover essere”, linee politiche fra classe nobiliare di nascita e classe operaia di elezione, linee psicologiche oltrepassate fino alla sofferenza psichica e al ricovero in ospedale, condivisione quasi di una sorte ormai estrema e comune. “Classe operaia vuol dire che puoi morire di disperazione e sembrerai soltanto inadeguato alla mansione” commenta Furio Colombo nella prefazione alla seconda edizione de La linea gotica.
Così Giancarlo Vigorelli considera «sintomatico che il 1962 si sia aperto e chiuso con due opere, Il memoriale di Volponi e La linea gotica, che sono diversamente l’itinerario di una esperienza operaia ed aziendale sino al buio della nevrosi»[13]

A conclusione, vengono proposti agli studenti alcuni brani da La dismissione di Ermanno Rea (2002) e proiettato il film di Gianni Amelio La stella che non c’è (2006), nei quali si racconta (seppure in maniera molto diversa) la demolizione dell’Ilva di Bagnoli, condannata a morte da scelte economiche globali, che prescindono dalle necessità degli uomini e dalle capacità di vivere o di sopravvivere di un quartiere periferico. La storia dell'operaio Vincenzo Buonocore, come quella di Antonio Donnarumma possono essere lette come sistema e come universo complesso, perché si interrogano sugli spazi esistenziali, che muovono i comportamenti dei personaggi e che possono muovere ancora oggi molti interrogativi e riflessioni nei nostri ragazzi.

Note:


[1] Ottiero Ottieri il romanziere della psicotecnica, intervista diR. de Monticelli, «Il Giorno», 19 aprile 1960

[2] La nuova letteratura. Antologia e presentazione di Ottiero Ottieri, «Il Caffè politico e letterario» 9, settembre 1955, p. 26

[3] O. Ottieri, Donnarumma all’assalto, cit, Premessa

[4] Ivi, cap II, Lunedì

[5] Ivi, cap. VII, Lunedì

[6] Lettera di L. Cosenza a P. Bottoni. Napoli, 18 settembre 1945, ora in Consonni, Meneghetti, Tonon, Piero Bottoni. Opera completa, Milano, Fabbri, 1990, p. 438

[7] Donnarumma all’assalto, cap XI, mercoledì

[8] Ib.

[9] Ivi, cap XI, venerdì

[10] G. Bárberi Squarotti, La letteratura e la «Nuova Natura» creata dall’industria, in Letteratura e industria: Atti del XV congresso A.I.S.L.L.I. (Torino, 15-19 maggio 1994), Firenze, Olschki, 1997, I v., pp. 28-29

[11] F. Virdia, Donnarumma all’assalto, «La Voce Repubblicana», 11 settembre 1959

[12] Donnarumma all’assalto, cap III., giovedì

[13] G. Vigorelli, La linea gotica, «Tempo», 5, 2 febbraio1963, p. 64
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