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Tema n.9:

Verità e immaginazione

Proviamo a orientarci un po’ in queste parole: la cosiddetta verità non è il contrario di immaginazione, a meno che si restringa il campo dell’immaginazione a quello della falsità, come dire che quando immagino, immagino sempre cose false e inesistenti. Il che non accade, perché immaginare, nel senso di rendere presente alla mente un’immagine più o meno visiva, lo posso fare con immagini pescate dalla memoria e che mi derivano da cose accadute e viste (e perciò convenzionalmente vere), oppure combinando o producendo visioni che non hanno mai avuto un corrispettivo nel mondo. Quindi diciamo che l’immaginazione è un’attività molto comune di suscitare immagini, sia riferite al passato ripresentando immagini, sia al futuro con immagini di quel che potrà essere, sia cose impossibili, come in sogno succede (volare, levitare, essere trasparente, non essere io ecc.), ma può succedere anche da svegli, quando uno seduto in poltrona immagina di aver trovato il sistema matematico per vincere al lotto, o immagina di avere uno spray che fa cadere le donne innamorate di lui, o immagina che viene restituita la monarchia e lui si scopre che in realtà è l’erede legittimo al trono, abbandonato piccolissimo in una cesta su un fiume, ma con una targhetta da cui si deduce che lui è l’ultimo Asburgo, e poiché l’Unione Europea decide di prendere il nome di Impero europeo austroungarico, si cerca di conseguenza anche l’imperatore dell’ex Austria Ungheria; così quel tale seduto in poltrona immagina di sentir suonare il campanello di casa, la moglie risponde al citofono “Chi è?”, “Siamo la delegazione dell’Impero europeo austroungarico, e siamo venuti per accompagnare suo marito a Bruxelles e rimetterlo in trono come imperatore”. “Adesso guardo se è ancora in bagno, un momento... c’è da firmare qualcosa?”, “No signora, firmerà poi con comodo sua maestà”. La moglie sbircia dalla finestra, casomai non siano quelli della banda che addormenta col gas per rapinare, e vede uno schieramento di polizia, transenne, striscioni “Viva l’Imperatore”, e così sempre stando seduto in poltrona, il marito immagina di essere portato a Bruxelles, la moglie la sistema in un appartamento autonomo, lei con i figli, ma un po’ fuori mano, ad esempio a Baden Baden, perché non interferisca con l’attività di governo, e a lui danno invece una serie di segretarie ecc. ecc., lui sarebbe un imperatore illuminato, farebbe riforme soprattutto a favore del sesso femminile, e il sesso femminile gli sarebbe riconoscente, “...quell’Asburgo - direbbero tutte le donne dell’impero europeo, comprese le segretarie - che cervello! e che bell’uomo!”, mentre i Savoia li metterebbe a pulire i pavimenti, a lustrare l’argenteria, con quella faccia insulsa che hanno!, poi chiamerebbe un discendente Savoia e gli direbbe: “Fammi ridere”, perché i Savoia secondo lui hanno sempre avuto la funzione di far ridere le grandi casate regnanti europee, in particolare gli Asburgo, e poi hanno continuato facendo ridere in televisione, diventando popolari come comici involontari e come esempi viventi di stupidità ereditaria.
