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Indice

Tema n.9:

A cielo ed amore. Intervista di Irene Palladini

In un vortice di polvere gli altri vedevan siccità, a me ricordava la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa.
(F. De Andrè, Il suonatore Jones)

Pupi Avati (Bologna, 1938), autore di più di quaranta film, è uno dei maggiori cineasti italiani. Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico, è anche scrittore di romanzi.
Con il fratello Antonio Avati scrive Bix, un’ipotesi leggendaria (Frassinelli, 1991), La via degli angeli (Diabasis, 1999). Nel 2000, per Mondadori pubblica I cavalieri che fecero l’impresa, La seconda notte di nozze (Mondadori, 2006), Il nascondiglio (Mondadori, 2007), Il papà di Giovanna (Mondadori, 2008), Gli amici del Bar Margherita (Garzanti, 2009) e Il figlio più piccolo (Garzanti, 2010).

D.: Ne I ragazzi del Bar Margherita si legge: “Una volta c’era una città grande e lunga, soleggiata o piovosa nei giorni giusti, che noi chiamavamo Bologna e ancora oggi, se desideri ricordare un posto che non c’è più, c’è chi dice quel nome e ti torna in mente una città grande e lunga, soleggiata o piovosa”. I luoghi, sospesi tra verità e immaginazione, nella tua narrativa…

R.: Amo molto questo incipit. Penso che riveli appieno la mia visione e concezione dei luoghi. Non riesco a pensarli e immaginarli indipendentemente dal mio sguardo che li cerca, li interroga, li racconta.
Quando sono lontano da Bologna quasi mi stupisco che la città possa esistere, così distante da me.
Qualcosa di simile provava anche Fellini, incredulo che il Grand Hotel di Rimini esistesse ancora, dopo che lo aveva raccontato lui.
Solo abitando un luogo è possibile conferirgli una vita profonda, autentica. Può sembrare questo un atteggiamento egoistico, ma l’ego che si afferma produce un tale stravolgimento del reale da alimentare un’immaginazione straripante, debordante, capace di trascendere la fredda oggettività.
Osservo ogni luogo, anche il più disadorno, con uno sguardo stupito e sento di infondergli una vita sino ad allora insospettata. Lo vesto dei miei sogni, dei miei ricordi, e delle infinite storie di vita.
Quando viaggio in treno, osservo con attenzione le persone sul vagone ferroviario e ne immagino la storie semplici e uniche. Penso ai loro amori, ai loro tradimenti. E mi domando se a casa hanno una famiglia che li aspetta, o se al contrario nessuno ci sarà ad attenderli. Ne immagino le delusioni, le sconfitte, le umiliazioni. Il luogo così allora vive profondamente, e non è più il vuoto scenario di sempre.
Provengo da una cultura contadina che era interamente fondata sulla necessità della parola e sulla forza dell’immaginazione. In anni grami e difficili, la mia infanzia è stata implementata da uno sterminato patrimonio di racconti orali. Mia madre era straordinaria con la sua inesauribile affabulazione. I suoi racconti avvincenti mi aggiornavano quotidianamente in merito alla vita di conoscenti, amici, parenti. E mia madre riusciva a infondere alla semplicità di gesti e parole una quiddità capace di trasfigurarli, rendendoli unici. Il suo sguardo era autentico, e conferiva alla quotidianità una dimensione altra, inverosimile.
Occorre educare lo sguardo affinché possa scorgere la grazia dell’ombra delle cose, la loro aura impercettibile. Lo sguardo, troppo spesso distratto o indifferente, modifica la realtà osservata, rinnova la realtà e feconda l’immaginazione.


D.: Ne Il figlio più piccolo, romanzo sull’arte della simulazione che sacrifica anche i sentimenti più veri, c’è un luogo di verità. Quando Fiamma mostra il volto con le sbavature di trucco, tutto impiastricciato e madido di sudore. Si rivela qui il fondo agro di una vita in salita. Della verità dei volti, per chi, i volti, li ha saputi raccontare.