“C’è da comprare il pane, la frutta e la verdura - a questo punto delle sue fantasticazioni dice la moglie, interrompendogliele - o vuoi passare tutta la mattina in poltrona?” “Sì vado”, dice il marito, e tutta l’immaginazione di essere un Asburgo e di avere un Savoia come cameriere e giullare svanisce; immagina invece che fuori c’è freddo e si infila il cappotto imbottito, e poiché immagina che avrà del peso da portare, prende una borsa con due ruotine; e come si vede l’immaginazione è sempre al lavoro, che si tratti di previsioni, di ricordi o di irrealtà. Si può dire a questo punto che siamo immersi nelle immaginazioni, e la cosiddetta realtà è molto poca. Certo se piantando un chiodo nel muro quel tale che si immaginava l’ultimo Asburgo si tira una martellata in un dito, è pronto a gridare “Ah, questa è la realtà!”, ma già poco dopo quando poi lo racconta, è già in funzione l’immaginazione. Diciamo che ci sono dei momenti acuti di contatto con la realtà, specie in caso di traumi, escoriazioni, cadute, o schiaffi presi da qualcheduno più grosso che vuole farsi sentire come realtà sulla faccia. E diciamo che la realtà è puntiforme, cioè emerge come schiaffo o come martellata, o come qualcosa che ci fa dire ahi; e questo breve momento può tornare a ripetersi, se ad esempio di nuovo il preteso Asburgo si martella un dito, o se per dieci minuti quel tale più grosso con una mano lo tiene fermo e con l’altra lo prende a schiaffi, la realtà continua per un po’ a farsi sentire, cioè irrompe nella nostra vita, e le irruzioni possono essere tante, più o meno acute, però ciascuna è un fatto isolato, come se la realtà avesse delle punte, o degli spigoli, ed è contro questi che noi sbattiamo, un po’ come uno che cammina al buio in una cantina, tutte le sporgenze dopo un po’ le conosce, le arcate basse ad esempio, quando nel buio le si incontra con la calotta cranica e le si riconosce come realtà, anche se più esattamente è lo spigolo vivo la realtà, il resto lo si immagina; e così i ferri delle mensole che si trovano all’altezza della fronte e lasciano il segno, o gli sgabelli dimenticati, o una serie di fiaschi vuoti in cui uno inciampa, queste sono realtà, che infatti sono confermate da lividi, o rumore di cocci, o ammaccature agli stinchi; ma quello che c’è tra una sporgenza e l’altra, nel buio della cantina quell’intervallo tra una realtà e l’altra è frutto dell’immaginazione. Ed è così anche nel mondo illuminato, che queste punte di realtà vengono collegate l’una all’altra dall’immaginazione. E ad esempio gli schiaffi anche loro prendono senso e ce li possiamo poi raccontare se vengono connessi ad altre vive impressioni che li hanno preceduti, come ad esempio un tamponamento stradale, delle grida di insulto a questo tale, che però in macchina sembrava piccolo e debole, e invece poi si rivela una realtà molto sporgente, grossa e spigolosa, e soprattutto con la tendenza a menare gli schiaffi. D’altronde la vita è come un percorso al buio, e l’immaginazione è come una pila, ma come si sa le pile sono deboli, il fascio di luce è stretto, regolarmente si scaricano, quindi tra una punta di realtà e l’altra più che altro ci sono delle supposizioni, cioè delle immaginazioni abitudinarie e di comodo (che in qualcuno al contrario possono essere paradossali, paranoiche ecc).
Ma poi si può dire che le stesse punte di realtà sono avvolte dall’immaginazione, non solo dopo averle incontrate, ossia quando ci ripenso e me le re-immagino, ma nel momento stesso dell’incontro, per cui uno se la può prendere con il martello, o con il chiodo e chi glielo ha venduto, che gli venga un accidente a lui e a chi l’ha fatto; oppure pensare che quello in realtà non è un martello su un dito, ma un segno della provvidenza che sconsiglia di piantare il chiodo, per ragioni non ancora rivelate, per cui uno invece che ahi!, dice grazie!, e dopo guardandosi il dito sorride di riconoscenza, toglie la scala, e scopre che essendo quasi rotto il gradino che la tiene aperta, sarebbe precipitato, forse addirittura fuori dalla finestra. Come si vede è tutta una grande immaginazione; ma lo è altrettanto pensare che lui (sempre quel tale ultimo Asburgo) non è adatto ai piccoli lavori casalinghi: anche questo significa prendere la martellata entro una rete di significati che lui chiama inesperienza, o insofferenza per tali lavoretti avendo una personalità fatta per incarichi più nobili e alti; ma che la moglie chiama ad esempio cretineria, la tua solita cretineria, dice; per cui la realtà per un attimo si è svelata, la martellata, il dito, la sofferenza, ma subito si è persa nell’immaginazione. La quale è come una gran colla filamentosa stesa tra una punta e l’altra della realtà, spesso stesa a coprire tutto, come un lenzuolo. E’ quello che succede coi panorami, anche se sembrano realtà evidenti e ben visibili: che appaiono condizionati dalla nomea e dalle aspettative, come se l’aspettativa facesse da velo e ricoprisse tutto un panorama, la cui realtà sbiadisce, per non parlare delle fotografie, che possono far passare per Siberia un paesaggio invernale qualunque.