R.: Io leggo e racconto volti, ne interrogo la luce, e ne scruto le ombre.
Credo che il cinema e la scrittura offrano strumenti formidabili per capire e raccontare la storia di un volto. Penso, a questo proposito, alle possibilità offerte da un primo piano efficace e suggestivo.
Quando devo scegliere l’attore di un mio film, osservo prima di tutto le espressioni del suo viso. Gli interpreti migliori non sono infatti quelli che hanno frequentato le scuole più rinomate, ma quelli che hanno, dentro di sé, un vissuto intenso, magari di dolore. Sono quelli più vulnerabili, senza difese, che lasciano emergere la loro verità. Quelli che non temono di svelare la loro debolezza. E hanno una luce nel volto che ne svela la storia, e ne evoca tutto il mistero. Hanno una luccicanza che altri ignorano, e che non avranno mai.
Nei rapporti umani, dinanzi all’ammissione di una fragilità, due sono le reazioni possibili: vi può essere chi prende immediatamente le distanze, e allora è meglio non averci niente a che fare, e chi invece rivela, a sua volta, una debolezza. Solo così si può creare l’intimità schietta che rende vere le reazioni umane.
I volti poi mutano, e anche in questo è la loro bellezza. C’è solo un’espressione che non assumiamo mai in vita, ed è lo sguardo muto nella fissità della morte. Osservando un morto ne riconosciamo gli inconfondibili tratti. Eppure la fisionomia è già altra, e quel corpo è ormai distante, nel consegnarci un’espressione raggelata, che mai ha posseduto in vita.
Anche nella scrittura io parto dall’osservazione dei volti, e non dall’intreccio. Comincio dall’onomastica, che per me è importantissima. Poi immagino i corpi dei personaggi, i loro gesti. A poco a poco il personaggio si disvela, e risponde al mio richiamo. Lentamente l’identità si rivela.
Lo sguardo, come pensava Morandi, è preghiera, umile attesa, paziente ascolto, come una dichiarazione di amore. Anche i luoghi vanno attesi, ascoltati, e solo così possono rispondere al nostro richiamo. Osservo un luogo anonimo, come la campagna silente, assorta in un velo di nebbia che tutto cela e tutto rivela. Con la macchina da presa mi pongo in ascolto. Attendo che il luogo si disveli e, nella sua umile semplicità, il luogo, miracolosamente, si apre al mistero e alla suggestione. Evocare i volti, evocare i luoghi, cogliendone l’intima aura di mistero, la luccicanza nel dolore, forse questo è il senso della mia ricerca.
Un volto non è mai un ritratto. Il ritratto vuole solo farsi guardare. Si compiace di essere osservato, e ha la rigidità della maschera e della morte.


D.: La seconda notte di nozze è un romanzo sull’illusione di amore. Sulla verità di un amore come ferita di attesa. Qui persino la natura pare porsi in attesa, come “in una religiosa sospensione di tutti gli eventi del mondo”. O l’amore è più vero nella sua dimensione di attesa? Penso all’ attesa di Bep sotto la pensilina, ad attendere invano Marcella (I ragazzi del Bar Margherita). O l’attesa, come per Fiamma (Il figlio più piccolo), è votata alla delusione?

R.: Molto leopardianamente credo che l’attesa sia il momento più appagante della nostra esistenza. Nell’attesa, infatti, l’immaginazione splende nel suo pieno fulgore.
Nella cultura contadina c’è una definizione pertinente di attesa: lo scollinamento.Vivere è come salire una collina. Durante la salita, per quanto possa essere faticosa, immaginiamo, tutti, che oltre ci sia qualcosa ad attenderci, qualcosa di splendido. Penso che questo sia il periodo della vita in cui più libera è l’ immaginazione. E’ questa l’età in cui viene applicata a tutto la locuzione “per sempre”, e non si fanno i conti con la ragione che ci farà ricredere di tutto. Poi, quando si raggiunge la cima, tutto rivela un volto deludente. E la realtà è altra rispetto al sogno a lungo sognato. L’attesa è ora negata. Non è più possibile immaginare, perché tutto è già stato visto. La delusione spegne l’incanto dell’attesa, lo stupore dell’immaginazione. Non resta che la nostalgia del ricordo. Esistono, tuttavia, persone che non scollinano mai, per impegno e vocazione, e non conoscono dunque l’amarezza del disincanto. Ne Il figlio più piccolo il protagonista infatti non scollina mai, ma il suo non è un vano pargoleggiare. A suo modo denuncia lo squallore e la disumanità del mondo che lo circonda.
Molti personaggi dei miei film hanno il candore di chi vive sospeso in una perpetua attesa, di chi non ha mia raggiunto la vetta della collina.
In qualche modo ho fatto di tutto per rimanere, anche io, il figlio più piccolo.


D.: Nei tuoi romanzi, in Bix, Il papà di Giovanna sino a Il figlio più piccolo, il tempo non si sviluppa in modo lineare, ma è tutto strappi e sussulti. Il tempo non è una categoria oggettiva e la casa del Nascondiglio ne rivela appieno l’inquieta stratificazione. La maison, nel romanzo, al limite potrebbe essere interpretata come correlativo del tempo. Il tempo, sospeso fra verità e immaginazione…

R.: Nei miei romanzi non si produce uno sviluppo lineare del tempo. E questo spiega l’uso insistente dell’imperfetto nella mia scrittura. L’imperfetto, pur radicandosi nel passato, permane, perdura. Scaturisce dal passato, senza, tuttavia, esaurirsi in esso. Crea e mantiene una continuità, oltre i limiti imposti da una fredda cronologia.
Forse l’uso dell’imperfetto rivela la mia ostinazione a non voler crescere. Ancora si palesa il ragazzino nell’uomo che sono.
La casa rivela la complessità di un tempo sentito e vissuto come interiorità che perdura nel ricordo e nell’immaginazione. Per molto tempo sono vissuto a Bologna, in Via Saragozza. Lì ho vissuto i momenti più intensi della mia vita: i primi amori, la passione per il jazz. Ancora oggi, a distanza di tanto tempo, immagino di muovermi in quella casa, di viverla. Immagino di aprire le porte e di vedere le persone come erano allora, o come avrei desiderato che fossero. Questo per vincere l’implacabile cronologia del tempo.
Credo in un presente continuo, e mi capita di provare la nostalgia del presente. Me ne parlò per primo un amico coreografo. Lui, che aveva lavorato ai grandi musical di Broadway con Fred Astaire, sapeva che la felicità di quei momenti era un bene tanto prezioso quanto fragile. E che tutto, prima o poi, sarebbe finito. A me è capitato, di recente, di avvertire la nostalgia per la bellezza effimera di un attimo che stavo vivendo. Una sera eravamo tutti a cena: io, mia moglie, i figli e tutti i nipoti. Tutto era perfetto. Eravamo noi, non c’era nulla che stridesse. Ho sentito la nostalgia di quel momento, nella consapevolezza che la bellezza e la perfezione dell’attimo è destinata, come tutte le cose, a svanire.


D.: La vicenda di Bix si fonda sul contrasto tra il principio di realtà e il potere di fascinazione della musica. E non è un caso che la madre porti Bix a vedere la vera vita di un musicista di colore dai denti d’acciaio. Forse molto della vita di Bix (delle nostre?) è illusione. E la musica pare alimentare il gioco dell’immaginazione. Come l’eco struggente di Magic moments ne Il Nascondiglio…

R.: La musica, nella mia vita, è stata come una password che mi ha sempre condotto in un altrove. Ben oltre il principio di realtà. La musica ha un potere evocativo straordinario, lascia affiorare volti, storie, luoghi della memoria e del sogno. E’ sufficiente ricordare un motivo per evocare un’intera epoca. Questo, infatti, accade con Magic Moments ne Il nascondiglio.
Nella consapevolezza di essere un musicista fallito, ho un conto aperto con la musica, un contenzioso, per così dire. Penso che la musica sia un mistero, e i musicisti sono i soli a creare qualcosa di assolutamente astratto, qualcosa che non è in natura.
La musica, nei miei film, è molto importante, ma non è detto che a una scena di violenza debba corrispondere necessariamente una musica inquietante, magari scelgo un motivo struggente per suscitare pietà di fronte a tanto dolore e sofferenza.
La musica mi sostiene anche quando scrivo, infatti, prima di iniziare una storia, intuisco la colonna sonora che mi accompagnerà nella creazione, rivelando appieno il mio stato d’animo.
La mattina, poi, mi piace ascoltare lo stesso motivo, anche per più giorni, e questo con grande fastidio, talora, per chi mi vive accanto!
La musica alimenta l’immaginazione e le illusioni di una vita.


D.: In apertura a Bix, Un’ipotesi leggendaria, poni una citazione invero rivelatrice di Foucault: “Vanamente si cercherà di dire ciò che si vede./Ciò che si vede non sta mai in ciò che si dice”. Dunque la parola non predica il reale? La scrittura, nel suo rapporto, fecondo e inquietante, con l’immaginazione…

R.: Penso che sia presuntuoso ritenere che la scrittura permetta di predicare la verità assoluta delle cose. So bene di essere inadempiente rispetto alla vicenda immaginata, essendo la traduzione sempre votata all’imperfezione. La storia era perfetta, tradurla in parole è mortificante. Non credo che la scrittura raggiunga l’indicibile, l’ineffabile. Qualcosa necessariamente sfugge sempre. Ma forse questo senso di inappagamento è il motore vero della mia scrittura. Le parti omesse, le zone d’ombra, i margini del non detto sono un motivo di intensa fascinazione anche per il lettore. E l’irriducibile apertura dell’opera ne consente la viva partecipazione. Mi è capitato di leggere critiche ai miei lavori che rilevavano elementi a cui non avevo pensato io stesso. Credo che sia proprio questo margine ad aprire nuovi sensi, indicare nuove direzioni.

D.: Ne Gli amici del bar Margherita mi ha colpito il particolare di Coso che, mentre il fotografo sta studiando l’inquadratura, si mette dietro l’obiettivo, per “vedere chi eravamo o chi eravamo stati”. E nella scoperta è il fascino della verità dell’immaginazione. E nella semplicità del gesto di Coso sento il senso della tua ricerca. Riflessioni…

R.: Sì, il gesto di allontanarsi dal gruppo fotografato, per mettersi dall’altra parte, è la metafora di tutta la mia vita. Anziché includermi, io sono venuto via, nella convinzione che sia più bello immaginare. Per questo, ad un certo punto della mia vita, ho lasciato Bologna per Roma. E andando a Roma mi sono guadagnato l’impunità di raccontare luoghi e volti come erano, o come avrei voluto che fossero. Non mi sarebbe stato possibile se fossi rimasto a Bologna. La distanza che separa Bologna da Roma coincide con i passi necessari a Coso per uscire dal gruppo. La distanza è la medesima. Così, nella freschezza e stupore di uno sguardo altro, l’osservazione è immaginazione.

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