A questo punto dove sta la verità? Ossia con quest’idea dell’immaginazione che cola su tutto, con delle punte isolate di realtà che fuoriescono, ma che poi il racconto avviluppa tutte nell’immaginazione, c’è posto per qualcosa che possa essere detto la verità?
Direi che ci sono due tipi di verità, molto diverse, quando racconto le mie immaginazioni a proposito di queste punte emergenti di realtà: una verità documentale e una verità esemplare. La prima ha a che fare col campo giudiziario, con le prove (il dito gonfio, il grido ahi o il grido grazie ecc.), le testimonianze (la moglie che dice sei un cretino) e con regole convenzionali per collegare prove, testimonianze e emergenze.
Consideriamo un tale che scriva la sua autobiografia; un’autobiografia è sempre necessariamente parziale, nel senso che uno può raccontare solo ciò che si ricorda, poi solo ciò che ritiene degno di essere ricordato, quindi tralascia normalmente le funzioni intestinali, i pruriti, le dita nel naso, il tempo perso, i sonnellini pomeridiani, le attività ripetitive ecc., che però occupano la massima parte del tempo; un’autobiografia sarà perciò una drastica selezione del raccontabile, quello che resta è la vita come convenzionalmente si intende; il resto, le diarree, le puzze, le digestioni, i foruncoli, i raffreddori non sono vita, e se uno scrivesse un’autobiografia fatta solo di queste cose, ad es. oggi ero in poltrona e mi sono lasciato andare a ventotto emissioni di pancia consecutive, la prima alle 8 e 15 senza gran strepito e per così dire in sordina, la seconda alle 8 e 18 richiamando l’attenzione di chi passava nel corridoio ecc. ecc., una tale autobiografia non sarebbe motivo d’interesse, anche fosse variata e spaziasse dalla pancia al cerume delle orecchie, alla seborrea, a una pustola ecc., perché tutto sommato anche l’autobiografia ha delle regole su ciò che è degno d’essere detto.
Quanto alla verità, chi è interessato a stabilirla cercherà documenti esterni, lettere, testimonianze, esattamente come fa un detective, o un giudice istruttore; e ci sono regole per stabilire la veridicità, cioè se le punte sporgenti di realtà sono riferite in concordanza con le prove e le testimonianze. Da questo punto di vista un’autobiografia è tutta bucherellata, ossia sono pezzettini di verità appiccicati uno appresso all’altro, in quantità più o meno grande, con degli immensi spazi vuoti in mezzo, e fondamentalmente del tipo: nato a... il... residente a... laureato in... professione... coniugato con... ecc., perché convenzionalmente la vita è questa cosa, fatta di questi eventi, che si deve dire peraltro che sono veri e il tribunale li certificherebbe. Questa la verità documentale.
Se però uno un pomeriggio, preso dall’onda dei ricordi, si siede in poltrona, con in testa solo l’immaginazione autobiografica (che non è quella ad es. di essere un Asburgo), si siede in poltrona e rilegge la propria biografia documentale scritta in precedenza per qualche ragione di burocrazia, griderà che è tutta falsa, nel senso che quello lì, nato, laureato, sposato, padre eventualmente, impiegato ecc., non è lui, cioè è il lui convenzionale e ufficiale che gli sta addosso come un abito da cerimonia, e quegli eventi come nascere, sposarsi ecc. sono come chiodi piantati e attorno ai quali è scivolata via la vera vita, che è tutta una grande immaginazione, eroica ad esempio, se uno ha questo senso di sé, se la sua vita la pensa come una continua battaglia (e c’è gente che pensa così); o flebile, se è fatta di sfumature, commozioni, delicatezze, stati d’animo lirici; oppure una vita da martire, martire della famiglia, del lavoro, del matrimonio; la vita diventa un caso esemplare, di combattente, di solitario, o di povero Cristo; oppure di esaltato, di fallito, di fortunato, di gran viaggiatore o di gran sedentario. E a questo punto per un altro che legga una vita così scritta e raccontata, la verità documentale non è più tanto importante, perché quello che brilla e sopravanza è una verità di tipo esemplare. Dove però la verità non è più la corrispondenza a quelle saltuarie punte di realtà certificata, ma è un senso complessivo, o l’impressione di un senso; dovremmo dire: l’invenzione di un senso complessivo, entro cui ogni particolare prende posto, anzi sono i particolari ad avere la massima importanza, quella certa catena di particolari minori scelti però come eventi maggiori e più sintomatici. La verità sta nella produzione di un oggetto immaginario che sembra coerente e che si chiama vita, e la cui verità viene dalla coerenza; si potrebbe dire che è verosimiglianza, ma il vero a cui paragonarla non c’è, questi sono fatti dell’immaginazione, che convincono per la loro fattura, non per la corrispondenza a qualcos’altro; e chi li legge li riconosce, riconosce un principio unificante, un seme che è germogliato e come tutto sia di conseguenza. Mentre le vite documentali sono fatte di pezzi sparsi, che si possono montare su chiunque, anche su un omicida, che sia stato in prigione, e poi magari in prigione si sia laureato, e uscendo sia diventato... state a sentire... psicoterapeuta, e poi abbia esercitato la professione, e poi si può aggiungere altro, e altro ancora, tutto vero documentalmente, ma è una disperazione vedere questo insieme che non vuole dir niente, è come roba prestata, roba altrui, la cui somma fa un boh? cioè niente. In effetti quando l’immaginazione è un po’ scarica, la vita appare così, chissà che roba è! uno si dice, e la racconta così, come una somma incomprensibile, e nei momenti di buio mentale e di pessimismo viene da dire che è questa la semplice e pura verità della vita; mentr’invece è solo uno stereotipo di genere, ossia, in altre parole, la vita sembra un prestampato da compilare, nato a, sposato, professione, pendenze penali ecc. Ma da un punto di vista esemplare la verità di questo racconto non significa niente; e viceversa se racconto la mia vita (o la vita di un altro) nella sua verità esemplare, dal punto di vista documentale sarà scarsa di verità, e sarà considerata immaginaria. Ma è altrettanto immaginaria la vita documentale, quella dei curricula, dei dati biografici per un censimento, quella dei retro di copertina dei libri: vive tra Roma e New York... ma che vuol dire? che fa il pilota? che fa il mozzo su un transatlantico? Vive tra Capri e Napoli... cioè su un barchino in mezzo al mare? O nelle antologie scolastiche dove le vite sono quegli insiemi di fatti drastici e meccanici: gli studi, la vocazione, la conversione, le pubblicazioni, il successo... quando si sa che tutte queste sono cose sfumate, processi lunghi, di cui a volte non ci si accorge. Solo che tutto ciò rientra in generi stereotipati, la cui scheletricità per convenzione è data come verità. Mentre le altre vite proprio perché cercano la verità nel secondario che però sia esemplare, sono considerate poco vere, opinabili, romanzate; cioè come romanzi, i quali hanno infatti una loro verità esemplare (anche se sono resoconti fittizi). Ma sostanzialmente è a due accezioni di verità che ci si riferisce.
Un signore già avanti d’età che conoscevo, ed era un ex professionista discretamente colto e stimabile, gli hanno diagnosticato un male incurabile (di cui dopo qualche mese è morto). Si era fatto dare un computer portatile, aveva imparato ad usarlo e si era messo a scrivere la sua vita, perché non andasse tutta perduta, e questo è un fatto ammirevole, lo sforzo perché qualcosa sopravviva, un lascito spirituale, quando tutto ormai è vicino ad essere cancellato. Ebbene, ho poi letto quello che aveva scritto, e tutta una lunga vita erano venti paginette che somigliavano a un curriculum di chi cerca un impiego: nascita, studi, professione, avanzamenti di carriera, matrimonio, figli, trasferimenti ecc., tutto verissimo e detto con precisione, ma stringeva il cuore che la vita fosse tutta lì, che fosse così casuale, e così uguale a qualunque altra vita. Stringeva il cuore perché non c’era nulla di speciale. Forse però, pensavo, se mai ci fosse un aldilà, anche questo si deve essere burocratizzato a forza di amministrare tanti milioni di milioni di individui, e non possono probabilmente perdere tempo lassù a leggere dei plichi di memorie strabordanti, per cui forse solo in fin di vita ci si rende conto che conviene presentarsi con un breve curriculum, che non fa perdere tempo, non arreca disturbo, viene timbrato e fa da passaporto, perché di là hanno probabilmente un’ottica diversa e le vite non ci tengono a distinguerle molto l’una dall’altra. Il mondo, per loro lassù, deve essere come una sala d’attesa, dove fondamentalmente non ci si agita molto, si sta seduti, si legge, si dormicchia, due chiacchiere di circostanza, due o tre passi per sgranchirsi, e poi si torna ad aspettare. La vita non è molto dissimile, si nasce, che è come un appuntamento a una tal ora, a un tale indirizzo, e poi si aspetta di essere chiamati, il proprio turno, col che la seduta finisce. E lassù, le immaginazioni che nel frattempo uno ha fatto aspettando non interessano; come non interessa al dentista che cosa si è rimuginato nella sala d’aspetto.
Siamo noi umani invece interessati alle immaginazioni, per poter credere di aver vissuto in un modo particolare, individuale, esemplare; e che anche la sala d’attesa sia stata un’esperienza intensa ad esempio, una gran discussione incredibile, o tutta una comica, o un incontro che ha fatto palpitare, e così via.
E quindi alla fine non importa granché che la vita di cui si racconta sia una vita esistita anche dal punto di vista degli uffici comunali d’anagrafe o degli uffici della procura. Di fatto tutte queste vite raccontate che circolano sotto forma di libri, siano biografie, autobiografie o romanzi, o siano raccolte di sonetti e poesie, o siano poemetti, o romanzi polizieschi o di fantascienza ecc., sono tutte un misto, c’è un po’ di vero documentale sparso qui e là, c’è del vero documentale preso in prestito, stagliuzzato, ricombinato, e poi c’è molta, molta immaginazione, nel senso di cose che non si sanno riferire a nessun chiodo di realtà documentale. Se però un romanzo o un volo poetico in qualche modo è riuscito, sarà pieno di una sua verità esemplare, e in qualche modo ci impressionerà, ci toccherà, perché ci riguarda. Però questo è indipendente dall’altro tipo di verità. E soprattutto aiuta a vivere, come se fossimo venuti qui sulla terra per dare un esempio, per fare una parte. Come se..., è questo “come se” che conta; come se ogni vita avesse un arcano segreto e risuonasse poi nell’eternità. Come se, dico, perché non ci credo, agli arcani segreti e all’eternità, a questi paroloni; so che ogni vita è come il rumore disordinato del sonaglio di un pazzo o di uno scemo; ognuno opti per quello dei due che sente più prossimo; e il senso è tutta una nostra immaginazione; di cui però probabilmente abbiamo bisogno, come di un ormone. E se ne abbiamo bisogno è probabile sia un bene. Quindi la cosiddetta letteratura, questi spruzzi intensi di immaginazione, con le loro verità esemplari, deve far parte delle necessità fisiologiche; se manca uno si ammala, come è ammalato un diabetico per carenza di insulina, o un ipotiroideo per carenza di tiroxina, un anemico di globuli rossi e di ferro, un pellagroso per mancanza di niacina (vitamina PP) e di triptofano, e così via. Sarebbe interessante vedere se la letteratura è una sostanza che stimola un neurotrasmettitore e quale, se agisce ad esempio sul sistema nervoso simpatico (come l’adrenalina) o sul parasimpatico (come l’acetilcolina), o se agisce sul sistema nervoso centrale (come la dopamina, l’istamina, le endorfine), se per caso ha gli stessi recettori della morfina, ad esempio, e ne è un succedaneo.

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